LA VANDEA E LE STRAGI. il massacro dei Lumi.

Fu, quella di Robespierre, pura guerra di sterminio con l’intento di far sparire una popolazione intera (specialmente le donne e i bambini, furono le vittime preferite) che osava rifiutare in massa uno stato rivelatosi ateo e  anti cristiano. 

Colpisce che tante caratteristiche dei vandeani fossero comuni al Veneto rurale della mia infanzia: la prima era la fede di impronta quasi calvinista (che fu caratteristica delle Chiesa patriarcale veneziana e non romana) e gli antenati comuni, quei Veneti che furono civiltà europea prima dell’arrivo dei Celti. Non a caso la capitale della piccola Vandea è Vannes, come Venezia quella dei Veneti di tutti i tempi . Eccovi un  anticipo del bellissimo articolo del Foglio pubblicato tempo fa. 

Il massacro dei lumi
La Vandea è nomen omen del massacro di innocenti, al pari della notte di San Bartolomeo, di Guernica, di Srebrenica. Eppure in Francia, a distanza di oltre due secoli, la Vandea resta uno scandalo difficile da maneggiare. La parola “Vandea” fino a pochi anni fa era sinonimo di cattolico reazionario. Sono i “chouans”, gufi maledetti. Baciapile, nemici della Rivoluzione, servi dei nobili, sanguinari. Di Vandea si è tornati a parlare in Francia, in Parlamento, sui giornali e sugli schermi televisivi. L’Ump, il partito di opposizione, ha presentato in Assemblea nazionale un disegno di legge che ha lo scopo di riconoscere il “genocidio vandeano”.

di Giulio Meotti

 Il massacro dei lumi

La Vandea è nomen omen del massacro di innocenti, al pari della notte di San Bartolomeo, di Guernica, di Srebrenica. Eppure in Francia, a distanza di oltre due secoli, la Vandea resta uno scandalo difficile da maneggiare. La parola “Vandea” fino a pochi anni fa era sinonimo di cattolico reazionario. Sono i “chouans”, gufi maledetti. Baciapile, nemici della Rivoluzione, servi dei nobili, sanguinari. Di Vandea si è tornati a parlare in Francia, in Parlamento, sui giornali e sugli schermi televisivi. L’Ump, il partito di opposizione, ha presentato in Assemblea nazionale un disegno di legge che ha lo scopo di riconoscere il “genocidio vandeano”, che ebbe luogo, a più riprese, tra il 1793 e il 1796 per opera delle truppe rivoluzionarie di Robespierre nei confronti degli abitanti della regione contadina della Vandea. I sostenitori della tesi del genocidio parlano di una “congiura del silenzio”, in cui la politica e la storiografia avrebbero cospirato perché cadesse nell’oblio il grande sacrificio dei vandeani, colpevoli di aver difeso le loro convinzioni religiose contro il nuovo potere ateo e giacobino. Le “colonne infami” repubblicane compirono spietati massacri contro i vandeani, lasciando sul terreno dai duecentocinquanta ai trecentomila morti.

