I VENETI DA CUI PRENDERE ESEMPIO: IL DOGE DANDOLO, IN BATTAGLIA A 80 ANNI

« Stava ritto tutto armato a prua della sua galera, con davanti lo stendardo di san Marco, ordinando a gran voce ai marinai di portarlo prestamente a terra, o li avrebbe puniti a dovere; sicché quelli approdarono subito, e sbarcarono con lo stendardo. Tutti i veneziani seguirono il suo esempio: quelli che stavano nei trasporti dei cavalli uscirono all’aperto, e quelli delle navi grandi salirono sulle barche e presero terra come meglio poterono. »
(Goffredo di Villehardouin)

Enrico Dandolo, in latino Henricus Dandolus, fu il 41° doge della Repubblica di Venezia, eletto a tardissima età, il 21 giugno 1192.Wikipedia
Data di morte: 21 giugno 1205, Costantinopoli

EnricoDandolo

GRADO, LA CAPITALE DEI VENETI MARITTIMI PER PIU’ DI UN SECOLO.

Di Bruno Scaramuzza

001-foto-nico-gaddi-112-Da pochi anni i bizantini avevano riconquistato l’Italia, allorché nel 568 entravano nelle nostre terre i longobardi guidati da Alboino ed in poco tempo il loro potere si diffondeva e si consolidava in tutta Italia ad eccezione di poche enclaves bizantine.

A Costantinopoli la corte incaricava allora un geografo, tale Giorgio di Cipro, di elencare le città italiane rimaste fedeli all’Impero. Per le Venezie, come si vede nella cartina, venivano indicate Pola, Trieste, Pucino, il castrum di Oderzo, Padova ed il castrum della nostra Grado (Ko.Grádon) che, essendo la nuova sede del patriarca di Aquileja, era diventata di fatto e lo sarà per più di un secolo la capitale della Venezia marittima.

E a Grado, in tale periodo, si riunivano ogni sabato i rappresentanti delle tante isole delle lagune (da Chioggia in qua): i tribuni che, come sappiamo alla fine del VII secolo (o inizi dell’VIII) saranno sostituiti, su suggerimento del nostro Patriarca, dal Doge (‘l Doze). 

I ‘DOXI’ GENOVESI ? UNA CATTIVA IMITAZIONE DEI DOGI VENEZIANI. TRECCANI DOCET :)

Di Alessandro Lattes

sala del Maggior Consiglio di Genova.

sala del Maggior Consiglio di Genova.

Doge – Nome del primo magistrato nelle Repubbliche di Venezia e Genova, di origine affatto diversa, di evoluzione storica molto simile (?? nelle due città. A Venezia, sul finire del VII secolo, ai tribuni bizantini, fu sostituito per elezione popolare un capo civile unico, DUX, vicino a cui stava un capo militare unico, magister militum .  Paoluccio Anafesto fu il primo doge nel 591.

A Genova, nel 1339, tra i cittadini che attendevano la nomina dell’abate del popolo, una voce gridò : “Fate abate Simon Boccanegra !” e poichè questi presente se ne scherniva, taluno gridò : “Fatelo doge !” Ed egli, acclamato Doge, accettò.  Evidente imitazione degli ordinamenti veneziani,prodotta probabilmente da un movimento preparato dal Boccanegra e dagli amici suoi.

Agostino Doria, col particolare berretto e scettro

Agostino Doria, col particolare berretto e scettro

Il nome del primo doge genovese non mutò più e fu soltanto sospeso negli intervalli in cui le dominazioni straniere erano soltanto rappresentate da governatori.

A Venezia, come a Genova, i modi dell’elezione furono variati più volte, … a Venezia il Doge, che fu sempre di famiglia patrizia,  teneva la carica a vita e non poteva rinunciare, giurava la promissione ducale, un insieme di regole che doveva rispettare nel suo mandato e nel 1501 fu istituito l’ufficio degli inquisitori del Doge defunto.doge_mocenigo

A Genova fino al 1528 il Doge doveva essere di famiglia popolare, dal 1413 anche di parte ghibellina … ma dopo la riforma fatta da Andrea Doria, la carica fu riservata sollo alle famiglie patrizie. Il potere in entrambe le città divenne solo formale e ampie furono le restrizioni .. tanto che si disse per entrambi: rex in purpura, senator in Curia, in urbe captivua (prigioniero nella città), extra urbem privatus (fuori dalla città un privato).

