LA VANDEA E LE STRAGI. il massacro dei Lumi.

Fu, quella di Robespierre, pura guerra di sterminio con l’intento di far sparire una popolazione intera (specialmente le donne e i bambini, furono le vittime preferite) che osava rifiutare in massa uno stato rivelatosi ateo e  anti cristiano. 

Colpisce che tante caratteristiche dei vandeani fossero comuni al Veneto rurale della mia infanzia: la prima era la fede di impronta quasi calvinista (che fu caratteristica delle Chiesa patriarcale veneziana e non romana) e gli antenati comuni, quei Veneti che furono civiltà europea prima dell’arrivo dei Celti. Non a caso la capitale della piccola Vandea è Vannes, come Venezia quella dei Veneti di tutti i tempi . Eccovi un  anticipo del bellissimo articolo del Foglio pubblicato tempo fa. 

Il massacro dei lumi
La Vandea è nomen omen del massacro di innocenti, al pari della notte di San Bartolomeo, di Guernica, di Srebrenica. Eppure in Francia, a distanza di oltre due secoli, la Vandea resta uno scandalo difficile da maneggiare. La parola “Vandea” fino a pochi anni fa era sinonimo di cattolico reazionario. Sono i “chouans”, gufi maledetti. Baciapile, nemici della Rivoluzione, servi dei nobili, sanguinari. Di Vandea si è tornati a parlare in Francia, in Parlamento, sui giornali e sugli schermi televisivi. L’Ump, il partito di opposizione, ha presentato in Assemblea nazionale un disegno di legge che ha lo scopo di riconoscere il “genocidio vandeano”.

di Giulio Meotti

 Il massacro dei lumi

La Vandea è nomen omen del massacro di innocenti, al pari della notte di San Bartolomeo, di Guernica, di Srebrenica. Eppure in Francia, a distanza di oltre due secoli, la Vandea resta uno scandalo difficile da maneggiare. La parola “Vandea” fino a pochi anni fa era sinonimo di cattolico reazionario. Sono i “chouans”, gufi maledetti. Baciapile, nemici della Rivoluzione, servi dei nobili, sanguinari. Di Vandea si è tornati a parlare in Francia, in Parlamento, sui giornali e sugli schermi televisivi. L’Ump, il partito di opposizione, ha presentato in Assemblea nazionale un disegno di legge che ha lo scopo di riconoscere il “genocidio vandeano”, che ebbe luogo, a più riprese, tra il 1793 e il 1796 per opera delle truppe rivoluzionarie di Robespierre nei confronti degli abitanti della regione contadina della Vandea. I sostenitori della tesi del genocidio parlano di una “congiura del silenzio”, in cui la politica e la storiografia avrebbero cospirato perché cadesse nell’oblio il grande sacrificio dei vandeani, colpevoli di aver difeso le loro convinzioni religiose contro il nuovo potere ateo e giacobino. Le “colonne infami” repubblicane compirono spietati massacri contro i vandeani, lasciando sul terreno dai duecentocinquanta ai trecentomila morti.