“Se approvasse la proposta sul genocidio, la Repubblica accetterebbe per la prima volta di guardarsi allo specchio”, ha scritto sulla rivista Causeur lo storico Frédéric Rouvillois. “Per la prima volta riconoscerebbe il terribile delitto che ha segnato l’inizio della propria storia”. Di parere opposto lo storico della Rivoluzione francese, Jean-Clément Martin: “I crimini sono crimini, ma manca la logica”. Significa che i vandeani non furono sterminati in quanto tali, ma sono stati vittime di una guerra civile. Lo spiega così Alain Gerard: “La Rivoluzione non poteva ammettere che il popolo si ribellasse contro di lei. Per questo la Vandea doveva scomparire”.
La tesi del genocidio è stata portata avanti da Reynald Secher, uno dei maggiori storici delle guerre vandeane, secondo il quale “quelle rappresaglie non corrispondono agli atti orribili, ma inevitabili, che si verificano nell’accanimento dei combattimenti di una lunga e atroce guerra, ma proprio a massacri premeditati, organizzati, pianificati, commessi a sangue freddo, massicci e sistematici, con la volontà cosciente e proclamata di distruggere una regione ben definita e di sterminare tutto un popolo, di preferenza donne e bambini” (“Il genocidio vandeano”, Effedieffe Edizioni, Milano 1989).
La Vandea oggi è mito e tabù, tanto che il massacro alla chiesa di Petit Luc a Roche sur Yon viene accostato a quello nazista di Oradour nel 1944. Il leader della gauche militante Jean-Luc Mélenchon ha protestato vivacemente per un programma televisivo andato in onda su France 3, dove Robespierre viene chiamato “il boia della Vandea” (le bourreau de la Vendée). Anche il settimanale Nouvel Obs attacca il documentario di Franck Ferrand, in cui le armate giacobine vengono accostate alle Einsatzgruppen naziste. I preti che insorgono in Vandea erano chiamati “corvi neri”. Scortate da gendarmi mal vestiti, con la coccarda tricolore sui cappellacci, le carrette della Rivoluzione erano cariche di questi preti refrattari detti “insermentés”, quelli che non hanno giurato, che hanno mantenuto fedeltà all’autorità del Pontefice, cancellata per decreto. Georges Jacques Danton avrebbe voluto fare un mazzetto di tutti i preti refrattari su cui si riusciva a mettere le mani, imbarcarli a Marsiglia e scaricarli da qualche parte sulle coste dello stato della chiesa, come una trentina di anni prima Sebastião José de Carvalho y Melo, marchese di Pombal, illuminato primo ministro dell’illuminato re Giuseppe I, aveva tentato di fare con i gesuiti espulsi dal Portogallo.


Tutti i libri in latino, fossero pure i “Colloqui” di Erasmo da Rotterdam, finirono nel fuoco. I preti nella trappola di Rochefort furono più di quattrocento. Nelle loro ciotole di legno la Rivoluzione versò solo carne putrida, merluzzo andato a male, malsane fave di palude. L’acqua era infetta. A chi ne chiedeva di più, i fidati seguaci della Dea Ragione rispondevano di servirsi pure, mostrando a dito l’oceano. Vi furono presto casi di delirium tremens, di follia. In poche settimane fu un’ecatombe di sacerdoti. I guardiani abbandonarono la nave. I morti venivano scaraventati in mare o seppelliti nella palude. Per non sbagliare qualcuno venne sepolto mentre ancora respirava.
In Vandea la guerra non ebbe un centro, ma era dappertutto, perché ovunque vi fosse un vandeano, fanciullo o adulto, uomo o donna che fosse, là per la Repubblica si trovava un “soldato nemico”. Nessuna delle regole dell’antica arte militare fu rispettata in quella guerra, perché fu la “prima guerra moderna”, in cui dei civili si fece carne da macello. In Vandea le armi principali furono le preghiere nelle chiese solitarie, le corone di rosario agli occhielli, i “sacri cuori” cuciti agli abiti, le processioni e le riunioni nei boschi, i giuramenti di rifiutarsi al reclutamento, i racconti dei miracoli, fu la rivolta di tutto un popolo, in cui le congiure erano nascoste dietro l’altare di ogni borgo contadino. I sacerdoti officiarono nelle brughiere e nelle paludi. Per primi s’armano i contadini. Mentre altrove in Francia sono state le classi superiori ad avere spinto il popolo, nella Vandea cristianissima è il popolo a incitare le classi superiori. A dispetto di certa storiografia, i contadini della Vandea non erano monarchici più di altri, non furono supini sostenitori dell’Ancien Régime. Erano profondamente cattolici. L’origine di questa fedeltà vandeana alla chiesa ebbe radici antiche, affonda in un passato di simpatie calviniste e nell’opera di catechizzazione dei missionari della Compagnia di Maria e delle Figlie della Saggezza.

