CELTI E VENETI, CHI SOMIGLIA A CHI ? STEFANO GAMBATO PROPONE INTERESSANTI RIFLESSIONI

2dsmp0hlA RIFLESSIONE DI STEFANO dopo aver letto l’articolo https://venetostoria.com/2015/10/09/i-veneti-antichi-e-lintegrazione-dei-celti-foresti-2/ . Caro Stefano, valeva la pena darti uno spazio a parte 🙂

Se non erro, il personaggio in questione, autore della Stele di Isola Vicentina, (tale Iats) era della tribù dei Laion, forse di origine più Retica che Celtica, ma tant’è. Il mio appunto, riguarda il modo di descrivere i Veneti in rapporto ai Celti, di cui, nel celebre passo, si dice “poi vengono i Veneti che hanno usi ecc. ecc.”.

Analizzando lo scritto, si evince che per prima cosa, lo scrittore parla di popolazioni a partire dalle sorgenti del Po’, questo il motivo per cui antepone i Celti ai Veneti, ma ragionando sui costumi, intesi come abiti, vediamo chi assomiglia a chi. I Veneti erano presenti sul territorio( teoria secondo la soprintendenza dei beni archeologici), almeno dal IX° sec a.C.,i Celti come invasione, appaiono circa 500 anni dopo.526927_10200093009718687_1414596914_n

I Veneti avevano dunque un abbigliamento adatto a una vita stanziale, i Celti invece arrivando in migrazione, usavano un abbigliamento più adatto a una popolazione di nomadi, quali erano in quel momento storico. Questo di capisce dalle immagini dell’arte delle Situle per quanto riguarda i Veneti, e le immagini dei Romani per quanto riguarda i Celti. È logico supporre che i Celti, una volta invasa buona parte d’italia, abbiamo usato un abbigliamento più adatto al nuovo tipo di vita.

Per quanto riguarda l’integrazione, penso sia logico supporre che se arriva un individuo o una famiglia o un piccolo clan, sia possibile integrarla nel proprio popolo, come accadde per Iats “della stele” altra cosa accade se “i foresti” sono così numerosi da mettere a rischio la sopravvivenza dei padroni di casa, nel qual caso era guerra, e qualcuno la perdeva, ne è testimonianza la distruzione da parte dei Celti della dodecapoli etrusca della pianura padana.a1b79b8352e7854eb4b0e6c1f115a235

È strano pensare per me, che il ricchissimo territorio della Venetia, dove “le botti di vino sono più grandi delle case e il bestiame figlia due volte l’anno” sia sfuggito alle mire degli invasori, ergo, penso che questa terra abbia sempre avuto il nome di Venetia e mai Gallia, solo grazie alla difesa armata dei propri abitanti. Arriviamo dunque alla stele di Isola Vicentina, non è un’offerta a una divinità ne un cippo di confine, cos’è dunque?

È semplicemente la commemorazione da parte di un individuo(Iats) che celebra con questo monumento il fatto di essere stato accettato dai Veneti, perché entrare a far parte di certe culture era importante, al pari delle guerre sociali combattute da popolazioni italiche per avere la cittadinanza romana…successivamente la “Pax Romana” sistemo’ diverse cose, fino ad esempio un tale Caius Giulio Cesare il cui esercito aveva come nerbo Celti e Veneti assieme…

I FRATELLI CIMBRI DI ASIAGO RICORDANO LE STRAGI NAPOLEONICHE IN ALTOPIANO

Nove luglio 1809, l’Altipiano di Asiago insorse contro le imposizioni francesi chiedendo libertà ed autonomia e rifiutando di versare le tasse ritenute particolarmente esose dai capifamiglia.  Nelle prime schermaglie le truppe di Napoleone furono sconfitte e costrette ad abbandonare prima Asiago poi l’Altipiano.

La reazione francese fu immediata: con l’uso dell’artiglieria l’esercito francese riprese il controllo dei paesi con una repressione sanguinosa. Oltre duemila altipianesi, soprattutto donne, anziani e bambini, vennero trucidati. Solo ad Asiago furono settanta le persone uccise ed i loro corpi esposti sugli alberi come segno di sconfitta dei Cimbri.

Questa tragedia sarò ricordata il 9 luglio prossimo, al Parco delle Rimembranze  di Asiago (ex cimitero di guerra) con una cerimonia organizzata dalla Federazione dei Cimbri dei Sette Comuni…

L’articolo del Gazzettino è questo, potete leggerlo interamente, ringrazio Luciano Dorella per la segnalazione.

