I FRATELLI CIMBRI DI ASIAGO RICORDANO LE STRAGI NAPOLEONICHE IN ALTOPIANO

Nove luglio 1809, l’Altipiano di Asiago insorse contro le imposizioni francesi chiedendo libertà ed autonomia e rifiutando di versare le tasse ritenute particolarmente esose dai capifamiglia.  Nelle prime schermaglie le truppe di Napoleone furono sconfitte e costrette ad abbandonare prima Asiago poi l’Altipiano.

La reazione francese fu immediata: con l’uso dell’artiglieria l’esercito francese riprese il controllo dei paesi con una repressione sanguinosa. Oltre duemila altipianesi, soprattutto donne, anziani e bambini, vennero trucidati. Solo ad Asiago furono settanta le persone uccise ed i loro corpi esposti sugli alberi come segno di sconfitta dei Cimbri.

Questa tragedia sarò ricordata il 9 luglio prossimo, al Parco delle Rimembranze  di Asiago (ex cimitero di guerra) con una cerimonia organizzata dalla Federazione dei Cimbri dei Sette Comuni…

L’articolo del Gazzettino è questo, potete leggerlo interamente, ringrazio Luciano Dorella per la segnalazione.

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FATTI (E MISFATTI) ALL’OMBRA DEL TRICOLORE NEL 1797 L’ECCIDIO DI MUSSOLENTE DI BASSANO

stemma di Mussolente

stemma di Mussolente

Le notizie di stragi compiute dai «liberatori» francesi duecento anni fa iniziano a filtrare e s’incrina così il muro di silenzio, anzi la drastica torsione valutativa imposta dai libri di scuola sulla prolungata presenza nella Penisola — dal 1792, tempo della guerra tra Francia repubblicana e monarchia sabauda, al 1814 quando gli austro-russi dilagano nella valle Padana dopo la caduta di Napoleone I — delle truppe napoleoniche. Nel Mezzogiorno questa riscoperta si caratterizza come meno sporadica — il numero di episodi che riaffiorano è elevato — e più massiccia — il numero delle vittime e l’efferatezza degli episodi. Su quanto accaduto nella parte settentrionale del paese, viceversa, pare non sia accaduto nulla di questo genere. Tuttavia anche qui, anche se a goccia a goccia, qualcosa comincia a emergere.

Ne fa fede un piccolo — ma quando c’è di mezzo un eccidio si può parlare di piccolo o grande? — episodio che è stato scoperto in Veneto da uno storico locale nel ricostruire i lineamenti storici dell’occupazione militare francese della provincia trevigiana nel 1797, negli ultimi mesi della Repubblica di Venezia.

Il 2 febbraio di quell’anno, a Mussolente, villaggio che conta oggi poco più di settemila abitanti, a sei chilometri da Bassano del Grappa, cinque poveri contadini — Andrea Polo, Sguardo Polo, Francesco Guadagnin, Giuseppe Fontana, Baldissera Orso — sono fucilati «sul posto» da un reparto francese dell’armata del generale André Masséna, in ritirata dalla Valsugana — dopo il ciclo di battaglie del gennaio precedente, passate alla storia con il nome di Rivoli Veronese —, perché hanno tentato di difendere il raccolto, le bestie, i viveri di cui i rapaci soldati d’Oltralpe volevano appropriarsi con la forza. Un episodio passato del tutto nel dimenticatoio e solo oggi, grazie alla solerzia della preziosa storiografia locale — quella, magari, come in questo caso, formata da storici, de facto anche se non nelle doti spesso di prim’ordine, «della domenica» — riemerso alla luce e che ci interpella.

la villa che ospitava il comando francese, in cui furono trucidati i poveretti

la villa che ospitava il comando francese, in cui furono trucidati i poveretti

Dunque, una strage gratuita, un atto di brutalità finalizzato a terrorizzare le popolazioni contadine italiane — di cui peraltro Bonaparte ebbe sempre, e a ragione, paura — di allora e ad asseverare il presunto diritto delle truppe «liberatrici» di estorcere a loro piacimento beni ai loro proprietari terrieri e ai loro poveri intendenti in loco — si badi bene: appartenenti a uno Stato dichiaratosi neutrale, con cui di conseguenza la Francia non era in regime di belligeranza.