ABBIGLIAMENTO Usavano entrambi vesti scarlatte, mantello di ermellino, ma il copricapo era diverso: il corno dogale il veneziano, il genovese un berretto quadrato ornato di un cerchio dorato nelle occasioni più solenni, e ne ottenne il riconoscimento da Carlo V il quale gli concesse di portar ele insegne dogali (cosa impensabile per i veneziani indipendenti ndR ).

articolo più esteso qua  http://www.treccani.it/enciclopedia/doge_(Enciclopedia-Italiana)/

 

 

LE PROBABILI ANTICHE ORIGINI DEL CORNO DOGAL, DAI VENETICI AI DOGI.

209146_1967429836091_8331341_oSin da quando vidi le prime immagini sbalzate sulle situle di personaggi dell’epoca con in testa un curioso berrettino a punta, ne colsi le somiglianze sostanziali con il corno dogale. Però quando lo facevo notare in giro, anche a persone esperte di storia antica, mi si obbiettava che per qualche secolo, all’inizio, i dogi indossavano una specie di tiara, di evidente influenza bizantina. Solo nel 1300 comparve il Corno dogal famoso. 

Il berretto a corno, che evidentemente non era mai caduto in disuso tra i Veneti della X Regio Romana per i capi villaggio o i capi eletti, ritornò sulla testa del Dux Venetiarum, probabilmente a ribadire il distacco e l’autonomia totale dal mondo bizantino.

nel portale di Sant'Elpidio, del 1250, pare di intravvedere il berretto venetico

nel portale di Sant’Elpidio, del 1250, pare di intravvedere il berretto venetico

Quindi la tiara fu una moda, una specie di ossequio a Bisanzio, alla sua maniera di esprimere i segni del potere sommo, poi, man mano che l’influenza dell’Impero d’Oriente si riduceva, ecco i Venetici (Paolo Diacono li chiama ancora così) riprendere la tipica tradizione del berretto antico mai smesso, per il Doge. Altro esempio di straordinaria continuità storica tra Venetici e Veneti.

il primo Doge con la tiara bizantina

il primo Doge con la tiara bizantina

Ricordiamo che le società antiche erano refrattarie a usare simboli religiosi o di potere che non si collegassero saldamente al mondo che dovevano rappresentare. E’ stato così in ogni civiltà e così è stato certamente anche a Venezia. 223174_1967429916093_7374302_n

COME NACQUE VENEZIA, PRIMA IL LUOGO DI CULTO E POI LE CASE.

Di G. Distefano,10892017_10205757463566493_9002900870312701261_n

il quale scrive... che siano stati i padovani o che sia stato un ricco costruttore, poco importa. cosa davvero importante è che con la fondazione di San Giacometo si incomincia a parlare della storia di Venezia. Nella data del 25 marzo 421 si fondono storia e leggenda. Quanto poi al resoconto storico della fondazione di San Giacometo, bisogna dire che l’insediamento delle isole della laguna, anche in quelle minori, segue lo stesso canovaccio: prima sorge l’edificio religioso, rappresentato da una torre, la Torre di preghiera come luogo privilegiato di una famiglia titolare dell’insediamento, poi segue la costruzione della residenza della stessa famiglia e contestualmente, quello della comunità. In altre parole, dopo la costruzione della chiesa prende corpo l’urbs, la forma urbana. Per esempio, nel contesto della città futura le chiese di San Pietro in Castello e S. Angelo Raffaele segneranno in seguito i due punti estremi dell’insediamento, i confini entro cui essa dovrà prendere forma, il perimetro sacro della città, che un’altra leggenda più tarda dice voluta da Dio, per cui nascerà il mito di Venezia come creazione divina.

Dalmazia: cerca conchiglie, trova il sigillo del doge

OGGI E’ IL COMPLEANNO DI VENEZIA, UN DONO DEL MARE ALLA SUA REGINA
di Andrea Marsanich
24 marzo 2016

image (1)ZARA. Se ne va a raccogliere conchiglie lungo la spiaggia di Collovare, a Zara, ed estrae dal mare un pezzo di storia della Serenissima, risalente a circa 900 anni fa. È quanto accaduto al portalettere zaratino Marin Odvitovic, che giorni fa si è recato in questa spiaggia – frequentatissima d’estate – situata nelle vicinanze del centro storico della celebre località della Dalmazia. Qui ha rinvenuto casualmente un sigillo del doge Ordelaffo Falier, che giaceva sott’acqua a mezzo metro di profondità.