Il generale vandeano era un venditore ambulante. Si chiamava Jean Cathelineu, per tutti “il santo d’Anjou”. E’ intento a impastare il pane, quando sente la voce che gli comanda di alzarsi e mettersi a capo di questa guerra santa. Guida una folla armata di falci, bastoni e pochi fucili, in cui le donne, nei campi e nei boschi, pregano in ginocchio per la vittoria dei loro mariti e figli. Da ogni angolo della regione si leva un augurio che è un grido di odio verso i giacobini e il loro ateismo. I vandeani conquistano le città e poi le abbandonano. La facoltà di dissolversi e ricomporsi è la loro forza e la loro debolezza. Guidati dal santo di Anjou attraversano a decine di migliaia la Loira per liberare Nantes, per coinvolgere nella loro guerra i fieri “chouans” realisti della Bretagna.
Papa Karol Wojtyla ha beatificato, durante il suo pontificato, 164 di questi “martiri” della Rivoluzione francese. Nel corso di una controversa visita in Vandea, pronunciò un discorso ben lontano dal revanchismo. Nel rendere onore ai vandeani caduti nell’impari lotta contro le armate illuministe, Giovanni Paolo II sottolineò la loro testimonianza di fede, ma trascurò, se non addirittura condannò, il senso politico della controrivoluzione. Forzando un po’ la storia, il Papa affermò che anche i vandeani “desideravano sinceramente il necessario rinnovamento della società”, circoscrisse alla difesa della libertà religiosa la loro ribellione, non tacque i “peccati” di cui anch’essi si erano macchiati nell’asprezza della lotta (sanguinose furono le rappresaglie vandeane contro i rivoluzionari).
Anche nella chiesa cattolica ci sono opinioni differenti sulla Vandea. Padre Giuseppe De Rosa sulla Civiltà Cattolica ad esempio ha scritto che la guerra di Vandea di due secoli fa andrebbe guardata con maggiore “spirito critico”, senza farne una “bandiera” e, tanto meno, il “simbolo dell’autentico cristianesimo”. Di diverso avviso l’arcivescovo di Bologna, cardinale Giacomo Biffi, secondo il quale “in quanto è avvenuto in Vandea trovano le loro premesse le stragi che hanno insanguinato l’intero XX secolo in nome o di un assurdo ideale di giustizia, o di un’aberrante esaltazione di una nazione o di una razza, o di un egoismo mascherato da civile comprensione”.