Mi domando: quanti altri sfregi del genere le nostre popolazioni hanno dovuto subire in quegli anni? Si è parlato nei mesi scorsi di un «armadio della vergogna», in relazione alla scoperta di un archivio in cui sono stati — per alcuni colpevolmente, per altri doverosamente — sepolti per decenni i dossier penali relativi a stragi compiute da soldati italiani nei Paesi occupati, in specie nei Balcani, rimase quindi impunite. Quantidossier dovrebbe contenere un «armadio della vergogna» dedicato a queste stragi, che vedono coinvolti i nostri antenati, ma non per questo sono state meno reali e dolorose? Non si può non osservare che, se di alcuni eccidi compiuti nel secondo conflitto mondiale — da tedeschi, truppe italiane, milizie fasciste o partigiani — quanto meno esiste undossier, magari sepolto dalla polvere, perché qualcuno si è almeno mostrato interessato a punirne i colpevoli, degli eccidi del periodo napoleonico la memoria si è letteralmente dissolta.

Ma — continuo a domandare — in che misura l’imbarbarimento della guerra, dovuto al coinvolgimento dei civili che i francesi «emancipati» attuano, non creerà un precedente, che autorizzerà anche altri eserciti a imitare i «novatori» di Oltralpe? Una liberazione al tal prezzo è una liberazione moralmente accettabile da un popolo — e la grande stagione dell’Insorgenza è lì testimoniarne il rifiuto — e da chi ne deve rappresentare in esplicito i valori, cioè i poteri pubblici? O, almeno, è lecito parlare ancora in termini encomiastici, se non elegiaci, di un ventennio di rapporti tra Francia rivoluzionaria e napoleonica e Italia, che si configura in termini di un assoggettamento totale e di una violenza ancora tutte da narrare, perpetrate dalla consorella transalpina contro i popoli della Penisola? E, da ultimo, è segnale di equità di giudizio dilatare in maniera abnorme, solo perché più recenti e di segno ideologico più gradito, la memoria delle stragi compiute in Italia dalle truppe hitleriane, quasi sempre rappresaglie, dopo l’8 settembre 1943? Perché non parlare invece di due — di tante — occupazioni, entrambe drammatiche e foriere di gravi lesioni e ricadute fatali sulla condizione morale della nazione italiana?

Si discute oggi tanto di memoria condivisa: non so se sia un traguardo raggiungibile, anche perché manca una definizione «condivisa» di che cosa sia tale memoria… Di certo, però, il primo passo in questo senso che occorre fare è sul piano dei fatti, non mutilando la memoria. Bisogna quindi ammettere che l’Italia ha subito sanguinose rappresaglie da parte degli sconfitti dell’ultima guerra mondiale, ma ha anche patito tanti scempi inflittile da troppi «liberatori», e fra questi non si possono non annoverare i rivoluzionari francesi e Napoleone.

Solo in questo orizzonte davanti sarà possibile riconquistare una parte di verità sulla storia d’Italia e, quindi, acquisire una più matura consapevolezza di chi siamo e di dove andiamo come popolo.

* * *

Do di seguito le pezze d’appoggio della mia argomentazione, di cui sono debitore al signor Millo Bozzolan di Seren del Grappa (Belluno), il quale, a sua volta ha avuto notizia dei fatti dal dott. Giorgio Zoccoletto, rinomato storico veneto, autore, fra l’altro, di 1797. L’occupazione napoleonica del territorio trevigiano (Antilia, Treviso 1997). Si tratta (a) di una lettera informativa inviata da Bozzolan al quotidiano Il Gazzettino di Venezia; (b) del testo della denuncia fatta dal capo della comunità di Mussolente al pretore di Asolo (Treviso), nonché (c) della comunicazione di costui al podestà di Asolo Zustinian Badoer (entrambi i documenti si trovano in Archivio Di Stato Di Venezia, Senato Militar Terra Ferma, filza 38).

Oscar Sanguinetti

 

LE CERNIDE VERONESI. COME ERANO ORGANIZZATE ALLA VIGILIA DELLE PASQUE

Di Nicola Cavedini, storico “tradizionalista”.

180617_1824239936433_416979_nA Verona nel marzo 1797, da documenti inoppugnabili, risulta che sia stato attivato per l’ultima volta il sistema delle cernide (come da te correttamente intese). Erano divise in turni settimanali da circa 3000 uomini ciascuna pagati 20 soldi il dì.
>Ecco il documento pubblicato nell’agosto 1880 sulla rivista ARCHIVIO STORICO VERONESE, di O. Perini.

