LA MORALITA’ DEL DOGE E IL SUO CONTROLLO

il Doge Loredan ritratto da Vittor Carpaccio

Il futuro Doge, prima di essere eletto, doveva depositare l’intera documentazione del suo stato patrimoniale. Doveva giurare di non agevolare né direttamente né indirettamente se stesso, nessun parente o amico. (Quasi come ai giorni nostri sic!)

Alla sua morte era effettuata, a partire dal 1501, un’accurata verifica dagli Inquisitori sopra il Doge defunto sui comportamenti adottati e, nel caso fossero stati riscontrati arricchimenti rispetto allo stato patrimoniale al momento dell’elezione, erano tutti senza nessuna esclusione considerati illeciti.

Questa verifica aveva inizio subito dopo l’avvenuta morte del doge e generalmente si concludeva prima dell’elezione del successore. In caso di riscontri positivi gli eredi erano tenuti a rimborsare lo Stato, come è avvenuto, tra gli altri, agli eredi del doge Leonardo Loredan.

Malgrado quest’ultimo avesse fatto dono di un’enorme ricchezza alla Serenissima (alcuni dicono 100.000 ducati) gli inquisitori riscontrarono un arricchimento illecito per 2700 ducati, di gran lunga inferiore alla donazione fatta dal doge; gli eredi furono quindi obbligati a rimborsarli allo stato.

Questo accertamento durò circa due anni.

Almeno una volta l’anno, generalmente il primo giorno dopo la convocazione del Consiglio dei X, dopo la festa di San Gerolamo (30 settembre), al doge era ricordato, onde evitare scappatoie quali sono anziano, non ci vedo bene, non ricordo ecc. da un ragazzino che gli leggeva in integrale il testo della Promissione a cui aveva giurato di essere osservante.

Il nome del doge era impresso sulle monete mentre era tassativamente proibito effigiarne il volto.

FIILIPPI EDITORE VENEZIA

EX CINERIBUS FELTRIS, DALLE CENERI DI FELTRE DISTRUTTA DAGLI IMPERIALI

Feltre veneta con il castello nello sfondo

Quello che accadde a Feltre tra il 1509  e l’anno seguente, sembra una cronaca della II guerra mondiale, con civili e truppe massacrate per rappresaglia senza alcuna pietà (pietà l’è morta diceva una canzone). Ne avevo accennato in un altro articolo, in questo più completo, parto dall’inizio, con l’arrivo della bandiera imperiale a Feltre, contro la volontà dei suoi cittadini, grazie al tradimento di alcuni nobili filo imperiali. Quanto avvenne dopo è un vero film dell’orrore. 

 

All’interno dell’epica generale della guerra di Cambrai, la città di Feltre ha una sua epica particolare. Ridotte all’osso le cose andarono nel modo che segue.il primo luglio 1509, l’imperatore Massimiliano entrò a Feltre senza dover combattere perché alcuni patrizi di spirito filoasburgico (in cittè presenti a quel tempo come oggi) avevano predisposto segretamente ogni cosa. L’imperatore ebbe accoglienza calorosa.
Si cantò il TeDeum in cattedrale e fu organizzato un ballo nel palazzo del comune.
Massimiliano prese alloggio nel Vescovado, e dopo pochi giorni ripartì, lasciando un presidio delle proprie truppe.
Poche settimane tuttavia, e un’altra frazione del patriziato urbano organizzò un blitz, che favorì nottetempo il rientro in città delle truppe veneziane. Seguì a quel punto, il massacro a furor di popolo del presidio imperiale.
Quando la notizia raggiunse Massimiliano, si preparò immediatamente la rappresaglia. Il 3 agosto 1509 furono scorti sotto le mura di Feltre alcuni soldati imperiali a cavallo. Ammazzavano chiunque incontrassero. L’esercito vero e proprio attendeva poco distante, e infine diede l’assalto alla città. Riuscì ad entrarvi.
I mercenari tedeschi dell’imperatore saccheggiarono tutto il possibile ed infine si diedero all’eccidio indiscriminato. Passarono a fil di spada tra i 200 e i 400 feltrini.
Ma nel novembre 1509 Feltre tornò in mano ai veneziani. Venne massacrata una seconda guarnigione imperiale, asseragliatasi nel castello della città (ls torre di Alboino ndr). Furono risprmiati il capitano e due soldati. Al capitano vennero cavati gli occhi. Ai due soldati, che ebbero in consegna il capitano accecato, affinché lo consegnassero all’imperatore, vennero invece amputate le mani.
Non passò nemmeno un anno. Ai primi di luglio del 1510 si diresse verso Feltre un grosso contingente di truppe. Cavalli, fanti. Qualche bocca da fuoco. Sventolava l’aquila a due teste di Massimiliano I-
Bastarono poche cannonate contro le mura, più che altro di avvertimento. Le truppe entrarono in ccittà senza colpo ferire. Porte e finestre erano sprangate. Un silenzio irreale. Gran parte dei feltrini si erano dati alla fuga memore dell’eccidio dell’anno precedente. I veneziani, consci del fatto che Feltre non era difendibile, avevano per tempo sguarnito la città e portato via l’artiglieria pesante…

