NOSTALGIA, DE ON MONDO CHE NO TORNARA’ PIU’

picoi e grandi, se lavorava tuti insieme

Ti me ga fato vegnér i oci lucidi, tesoro mio… mi no gavevo ea stala co e tre vache, ma la gaveva le amichete visin casa mia, dove ‘ndavo a conprarghe el late pena monto, col pentoin.. e semo ancora qua a contarsea… anca se el late no jera pastorizà… te meto nel me blog; so che no te despiazarà.. La Tua ze poesia pura <3

SUSY CAROLLO

Nostalgia…

Co fazeo le elementari rivavo casa da scoea e travo la cartea fata de carton perchè,no esendo pi de moda e cartee in corame che doparava i tre me fradej pi veci mi jero na privilegià e gaveo la cartea de carton, la travo in tel divano de ecopellett che ghe jera in tineo, el tineo jera na stansa de tre par tre, rento ghe jera na tola, sie careghe na credensa e sto divan de un coeore indefinibje e esendo fato de ecopellett se te ghe navi visin co un fulminante ardia tuto, casa, staea co rento tre vachete e un cavaeo abitasion de me noni e anca de me zii, ma mi jero contenta, magnavo cuel che catavo e dopo fora, in mezo ai me canpi fin che no vegnea sera, e dopo fora ‘ncora fin che no vegnea note a zugar a ciapascundi, a scaloto, a tri cantuni, co l’elastego, finchè a un serto punto visin a la stala gavejno na sorta de magazin e li ghe jera la guzeti vecia de me nono smontà, casso, el serbatojo coa leveta da verzar do che nava fora la benza, colpo de genio, verzo un bar…….. Ciapo inpieno el serbatojo de acua e faso e prove coa leveta, vien fora l’acua,fata,a so un genio, me godeo un mondo, podeo star ore e ore rento in magazin co ragni grandi come culunbi e no me acorzeo, la spusa che vegnea fora da chel serbatojo la jera indescrivibje, ma me jero tirà sù na bea clientea tuti i boce dea me contrà voea vigner, i pagava coj sasi e co jera sera na meza masiereta la gaveo fata su, logicamente no i bevea i faxea finta anca parchè gavaria fato pi morti mi che na atomica e probabilmente saria ncora drio scontar l’ergastoeo, eco, deso che so granda rivo casa e trò la borsa in tel divan, go da pensar a cosa far da magnar, a far lavatrici, a stendar, a tirar su, a stirar,a netare, andar in posta, in banca, dal comercialista, dal dentista, dal dotor, in farmacia e fare a speza, eco, mi no voria nare in crocera, gnanca ae terme, mi voria tornar indrio pa un mese coa spensieratesa de na putea nata in mezo ai canpi che nava tor su i uvi in tel punaro e ghe dava da magnar aj conejeti, cuej jera bej tenpi, el bruto zè che i putej al dì de ancò ste robe cuà no i podarà mai vivarle, e zè un pecà…….

I GRANDI VENETI: WOLLEMBORG E LE CASSE RURALI

Antonella Todesco

L’annessione del Veneto all’Italia aveva notevolmente appesantito la situazione del territorio per le nuove imposizioni che Roma aveva portato e che, man mano, assumevano il nome di tasse sul macinato, sul sale, sulla ricchezza mobile, sui fittavoli e cosí via.
Ad una pesante situazione interna si era aggiunta una congiuntura mondiale che vedeva riduzioni sul prezzo del grano, del riso e del bestiame; insomma, nelle campagne la vita diventava sempre più dura e grama.
Cosi, alla fine del XIX secolo, per merito di un illuminato capitalista, Leone Wollemborg da Loreggia (Padova), scaturí una scintilla che ben presto avrebbe toccato molte delle nostre campagne arrecando un po’ più di benessere e sicurezza economica; veniva cioé creata la prima Cassa Rurale “italiana”.
Wollemborg era nato a Padova nel 1859 e dopo la laurea di era trasferito a Loreggia.
Economista e uomo politico, nel 1901 venne nominato ministro delle finanze ma si dimise per divergenze in materia tributaria.
Egli fu artefice di leggi sociali come quello sul chinino di stato o per limitare il monopolio sulle fabbriche di zucchero. Si era sempre interessato alle condizioni dei contadini Veneti e fu per loro che fondò la Cassa Rurale.
Nel primo dopoguerra arrivò la crisi delle piccole banche e anche questa gloriosa istituzione dovette chiudere i battenti.