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FATTI (E MISFATTI) ALL’OMBRA DEL TRICOLORE NEL 1797 L’ECCIDIO DI MUSSOLENTE DI BASSANO

stemma di Mussolente

stemma di Mussolente

Le notizie di stragi compiute dai «liberatori» francesi duecento anni fa iniziano a filtrare e s’incrina così il muro di silenzio, anzi la drastica torsione valutativa imposta dai libri di scuola sulla prolungata presenza nella Penisola — dal 1792, tempo della guerra tra Francia repubblicana e monarchia sabauda, al 1814 quando gli austro-russi dilagano nella valle Padana dopo la caduta di Napoleone I — delle truppe napoleoniche. Nel Mezzogiorno questa riscoperta si caratterizza come meno sporadica — il numero di episodi che riaffiorano è elevato — e più massiccia — il numero delle vittime e l’efferatezza degli episodi. Su quanto accaduto nella parte settentrionale del paese, viceversa, pare non sia accaduto nulla di questo genere. Tuttavia anche qui, anche se a goccia a goccia, qualcosa comincia a emergere.

Ne fa fede un piccolo — ma quando c’è di mezzo un eccidio si può parlare di piccolo o grande? — episodio che è stato scoperto in Veneto da uno storico locale nel ricostruire i lineamenti storici dell’occupazione militare francese della provincia trevigiana nel 1797, negli ultimi mesi della Repubblica di Venezia.

Il 2 febbraio di quell’anno, a Mussolente, villaggio che conta oggi poco più di settemila abitanti, a sei chilometri da Bassano del Grappa, cinque poveri contadini — Andrea Polo, Sguardo Polo, Francesco Guadagnin, Giuseppe Fontana, Baldissera Orso — sono fucilati «sul posto» da un reparto francese dell’armata del generale André Masséna, in ritirata dalla Valsugana — dopo il ciclo di battaglie del gennaio precedente, passate alla storia con il nome di Rivoli Veronese —, perché hanno tentato di difendere il raccolto, le bestie, i viveri di cui i rapaci soldati d’Oltralpe volevano appropriarsi con la forza. Un episodio passato del tutto nel dimenticatoio e solo oggi, grazie alla solerzia della preziosa storiografia locale — quella, magari, come in questo caso, formata da storici, de facto anche se non nelle doti spesso di prim’ordine, «della domenica» — riemerso alla luce e che ci interpella.

la villa che ospitava il comando francese, in cui furono trucidati i poveretti

la villa che ospitava il comando francese, in cui furono trucidati i poveretti

Dunque, una strage gratuita, un atto di brutalità finalizzato a terrorizzare le popolazioni contadine italiane — di cui peraltro Bonaparte ebbe sempre, e a ragione, paura — di allora e ad asseverare il presunto diritto delle truppe «liberatrici» di estorcere a loro piacimento beni ai loro proprietari terrieri e ai loro poveri intendenti in loco — si badi bene: appartenenti a uno Stato dichiaratosi neutrale, con cui di conseguenza la Francia non era in regime di belligeranza.

Mi domando: quanti altri sfregi del genere le nostre popolazioni hanno dovuto subire in quegli anni? Si è parlato nei mesi scorsi di un «armadio della vergogna», in relazione alla scoperta di un archivio in cui sono stati — per alcuni colpevolmente, per altri doverosamente — sepolti per decenni i dossier penali relativi a stragi compiute da soldati italiani nei Paesi occupati, in specie nei Balcani, rimase quindi impunite. Quantidossier dovrebbe contenere un «armadio della vergogna» dedicato a queste stragi, che vedono coinvolti i nostri antenati, ma non per questo sono state meno reali e dolorose? Non si può non osservare che, se di alcuni eccidi compiuti nel secondo conflitto mondiale — da tedeschi, truppe italiane, milizie fasciste o partigiani — quanto meno esiste undossier, magari sepolto dalla polvere, perché qualcuno si è almeno mostrato interessato a punirne i colpevoli, degli eccidi del periodo napoleonico la memoria si è letteralmente dissolta.