“Se approvasse la proposta sul genocidio, la Repubblica accetterebbe per la prima volta di guardarsi allo specchio”, ha scritto sulla rivista Causeur lo storico Frédéric Rouvillois. “Per la prima volta riconoscerebbe il terribile delitto che ha segnato l’inizio della propria storia”. Di parere opposto lo storico della Rivoluzione francese, Jean-Clément Martin: “I crimini sono crimini, ma manca la logica”. Significa che i vandeani non furono sterminati in quanto tali, ma sono stati vittime di una guerra civile. Lo spiega così Alain Gerard: “La Rivoluzione non poteva ammettere che il popolo si ribellasse contro di lei. Per questo la Vandea doveva scomparire”.
La tesi del genocidio è stata portata avanti da Reynald Secher, uno dei maggiori storici delle guerre vandeane, secondo il quale “quelle rappresaglie non corrispondono agli atti orribili, ma inevitabili, che si verificano nell’accanimento dei combattimenti di una lunga e atroce guerra, ma proprio a massacri premeditati, organizzati, pianificati, commessi a sangue freddo, massicci e sistematici, con la volontà cosciente e proclamata di distruggere una regione ben definita e di sterminare tutto un popolo, di preferenza donne e bambini” (“Il genocidio vandeano”, Effedieffe Edizioni, Milano 1989).
La Vandea oggi è mito e tabù, tanto che il massacro alla chiesa di Petit Luc a Roche sur Yon viene accostato a quello nazista di Oradour nel 1944. Il leader della gauche militante Jean-Luc Mélenchon ha protestato vivacemente per un programma televisivo andato in onda su France 3, dove Robespierre viene chiamato “il boia della Vandea” (le bourreau de la Vendée). Anche il settimanale Nouvel Obs attacca il documentario di Franck Ferrand, in cui le armate giacobine vengono accostate alle Einsatzgruppen naziste. I preti che insorgono in Vandea erano chiamati “corvi neri”. Scortate da gendarmi mal vestiti, con la coccarda tricolore sui cappellacci, le carrette della Rivoluzione erano cariche di questi preti refrattari detti “insermentés”, quelli che non hanno giurato, che hanno mantenuto fedeltà all’autorità del Pontefice, cancellata per decreto. Georges Jacques Danton avrebbe voluto fare un mazzetto di tutti i preti refrattari su cui si riusciva a mettere le mani, imbarcarli a Marsiglia e scaricarli da qualche parte sulle coste dello stato della chiesa, come una trentina di anni prima Sebastião José de Carvalho y Melo, marchese di Pombal, illuminato primo ministro dell’illuminato re Giuseppe I, aveva tentato di fare con i gesuiti espulsi dal Portogallo.


Tutti i libri in latino, fossero pure i “Colloqui” di Erasmo da Rotterdam, finirono nel fuoco. I preti nella trappola di Rochefort furono più di quattrocento. Nelle loro ciotole di legno la Rivoluzione versò solo carne putrida, merluzzo andato a male, malsane fave di palude. L’acqua era infetta. A chi ne chiedeva di più, i fidati seguaci della Dea Ragione rispondevano di servirsi pure, mostrando a dito l’oceano. Vi furono presto casi di delirium tremens, di follia. In poche settimane fu un’ecatombe di sacerdoti. I guardiani abbandonarono la nave. I morti venivano scaraventati in mare o seppelliti nella palude. Per non sbagliare qualcuno venne sepolto mentre ancora respirava.
In Vandea la guerra non ebbe un centro, ma era dappertutto, perché ovunque vi fosse un vandeano, fanciullo o adulto, uomo o donna che fosse, là per la Repubblica si trovava un “soldato nemico”. Nessuna delle regole dell’antica arte militare fu rispettata in quella guerra, perché fu la “prima guerra moderna”, in cui dei civili si fece carne da macello. In Vandea le armi principali furono le preghiere nelle chiese solitarie, le corone di rosario agli occhielli, i “sacri cuori” cuciti agli abiti, le processioni e le riunioni nei boschi, i giuramenti di rifiutarsi al reclutamento, i racconti dei miracoli, fu la rivolta di tutto un popolo, in cui le congiure erano nascoste dietro l’altare di ogni borgo contadino. I sacerdoti officiarono nelle brughiere e nelle paludi. Per primi s’armano i contadini. Mentre altrove in Francia sono state le classi superiori ad avere spinto il popolo, nella Vandea cristianissima è il popolo a incitare le classi superiori. A dispetto di certa storiografia, i contadini della Vandea non erano monarchici più di altri, non furono supini sostenitori dell’Ancien Régime. Erano profondamente cattolici. L’origine di questa fedeltà vandeana alla chiesa ebbe radici antiche, affonda in un passato di simpatie calviniste e nell’opera di catechizzazione dei missionari della Compagnia di Maria e delle Figlie della Saggezza.