VILLA WOLLEMBORG A LOREGGIA

SAN VALENTINO PARLA ANCHE VENETO, VI SPIEGO COME MAI

la basilica di Vicenza SS Felice e Fortunato a Vicenza con la reliquia di Valentino

 

San Valentino è conosciuto in tutto il mondo; il luogo dove sono raccolte le sue spoglie è Terni, ma … alcune reliquie sono finite a Vicenza, accanto a quelle dei Santi Felice  e Fortunato, altre a Venezia, città degli innamorati per antonomasia.

La reliquia di San Valentino nella basilica SS Felice e Fortunato a Vicenza e a Venezia nella chiesa di San Samuele, vicino a palazzo Grassi.

Quando entrate in questa chiesa di S. Samuele, poco conosciuta anche dagli stessi veneziani, e vi avvicinate al primo altare sulla sinistra, vedrete chiaramente l’urna in cui c’è scritto: CORPUS SANCTI VALENTINI.
E’ vero che la città di Terni si vanta di possedere le spoglie di questo famoso santo, ma è bello mantenere l’alone di mistero e pensare che a Venezia, la città degli innamorati per eccellenza, ci siano alcune reliquie di San Valentino, il protettore degli innamorati. (Redazione di Inside.com)

La festa del vescovo e martire Valentino si riallaccia agli antichi festeggiamenti di Greci, Italici e Romani che si tenevano il 15 febbraio in onore del dio Pan. Questi festeggiamenti erano legati alla purificazione dei campi e ai riti di fecondità. Divenuti troppo licenziosi, furono proibiti da Augusto e poi soppressi da papa Gelasio nel 494. La Chiesa cristianizzò quel rito pagano della fecondità anticipandolo al giorno 14 di febbraio, attribuendo al Santo martire la capacità di proteggere i fidanzati e gli innamorati indirizzati al matrimonio e ad un’unione allietata dai figli.

Da questa vicenda sorsero alcune leggende. Le più interessanti sono quelle che dicono il santo martire amante delle rose, fiori profumati che regalava alle coppie di fidanzati per augurare loro un’unione felice.

Per la reliquia del santo presente a Vicenza nella chiesa dedicata ai martiri Felice e Fortunato, abbiamo trovato quanto segue:

Secondo la tradizione, Felice e Fortunato furono due fratelli originari di Vicenza, forse soldati, che alla fine del III secolo si trovavano ad Aquileia, il centro amministrativo e culturale della X Regio Venetia et Histria, posta al termine della via Postumia, che stava diventando il luogo principale della predicazione della nuova religione cristiana. Il loro martirio avvenne ad Aquileia nel 303-304, durante la persecuzione dei cristiani sotto Diocleziano: i due, interrogati, non vollero rinnegare la propria fede e vennero decapitati.

A Vicenza si sviluppò ben presto la devozione ai due martiri e fu loro dedicata la basilica, identificata come il più antico luogo di culto paleocristiano della città. All’interno della basilica, nel sacello del martirio, sono conservate le reliquie dei Santi Felice e Fortunato contese con Aquileia. È qui conservata anche una reliquia di San Valentino, patrono degli innamorati, esposta ogni anno il 14 febbraio.

La tradizione della Festa di S. Valentino a Vicenza si ripete da 500 anni ed è stata spostata nella Basilica a seguito della sconsacrazione della Chiesa di S.Valentino della quale si può apprezzare la facciata al civico 54 di Corso San Felice. Sono trascorsi oltre 1.730 anni da quel 14 febbraio, giorno dalla morte, e il culto di San Valentino, il vescovo guaritore di Terni, è sempre vivo.

Nacque nel 170 dopo Cristo e morì, sul patibolo, quasi centenario nel 269. Venerato in tutto il mondo come il santo della pace e dell’amore, proclamato a furor di popolo come protettore degli innamorati gode di una enorme popolarità in tutto il mondo dal Giappone, agli Stati Uniti, all’Inghilterra e persino in Australia.