 

Le truppe imperiali saccheggiarono la città liberamente. Ammazzarono i pochi che incontravano… Sfondarono le porte delle chiese a colpi di colubrina. Bevettero il vino delle cantine. Tre giorni di questo carnevale e una voluta di fumo salì nel cielo. E poi le fiamme. Alte e grandi. Fiamme a non finire. Per tre giorni e tre notti. I tetti sfrigolarono. Insieme alle case, ai libri, alle madie, alle cassapanche e a ogni altra vanità.
Infine si levò un giorno grigio che svelava montagne di cenere e rovine. Odore forte di abbrustolito, io immagino, qua e là macerie fumanti.
Feltre venne rasa al suolo. I documenti non lasciano dubbi. il fuoco divorò il 70 % della città, borghi compresi. Per riprendersi da quel cataclisma ci vollero parecchi decenni. Gli studiosi hanno architettato molte spiegazioni di quanto accadde. Si sostiene ad esempio che siano stati i feltrini stessi ad imbandire quella griglia centigrada per arrostire la canaglia tedesca, come gli abitanti di Mosca all’arrivo di Napoleone. Ma non vi sono dubbi sul fatto che la tecnica del “taglia e brucia”, per l’esercito di Massimiliano I, era una strategia militare di prammatica.

-tratto da La via di Schenèr: Un’esplorazione storica nelle Alpi disponibile on line

 

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LA DEVOTA DI CALDEVIGO, UN MONDO PERDUTO?

Statuina erroneamente chiamata la dea di Caldevigo in realtà raffigura una donna orante con le braccia aperte che invoca la divinità la possiamo definire anche: “la devota di Caldevigo”. Il bronzetto e bellissimo colmo di patos e di grande religiosità: raffigura una sacerdotessa, vestita con grande accuratezza con una acconciatura speciale ed elaborata a forma conica che ricorda indubbiamente il famoso e raffinatissimo “Elmo di Oppeano”. Questa sacerdotessa, traboccante di dolcezza, incarna il mondo venetico del IV secolo ante era volgare. Un mondo magico irrepetibile distrutto anche dal cristianesimo. Non conosciamo ormai più la trascendenza, e il vero potere della preghiera.

PUBBLICATO DA LUIGI PELLINI

Pellini ci porta  dentro al mondo della religiosità di paleo veneti, assolutamente diverso da quello dell’uomo moderno: ma la rottura, fu veramente l’avvento del Cristianesimo? Io credo di no, il cristianesimo fu il frutto dell’Ebraismo ma anche del mondo pagano maturo ellenico, e una religiosità profonda continuò almeno fino al Medio Evo e oltre. La vera rottura col mondo religioso, col trascendente, avvenne con l’avvento dei Lumi prima e con la Rivoluzione francese poi, che minò alla radice il rapporto tra l’Uomo e la Religiosità preparando il mondo edonista e materialista odierno, succeduto al tramonto delle ideologie dopo le tragedie immani del Novecento. 
L’Uomo si è illuso di poter escludere l’idea di Dio dalla sua vita, ma pare brancolare nel buio più totale, Venezia stessa, per liberarsi del Papa, si era messa sotto le ali di san Marco,  ritenendo che una società non potesse reggere senza un profondo legame col cristianesimo. La basilica marciana e le tante chiese veneziane questo ci dicono.
 

I CORRIERI DELLA POSTA VENETA, I CAVALLANTI

pagina miniata della mariegola dei cavallanti

Fu grazie a Venezia e alla famiglia Tasso (proprio quella del famoso poeta) bergamasca, se in Europa nacque il primo servizio postale in senso moderno, tramite i “cavallanti”, dei postini ante litteram che distribuivano la corrispondenza prima nel territorio di san Marco poi nello stato pontificio e nell’impero germanico. Ma partiamo dall’inizio:

Lungo le correnti di traffico mercantile troviamo i corrieri veneziani, cioè dei privati corrieri che percorrevano l’Europa dei secoli passati per trasportare le lettere. In periodo già precedente all’anno mille nacque a Venezia, o meglio a Rialto, il sestiere che per tanti secoli fu il punto centrale della vita economica veneziana, la professione del corriere, resa necessaria dal vitale bisogno di scambio delle notizie proprio dell’attività mercantile. Tra i corrieri che esercitavano questa attività, si distinsero alcuni che provenivano dal bergamasco, in particolare dalla Val Brembana e tra questi alcuni della famiglia Tasso, che portarono a Venezia la loro esperienza già acquisita in passato.