Il generale vandeano era un venditore ambulante. Si chiamava Jean Cathelineu, per tutti “il santo d’Anjou”. E’ intento a impastare il pane, quando sente la voce che gli comanda di alzarsi e mettersi a capo di questa guerra santa. Guida una folla armata di falci, bastoni e pochi fucili, in cui le donne, nei campi e nei boschi, pregano in ginocchio per la vittoria dei loro mariti e figli. Da ogni angolo della regione si leva un augurio che è un grido di odio verso i giacobini e il loro ateismo. I vandeani conquistano le città e poi le abbandonano. La facoltà di dissolversi e ricomporsi è la loro forza e la loro debolezza. Guidati dal santo di Anjou attraversano a decine di migliaia la Loira per liberare Nantes, per coinvolgere nella loro guerra i fieri “chouans” realisti della Bretagna.
Papa Karol Wojtyla ha beatificato, durante il suo pontificato, 164 di questi “martiri” della Rivoluzione francese. Nel corso di una controversa visita in Vandea, pronunciò un discorso ben lontano dal revanchismo. Nel rendere onore ai vandeani caduti nell’impari lotta contro le armate illuministe, Giovanni Paolo II sottolineò la loro testimonianza di fede, ma trascurò, se non addirittura condannò, il senso politico della controrivoluzione. Forzando un po’ la storia, il Papa affermò che anche i vandeani “desideravano sinceramente il necessario rinnovamento della società”, circoscrisse alla difesa della libertà religiosa la loro ribellione, non tacque i “peccati” di cui anch’essi si erano macchiati nell’asprezza della lotta (sanguinose furono le rappresaglie vandeane contro i rivoluzionari).
Anche nella chiesa cattolica ci sono opinioni differenti sulla Vandea. Padre Giuseppe De Rosa sulla Civiltà Cattolica ad esempio ha scritto che la guerra di Vandea di due secoli fa andrebbe guardata con maggiore “spirito critico”, senza farne una “bandiera” e, tanto meno, il “simbolo dell’autentico cristianesimo”. Di diverso avviso l’arcivescovo di Bologna, cardinale Giacomo Biffi, secondo il quale “in quanto è avvenuto in Vandea trovano le loro premesse le stragi che hanno insanguinato l’intero XX secolo in nome o di un assurdo ideale di giustizia, o di un’aberrante esaltazione di una nazione o di una razza, o di un egoismo mascherato da civile comprensione”.

La Vandea come preludio di Auschwitz, del Ruanda, del Gulag. Lo storico della Rivoluzione francese Jules Michelet parla così dei vandeani: “Ci imbattiamo in un popolo sì stranamente cieco e sì bizzarramente sviato che si arma contro la Rivoluzione, sua madre. Scoppia nell’ovest la guerra empia dei preti”. Anche un figlio dei Lumi come Andrè Glucksmann ha definito la Vandea “la prima Glasnost dopo i giorni del Terrore”. E’ la rivelazione del male compiuto da Robespierre. E anche Jean Tulard, docente all’Università Paris IV ed esperto di Vandea, paragona le azioni dei giacobini agli eccidi ordinati da Stalin. Gli storici non amano i paragoni con l’Olocausto. Ma della Vandea parlano come di un “popolicidio”, mentre a lungo storici marxisti hanno letto la guerra di Vandea come una guerra della borghesia centralizzatrice delle città contro il popolo contadino.
Varrà la pena di ricordare che i vandeani sono stati sterminati con metodi non dissimili da quelli nazisti. Così si legge sul Bollettino ufficiale della nazione: “Bisogna che i briganti di Vandea siano sterminati prima della fine di ottobre. La salvezza della patria lo richiede”. I vandeani sono considerati degli “ominidi”, delle sottospecie di uomini, e in quanto tali non aventi diritto a un territorio.
Il nome stesso Vandea viene eliminato, deve scomparire. Si assegna un nuovo nome alla Vandea chiamandola “dipartimento Vendicato”, per esprimere appunto questa volontà di ripopolare quella parte di Francia un tempo abitata da “cattivi francesi”.
Quello della Vandea è il primo genocidio della storia ideologica del mondo contemporaneo. Le Colonne infernali, tagliagole al comando del generale Louis Marie Turreau, devastarono la regione con feroce acribia cartesiana. Fucilazioni, annegamenti, falò di parrocchie zeppe di civili, camere a gas. C’era l’onta di un pezzo di Francia che aveva osato levarsi contro la volonté générale, ma anche il diffondersi d’idee malthusiane in una Francia attanagliata dalla fame per colpa della stessa rivoluzione. Così i giacobini concepirono, votarono all’unanimità e realizzarono l’annientamento di un gruppo umano religiosamente identificabile. Con ben due leggi, scritte e conservate negli archivi militari: il 1° agosto si decise la distruzione del territorio, degli abitati, delle foreste e dell’economia locale; il 1° ottobre si ordinò lo sterminio degli abitanti, prima le donne (“solchi riproduttori”) poi i bambini. Leggi in vigore fino alla caduta di Robespierre, nel luglio 1794. Tutto come Hitler prima di Hitler. Si usò in Vandea il termine “race”: un vocabolo che, di conio illuminista (Voltaire, Buffon, l’Encyclopédie), produsse lì subito l’idea di una “race maudite” da estirpare. Bertrand Barère, membro del “Comité de salut public”, gridava dalla tribuna: “Quelle campagne ribelli sono il cancro che divora il cuore della Repubblica francese”.
Quanti furono i morti? Un vandeano su tre? Centoventimila o seicentomila, come sostiene lo storico Pierre Chaunu?

