“WARS” RIVISTA DI STORIA MILITARE CHE IGNORA VENEZIA. UN VENETO (venessian) SCRIVE.

Di Ecce Leo

13227202_581913901969767_9087935495765112932_n (1)Sfoglio il vostro numero 21 di maggio 2016, e subito una domando mi sorge spontanea: ma perché la nostra storia, la storia della Serenissima Repubblica vi fa cosi paura? E’ già la seconda volta che erroneamente (e a questo punto credo che sia voluto) dimenticate di menzionare, nella vostra rivista Wars, le epiche imprese della Repubblica Veneta. Ve ne ricordate solo quando dovete attingere per ricordare poi cose che non appartengono ne alla marina ne all’esercito italiano.
la prima volta, qualche anno fa’, nel capitolo dedicato ai “grandi assedi”, avete tralasciato quello di Candia il più lungo della Storia, durato 22 anni, dal 1647 al 1669, e terminato con la conquista turca della città e dell’isola.
ora, nel capito di questo mese “assalto dal mare, sbarchi” oltre le salite imprecisioni sui “fanti da mar”, ” dimenticate le operazioni navali e di sbarco che portarono alla conquista del regno di Morea da parte dei veneziani, che secondo una relazione del 1692 comprendeva 1459 tra città, borghi e villaggi e 116.000 abitanti.
quest’anno saranno i 300 anni dell’assedio di Corfù, dove 5000 soldati veneziani al comando del feldmarschall Schulenburg fermarono, durante la seconda guerra di Morea, la conquista dell’isola da parte di 100.000 turchi. Mi auguro pertanto di poter leggere, nel numero di agosto /settembre, qualcosa di competente e accurato su questo grande evento.

IL SOPRACOMITO CRISTOFORO VENIER VIENE TRUCIDATO DAGLI USCOCCHI E IL SUO CUORE DIVORATO 1613

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a guerra di Gradisca, ufficialmente non dichiarata, inconcludente, dispendiosa e ricomposta formalmente soltanto un anno dopo la sua conclusione, fu una guerra d’attrito atroce e interminabile, in cui non fu combattuta alcuna battaglia di qualche conto, né fu occupato alcun centro abitato importante. »
(Sir John Rigby Hale, citato in La guerra del Friuli. Altrimenti nota come Guerra di Gradisca o degli Uscocchi)

La guerra di Gradisca (16151617), così chiamata perché caratterizzata dall’assedio alla fortezza di Gradisca, è anche conosciuta come guerra degli Uscocchi (fonti veneziane) o guerra del Friuli (fonti veneziane e arciducali, queste ultime la chiamano anche guerra di Gradisca). Il conflitto vide schierati nelle opposte fazioni la Repubblica di Venezia ed il ramo austriaco della famiglia Asburgo.

Si trattò di un conflitto locale, che trovò però tratti internazionali nella partecipazione di mercenari stranieri, in particolare gli olandesi guidati daGiovanni di Nassau, e nel debutto di Alberto di Wallenstein, celebre condottiero della Guerra dei trent’anni, sotto le insegne asburgiche. Fu inoltre l’ultimo conflitto sul territorio italico cui presero parte attiva milizie veneziane, se si eccettua la partecipazione secondaria alla poco più tarda guerra di successione di Mantova e del Monferrato.

Già nel 1592 Almorò Tiepolo era stato nominato specificatamente Capitano contra Uscocchi ed erano iniziati attacchi diretti alle loro basi, che peraltro godevano di ottime protezioni naturali. La principale all’epoca era Segna, nel canale della Morlacca. L’arciduca d’Austria, malgrado il risentimento per il mancato aiuto nella guerra in essere con i Turchi, aveva comunque interesse ad evitare una guerra aperta e cercò di prendere provvedimenti. In risposta a un blocco navale veneziano, esteso a tutto il litorale adriatico, nel 1600 inviò come commissario imperiale il goriziano Giuseppe Rabatta, nobile che intratteneva buoni rapporti con la Repubblica. Egli prese misure molto severe, condannando a morte diversi capi uscocchi. Tuttavia la reazione dei segnani non si fece attendere ed egli venne assassinato nella notte del 31 dicembre 1601.[3][4]