“PIANO PER L’ARMAMENTO DEL TERRITORIO VERONESE (MARZO 1797)
>[183] Saranno giornalmente in azione tre mila uomini di Comuni, distribuiti per Centurie, e serviranno il corso d’una intera settimana, incominciando dalla mattina di Domenica e si dimetteranno immediatamente all’arrivo de’ sostituiti. A questi soldati comuni in azione per ora verrà contribuita la giornaliera paga di soldi 20 per cadauno, non escludendo la [184] generosa volontaria offerta di chiunque servir volesse senza paga.download

Le Centurie, oltre i Caporali, Sergenti, e loro rispettivi capi di Cento, avranno per ogni quattro Centurie due soggetti destinati degli ordini Civico e Territoriale, e due Uffiziali di truppa di Linea, onde vengono nel miglior modo condotti. I soldati comuni saranno forniti di fucile e munizioni, non che d’ogni altra forma che si credesse opportuna.

Nella rassegna da farsi porterà ciascuno le sue armi e munizioni, ed a quelle che non si trovassero opportune, verrà dal pubblico sostituito l’occorrente. Saranno prescelti gli opportuni Comandanti in capite che vegliar dovranno sul Piano Militare ed al buon governo della Truppa destinata alla laudevole impresa suddetta.images

Dal corpo de’ Comunisti della Provincia veronese saranno trascelti ed arruolati tanti de’ più abili a portare l’armi sino al numero di 3oooo, e sarà dovere di ciascheduno individuo arruolato l’esser pronto ad un cenno colla persona, armi e munizioni.PASQUE-VERONESI1

Dalla Truppa di Linea, così d’Infanteria come di Cavalleria verrà prescelto un grosso corpo, che formerà lo Stato Maggiore; e questo prenderà la sua posizione in quei luoghi e punti che saranno creduti i più opportuni. Verranno staccati alcuni minori corpi di Cavalleria che serviranno d’appoggio alli [185] soldati comuni di Cernida e nel caso porteranno, in figura d’Ordinanza, le Superiori Commissioni.maxresdefault

L’Artiglieria sarà assistita da’ rispettivi Artiglieri e dal corpo dei Bombardieri. Il presente Piano provisionale servirà di norma fino ad ulteriori providenze, eccitandosi il zelo de’ figli della Patria a continuar a dar le spiegate luminose prove del loro fermo valore e costante attaccamento così al Paterno Veneto Governo come alla Patria, sicuri d’essere sempre riguardati come degni della più affettuosa e tenera riconoscenza.

 

GLI AFFRESCHI DI PORTA DIEDA A BASSANO. ORA POTRETE CAPIRNE IL SENSO.

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Porta Dieda, mi hanno sempre colpito gli affreschi, e ne ho cercato la spiegazione

Quello che possiamo vedere attualmente è quanto emerso da un accurato restauro del 2005. Non entro nei dettagli delle varie fasi pittoriche dapprima viscontee del 1394 e del 1397 (forse) e poi quella veneziana del 1405, desidero solo sottolineare l’importanza che assumevano in quel periodo, dove la maggioranza delle persone erano analfabete, tutti gli strumenti di comunicazione siano essi bandiere, sculture, pitture, decorazioni.  Doveva essere evidente a chiunque avesse posato lo sguardo su questa torre e su questi affreschi già da lontano (essendo stati effettuati per essere ben visibili) chi fosse il padrone del territorio, le appartenenze politiche, militari e famigliari.06-INTERNET_PORTA_DIEDA_PARTE_SUPERIORE_AQUILA_E_LEONE

Nel giugno del 1404 Venezia acquisì Bassano e da allora eliminò o rese invibili i simboli del precedente regime, sostituendoli con i propri, anche per non mantenere in alcuni bassanesi eventuali nostalgie soprattutto viscontee.

da sinistra a dx lo stemma del podestà Andrea Zane (1405) lo stemma del capitano Gerardo Aldighieri (circa 1397) lo stemma del podestà Moschino Rusconi (circa 1397) il vessillo di Bassano (1405)

da sinistra a dx
lo stemma del podestà Andrea Zane (1405)
lo stemma del capitano Gerardo Aldighieri (circa 1397)
lo stemma del podestà Moschino Rusconi (circa 1397)
il vessillo di Bassano (1405)