il massacro dei Lumi- il Foglio


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NERIO DE CARLO E LA MEDIOCRE VENEZIA

 

UN CERTO professor Nerio De Carlo, che per motivi a me ignoti, continua a collezionare contatti tra gli autonomisti-indipendentisti veneti, prosegue nello sparar cazzate sul lascito culturale veneziano, e credo non esiterebbe tanto a buttare nell’immondizia il nostro gonfalone e tutta la  storia millenaria che porta con sé.

Oggi ha riportato un giudizio “tranchant” del povero Prezzolini (Perugia, 27 gennaio 1882 – Lugano, 14 luglio 1982)  Nato “per caso” (come amava dire) a Perugia da genitori senesi, ma assolutamente toscano nei pregi e .. nei difetti. Ecco cosa scrisse nel 1915 (la data dice molto, secondo me, siamo in piena retorica nazionalistica).

Nerio de Carlo
5 h ·
Venezia occupò le città croate della costa e le isole per favorire i propri traffici e per contrastare la concorrenza. Quando fu necessario ripopolare quei luoghi dopo le pestilenze “vi trasportò popolazioni croate, albanesi, montenegrine. Quando fu costretta a ritirarsi nel 1796, “non formavano tutti insieme 25.000 anime, circondate da un paese povero, malarico, barbaro, senza strade, senza scuole, senza giustizia”.- La missione italiana di Venezia nell’Adriatico è soltanto un artificio retorico, creato dagli intellettuali del Risorgimento per meglio giustificare le rivendicazioni dello Stato unitario (Giuseppe Prezzolini, La Voce, Firenze 1915, Edizioni Biblion 2010).

Cari Prezzolini e De Carlo, Venezia non “occupò” proprio nulla, anzi, mi risulta che una città della costa dalmata, non fu accettata nello stato confederato veneto, malgrado le sua insistenze, perché base dei famosi “pirati narentani” e quando il barone Rukovina, plenipotenziario austriaco, si trovò a prender possesso delle città della costa dalmatina nell’agosto 1797, fu costretto, a furor di popolo (di etnia veneta ma anche serba o albanese) a presentare gli onori militari alla bandiera marciana che veniva ammainata tra lacrime e pianti universali. “Universal, amarissimo pianto”, scrisse un serbo di Perasto, il Conte Viscovich.

Esistono le cronache dell’epoca, a Zara, in altre località, fino all’addio celebre di Perasto ove fu pronunziata la frase “Ti con nu nu co ti”. Rukovina trovava queste cerimonie “lugubri” m vi si assoggettò per ingrazìarsi le popolazioni fedelissime a San Marco.