Nel 1612 e 1613 i veneziani per rappresaglia giunsero a mettere a ferro e a fuoco possedimenti diretti dell’Arciduca. Ci furono ulteriori tentativi diplomatici, con riunioni a Venezia e Vienna, che naufragarono davanti alle richieste austriache di libertà di navigazione nel golfo, in cambio della sistemazione della questione uscocca, che la controparte non era disposta a concedere.[4]

La situazione rischiò di precipitare nel conflitto aperto causa il clamore sollevato dall’orrida fine che gli Uscocchi riservarono al sopracòmito Cristoforo Venier. Assalita la sua galera presso Carlopago nel maggio 1613, trucidarono l’equipaggio, decapitarono il Venier e, cavandogli il cuore dal petto, lo divorarono.[7] Al successivo assedio di Segna da parte del Provveditore Filippo Pasqualigo (coadiuvato da un contingente di cavalleria turca che controllava le strade verso l’interno) fece seguito l’invio del plenipotenziario austriaco Tiefenbach, che giustiziò diversi uscocchi e scongiurò un’ultima volta la guerra.[4]

Una conferma che i veneziani, che da sempre privilegiavano la diplomazia alla forza delle armi, nel 1613 ritenevano oramai inevitabile uno scontro terrestre può trovarsi nell’insistenza con cui agirono per assicurarsi i servigi di Pompeo Giustiniani, che rifiutò due offerte prima di accettare una terza di ben 3000 ducati. Il Giustiniani raggiunse Venezia nel marzo 1614 e fu nominato comandante militare di Candia.[4] I veneziani confidavano che gli spagnoli, impegnati a ovest da Carlo Emanuele I di Savoia, da loro finanziato, non avrebbero aperto un secondo fronte e che l’arciduca di Graz non avrebbe trovato nemmeno l’aiuto dell’imperatore Mattia.[5]

Nel 1615 la situazione era fuori controllo. Gli Uscocchi raggiunsero nelle loro scorrerie, persino Monfalcone (enclave veneziana in territorio arciducale) e i veneziani, attaccando in risposta Segna, si trovarono a combattere non solo i pirati ma anche le truppe regolari dell’arciduca.[4]

https://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_di_Gradisca

 

“PRIMA NELLA BATTAGLIA” IL MOTTO DELLA NAVE DEL MOROSINI.

in certamine prima, motto della nave del Morosini

in certamine prima, motto della nave del Morosini

“IN CERTAMINE PRIMA”.. prima nella battaglia, era il motto della nave del gradissimo Condottiero veneto  (cerchiamo di scriverlo al posto dell’indefinito cittadino italiano che a quell’epoca era solo una attribuzione geografica culturale, e come del resto Lui, Marc’Antonio Bragadin e tanti altri avrebbero gradito). Un delizioso dipinto conservato nel Museo Correr, illustra in maniera un po’ naif ma efficace il primo scontro navale, che lo vide protagonista, nella sanguinosa guerra di Candia.

Il motto fu poi ripreso dagli amici del Reggimento storico “Veneto Real” al momento della rifondazione, avvenuto nel 2002 nella chiesa di San Giacometo a Venezia. Infatti quel reggimento fu voluto dal Morosini stesso, pare, durante quella guerra. A quel Reggimento di Fanteria fu assegnato il numero uno, ed aveva la precedenza durante le parate. Il termine ‘Real’ si pensa che indicasse un reggimento di prestigio, di rappresentanza. Questo ci disse il compianto storico siculo veneto Francesco Favaloro.