Peraltro furono proprio gli anglicani d’Inghilterra e i protestanti degli Stati Uniti i primi a proclamarlo protettore degli innamorati e dove la ricorrenza del 14 febbraio, ufficializzata nel secolo scorso, è particolarmente sentita.

Fonte Across Veneto e Vicenza è
http://www.facebook.com/pages/VicenzaToday/212021655498004


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LA BRENTA (FEMMINILE). ORIGINE DEL NOME.

i laghi di Levico e Caldonazzo

 

LA BRENTA…femminile per i Veneti fino a quando anche la Piave, parendo allo stato maggiore dell’esercito italiano, poco  consono il genere ai “virili combattenti” (in realtà poveri disgraziati) mandati al macello sulle sue sponde, cambiò sesso senza il nostro permesso (rima). Per assonanza anche la nostra Brenta dovette adeguarsi. E così  fu fatto strame di un altro pezzo importante della nostra tradizione e cultura. Sta  a noi riprenderla.

(Medoacus maior, poi Brinta in latino, Brandau in tedesco, Brint in cimbro)

Il toponimo Brenta trae origine, secondo la versione più accreditata tra gli studiosi, dal ceppo germanico Brint (fontana) o Brunnen (scorrere dell’acqua); il diminutivo è Brentella.
Brenta voleva anche significare il bastone ricurvo con cui i contadini veneti o lombardi portavano i cesti, carichi di uva. O era una misura per i liquidi, e ancora oggi si dice in veneto : “go bevù na brenta de bira” per indicare una gran bevuta. Era equivalente a circa 50 litri.

Le popolazioni dei territori attraversati dal fiume lo hanno sempre nominato al femminile: “la Brenta”.
Questo nome indica, nel dialetto trentino e soprattutto in Valsugana, per estensione, le riserve di acqua che i paesi tenevano in caso di incendi.
La storia e i ricordi ancestrali delle terribili alluvioni subite dalle popolazioni del Veneto centrale hanno coniato il termine Brentana per alluvione. Il suo nome cimbro invece Brintaal.

In epoca romana il fiume era individuato anche come Medoacus¡ (secondo una interessante interpretazione “in mezzo a due laghi” ovvero tra i laghi di origine e la zona lacustre delle foci, la laguna, o più probabilmente in riferimento ai due bacini più settentrionali della laguna di Venezia, quando esso seguiva come letto il corso dell’ attuale Canal Grande ed ai suoi due lati vi erano i due suddetti bacini non ancora uniti in una laguna intera.

Gli studiosi concordano che prima del 589 il fiume transitasse anche per Padova (Patavium, Patavas, ovvero “abitanti di palude”) più o meno in corrispondenza dell’attuale linea ferroviaria, e qui vi confluisse il sistema di canali padovano, ma non tutta la bibliografia concorda che esistesse, nelle attuali valli del Canale di Brenta e di Valsugana, una colonia di Galli chiamati Mediaci.

Di certo durante il Medioevo comparve il termime Brintesis, forse dal latino rumoreggiare, a ricordo delle diverse inondazioni oppure, e sembra essere prevalente, dal ceppo germanico Brint (fontana) o Brunnen (scorrere dell’acqua). Questa interpretazione sembra consolidata dall’uso in tante altre parti del Veneto del diminutivo Brentella per indicare un piccolo corso d’acqua.

NDR. Pare che “brunnen” non trovi corrispondenza nel germanico, magari sarà un germine della lingua dei Celti, o dei Longobardi, chissà…

 



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DI COSA FU TESTIMONE LA BASILICA DI S. MARCO. STRAORDINARI EVENTI.