Prezzolini aveva così in odio l’italietta mediocrissima nata dal risorgimento massonico, che se la prese persino con l’enorme lascito di civiltà di Venezia (che aspettarsi, del resto, da un certo tipo di toscano? solo invidia 🙂 ) credo per il fatto che l’Italia (unita controvoglia) cercava di impadronirsi del suo retaggio (vedi D’Annunzio, con i suoi aeroplanini e il “Ti con nu nu con ti” preso come motto) spacciandola per civiltà italiana tout court, per aver la scusa di espandersi territorialmente tra gente che molto spesso la detestava.

Per fortuna, Macchiavelli, altro toscano contemporaneo all’epoca d’oro della nostra capitale, era di tutt’altro avviso: si stupì nel vedere (da osservatore inviato dai fiorentini),  un contadino veronese rivoltoso gridare all’imperatore Massimiliano della Lega di Cambrai, ” mi son marchesco e marchesco voj morir!” preferendo farsi impiccare pur di non abiurare la sua Patria veneta e veneziana…  e Montanelli, per continuare la serie dei toscani “giusti” disse che la civiltà veneta non si poteva definire italiana.

Povero prezzolini (minus..): l’italietta unita solo nelle sue mediocrità, come scrisse Dostoewskji, aveva rinunciato per sempre al carattere universale della sua civiltà, che specie con Venezia, aveva formato più l’Europa che la penisola, dove siamo stati sempre specie aliena.. e non amata.

E oggi mi pare che continui ad esser così. Lei è un perfetto esempio di quanto le siamo alieni, con la nostra storia, che confonde con quella genericamente italiota.

Mi stia bene, resti in Germania (dove mi dicono si trovi ora), veda di NON trasferirsi in Veneto.

PER CAPIRCI MEGLIO: I PADRINI DEL “RISORGIMENTO” tra massoni e mondo protestante.

di Fabio Calzavara

eugc3a8ne_delacroix_-_la_libertc3a9_guidant_le_peuple-500x395La rivoluzione francese del 1789 fu un avvenimento violento e sanguinario senza precedenti, venne  causata, oltre che dalle dissipazioni del Re Luigi XVI, della sua Corte e della burocrazia statale, dall’enorme debito per le ingenti spese di guerra contratto con i grandi banchieri (i Rothschild tra questi) i quali, infatti, la istigarono assieme alle elites “Illuministe” di nobili e borghesi, bramosi di nuovi poteri e rendite.

Lo storico accademico di Francia, Pierre Chaunu, la defini’ une vera “peste nera” europea. Vedi sua intervista su:

http://www.mariadinazareth.it/Martiri/martiri%20in%20vandea2.htm

Il periodo del Terrore francese fu la fucina della nuova classe dirigente giacobina ed i valori neo-liberali furono imposti ovunque sulla punta delle baionette con drastici cambiamenti degli assetti, politici, religiosi, economici e territoriali in tutta Europa.

Alfiere di tale cambiamento, il generale massone Napoleone Bonaparte invase e distrusse proditoriamente con false motivazioni antichi Stati (come la millenaria Repubblica Veneta) e ne creo’ di nuovi (come il Regno d’Italia) sul modello centralista francese e di stampo nepotista, sconvolgendo vita, tradizioni e commerci del tempo, facendo pagare lacrime e sangue ai Popoli sottomessi le pretese “liberte’, egalite’, fratenite’”.

La Francia giacobina e la Gran Bretagna protestante furono determinanti nel processo di unificazione del nuovo Stato italiano per un loro preciso obbiettivo politico-economico, promosso e gestito dalla Massoneria, volto alla conquista militare di nuovi “mercati” e territori di influenza (vedasi questione della diffamazione del massone William Ewart Gladstone, primo ministro britannico nei confronti del Regno di Napoli e Sicilia:http://it.wikipedia.org/wiki/William_Ewart_Gladstone#Gladstone_e_l.27Italia )

Su questo punto, storici e scrittori di fama osservano che soprattutto l’Inghilterra era la potenza europea maggiormente interessata ai giochi di potere nel Mediterraneo e quindi favorevole alla la creazione di un nuovo Stato che, oltre ad ampliare i suoi commerci, contenesse agli espansionismi francese ed austriaco.