Ecco cosa compare sotto il quadro, come descrizione dell’evento: FRANC. MOROSINI SOPRACOMITO NEL PRIMO COMBATTIMENTO MARITTIMO DELLA GUERRA DI CANDIA VA’ PRIMO SOPRA TUTTI AD ASSALTARE LA PIU’ GRANDE DELLE NAVI TURCHE, NELLE ACQUE DI MILO, PER CORRISPONDERE ALL’IMPEGNO PRESO NEL MOTTO DA LUI FATTO SCRIVERE SOTTO L’INSEGNA DELLA SUA GALERA, QUALE DICEVA: IN CERTAMINE PRIMA (prima nella battaglia) UNA GRANDE BORASCA SEPARA LA BATTAGLIA, CHE CONTINUO’, MOLTO, E SANGUINOSA. OTT. 1645

LA POLITICA DI ASSISTENZA AI POVERI DELLA REPUBBLICA DI SAN MARCO.

270262_2206881502233_1739218_nFornisco qui qualche breve cenno sull’argomento, premettendo che la materia è tanto vasta, quanto affascinante. Mi sono basato sul lavoro di Brian Pullan, professore emerito di storia ad Oxford, uno dei tanti studiosi inglesi che sono attratti dal mito intromontabile della Serenissima.

Stupisce sempre leggere di certi provvedimenti, presi in date molto antiche, atti a contenere il fenomeno della povertà ma anche a cercare di inserire “derelitti” nel tessuto sociale, dando loro possibilità di riscatto attaverso l’avviamento al lavoro, e non limitandosi solo alla pura elemosina.

Nella seconda metà del 500, Venezia fu funestata da una epidemia di peste, a cui seguirono momenti terribili, in seguito a carestie dovute a cattivi raccolti che si susseguirono in tutta Italia per almeno 5 anni di seguito, che misero alla fame molta parte dei sudditi veneti e degli stati italiani.

Questo stimolò il governo veneziano a promuovere apposite istituzioni, chiamate “ospedali” per il soccorso delle categorie più in difficoltà. Tali provvedimenti si presero sia per la capitale che per la terraferma.

A Venezia, servirà d’esempio, si divisero i bisognosi in varie categorie e così l’ospedale dei Derelitti e Incurabili accoglieva orfani ed incurabili; la Pietà si occupava di trovatelli; la Fraterna dei Poveri Vergognosi assisteva i poveri che erano diventati tali per rovina economica e potevano mendicare con apposito patentino, coperti da un saio con cappuccio che nascondeva il volto per risparmiare loro la grande umiliazione di farsi vedere in pubblico;  le case delle Zitelle e del soccorso erano alloggi per donne che rischiavano la prostituzione, o per quelle che volevano uscirne. Infine l’Ospedale dei Mendicanti tentava e ci riuscì nei momenti di normale vita dello stato, di togliere i mendicanti dalla strada, quelli che mendicavano invece per “pura furfantaria” sarebbero stati avviati alle galere o sulle navi mercantili a metà salario. Inoltre si perseguiva la politica di respingere i poveri “foresti” sia di altre città venete che stranieri, al loro paese d’origine, i primi con “raccomandazione” perché fossero seguiti dalle autorità del luogo, i secondi con espulsione.

L’ospedale doveva fare il possibile per insegnare un lavoro a donne e bambini affidati, lavoro che preferibilmente doveva essere svolto all’interno dell’istituzione. Chi dall’esterno voleva manodopera  accettava le persone selezionate dalla direzione interna, e se il dipendente rompeva il contratto la cosa veniva esaminata da una commissione, a tutela sua l’ospedale agiva per il recupero del salario e dei beni eventualmente spettanti.