L’uomo non si è accorto da principio di avere in mano un’antica testimonianza di Zara e della Repubblica di Venezia, e ha consegnato il piccolo prezioso oggetto all’archeologo e storico zaratino Dejan Filipcic. «Sono rimasto stupefatto quando ho visto il sigillo – ha detto l’esperto – è un ritrovamento di eccezionale importanza, che aggiunge preziose conferme alla storia medievale di queste terre della Dalmazia settentrionale. Sul sigillo è inciso il nome di Ordelaffo Falier (o Ordelafo Falero), che fu il trentaquattresimo doge della Serenissima, nato a Venezia nel 1070 e morto in battaglia a Zara nel 1117».

Su una faccia del marchio è rappresentato Gesù, con il doge veneziano inginocchiato ai suoi piedi nell’atto di ricevere un vessillo. L’altra faccia contiene la scritta “Ordelafo Falerodei Gradux Venecie”. Contattato dai giornalisti, Filipcic ha dichiarato che – in accordo con Odvitovic – intende donare il sigillo al Dipartimento di archeologia dell’Ateneo di Zara. «Lo vogliamo fare – ha rilevato Filipcic – perché queto Dipartimento è impegnato nella creazione di una collezione di reperti archeologici rinvenuti a Zara e nei suoi dintorni».

Il responsabile del Dipartimento, Mato Ilkic, non nasconde la sua gioia per il ritrovamento: «Si tratta di un ritrovamento eccezionale e soprattutto utile, poiché non si sa molto su questi oggetti, nel passato alquanto trascurati dagli storici e dagli archeologi. È una testimonianza della storia di Zara,nella fase del suo passaggio dall’Alto Medioevo al pieno Medioevo. Il sigillo conferma inoltre la presenza di questo doge a Zara, dove morì nel 1117. Alla guida di un forte contingente di soldati veneziani, il Doge Falier trovò la morte sotto le mura della città nel tentativo di recuperare Zara, sottraendola al dominio degli Ungheri. Nonostante la ritirata dei soldati della Serenissima – racconta ancora Ilkic – la salma venne pietosamente trasportata fino alle navi e poi a Venezia dove furono resi gli onori pubblici e dove Ordelaffo venne sepolto nella Basilica di San Marco. È importante dunque che questo sigillo resti a Zara, nella sua Università degli studi».

A detta di Ilkic, non sempre i reperti archeologici rinvenuti nella città e nel suo circondario vengono consegnati alle competenti autorità. In parecchi casi si preferisce vendere gli oggetti antichi e di valore, con grave danno per il patrimonio storico-culturale. Ma per fortuna questo non è stato il caso del postino di Zara.

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LA STORIA DI TREVISO e dintorni, all’ombra del Leone. Gli zattieri del Piave, morti per San Marco.

Di Pierluigi Ceccon

Dominium Venetum Religione Legge Iustitia Republica Conservat . Charitate Amore Pietate Subditos. MDLXVI
La Repubblica conserva Il Dominio Veneto con la Religione, la Legge, la Giustizia, i Sudditi con la Carità, l’Amore, la Pietà. 1566

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Treviso dopo Oderzo e Montebelluna era una delle più importanti città del territorio centrale dei Veneti Antichi, situata tra le due rive della Piave (all’epoca la Piave si divideva in due rami prima del Montello), del Sile e del Cagnan. Il territorio viveva prospera di commerci e famose erano le sue fabbriche di spade Venete. I Veneti Antichi si stanziarono negli attuali territori già dal XV° secolo a.C.
Nel I° secolo A.C. divenne parte dell’impero Romano essendo parte della X Regio Venetia et Histria.

Alla caduta dell’impero Romano d’Occidente la città si vide assoggettata da vari invasori, dai Goti (il loro grande re, Totila, nacque proprio qui), i Bizantini. I Longobardi, più tardi, stanziarono una zecca nella città entrata a far parte del loro territorio, mentre successivamente il trevigiano passò indenne il periodo dell’arrivo degli Unni.
Treviso comunque dal 1176 al 1319 (con due brevi pause, dal 1239-59, fu Signoria dei Da Romano e poi 1283-1312 dei da Camino) divenne una città-stato, essa si diede degli statuti per conservare la sua indipendenza, ma nel 1313 dovette affrontare in un’ impari lotta con Cangrande della Scala, Signore di Verona.12832525_552628811564943_334873376222035945_n