Ma — continuo a domandare — in che misura l’imbarbarimento della guerra, dovuto al coinvolgimento dei civili che i francesi «emancipati» attuano, non creerà un precedente, che autorizzerà anche altri eserciti a imitare i «novatori» di Oltralpe? Una liberazione al tal prezzo è una liberazione moralmente accettabile da un popolo — e la grande stagione dell’Insorgenza è lì testimoniarne il rifiuto — e da chi ne deve rappresentare in esplicito i valori, cioè i poteri pubblici? O, almeno, è lecito parlare ancora in termini encomiastici, se non elegiaci, di un ventennio di rapporti tra Francia rivoluzionaria e napoleonica e Italia, che si configura in termini di un assoggettamento totale e di una violenza ancora tutte da narrare, perpetrate dalla consorella transalpina contro i popoli della Penisola? E, da ultimo, è segnale di equità di giudizio dilatare in maniera abnorme, solo perché più recenti e di segno ideologico più gradito, la memoria delle stragi compiute in Italia dalle truppe hitleriane, quasi sempre rappresaglie, dopo l’8 settembre 1943? Perché non parlare invece di due — di tante — occupazioni, entrambe drammatiche e foriere di gravi lesioni e ricadute fatali sulla condizione morale della nazione italiana?

Si discute oggi tanto di memoria condivisa: non so se sia un traguardo raggiungibile, anche perché manca una definizione «condivisa» di che cosa sia tale memoria… Di certo, però, il primo passo in questo senso che occorre fare è sul piano dei fatti, non mutilando la memoria. Bisogna quindi ammettere che l’Italia ha subito sanguinose rappresaglie da parte degli sconfitti dell’ultima guerra mondiale, ma ha anche patito tanti scempi inflittile da troppi «liberatori», e fra questi non si possono non annoverare i rivoluzionari francesi e Napoleone.

Solo in questo orizzonte davanti sarà possibile riconquistare una parte di verità sulla storia d’Italia e, quindi, acquisire una più matura consapevolezza di chi siamo e di dove andiamo come popolo.

* * *

Do di seguito le pezze d’appoggio della mia argomentazione, di cui sono debitore al signor Millo Bozzolan di Seren del Grappa (Belluno), il quale, a sua volta ha avuto notizia dei fatti dal dott. Giorgio Zoccoletto, rinomato storico veneto, autore, fra l’altro, di 1797. L’occupazione napoleonica del territorio trevigiano (Antilia, Treviso 1997). Si tratta (a) di una lettera informativa inviata da Bozzolan al quotidiano Il Gazzettino di Venezia; (b) del testo della denuncia fatta dal capo della comunità di Mussolente al pretore di Asolo (Treviso), nonché (c) della comunicazione di costui al podestà di Asolo Zustinian Badoer (entrambi i documenti si trovano in Archivio Di Stato Di Venezia, Senato Militar Terra Ferma, filza 38).

Oscar Sanguinetti

 

LEGA DI CAMBRAI: IL DOMINIO VENETO SCOMPARE COME NEVE AL SOLE, MA…IL POPOLO FA LA PROCESSIONE COL LEONE.

Alvise Zorzi in poche frasi concise, descrive quanto successe all’arrivo degli imperiali e dei francesi nella Terraferma veneta: i “cittadini” (ovvero i nobili locali) sperano di riacquistare il potere antico, a scapito degli odiati veneziani, ma il popolo non è con loro e inneggia e si batte per San Marco.Leone_di_San_Marco_a_Verona

“A Bergamo, a Brescia, i legati imperiali erano stati accolti con calore dai nobili, ad eccezione di alcune casate, le nobiltà locali, abituate a spadroneggiare e a litigare fra di loro, mal sopportavano la legalità e l’ordine imposto da Venezia e malissimo la superiorità dell’aristocrazia veneziana.  Nutrivano, insomma, la nostalgia per l’autonomia municipale che sperava, chissà perché, di recuperare grazie al re di Francia.

Di Vicenza aveva preso possesso a nome dell’imperatore un avventuriero, nobile di gran casato e dalle abitudini stravaganti, di nome Trissino, accolto con entusiasmo dalla nobiltà. Anche a Padova era successo e lui si era insediato nel palazzo del Capitanio veneziano.

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Porta a Nuova a Verona, a sinistra furono fucilati gli eroi delle Pasque Veronesi

A Verona invece era stata Venezia stessa a consigliare ai maggiorenti la sottomissione per evitare spargimenti di sangue e un assedio. Gli imperiali erano arrivati ma il popolo aveva gridato “Viva San Marco !” in faccia ai nobili ‘marani’ (così erano chiamati) filo imperiali (e già l’appellativo la dice lunga su come la gente comune li vedesse NdR); i popolani di San Zeno avevano raccolto i pezzi di un leone alato e l’avevano portato in processione nel loro borgo dove l’avevano devotamente seppellito.