Le fanciulle specialmente erano controllate almeno due volte l’anno, se lavoravano all’esterno, per preservare la loro moralità e per vedere come venivano trattate dal datore di lavoro. E qui stiamo parlando della fine del 500, a quanto pare queste persone godevano di maggiori tutele di un nostro precario…quando si dice il progresso…

Tutto questo era la naturale conseguenza di un governo che basava le sue leggi sullo spirito del Vangelo, non riempiva i giornali di proclami, ma aveva come fine la pietà e la carità. Aveva in questo un enorme supporto dalla chiesa, e stato e chiesa in questo campo erano strettamente collegati, molti “priori”, capi di queste istituzioni caritatevoli, erano sacerdoti, affiancati comunque sempre da laici, magari un nobile ed un cittadino. Le innumerevoli (oltre a queste grandi istituzioni)  associazioni caritatevoli nascevano spesso per iniziativa di persone pie, che mettevano gratuitamente la loro opera al bisogno, o i loro, a volte grandissimi, patrimoni. Lo stato controllava sempre e approvava il regolamento interno a volte aiutando finanziariamente. I notai erano obbligati dalla Repubblica a far presente ai testatori, di fare qualche donazione o lascito “ad pias causas”, per altre pie opere, erano previste particolari indulgenze da parte della chiesa  a chi offriva del denaro. Una società profondamente cristiana, come quella di allora, aveva come uno dei primi fini, il soccorso ai derelitti e non l’arricchimento fine a se stesso.

Oggi mi pare che i prìncipi siano  altri. Successo, denaro facile, egoismo e edonismo, questo è l’emblema del mondo d’oggi.

Fonte

Brian Pullan La Politica Sociale della Repubblica di Venezia 1500-1620 Il Veltro editrice 1982.

PERCHE’ I VENETI AMARONO FRANCESCO MOROSINI, LA CARRIERA MILITARE.

01ATQ43B; The funeral of Doge Francesco Morosini (1619-1694) in Nafplion, 1702, painting by Alessandro Piazza (active from 18th century), oil on canvas. Detail.

The funeral of Doge Francesco Morosini (1619-1694) in Nafplion, 1702, painting by Alessandro Piazza

Consacro’ la propria vita per la difesa della Patria. Per questo rinunciò al matrimonio e morì al comando della truppa. in Grecia dove gli furono tributati onori degli di un eroe. Non era un uomo facile, il suo carattere e la coscienza dle suo valore, lo misero anche in conflitto con parte dell’aristocrazia veneta, che non amava (come accadde per il Gritti) il protagonismo di chi rappresentava la repubblica.  Amò tanto il suo gatto che questi alla morte fu imbalsamato e poi sepolto con lui, ma oggi è conservato al museo di Storia Naturale di Venezia.

la Sua tomba nella chiesa di Santo Stefano.

la Sua tomba nella chiesa di Santo Stefano.

Stocco di Morosini

stocco papale, ricevuto quale “defensor” della cristianità .

Giovane marinaio durante gli anni trenta del secolo, furono lo scoppio della guerra contro i turchi nel 1644 e la notevole fortuna della sua famiglia che gli permisero di dar sfogo ai suoi istinti ed alle sue capacità in modo completo. Perduta quasi interamente l’isola di Creta, rimase ai veneziani solo una città,Candia, la capitale, che venne prontamente assediata dai nemici. Nominato comandante delle forze terrestri nella città per ben due volte (16461661 e16671669) riuscì a galvanizzare le sue truppe a tal punto da riuscire a farle resistere per ben 23 anni. Le spaventose battaglie ridussero la città ad un cumulo di macerie e riempirono i cimiteri militari dell’isola (tra i veneziani i morti furono circa 30.000, tra i turchi 80.000) senza che la situazione mutasse in modo sostanziale.

Il 6 settembre 1669, vista l’oggettiva impossibilità di proseguire la resistenza, il Morosini firmò la pace con il nemico e cedette la città, ormai abitata da poche migliaia di persone. Per via della strenua resistenza di Candia, i Veneziani ottennero una pace a condizioni onorevoli: I superstiti poterono abbandonare la città con l’onore delle armi e delle bandiere, mantenere la loro artiglieria, la Repubblica, dietro pagamento di una somma in danaro, conservava a Creta le fortezze della Suda, di Spinalonga e Carabusa e otteneva Clissa in Dalmazia[4]. Infine, i turchi si impegnavano a non entrare nella città se non in capo a 12 giorni, e a lasciar partire liberamente tutti coloro che lo volevano.