 

 

201 anni fa: a Waterloo Napoleone come nemico ebbe anche le emorroidi. Disturbi e fisico spiegano la sua personalità disturbata ?

  • Slag bij Mont-Saint-Jean of Salg bij Waterloo18 juni 1815

    Waterloo 18 juin 1815

    di Luigina Pizzolato

    Chissà perché in Italia nessuna via o piazza è dedicata a Waterloo, considerato  sinonimo solo di disfatta e catastrofe. Eppure esistono anche vie dedicate a Lissa e a Custoza, a Waterloo la catastrofe non è stata nostra.

    A Waterloo, a pochi chilometri da Bruxelles, 101 anni fa, il 18 giugno 1815 Napoleone fu sconfitto definitivamente.  Ad avere ragione dell’esercito francese furono le truppe britanniche comandate dal generale Wellington e quelle prussiane comandate da Blücher della settima coalizione, che  raccoglieva militari di varie lingue e origini. waterloo_napoleon_aware_of_his_defeat

    A 46 anni Napoleone non era più il vigoroso condottiero degli anni  giovanili, ma un uomo malato, appesantito, affetto da cistiti ricorrenti, scabbia, disturbi cronici del fegato e da una gastrite probabilmente ulcerosa.(Di un male allo stomaco, probabilmente un cancro, sarebbe morto 6 anni più tardi a Sant’Elena.) Da sempre soffriva di stitichezza, il fratello Gerolamo  gli aveva suggerito anni prima di usare le sanguisughe come terapia per le emorroidi conseguenti alla stipsi, come lui stesso aveva fatto con successo.

    Un violento attacco di emorroidi aveva colpito Napoleone proprio in occasione della battaglia di Waterloo. Tanto grave da impedirgli di partecipare alle azioni obbligarlo a camminare a gambe larghe e a rimanere seduto al tavolino da campo.

    Le emorroidi, dette anche ”mal della sella” gli impedirono di cavalcare e lo costrinsero a difficoltosi spostamenti in carrozza,  in gran parte la battaglia fu condotta da Napoleone da dietro le sue truppe, seduto. A un certo punto i dolori si fecero talmente forti che l’imperatore fu costretto a  farsi applicare dai  medici impacchi di acetato di piombo sulla parte infiammata e dosi massicce  di laudano (tintura d’oppio), che notoriamente provoca torpore.. Tutto questo mentre dall’ altra parte il rivale Wellington cavalcava instancabile da un lato all’altro del suo schieramento.

    Non è difficile immaginare come le sue capacità di comando in simili condizioni risultassero fortemente compromesse. Tra i suoi marescialli erano tornati molti  di quelli che avevano tradito dopo l’esilio all’Elba, ma  non erano più affidabili come ai tempi migliori. La premesse per una disfatta c’erano tutte, da ultime si aggiunsero le condizioni sfavorevoli del terreno, dovute al maltempo.
    In quella epica giornata la fortuna arrise  al Duca di Wellington, che come souvenir ricevette in dono dal suo governo l’enorme statua, opera di Canova, che Napoleone non aveva gradito. Tuttora conservata nell’atrio di casa, dagli eredi, trofeo offerto all’ammirazione dei turisti.
    napoleo
    I  tanti disturbi da cui era affetto probabilmente hanno contribuito a rendere il carattere di Napoleone … quello che era. Era piccolo di altezza e questo avrebbe determinato una  sua sete di rivalsa sul mondo. Si risentì anche con lo scultore Canova, che nella famosa statua lo aveva ritratto nudo e di altezza troppo imponente, sospettando che l’artista volesse intenzionalmente sottolineare la sua bassa statura.Napoleon-Canova-London_JBU01Questa particolare sindrome, detta anche ”del nano” o complesso di Napoleone si manifesta con  blocchi psicologici che possono essere simili e ascrivibili a quelli del più tradizionale complesso di inferiorità, con l’aggravante appunto dalla scarsa statura che può sminuire le capacità. Coloro che ne sono affetti sono quindi più insicuri ma anche molto più aggressivi, per compensare la sensazione di essere troppo piccoli in un mondo di grandi. Questo  determinerebbe  maggiore gelosia, ambizione e volontà di rivalsa ed esporrebbe maggiormente a comportamenti discutibili e a volte pericolosi nei confronti delle altre persone. E’ una sindrome psicologica che non ha evidenze scientifiche rilevanti, ma alcuni biologi e ricercatori australiani hanno studiato e osservato che nel mondo animale è facile osservare comportamenti che riconducono a questo particolare complesso.