Anche a Vicenza i nobili che gridavano “Viva l’Impero! ” si erano scontrati violentemente con i popolani di Borgo San Pietro che gridavano “Viva San Marco !” 02_-_Il_Burchiello_-_Canaletto_-_Porta_Portello_Padova

A Padova i popolani di Santa Croce e quelli del Portello si erano opposti ai soldati di Massimiliano. A Treviso dove poi Trissino si preparava a un ingresso trionfale, una sommossa popolare aveva costretto i nobili che lo avevano invitato a nascondersi e la città era rimasta saldamente nelle mani di Venezia”.

Il popolo era dunque appassionatamente marchesco.

San Marco per sempre di Alvise Zorzi

La Loggia del Capitaniato a Vicenza.

La Piazza dei Signori, nel cuore della città di Vicenza, racchiude alcune tra le opere più insigni di Andrea Palladio, la cui statua domina una piazzetta a lui dedicata, su uno dei lati minori.  Alla sua destra il Palazzo della Ragione, però universalmente noto come Loggia Palladiana, di fronte la Loggia del Capitaniato.

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A Palladio venne chiesto di edificare una nuova e più degna residenza per il Capitanio , la massima autorità veneziana in città, sul luogo di una precedente costruzione medievale. Il nome del capitanio Giovanni Battista Bernardo, di antica famiglia del patriziato, rimane legato all’ opera con l’ intitolazione  della Sala dove ora si riunisce il Consiglio Comunale vicentino, Sala Bernarda. Palladio vi lavorò tra il 1571 e il 1572, mentre ancora era in costruzione la Basilica, che sarebbe stata ultimata dopo la sua morte.
La Loggia ha un aspetto massiccio e imponente, pure di forme e proporzioni eleganti. Quattro grandi semicolonne  racchiudono gli archi inferiori e le finestre del piano nobile.  Le decorazioni suI fronte principale rappresentano  figure che versano dell’acqua, simboleggiano i fiumi. A coronare la parte superiore, un attico con balaustra.
L’edificio  attuale si presenta con una bicromia creata dal rosso del mattone e dal bianco della pietra e degli stucchi.Pare che Palladio non  avesse previsto l’intonacatura, ma se ne scorge ancora una traccia, sulle colonne.250420144205
Sulla facciata dell’edificio che dà su contrà del Monte (così chiamata perchè vi si affacciava il primo Monte di Pietà della Terraferma Veneta ( aperto nel 1486)cambiano i moduli architettonici: non più le semicolonne giganti, ma quattro di dimensione minore, utilizzata come una sorta di celebrazione trionfale.Negli intercolunni laterali sono collocate infatti due statue allegoriche che ricordano la grande vittoria di Lepanto del 1571.L’interpretazione di questi simboli è chiara: la Virtù e l’Onore seguendo la Fede e la Pietà ottengono la Vittoria e la Pace. Venezia ha vinto i Turchi unendo questi valori. Altre statue e bassorilievi evocano la grande vittoria navale.040520144388

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Dettaglio dei fregi che ricordano la Battaglia di Lepanto, alla quale la città di Vicenza contribuì con elargizioni economiche e con la partecipazione di militi vicentini. L’ Altopiano di Asiago si impegnò a fornire il legname per la costruzione di due navi.
040520144386Gli interni sono decorati da  Rubini e Fasolo, oltre a opere provenienti da ville del Vicentino. Giovanni Antonio Fasolo, pittore comasco allievo di Paolo Veronese, fu molto attivo in Veneto come collaboratore di Palladio, morì nel 1572 proprio mentre lavorava agli affreschi della Sala Bernarda, cadendo da un’impalcatura.

L’Arco delle Scalette di Porta Monte a Vicenza.

2603201612012Tra le opere che il grande architetto padovano Andrea Palladio ha lasciato a Vicenza, sua città di adozione, c’è un singolare monumento, che rievoca gli archi trionfali tipici dell’antica Roma. Il progetto risale al 1575 circa, ma l’Arco venne edificato nel 1595, quando Palladio era morto da alcuni anni. Continua a leggere

LA CALA’ DEL SASSO, LA STRADA LUNGA COME IL PURGATORIO, In Val Stagna.