La sua eccessiva autonomia (ed un uso disinvolto del denaro pubblico) gli costò un processo nel 1670 per insubordinazione ed appropriazione indebita da cui, però, uscì scagionato. Con la fine della guerra e la relativa calma che ne seguì, venne trasferito per qualche tempo in Friuli. Pareva l’inizio del suo congedo dopo una gioventù piena di successi e privilegi, ma la Repubblica, pur prostrata economicamente e militarmente, non accettando il trattato del 1669, colse al balzo l’occasione offerta dall’entrata in guerra della Turchia contro l’Austria nel 1683 ed allestì una flotta per vendicarsi degli affronti subiti.

il busto di Francesco Morosini conservato a palazzo Dogal, di F. Parodi

il busto di Francesco Morosini conservato a palazzo Dogal, di F. Parodi

Il Morosini, uno degli ultimi grandi comandanti veneziani, venne subito nominato a capo di essa. Negli anni che seguirono (16831687), con una flotta relativamente piccola e con equipaggi di media qualità, riuscì a compiere imprese mirabili, con conquiste di isole e fortezze ritenute imprendibili.

Vinse a ripetizione e minacciò i cardini dell’Impero turco nel Mar Mediterraneo. Nel 1684 conquista l’isola di Santa Maura; nel 1685 occupa Corone e la Maina; nel 1686, con il suo luogotenenteKönigsmarck, uno svedese entrato al servizio della Repubblica, prendeva Navarino, Modone, Argo, Nauplia; nel 1687 tutta la Morea, salvo Monemvasia e Mistrà, era in mano sua; poi si impadroniva diPatrasso e di Lepanto, di Corinto e di Atene.

Durante l’assedio di Atene, un colpo di mortaio distrusse in parte il Partenone, ridotto dai turchi a polveriera. Fu in quell’occasione che crollò il tetto del tempio, che fino ad allora era rimasto miracolosamente intatto. Si suol dire del genio di Morosini: Con un sol colpo di mortaio distrusse la polveriera turca.

L’11 agosto 1687, per i meriti ottenuti sul campo di battaglia, ottenne dal Senato veneziano (cosa mai accaduta né prima né dopo) il titolo di Peloponnesiaco, oltre ad un busto in bronzo in suo onore che venne posto nella sala del Consiglio dei dieci. L’iscrizione sotto al busto riportava: “Il Senato a Francesco Morosini, il Peloponnesiaco, ancora in vita” (Francisco Mauroceno Peloponesiaco, adhuc viventi Senatus)[5].

wikipedia per la carriera militare, ben riassunta.

I MEDICI MILITARI VENETI, LA CHIRURGIA E LE FERITE DA ARMA DA FUOCO. Portiamo un cero per grazia ricevuta ;)

capitano di fanteria e suo attendente (ragazzo)

capitano di fanteria e suo attendente (ragazzo)

Si dividevano, come usava all’epoca, in Medici e Barbieri Chirughi. Ora, affidare le operazioni ‘in corpore vili’ a un barbiere.. non prometteva nulla di buono, ma allora in tutto il modo civile, si usava così. Il medico era un teorico, che non aveva alcun contatto fisico col paziente, diagnosi e prognosi venivano espletate soprattutto mediante l’esame delle urine e delle feci, che venivano esaminate a vista, annusate, valutate secondo le teorie ippocratiche. Era loro prerogativa la prescrizione medica, che veniva introdotta via orale, o la pratica del salasso mediante sanguisughe.