Antonella Todesco

Avvenimenti di straordinaria importanza furono celebrati nella Basilica di San Marco nei lunghi secoli della sua storia.
Nel 959 un sinodo ivi radunatosi proibí il commercio degli schiavi.
Il 24 luglio del 1177, davanti al portale maggiore si riconciliarono, con la mediazione del Doge Ziani, Papa Alessandro III e Federico Barbarossa.
Dal pulpito di San Marco fu bandita nel 1201 la IV crociata; il Doge Enrico Dandolo e i legati francesi, dopo la Messa, sguainarono le spade al cospetto del popolo e sul Vangelo giurarono di condurre la crociata in Oriente.
Sulle sacre spoglie dell’ Evangelista fu giurata la pace con gli Scaligeri nel 1339.
Accanto alla storia fiorisce anche la leggenda.
Quattro colonne di serpentino poste nell’ atrio proverrebbero dal tempio di Salomone.
Dalla lastra marmorea che copre l altare del battistero Gesú avrebbe predicato a Tiro e a Sidone. Nella stessa cappella, a sinistra dell’ altare, due lapidi avrebbero fatto parte della prigione in cui fu giustiziato il Battista.
Quattro colonne del coro trarrebbero origine dal pretorio di Pilato.
Un pezzo di legno della croce, alcune gocce del sangue di Cristo, uno dei chiodi del Crocifisso, un frammento della colonna della flagellazione, una spina della sacra corona, un ampolla col sangue di Gesú fanno della Basilica il reliquiario dei sacri cimeli della Passione.
Si annoverano poi molte altre reliquie tra cui il braccio di San Pantaleone, la gamba di San Giorgio e una parte del cranio di San Giovanni Battista.

SAN MARCO PORTA IN CIELO ALESSANDRO MAGNO ?

Furatola Chicco

Sopra. il bassorilievo sulla facciata nord che raffigura Alessandro Magno trainato verso il cielo da due animali mitologici, con testa d’aquila, ali e corpo di Leone.

L’amico Furatola Chicco dà una lettura molto interessante del bassorilievo.

Sono convinto che Chugg (uno studioso che afferma esser due i resti dei corpi inumati ndr)  abbia ragione. I corpi sono due ( San Marco e i resti di Alessandro Magno).
Quanto presente nella Basilica di San Marco sul lato esterno nord è un indizio che i resti in realtà sono due. Venezia ovviamente , nel caso ne fosse stata all’epoca al corrente, tenne tutto nascosto perché il mito di San Marco , diciamo, era in “ costruzione” e la sola presenza di altri resti al di là che fossero o meno del Macedone dava chiaramente fastidio.
E allora, come ho più volte scritto, da dove si potrebbe ricavare il messaggio che questo bassorilievo trasmette , su quali presupposti?
Ho una mia personale interpretazione, questa:
Premesso che l’intenzione è quella di dimostrare una contiguità, una correlazione , tra San Marco e Alessandro Magno( nel senso che ambedue occupano, tutt’ora, il sarcofago ove riposa San Marco) vale dire una prova credo che potrebbe essere questa:
Non tutti sanno che a San Marco sino al 300 circa d.c. Non era attribuita la figura del Leone alato ma bensì quella dell’Aquila. Così all’epoca vollero il Vescovo di Lione Sant’Ireneo e il nostro Sant’Ambrogio.( Alberto Rizzi , “ il Leone di San Marco”primo volume dei tre scritti . Una vera e propria Bibbia in materia). Poi attorno alla metà del 300 San Gregorio “ rimescolo’” il tutto assegnando a San Marco la figura del Leone alato e a San Giovanni, altro evangelista, quella dell’Aquila.
Bene, tornando al bassorilievo in Basilica che indica Alessandro Magno portato in cielo da due Grifi( bestie mitologiche con la testa d’Aquila e il corpo di Leone alato ) appare la connessione tra le due figure( San Marco ed Alessandro) nel senso che i due Grifi non sono altro che San Marco nelle sue due versioni ( prima Aquila e poi Leone alato) che “ accompagna” il condottiero Macedone non in cielo ma nello stesso e comune luogo di sepoltura, la Basilica di San Marco.

 

Eccovi il link del primo articolo sull’argomento chi è sepolto assieme a san Marco? clicca sopra per leggere.