Dopo varie lotte tra Signori di opposte fazioni e dominazioni straniere il 2 Dicembre 1338 le truppe della Serenissima entrarono nella città del Sile. Treviso fu la primogenita del futuro “Stato de tera” e fu nello stesso tempo anche la più fedele dimostrandosi baluardo indistruttibile della Veneticità. Lo si poté constatare qualche anno dopo quando i Trevigiani (l’11 Febbraio 1344) non vollero essere considerati sottomessi contro la loro volontà dai fratelli Veneziani per conquista armata (come fecero Scaligeri e Austriaci) e per questo con atto pubblico essi si dichiararono: riconoscenti a Venezia per la materna opera sua e con una unanime deliberazione del consiglio dei Trecento, le cedettero spontaneamente la città, i castelli, i beni, le regioni e le giurisdizioni. Il periodo di pace durò poco e nel 1381-84 dopo lungo assedio fu conquistata dagli Austriaci, i quali la vendettero alla signoria dei Francesco da Carrara (1384-88). Ma i Trevigiani non ci stettero e desiderando il ritorno del buon governo Veneto insorsero al grido di: “Viva il popolo di Treviso e muoia il Carrarese che ci ha sempre derubato!”

La sommossa ebbe come epicentro la piazza del Carbuio, l’attuale piazza dei Signori, ed il 29 Novembre 1388 migliaia di insorti provenienti dalla campagna trevigiana e dalla laguna veneta gridavano per le strade: “Vivat Beatus Evangelista Noster Sanctus Marcus Venetus” (Viva il Beato Evangelista, il nostro San Marco Veneto). Si formò subito un governo provvisorio e, cacciato Francesco il Vecchio da Carrara, si diedero spontaneamente alla Repubblica Veneta; tale dominio durò fino al tragico 1797.10168192_552629014898256_4137064101046991766_n

Quindici giorni più tardi il 13 Dicembre i Veneziani rientrarono a Treviso e da quel momento il 30 Novembre, festa di San Andrea e il 13 Dicembre, festa di Santa Lucia divennero Feste Patrie. Una processione laica partiva col Podestà da piazza del Carbuio, e un’altra religiosa, col Vescovo, partiva dal Duomo per incontrarsi alla Messa solenne nella chiesa di S. Lucia.

Per più di cento anni la città di Treviso visse in pace sotto la protezione del Leone Alato. Ma dopo la sconfitta dell’Armata Veneta ad Agnadello il 14 Maggio 1509 contro la Lega di Cambray che puntava all’annientamento dell’invidiata Repubblica Veneta e la scomunica di Giulio II, si assistette al dilagare della coalizione composta dai monarchi Europei nel territorio Marciano (Massimiliano d’Asburgo per l’Austria, Luigi XII per la Francia, Ferdinando il Cattolico per la Spagna, ed il Papa Giulio II).

I Trevigiani si prepararono alla battaglia nonostante che il governo Veneto avesse dato l’autorizzazione alle varie città del Stato de Terra di arrendersi al nemico. Il popolo di Treviso da sempre fedele al governo Veneto bloccò il podestà Gerolamo Marino che stava per abbandonare la città per recarsi a Venezia.
Il Senato Veneziano decise così di fortificare Treviso per affrontare l’urto finale della Lega nominando Fra Giocondo da Verona progettista delle difese della città. Successivamente il tempo il progetto passò in mano al Bartolomeo D’Aviano, già comandante dell’Esercito Veneto (vedi epigrafe in porta Santi XL Treviso) visto che il Frate tardava nel compire la sua opera.

L’esercito della Lega incombeva nelle pianure trevigiane, dopo aver abbandonato la conquista della città di Padova, Francesi e Austriaci si riunivano in un unico comando affidato a Chambanèes de la Palisse. Tra il 7 e 15 Ottobre 1511 si ebbe l’attacco decisivo contro la città che si concluse con un nulla di fatto. Treviso fu salva grazie a vari atti di eroismo del popolo Veneto non ultimo quello che vide protagonisti i Zattieri della Piave, i quali costretti loro malgrado a trasportare le truppe e armamenti agli Austriaci che approntavano l’assedio di Treviso, si auto affondarono in una curva del fiume nel Versante del Montello assieme al nemico. L’atto di eroismo fu premiato dalla Serenissima con il dono di una medaglia d’oro “con l’impronta di San Marco” ai famigliari e orfani dei defunti e il riconoscimento di alcune terre. L’orgoglio Veneto nel Trevigiano fece da scudo alla capitale Venezia e per questo il Maggior Consiglio nello stesso secolo donò ai Trevigiani un Leone di San Marco ubicato nella zona del portello con su scritto: SAN MARCO CONSERVA LA CITTA’ A TE DEDICATA.