IL LEONE VENEZIANO VOLATO A LEOPOLI, SCOPERTO DA UN AMICO

Di Dan Morel Danilovich

167309_1791815925853_2185756_nMai avrei creduto di trovare un pezzo della mia Patria cosi lontano dalla mia Terra… ma è risaputo che noi Veneti dove si poteva commerciare sempre si metteva in uso un fondaco (magazzino per le merci) e dove arrivava un mercante da Venezia, subito la nostra Repubblica avviava il commercio e delle relazione diplomatiche, inviando in loco un ambasciatore, che si insediata in un palazzo degno a rappresentante la Serenissima, ovviamente dopo comunque aver posto sull’edificio che ci ripresentava il nostro San Marco in forma de leon (di leone).

La città, conosciuta da Veneti col nome di leopoli (dal latino Leopolis), ha avuto tanti nomi quanti sono stati i suoi dominatori. In origine era Lev, dal nome del figlio del principe Danylo Halytshy, che fondò, nel 1222, la fortezza sulla sommità di una collina. La posizione strategica e la città fortificata permise al piccolo insediamento di allora di diventare subito un importante centro commerciale.

Le successive occupazioni, cominciando dai polacchi, portarono la città cambio a cambiare spesso il suo nome, per i polacchi era Lwow. Quindi, quando gli austriaci la incorporarono nel loro regno, la denominarono Lemberg, infine i russi la battezzarono L’vov. Ora la trovate sulle carte geografiche dell’Ucraina, una grande terra tutta da scoprire, col nome di L’viv.

Gli abitanti di Leopoli vanno orgogliosi della loro grande piazza del mercato (Ploscad Rynek), su cui si affacciano i più bei e antichi palazzi della città. Questi sono stati dichiarati dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità. Tra questi 40 edifici, l’ambasciata della Serenissima del 1598. l’antico edificio, conosciuto ancora oggi col nome del suo antico e primo proprietario, Palazzo Massari.

Antonio Massari (Dalmata) altro non era che un ricco Mercante Veneziano, che nel 1610 venne insignito dal Bailo di Pera, quartiere veneziano a Costantinopoli, del titolo di ambasciatore al fine di tutelare gli interessi della nostra Repubblica. L’attività del Massari non si limitava al commercio di tessuti preziosi e molto rari, ma andava ben oltre, instaurando contatti culturali con l’università di Padova dove molti abitanti del luogo studiavano medicina e giurisprudenza. La ben fornita biblioteca di Ledopoli ha tutto’oggi, tra i suoi volumi numerose opere, stampate e proveniente da Venezia, dove la libertà dell’arte tipografica permetteva al libero pensiero di dare alle stampe, sia in lingua toscana che latina, i libri più svariati e per gli argomenti più diversi.

Tornando all’ambasciata Veneta, troviamo sopra il portale, su una mensola in pietra, il Leone Marciano andante verso destra (cm 45×70), avente libro aperto in maniera anomala e riportante la data 1600. Il felino si presenta con muso accorciato, lingua al di fuori (il che fa pensare che sia proveniente dall’Istria o dalla Dalmazia), ali divergenti, coda svolazzante e poggia su terreno e su onde, stante a significare come ben sapete i possedimenti Veneti di Terra e di mare. Oggi l’Ambasciata Veneta è utilizzata ad uffici e il fondaco a birreria… mentre le nelle sue cantine è stato ricavato un Pub… che merita di essere visitato… dimenticavo si entra solo con la parola segreta “Slava Ukraina”.