 

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PERCHE’ NON POSSIAMO NON DIRCI VENEZIANI

.. E DOBBIAMO COLLEGARCI ALLA STORIA DELLA CAPITALE DEI VENETI.
Ieri ho letto una grande corbelleria (volevo usare un altro termine ma resto nel soft) da parte di un signore, il quale affermava in maniera decisa che il Doge regnava sul nulla, dato che i veneti (e quindi a maggior ragione, tutto il commonwealth veneto, pardon, veneziano) non avevano alcuna voce in capitolo sul modo di reggere lo stato, essendo diretti come “res nullius”, cose insignificanti, dagli aristocratici della capitale.
Curiosa teoria, che ignora del tutto il sentimento di appartenenza alla Nazione veneta diffuso tra le masse già solo dopo pochi decenni dall’aggregazione, che registrò persino un personaggio del calibro di Macchiavelli, il quale annotò stupito (inviato come osservatore durante la guerra di Cambrai dai fiorentini) le rivolte armate contro le truppe di Massimiliano II e la scena di un rivoltoso impiccato a Verona. Salendo sul patibolo davanti agli alleati dell’imperatore che gli offrivano la vita salva se rinunciava a san Marco, egli rispose: Mi sonti marchesco, marchesco voj morir! (traduco in veronese, spero bene) .. E si fece impiccare.
CON QUESTI SUDDITI, CONCLUSE IL FIORENTINO, VENEZIA NON AVEVA NULLA DA TEMERE DAI SUOI NEMICI. 
Ebbene noi non avemmo un solo Brave Heart, ne avemmo tanti, a migliaia… per tutto il corso della storia che ci legò a Venezia, fino all’ultimo giorno, basta ricordare i “marcolini” che nel 1796 e ’97 sfidando il piombo dell’invasore francese con una Venezia ormai piegata, contrastarono le truppe occupanti.
Ma come mai questo sentimento diffuso di appartenenza? Venezia e il Leone rappresentavano per tutti la libertà di autogoverno locale, la garanzia di una legge uguale per tutti, che castigava nobili e popolani ma più chi governava male o approfittava della propria posizione per i suoi interessi particolari.  E infatti il popolino era il maggior tifoso di certe magistrature severe, quale il temibile Consejo dei X  con i suoi inquisitori.
La buona giustizia era una della carte vincenti, come la libertà delle comunità libere di conservare leggi e tradizioni, ma a Venezia dobbiamo una cosa enorme: aver ridato dignità di Nazione a un popolo che dopo la caduta dell’impero romano rischiava di perdere la propria memoria storica.Infatti, Marin Sanudo, all’inizio della nascita dello stato veneto (non più solo dogado) ci chiamava “lombardi” essendo noi stati governati prima delle signorie locali, dai longobardi.
Ebbene, un secolo dopo, eravamo ridiventati “Veneti” e Venezia occupò la Terraferma solo fino ai confini di quello che era la X regio chiamata appunto Venetia et Histria.  I veneti erano risorti. Tremila anni di storia si eran ricollegati a un popolo.  E si uniformarono, parlo non solo della regione Veneto, ma ben oltre, anche nelle parlate locali, in maniera spontanea, tanto che oggi, grazie all’enorme influsso del veneziano, si può parlare di “lengua veneta” e non solo di dialetti.
Se oggi qualcuno tenta di scrivere delle regole comuni tra le varie parlate, spero voglia tener conto dell’apporto del veneziano. Cito ad esempio il passaggio dal “pavan” del Ruzante, al dolce padovano odierno.
In conclusione, col Leone marciano sulla nostra bandiera, dichiariamo al mondo di esser noi gli eredi dei valori universali di Venezia, che fu un pilastro di tutta l’Europa cristiana.
 
Senza quel Leone, rischiamo di tornare ad  esser veramente il nulla, ma non quello che tu, caro signore “negazionista” , non capendo la Storia, affermi essere stata la Nazione veneta. 
 
W San Marco, per sempre ! 

EX CINERIBUS FELTRIS, DALLE CENERI DI FELTRE DISTRUTTA DAGLI IMPERIALI

Feltre veneta con il castello nello sfondo

Quello che accadde a Feltre tra il 1509  e l’anno seguente, sembra una cronaca della II guerra mondiale, con civili e truppe massacrate per rappresaglia senza alcuna pietà (pietà l’è morta diceva una canzone). Ne avevo accennato in un altro articolo, in questo più completo, parto dall’inizio, con l’arrivo della bandiera imperiale a Feltre, contro la volontà dei suoi cittadini, grazie al tradimento di alcuni nobili filo imperiali. Quanto avvenne dopo è un vero film dell’orrore. 