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Per quasi trecento anni la città si assopì nel torpore sereno creatosi attorno a lei dal mantello protettivo della potenza dello Stato Veneto, i vasti territori della Marca Trevigiana non ebbero mai periodo più fecondo e tranquillo, nemmeno nei secoli avvenire
In questo lasso di tempo le difese delle mura cittadine erano lasciate alla confraternita dei Bombardieri, tecnici volontari specializzati nell’uso dei cannoni e di tutte le armi da fuoco; ogni tanto veniva levato un bando a sorteggio per mandarli a combattere nelle fortezze Venete d’Oriente o imbarcarli nelle navi Venete. Da segnalare che una volta all’anno al Lido di Venezia accorrevano da tutto il Dominio Veneto i Bombisti per gareggiare tra di loro e per parecchi anni i Trevigiani primeggiarono in queste competizioni.

Nota di una certa importanza fu il passaggio all’inizio del secolo XVIII° del Generale In Capite Johann Matthias Graf Von Schulenburg , intento ad ispezionava le fortezze Venete del dominio de Tera, dopo averne ricevuto l’incarico dal Governo Veneto (SS.EE. von Schulenburg era il miglior comandante dell’epoca in Europa, e la Serenissima Repubblica di Venezia non badò a spese per il suo ingaggio ne per la sue difese).
I Bombisti Trevigiani non si fecero trovare impreparati e quando all’altezza di San Trovaso, dove vi era un presidio di controllo, lo videro avanzare, segnalarono il contatto con un lancio di fuochi illuminanti che visti dai Bombardieri dentro la città fece scattare il piano di difesa delle mure cittadine. Il Generale vista l’eccellente e rapida preparazione nell’approntare un’eventuale attacco, proseguì nel suo viaggio verso le altre città murate del Veneto, notando nel suo rapporto come la provincia di Treviso fosse ben difesa dai propri volontari.

Ma questo qualche decennio più tardi non bastò a fermare l’orda Napoleonica, Treviso si trovò costretta a rispettare il patto di neutralità che la Serenissima aveva stipulato con il brigante corso.
Nel 1797 le torme Francesi compivano delitti di ogni genere e taglieggiavano tutto il territorio chiedendo soldi e risorse di ogni genere per la loro guerra contro l’Austria. A mo’ di esempio, ad Asolo furono fucilati e poi impiccati sul colle di Ca’Soderini a cinque padri di famiglia che si rifiutavano di dare vivande e foraggi ai banditi di Napoleone.
lo stesso Bonaparte intimò personalmente al Provveditore Straordinario N.H. Angelo Giustinian Recanati, di allontanarsi dalla città di Treviso stufo di le angherie e dei soprusi che aveva precedentemente sopportato, come impostogli dal Senato Veneto, tutte quelle inventive, si staccò la spada dal fianco e la porse al Bonaparte, dicendogli che si offriva in ostaggio per la Repubblica, a garanzia della lealtà e buona fede del suo governo, e che, se il generale voleva sangue, egli era pronto a offrire il proprio per la salvezza della Patria. Di fronte a un comportamento, , virile e risoluto, Bonaparte, restituì la spada al Giustinian e gli permise di andare a Venezia a informare personalmente il Senato delle sue richieste.
A ricordo di questo esempio di amore patrio nel 1905 l’associazione Tarvisium-Venetiae fece porre sotto il portico della casa Giacomelli in via S.Angostino un lapide che porta scritto:
Il N.H. Angelo Giustinian Recanati, Provveditore Straordinario/ Qui, nel giorno 2 Maggio 1797, al cospetto di Bonaparte invasore/ Difese imperterrito nel nome di San Marco, il sacro nome della Patria.
Da quei giorni per Treviso, come per il tutto il territorio Veneto, ci furono soltanto carestie e disastri di ogni genere, aumentati con l’annessione nel 1866 al regno italico dei Savoia; da questo periodo iniziò la prima diaspora Veneta per il mondo. foto 2 e 3: parata per la commemorazione della dedizione.