I chirurghi o barbieri erano a diretto contato col paziente, e oltre al compito di far barbe e capelli dell’equipaggio o dei soldati, provvedevano anche a piccole amputazioni o interventi, su direttive del medico e alla dissettazione dei cadaveri, su direttiva sua.  SANMARCO02

Per le ferite da arma da fuoco, il primo intervento era di allargarla con un forcipe e di “estrarre – se ve ne fossero – frammenti di abito di imbottitura, pezzi di stoffa, di carta, di maglia di ferro, frammenti di palla, pallini, picole schegge d’osso.  Per trovare “le palle e gli altri corpi estranei. ”  il Paré suggeriva “di farlo con un dito, piuttosto che con un altro strumento, perché il senso del tatto era più sicuro di ogni sonda. ” Non suggeriva però di lavarsi le mani.

In quel torno di tempo, data la grande diffusione.  di armi da fuoco, vennero inventati strumenti specifici per curare le ferite, e il primo estrattore di palle fu chiamato “Alfonsino” dal nome del suo inventore.

Alberto Prelli, Sotto le bandiere di San Marco . Le armate della Serenissima nel ‘600.

LA DECADENZA DELLO STATO VENETO A FINE ‘700, UN’ALTRA BUFALA DA SFATARE.

un mondo vivo, descritto dal Canaletto

un mondo vivo, descritto dal Canaletto

Il giovane generale Bonaparte, prima di varcare col suo esercito di straccioni le Alpi, aveva promesso di portare i suoi soldati in terre in cui avrebbero potuto arricchirsi e depredare senza limiti. E così  fu, specie per lo stato veneto, una delle Nazioni più prospere della penisola. Malgrado tutto, Venezia, priva ormai delle basi d’oltremare per la costante, micidiale pressione del gigante turco, con la sua politica di neutralità strettissima e forzatamente disarmata (per problemi di bilancio) aveva goduto di un vero boom economico.  Ecco cosa ci dice lo storico Frederic C. Lane:

“… La Venezia del 1797 costituiva, in buona parte della sua struttura economica, un ritorno a Venezia del 1400. I censimenti registravano un numero crescente di “marinari” nei sei sestieri della città. Durante la guerra civile americana il console francese informava che i marinai veneziani erano 7250 senza contare i 3000 assunti nella flotta britannica. bg-home

I capitani marittimi erano ormai per lo più dalmati e non nobili veneziani e la proprietà delle navi apparteneva ad ebrei, o a immigrati in data relativamente recente. Ma il rifiorire della posizione di Venezia nel Levante nella seconda metà del Settecento ricorda la posizione dei secoli precedenti. La prima ditta europea che apr+ una succursale nel Mar Rosso fu quella di due veneziani, Carlo e Baldassarre Rossetti; la succursale fu impiantata a Gedda,  il porto della Mecca, nel 1770, e la sua prima grossa spedizione riguardò non il pepe o lo zenzero, ma un genere “coloniale” più recente, il caffè.

Nel commercio levantino in generale i veneziani erano al secondo posto dopo i francesi,  ma passarono al primo specie ad Aleppo, quando nel 1790 il commercio francese fu rovinato dalla Rivoluzione.

TRIESTE. Nell’Adriatico la crescita di Trieste fu per lungo tempo subordinata a quella di Venezia, in quanto Trieste si serviva di navi e capitali veneziani, che si concentrarono sulle assicurazioni marittime in entrambe le città.  Nei decenni 1780 e ’90 si formarono parecchie società azionarie il cui capitale derivava dagli investimenti di vecchie famiglie nobili veneziane e di nuovi venuti in floride imprese assicurative.  Questo è solo un esempio di come Venezia veniva espandendo i suoi servizi commerciali e di trasporto quale porto e capitale di un ricco entroterra.Capture-d’écran-2011-10-12-à-10.53.49

I titoli statali divenivano sempre più sicuri grazie al solido miglioramento delle finanze della Serenissima consentito dalla neutralità. “

L’arrivo di Napoleone sconquassò e distrusse un mondo in costante evoluzione, e distrusse una Nazione, quella veneta, come la Rivoluzione aveva distrutto la Francia stessa, che regredì di decenni in ogni campo.  Il mondo descritto dal Canaletto è un mondo vivo e pieno di vivacità.