ASIAGO –

il magnifico Leone marciano, restaurato per volontà della Comunità nel 1893, armato di spada.Era "tera de confin" con l'Austria, e le contese per via dei pascoli, con i feudatari dirimpettai, eran frequenti. Vigilava la Milizia di Asiago.

il magnifico Leone marciano, restaurato per volontà della Comunità nel 1893, armato di spada.Era “tera de confin” con l’Austria, e le contese per via dei pascoli, con i feudatari dirimpettai, eran frequenti. Vigilava la Milizia di Asiago.

« È lunga come il purgatorio, scura come il temporale, la scala che ti porta lassù, sull’Altopiano di Asiago. Quattromilaquattrocentoquarantaquattro gradini, ripidi da bestie, faticosi già a nominarli. Partono dalla Val Brenta, sotto picchi arcigni, nel punto dove la valle – per chi viene da Bassano – sembra spaccarsi in due, all’altezza di un paese chiamato Valstagna, con la sua muraglia di vecchie case a filo d’argine. L’erta prende la spaccatura di sinistra e brucia in un lampo 810 metri di dislivello. Si chiama «Calà del Sasso», ed è una delle opere più fantastiche delle Alpi.»
(Paolo Rumiz)

La Calà del Sasso è il percorso, formato da 4444 gradini, che collega il comune di Valstagna, nel Canale di Brenta, alla frazione Sasso di Asiago, nell’Altopiano dei Sette Comuni, in provincia di Vicenza, ed è la scalinata più lunga d’Italiaoltre che la scalinata più lunga del mondo aperta al pubblico.

La Calà del Sasso copre un dislivello di 744 metri. Il percorso è ancora in gran parte affiancato da una cunetta, realizzata, come i gradini stessi, in pietra calcarea: questa cunetta veniva un tempo utilizzata per trasportare a valle il legname dell’Altopiano. Giunti a Valstagna infatti, la Calà termina nei pressi del fiume Brenta, in cui i tronchi erano fluitati fino a Venezia dove venivano usati nell’Arsenale per la costruzione di imbarcazioni.

La Calà del Sasso deve il suo nome Calà (calata, discesa) al fatto che veniva sfruttata per far scendere i tronchi d’albero dalla frazione Sasso, sull’Altopiano di Asiago, al Canale di Brenta. Realizzata nel XIV secolo sotto il dominio di Gian Galeazzo Visconti, venne ampiamente sfruttata dai Veneziani dal XV alXVIII secolo per rifornire di legname l’Arsenale per la costruzione di navi.

I boscaioli dopo aver portato a valle i tronchi, facendoli scorrere sulla canaletta che costeggia il sentiero a gradoni, potevano acquistare nel paese di Valstagna alimenti, come sale o farina, oltre ad altri oggetti e facevano quindi il percorso di ritorno in salita con un nuovo carico di peso sulle spalle.

Altro tratto della Calà del Sasso

La struttura a gradoni, con canaletta sul fianco, fu ideata per permettere un percorso più agevole durante il trasporto dei pesanti tronchi d’albero: i gradoni evitano infatti il pericolo di scivolamento in caso di maltempo o con la neve e il ghiaccio, non infrequente d’inverno soprattutto sulla parte alta del percorso. La canaletta sul fianco non solo permetteva di far scivolare il tronco ma consentiva anche la svolta nelle strette curve o tornanti che caratterizzano la Calà.

Perse la sua importanza come principale via di collegamento fra pianura e Altipiano negli anni fra il XIX e il XX secolo, quando venne realizzata la rotabile del Costo (1850) e la vicina ferrovia Rocchette-Asiago (1909).

Originariamente i gradini erano 4.422 ma nel 1498, a causa dell’abbassamento del greto del torrente Ronchi, ne furono aggiunti altri 22.

Una parte di questi gradoni sono stati nel tempo erosi dalle acque e di conseguenza andati perduti, ma la struttura del sentiero è ancora chiaramente visibile e, in alcuni tratti, ben mantenuta.
Dopo un periodo di degrado e abbandono, negli ultimi decenni il sentiero ha subito processi di rivalorizzazione che hanno portato alla sistemazione dei tratti più danneggiati. È così tornata ad essere un importante itinerario storico-turistico.