Nella parte inferiore, proprio sopra la porta, si intravedono tracce dell’affresco elaborato nel 1541-1542 da Jacopo dal Ponte che prende nome dall’episodio di Marco Curzio Rufo che si getta nella voragine. Narra, infatti, la leggenda che un’enorme voragine si fosse aperta sul suolo di Roma con grande pericolo per tutta la popolazione. L’Urbe si sarebbe salvata solo con il sacrificio di quanto più prezioso possedesse. Così l’eroe a cavallo e in assetto da battaglia si precipitò nella voragine, offrendo la sua vita in cambio della salvezza della città. E’ evidente che la  rappresentazione di così alto ideale dovesse essere idealmente anche verso Venezia, la nuova patria.

Sapienza civile e accorgimento politico mostrò Venezia fin dal principio a Treviso..

di Paolo Zambon

13315619_1047488725340713_4052724749093302190_nSapienza civile e accorgimento politico mostrò veramente Venezia fin dal principio del suo dominio di Terraferma, lasciando alle città l’autonomia amministrativa, non facendo per il governo di esse alcuna deliberazione speciale, riconoscendo e rispettando i loro privilegii, e sol serbando per se – e non era poco davvero – la direzione generale della politica esterna ed interna.

A Treviso, un unico rappresentante aveva la Repubblica per le cose civili e per le militari, il Podestà e Capitano, come aveva in tutti i luoghi minori ; e autorità anche maggiore, che nelle altre città del suo dominio, esercitò sempre nella nostra, per l’umile fedeltà che i trevigiani serbarono sempre alla natural signoria de’ magnifici e potenti veneziani, e per i continui rapporti e le frequenti parentele che la vicinanza favorì.porta-altinia

Allato al rettore veneziano, fu conservato il Consiglio, e il principal magistrato cittadino dei Provvisori, i quali corrispondevano agli antichi Anziani .
Di vivere contenti sotto la Veneta Repubblica avevano ragione i trevigiani — secondo il Bonifaccio — perchè essa aveva in Treviso regolato tre cose, che a perfetto principe sono necessarie: Pietà Giustizia e Milizia . Certo è, che con geloso amore vigilò Venezia sulla suddita città vicina, e che con generose cure se la tenne avvinta, pur in quel secolo di guerre di carestie e di pestilenze.

porta SS Quaranta

porta SS Quaranta

Ben le commetteva ostilità contro i suoi nemici, e la gravava delle spese e dei servizi di guerra; ben le ingiungeva di accogliere sfarzosamente i principi amici che passando si soffermavano; ma pur ne zelava la sicurezza e l’igiene e l’incolumità facendo ricoprir in tegole i coperti di paglia de’ suoi borghi, provvedendo perchè si selciassero le piazze e le strade a rendere più salubre l’aria, fornendo grano nelle più terribili distrette e soccorsi ne’ contagi ; ma mostravasi disposta a darle miglior parte nel reggimento del territorio con Vicariati commessi a’ cittadini, se le insidie e le discordie intestine non avessero attraversato il disegno.

le mura della città

le mura della città

Anche de’ costumi si mostrò vigile tutrice, estendendo alla città soggetta le provvide leggi emanate a tal fine nella Dominante, e corroborando della propria autorità le disposizioni speciali del Magistrato trevigiano. Perchè, nei periodi di pace e di prosperità, rifioriva l’eleganza, e per l’eleganza il lusso, e col lusso la mollezza nei “gioiosi trevigiani” e nelle lor “donne cavalcaresche” . Diventava già proverbiale la “lascivia nostra Tarvisina !“

Onde i Provvisori dovettero porre severissimi freni al lusso de’ divertimenti lascivi, « prò bono, honore et utilitate totius Universitatis et Populi Tarvisini, ad obviandum et extirpandum indemnitatem et lascivum morem, et observantiam portamentorum, et vestimentorum hactenus factorum et portatorum tam per mares quam per foeminas eiusdem Civitatis Tarvisii …”
(Augusto Serena, “La Cultura Umanistica a Treviso nel Secolo Decimoquinto”, Venezia – Tipografia-Libreria Emiliana, 1912).