 

All’interno dell’epica generale della guerra di Cambrai, la città di Feltre ha una sua epica particolare. Ridotte all’osso le cose andarono nel modo che segue.il primo luglio 1509, l’imperatore Massimiliano entrò a Feltre senza dover combattere perché alcuni patrizi di spirito filoasburgico (in cittè presenti a quel tempo come oggi) avevano predisposto segretamente ogni cosa. L’imperatore ebbe accoglienza calorosa.
Si cantò il TeDeum in cattedrale e fu organizzato un ballo nel palazzo del comune.
Massimiliano prese alloggio nel Vescovado, e dopo pochi giorni ripartì, lasciando un presidio delle proprie truppe.
Poche settimane tuttavia, e un’altra frazione del patriziato urbano organizzò un blitz, che favorì nottetempo il rientro in città delle truppe veneziane. Seguì a quel punto, il massacro a furor di popolo del presidio imperiale.
Quando la notizia raggiunse Massimiliano, si preparò immediatamente la rappresaglia. Il 3 agosto 1509 furono scorti sotto le mura di Feltre alcuni soldati imperiali a cavallo. Ammazzavano chiunque incontrassero. L’esercito vero e proprio attendeva poco distante, e infine diede l’assalto alla città. Riuscì ad entrarvi.
I mercenari tedeschi dell’imperatore saccheggiarono tutto il possibile ed infine si diedero all’eccidio indiscriminato. Passarono a fil di spada tra i 200 e i 400 feltrini.
Ma nel novembre 1509 Feltre tornò in mano ai veneziani. Venne massacrata una seconda guarnigione imperiale, asseragliatasi nel castello della città (ls torre di Alboino ndr). Furono risprmiati il capitano e due soldati. Al capitano vennero cavati gli occhi. Ai due soldati, che ebbero in consegna il capitano accecato, affinché lo consegnassero all’imperatore, vennero invece amputate le mani.
Non passò nemmeno un anno. Ai primi di luglio del 1510 si diresse verso Feltre un grosso contingente di truppe. Cavalli, fanti. Qualche bocca da fuoco. Sventolava l’aquila a due teste di Massimiliano I-
Bastarono poche cannonate contro le mura, più che altro di avvertimento. Le truppe entrarono in ccittà senza colpo ferire. Porte e finestre erano sprangate. Un silenzio irreale. Gran parte dei feltrini si erano dati alla fuga memore dell’eccidio dell’anno precedente. I veneziani, consci del fatto che Feltre non era difendibile, avevano per tempo sguarnito la città e portato via l’artiglieria pesante…

 

Le truppe imperiali saccheggiarono la città liberamente. Ammazzarono i pochi che incontravano… Sfondarono le porte delle chiese a colpi di colubrina. Bevettero il vino delle cantine. Tre giorni di questo carnevale e una voluta di fumo salì nel cielo. E poi le fiamme. Alte e grandi. Fiamme a non finire. Per tre giorni e tre notti. I tetti sfrigolarono. Insieme alle case, ai libri, alle madie, alle cassapanche e a ogni altra vanità.
Infine si levò un giorno grigio che svelava montagne di cenere e rovine. Odore forte di abbrustolito, io immagino, qua e là macerie fumanti.
Feltre venne rasa al suolo. I documenti non lasciano dubbi. il fuoco divorò il 70 % della città, borghi compresi. Per riprendersi da quel cataclisma ci vollero parecchi decenni. Gli studiosi hanno architettato molte spiegazioni di quanto accadde. Si sostiene ad esempio che siano stati i feltrini stessi ad imbandire quella griglia centigrada per arrostire la canaglia tedesca, come gli abitanti di Mosca all’arrivo di Napoleone. Ma non vi sono dubbi sul fatto che la tecnica del “taglia e brucia”, per l’esercito di Massimiliano I, era una strategia militare di prammatica.