La leggenda 

Si narra in Valbrenta che nel 1638, Loretta e Nicolò, abitanti di Sasso di Asiago e fidanzati in odor di matrimonio, vengono colpiti da sventura: Loretta, in attesa di un figlio, si ammala gravemente e il suo innamorato, determinato a salvarla, parte deciso alla volta di Padova alla ricerca di un unguento miracoloso. Scende la Calà del Sasso e giunto a Valstagna noleggia un cavallo. Pur viaggiando di gran carriera il tempo scorre veloce e col sopraggiungere della notte Nicolò non è ancora tornato.
Gli abitanti del Sasso di Asiago decidono allora di scendere con le torce incontro al giovane. Con stupore avvistano lungo la Calà altre luci che salgono: è Nicolò scortato dagli uomini di Valstagna. La storia è a lieto fine con l’unguento che guarisce Loretta e i due morosi possono così sposarsi, con la partecipazione di tutti gli abitanti del Sasso e di Valstagna. Da qui la credenza popolare che se due fidanzati percorrono la Calà mano nella mano si ameranno per sempre.

A ravvivare questo messaggio d’amore la seconda domenica di agosto tutti gli anni si svolge una fiaccolata commemorativa che porta diverse centinaia di persone da Valstagna verso Sasso di Asiago lungo la Calà, dove vengono accolti da musica e banchetti.

IL SACCO DI VICENZA MESSO IN ATTO DALLE TRUPPE FRANCESI NEL 1797.

417121_3201077756518_1977761968_nDa un documento della municipalità giacobina, fortunosamente salvatosi perché fu sottratto come souvenir da un archivio in occasione dei moti del 1848, e fu poi custodito con amore dai discendenti del soldato Andreas Klozlovic dell’esercito imperiale austro ungarico, autore del “furtarello”, traiamo queste notizie sul vero e proprio sacco della città, durante la prima occupazione francese. Quel militare austriaco-bosniaco si sposò poi con una giovinetta vicentina e i suoi discendenti vivono tuttora lì.
Così un suo omonimo, Andrea Klozlovic, purtroppo deceduto negli anni passati, poté prepararci un articolo nell’ormai lontano 1997, quando l’associazione oplologica (amanti delle armi, gente assetata di sangue… 😉  ) di cui ero segretario decise di dedicare un volume alla commemorazione del bicentenario della caduta della Repubblica di Venezia. Ecco alcuni esempi della “rapina a mano armata” contro una nazione neutrale e in particolare contro il distretto del “visentin-bassanese”, in dieci mesi di governo “democratico” francese:
quasi 15.000 quintali di frumento, due milioni di razioni di pane da 800 grammi l’una, 1500 buoi e vacche, 692mila libbre di carne suina, 753 quintali di sale e poi riso, fagioli, farina.
All’inizio ho parlato di soldati scaglionati – prosegue A. Klozlovic nel suo racconto – e infatti, dai dipinti e dalle testimonianze dell’epoca, sappiamo che i francesi sembravano bande di pezzenti che si rivestirono a spese delle municipalità italiane. A Vicenza la guarnigione pretese 2500 uniformi, 6100 camicie, 3000 cappelli,528 berrettoni di pelo, 6334 scarpe (non paia perché allora la destra era uguale alla sinistra) e dinoltre 115 cavalli per un paio di squadroni francesi dino ad allora “ésquadron” solo di nome perché in realtà appiedati.
E poi requisizioni di denaro da parte di ufficiali e generali – ad esempio il generale Baillard 25.000 lire e, per non essere di meno del loro comandante lo Stato Maggiore della 5a divisione francese si faceva consegnare 30.000 lire, naturalmente “ad imprestito”.
Vi fu un aspetto delle requisizioni che irritò particolarmente i vicentini: i francesi di stanza in città si mostrarono particolarmente assetati. Nei mesi dell’occupazione si bevvero 836.350 pinte di vino (la pinta corrispondeva grosso modo a un litro). In breve tutta la città si trovò senza una goccia di vino e le 120 osterie dovettero chiudere i battenti”.

Post scripum: il documento citato si intitola “Stato delle somministrazioni in viveri e foraggi, in vestiti ed equipaggi da 8 fiorile anno V (27 aprile 1797) a tutto Nevoso anno VI (19 gennaio 1798). E’ un manoscritto di cm. 70 per 50, ancora conservato dalla vedova signora Kozlovic.

IL MEDOACUS

Simonetta Dondi dall'Orologio

medoacusLe popolazioni del Veneto centrale hanno coniato in illo tempore una parola – Brentana – che vuol dire alluvione, riferendosi al nostro Brenta che attraversa il territorio proveniente dal Trentino Alto Adige e scende fino alla Laguna. Continua a leggere