La Vandea come preludio di Auschwitz, del Ruanda, del Gulag. Lo storico della Rivoluzione francese Jules Michelet parla così dei vandeani: “Ci imbattiamo in un popolo sì stranamente cieco e sì bizzarramente sviato che si arma contro la Rivoluzione, sua madre. Scoppia nell’ovest la guerra empia dei preti”. Anche un figlio dei Lumi come Andrè Glucksmann ha definito la Vandea “la prima Glasnost dopo i giorni del Terrore”. E’ la rivelazione del male compiuto da Robespierre. E anche Jean Tulard, docente all’Università Paris IV ed esperto di Vandea, paragona le azioni dei giacobini agli eccidi ordinati da Stalin. Gli storici non amano i paragoni con l’Olocausto. Ma della Vandea parlano come di un “popolicidio”, mentre a lungo storici marxisti hanno letto la guerra di Vandea come una guerra della borghesia centralizzatrice delle città contro il popolo contadino.
Varrà la pena di ricordare che i vandeani sono stati sterminati con metodi non dissimili da quelli nazisti. Così si legge sul Bollettino ufficiale della nazione: “Bisogna che i briganti di Vandea siano sterminati prima della fine di ottobre. La salvezza della patria lo richiede”. I vandeani sono considerati degli “ominidi”, delle sottospecie di uomini, e in quanto tali non aventi diritto a un territorio.
Il nome stesso Vandea viene eliminato, deve scomparire. Si assegna un nuovo nome alla Vandea chiamandola “dipartimento Vendicato”, per esprimere appunto questa volontà di ripopolare quella parte di Francia un tempo abitata da “cattivi francesi”.
Quello della Vandea è il primo genocidio della storia ideologica del mondo contemporaneo. Le Colonne infernali, tagliagole al comando del generale Louis Marie Turreau, devastarono la regione con feroce acribia cartesiana. Fucilazioni, annegamenti, falò di parrocchie zeppe di civili, camere a gas. C’era l’onta di un pezzo di Francia che aveva osato levarsi contro la volonté générale, ma anche il diffondersi d’idee malthusiane in una Francia attanagliata dalla fame per colpa della stessa rivoluzione. Così i giacobini concepirono, votarono all’unanimità e realizzarono l’annientamento di un gruppo umano religiosamente identificabile. Con ben due leggi, scritte e conservate negli archivi militari: il 1° agosto si decise la distruzione del territorio, degli abitati, delle foreste e dell’economia locale; il 1° ottobre si ordinò lo sterminio degli abitanti, prima le donne (“solchi riproduttori”) poi i bambini. Leggi in vigore fino alla caduta di Robespierre, nel luglio 1794. Tutto come Hitler prima di Hitler. Si usò in Vandea il termine “race”: un vocabolo che, di conio illuminista (Voltaire, Buffon, l’Encyclopédie), produsse lì subito l’idea di una “race maudite” da estirpare. Bertrand Barère, membro del “Comité de salut public”, gridava dalla tribuna: “Quelle campagne ribelli sono il cancro che divora il cuore della Repubblica francese”.
Quanti furono i morti? Un vandeano su tre? Centoventimila o seicentomila, come sostiene lo storico Pierre Chaunu?

il massacro dei Lumi- il Foglio


Questo blog è nato per la diffusione della storia veneta. Per chi volesse sostenerci come sponsor bonifico su Unicredit BOZZOLAN MILLO IT36U0200832974001134429261,oppure paypal millo bozzolan millo48_bm@libero.it millo bozzolan postepay 4023600945532069 COD FISC BZZMLL48D19G224N. Grazie, mi aiuterai a lavorare con serenità. M.B.

NERIO DE CARLO E LA MEDIOCRE VENEZIA

 

UN CERTO professor Nerio De Carlo, che per motivi a me ignoti, continua a collezionare contatti tra gli autonomisti-indipendentisti veneti, prosegue nello sparar cazzate sul lascito culturale veneziano, e credo non esiterebbe tanto a buttare nell’immondizia il nostro gonfalone e tutta la  storia millenaria che porta con sé.

Oggi ha riportato un giudizio “tranchant” del povero Prezzolini (Perugia, 27 gennaio 1882 – Lugano, 14 luglio 1982)  Nato “per caso” (come amava dire) a Perugia da genitori senesi, ma assolutamente toscano nei pregi e .. nei difetti. Ecco cosa scrisse nel 1915 (la data dice molto, secondo me, siamo in piena retorica nazionalistica).

Nerio de Carlo
5 h ·
Venezia occupò le città croate della costa e le isole per favorire i propri traffici e per contrastare la concorrenza. Quando fu necessario ripopolare quei luoghi dopo le pestilenze “vi trasportò popolazioni croate, albanesi, montenegrine. Quando fu costretta a ritirarsi nel 1796, “non formavano tutti insieme 25.000 anime, circondate da un paese povero, malarico, barbaro, senza strade, senza scuole, senza giustizia”.- La missione italiana di Venezia nell’Adriatico è soltanto un artificio retorico, creato dagli intellettuali del Risorgimento per meglio giustificare le rivendicazioni dello Stato unitario (Giuseppe Prezzolini, La Voce, Firenze 1915, Edizioni Biblion 2010).