-tratto da La via di Schenèr: Un’esplorazione storica nelle Alpi disponibile on line

 

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Esposizione temporanea di codici e incunaboli requisiti dai francesi nel 1797.

codice di Ursicino

codice di Ursicino

Sabato 17 novembre alle 17 e alle 18, il pubblico potrà ammirare alcuni dei codici e degli incunaboli che furono requisiti dai francesi nel 1797 nel corso dell’esposizione temporanea Le Ruberie napoleoniche in Biblioteca Capitolare. Dall’idea di formare a Parigi un polo culturale che potesse radunare tutto il meglio della produzione artistica europea al burrascoso recupero delle opere, irrimediabilmente marchiate dal timbro della Bibliothèque Nationale de France, i visitatori potranno ripercorrere un pezzo di storia universale declinata nella sua dimensione locale. La politica di spoliazione del patrimonio culturale delle nazioni vinte da parte di Napoleone passò, infatti, anche attraverso la città di Verona e la Biblioteca Capitolare.

Il 16 maggio del 1797 una commissione composta dal generale Bertholet e dal pittore Andrea Appiani, integrata dal segretario Lombardo e dal signor Gaetano Cerù della municipalità di Verona, si presentò al bibliotecario della Capitolare Don Antonio Masotti al fine di individuare i codici e i volumi a stampa più preziosi da trasportare a Parigi. La scelta cadde su una trentina di manoscritti e su una quindicina di incunaboli, ossia testi stampati prima del 1500, che, come recita il verbale del prelievo, furono considerati «degni d’essere portati al Museo di Parigi»: tutti particolarmente preziosi per la rarità, l’antichità o per la decorazione miniata. Questo pregiato materiale bibliografico venne restituito alla Biblioteca nel 1816, grazie anche all’intervento dell’imperatore d’Austria Francesco I e al sostegno di Antonio Canova. Dalla restituzione tuttavia rimasero esclusi cinque incunaboli, quattro manoscritti e un papiro del IX secolo.

VENEZIA “robalegne e vandala” NEL BELLUNESE?

castello di Pieve di Cadore

castello di Pieve di Cadore

Si sa che se a scriver la storia di una Nazione sconfitta è chi ha sposato i princìpi dell’Attila che la distrusse, mal che vada di verità ne resta ben poca, specie a livello popolare. E non è che le cose cambino più di tanto, nell’epoca del wi-fi e della connessione veloce, magari si impiega lo smart phone per dar al caccia ai pokemon, invece che leggere note come le mie o (sarebbe molto meglio) qualche pagina di grandi divulgatori storici, come Alvise Zorzi, Frederic C. Lane e tanti altri.

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castello di Botestagno

Ad Esempio, nel bellunese è convinzione diffusa che Venezia “rubasse la legna” (sic) per usi propri spogliando i boschi. E’ provato storicamente il contrario, invece. il bosco del Cansiglio è un testimone eloquente. Regole severe per un taglio che fu sempre selettivo, e dove i boschi erano di proprietà delle comunità locali, la legna veniva venduta dalle stesse, come anche la pece ricavata incidendo la corteccia degli abeti (pez, chiamati appunto così in dialetto perché fornivano la preziosa ambra).WIN_20160805_17_42_52_Pro

Altro rimprovero riguarda la demolizione di bellissimi castelli: e questo ha qualche fondamento. Solo che i castelli erano quelli dei feudatari, i quali, fino all’arrivo di San Marco, avevano tiranneggiato il popolo più umile, che vide in Venezia una difesa contro le prepotenze dei signorotti locali.

Comunque, la leggenda nera ha riguardato anche i due castelli del Cadore che compaiono nello stemma araldico della comunità. uniti da una catena. Quello di Pieve del Cadore e quello di Botestagno. Almeno per il primo, la fortezza era presente, sia pure trascurata per mancanza di mezzi, con i suoi cannoni fino al 1797; fu poi demolita dagli austriaci e le pietre riciclate per la costruzione della chiesa locale. Nel 1882 l’esercito italiano “sparecchiò” il resto perla costruzione delle fortificazioni.

L’altro castello, il Botestagno, fu messo all’asta dal governo bavarese nel 1808 e venne poi demolito parzialmente per usarne i materiali; nel 1867 il governo austriaco ordinò la demolizione dei resti. Fonte: breve storia del Cadore, di Giovanni Fabbiani edito dalla Magnifica Comunità Del Cadore