Una delle date importanti per i corrieri veneziani fu il 6 gennaio 1305 (secondo il calendario veneziano che faceva iniziare l’anno il 1° marzo, quindi in realtà è da intendersi il 6 gennaio 1306 secondo il nostro calendario), quando il Maggior Consiglio decretò che tutti i corrieri operanti a Venezia fossero sottoposti al controllo dei Provveditori di Comun, la Magistratura preposta al controllo delle tariffe. Questa data è da considerarsi importante per i corrieri perché per la prima volta lo Stato ne riconosceva ufficialmente l’attività e li gratificava di notevoli vantaggi, quali l’esercizio privatistico della loro professione. Nacque così la Compagnia dei Corrieri della Serenissima, la cui attività era regolata da uno statuto e da norme precise che costituivano la Mariegola, un volume che raccoglieva tutte le deliberazioni adottate dai dirigenti della Compagnia.
I corrieri percorrevano tutti i percorsi dell’Europa, in particolare quelli che conducevano ai mercati ed alle fiere dove si concentrava l’attività mercantile. In questi luoghi i mercanti veneziani giungevano portando le loro merci che acquistavano in Oriente, merci molto ricercate da tutti i popoli europei, ed in questi mercati avvenivano gli scambi commerciali. Non poteva mancare, in questi luoghi, la presenza dei corrieri, perché era di grandissima importanza che le notizie di carattere economico, riguardanti i prezzi, le merci, la presenza dei mercanti, giungessero velocemente: prima le notizie arrivavano, e migliore era il risultato economico degli scambi.

(Adriano Cattani, direttore del Museo dei Tasso e della Storia Postale)

LO STEMMA DEL CADORE E IL SUO SIGNIFICATO, DA UN QUADRO DEL VECELLIO

Il quadro a cui ci riferiamo è quello conservato nella sede della Magnifica Comunità del Cadore, oggetto di altra nota.  Aggiungiamo a completezza quanto riportato nel libro di Giovanni Fabbiani “Breve Storia del Cadore” edito dalla Magnifica Comunità stessa:

Circa dal Quattrocento lo stemma del Cadore è composto da due torri con in mezzo un abete legato alle torri da una catena. Le torri ricordano i castelli di Pieve e Botestagno, la catena significa l’unione di tutta la Regione (l’albero era forse in origine il tiglio intorno al quale si si riunivano le assemblee popolari dei capifamiglia). WIN_20160805_17_42_52_Pro

AD AGOSTO IL PALIO DI FELTRE FESTEGGIA LA DEDIZIONE A VENEZIA MA HA ORIGINI PIU ANTICHE

Le Origini del Palio

sfilata_palio_feltre_040bDopo gli estenuanti conflitti legati alla signoria dei Da Carrara, a cui Feltre si era legata suo malgrado nel 1363, la città finì con l’essere posseduta dal duca di Milano Giangaleazzo Visconti.
In memoria della data in cui Feltre era entrata a far parte dei dominï del duca, il 7 dicembre 1388, la comunità feltrina aveva stabilito che ogni anno in quel giorno gli ordini cittadini e le “scole” si sarebbero dovuti recare in processione alla cattedrale per partecipare ad una messa solenne di ringraziamento.
Avrebbero dovuto inoltre porre un premio (unum bravium) di ben quindici ducati d’oro perchè si svolgesse una gara di cavalli.sfilata_palio_feltre_091b

Alla morte del Visconti, avvenuta nel 1402, si riaprirono i conflitti nella marca veneta. I Da Carrara rivendicavano, infatti, il possesso di Feltre come di altre città del territorio. I feltrini, timorosi di cadere nuovamente nelle mani dei carraresi e incapaci, del resto, di opporsi alle loro insidie, seguirono l’esempio di Vicenza e decisero di affidare il governo della loro città alla Repubblica di San Marco.

Ai feltrini pareva essere l’unica potenza vicina capace di offrire prospettive rassicuranti in un mondo sconvolto dalla guerra.sfilata_palio_feltre_030b

L’atto di annessione ebbe luogo in modo solenne il 15 di giugno del 1404 mentre ancora la guerra infuriava. Il senato veneto aveva inviato a Feltre un suo ambasciatore, il patrizio Bartolomeo Nani, il quale, nella ‘maggior piazza’ di Feltre gremita di gente, riceveva dal delegato feltrino Vittore dei Muffoni da Cesio le chiavi della città e giurava nelle mani del Muffoni che il senato veneto avrebbe sempre rispettato gli statuti feltrini. La folla, dicono gli storici, inneggiò entusiasta a San Marco e alla repubblica lagunare.

I festeggiamenti si protrassero in città per alcuni giorni e, come già era accaduto all’alba del domino visconteo, la comunità decretò che annualmente fosse “celebrata solennemente la Festa di san Vito che fu il 15 di giugno del 1404, giorno in cui Feltre si diede alla Serenissima, con una solenne processione di tutti gli ordini della città, del clero, delle autorità civili e religiose verso la chiesa maggiore o a quella di Ognissanti, con l’offerta di candele e di solenni oblazioni e che in tal giorno sia posto un premio di quindici ducati d’oro perché si corra coi cavalli”.

Da quel momento Feltre con tutto il Feltrino entrava a far parte dello stato Veneziano. Vi sarebbe rimasta fino all’arrivo delle truppe di occupazione guidate da Napoleone Bonaparte, sul finire del XVIII secolo.

Qui trovate il programma della manifestazione http://www.paliodifeltre.it/la-storia-del-palio.html