UN BELLISSIMO ‘FUMETTO’ CONSERVATO AL CORRER DEDICATO ALLE VITTORIE DEL MOROSINI

Scenes of the naval battles of Francesco Morosini, (1618-1694),admiral of the Venetian fleet, elected Doge in 1688,died in his galley during the battle of Nauplia.Morosini overruns the Turkish camp at the river Aspro and burns fortified places. September 1684

September 1684

Sono più tavole dipinte in maniera didascalica illustrativa, da un anonimo pittore veneto, che illustrano le grandi vittorie del condottiero veneziano Francesco Morosini durante la guerra di Morea. Morosini fu un uomo che dedicò ogni giorno della sua vita adulta alla Patria veneta. Tanto che imbarcatosi giovinetto per servire in una galea, ritornò nella amata Venezia solo dopo una quarantina d’anni, se ben ricordo.

La tecnica di un tempo, per illustrare le imprese degli Eroi e della Patria comune, come anche il sentimento religioso, mancando gli strumenti moderni, erano affidati ai libri, per i più dotti dei cittadini, e alla pittura, per il popolo comune. Il quale poteva leggere (l’alfabetizzazione nello stato veneto era abbastanza diffusa) sulla didascalia l’impresa o il fatto illustrato.MOROSINI03

Qui troviamo scritto, proprio come in una tavola di un fumetto moderno, l’avvemimento, ed abbiamo un ponte tra passato dei nostri Avi e il presente: riporto il testo.

FRANCESCO MOROSINI KAVALIER (DI SAN MARCO) E CAPITANO GEN.LE BATTE IN CAMPAGNA AL FIUME ASPRO, NOMINATO ANTICAMENTE ACHELOO IL CAMPO TURCHESCO CON MORTE E SCHIAVITU’ NOTABILE DEI NEMICI, ED ESTESA GRANDE DI ACQUISTI NE TERRITORI DEL ZEROMERO, VALPO, NATALICO,  E CON L’INCENDIO DI PIU’ CASTELLI.  SETT. 1684.

CIPRO VENEZIANA, ISTITUZIONI E CULTURE DIVERSE SOTTO L’ALA DEL LEONE

IL RITORNO DI CATERINA A VENEZIA

IL RITORNO DI CATERINA A VENEZIA

Il potere della Serenissima fu strettamente legato al Mediterraneo orientale. La presenza dei veneziani a Cipro era cospicua già prima dell’instaurazione del regno franco dei Lusignan, che reggevano l’isola dalla fine del XII secolo. Il matrimonio di Caterina Cornaro con Giacomo II Lusignan, frutto degli abili stratagemmi degli agenti veneziani, permise di annettere Cipro ed estendere i possedimenti dello stato da mar fino alle porte del continente asiatico.

Il libro ripercorre, attraverso l’analisi delle fonti custodite negli archivi di Venezia, le tappe più importanti nel processo di consolidamento della presenza veneziana a Cipro. Il governo instaurato sull’isola da parte della Repubblica di Venezia fu partecipato in larga misura dagli stessi ciprioti, rendendo inutili eventuali operazioni di colonizzazione con famiglie di provenienza lagunare.

Nella trattazione delle principali caratteristiche dell’organizzazione amministrativa del regno cipriota emergono gli elementi di affinità con i tre secoli di reggenza dei Lusignan. Le continuità istituzionali, giuridiche e fiscali dimostrano il mantenimento a Cipro, nel XVI secolo, di strutture tipiche delle società feudali dell’Occidente medioevale e delle formazioni crociate nel Medio Oriente.

Attenzione specifica è dedicata all’analisi delle interazioni tra i veneziani e la popolazione locale fortemente commista con gruppi etnico-religiosi provenienti dalle coste del Mediterraneo orientale e occidentale. Si rileva così il profilo di una società multiculturale in cui gli episodi di mutua influenza alimentano un dialogo quotidiano tra le comunità.

IL LIBRO in formato pdf da scaricare qui http://www.viella.it/libro/9788883344848