Cari Prezzolini e De Carlo, Venezia non “occupò” proprio nulla, anzi, mi risulta che una città della costa dalmata, non fu accettata nello stato confederato veneto, malgrado le sua insistenze, perché base dei famosi “pirati narentani” e quando il barone Rukovina, plenipotenziario austriaco, si trovò a prender possesso delle città della costa dalmatina nell’agosto 1797, fu costretto, a furor di popolo (di etnia veneta ma anche serba o albanese) a presentare gli onori militari alla bandiera marciana che veniva ammainata tra lacrime e pianti universali. “Universal, amarissimo pianto”, scrisse un serbo di Perasto, il Conte Viscovich.

Esistono le cronache dell’epoca, a Zara, in altre località, fino all’addio celebre di Perasto ove fu pronunziata la frase “Ti con nu nu co ti”. Rukovina trovava queste cerimonie “lugubri” m vi si assoggettò per ingrazìarsi le popolazioni fedelissime a San Marco.

Prezzolini aveva così in odio l’italietta mediocrissima nata dal risorgimento massonico, che se la prese persino con l’enorme lascito di civiltà di Venezia (che aspettarsi, del resto, da un certo tipo di toscano? solo invidia 🙂 ) credo per il fatto che l’Italia (unita controvoglia) cercava di impadronirsi del suo retaggio (vedi D’Annunzio, con i suoi aeroplanini e il “Ti con nu nu con ti” preso come motto) spacciandola per civiltà italiana tout court, per aver la scusa di espandersi territorialmente tra gente che molto spesso la detestava.

Per fortuna, Macchiavelli, altro toscano contemporaneo all’epoca d’oro della nostra capitale, era di tutt’altro avviso: si stupì nel vedere (da osservatore inviato dai fiorentini),  un contadino veronese rivoltoso gridare all’imperatore Massimiliano della Lega di Cambrai, ” mi son marchesco e marchesco voj morir!” preferendo farsi impiccare pur di non abiurare la sua Patria veneta e veneziana…  e Montanelli, per continuare la serie dei toscani “giusti” disse che la civiltà veneta non si poteva definire italiana.

Povero prezzolini (minus..): l’italietta unita solo nelle sue mediocrità, come scrisse Dostoewskji, aveva rinunciato per sempre al carattere universale della sua civiltà, che specie con Venezia, aveva formato più l’Europa che la penisola, dove siamo stati sempre specie aliena.. e non amata.

E oggi mi pare che continui ad esser così. Lei è un perfetto esempio di quanto le siamo alieni, con la nostra storia, che confonde con quella genericamente italiota.

Mi stia bene, resti in Germania (dove mi dicono si trovi ora), veda di NON trasferirsi in Veneto.

tutto sulla Candelora, che non era una Santa

La parola Candelora deriva dal latino festum candelarum e va messa in relazione con l’usanza di benedire le candele, prima di accenderle e portarle nella processione.
I ceri vengono conservati nelle abitazioni dei fedeli per essere riutilizzati, come accadeva in passato, per ingraziarsi le divinità pagane, durante calamità meteorologiche, oppure nell’assistenza di una persona gravemente malata, o nel caso di epidemie, o nell’attesa del ritorno di qualcuno momentaneamente assente, o infine, come accade attualmente, in segno di devozione cristiana.[1]

Anticamente, i seguaci dei riti magici, nel giorno della Candelora verificavano se una persona era colpita da malocchio seguendo queste modalità: immergevano tre capelli dell’interessato in una bacinella d’acqua seguiti da tre gocce di olio, precedentemente messo a contatto col dito dell’individuo. A questo punto, secondo i seguaci della magia, se le gocce restavano intere e collocate nel centro della bacinella, il soggetto non era stato affetto da malocchio, in tutti gli altri casi invece sì.

 

Il 2 febbraio la Chiesa cattolica celebra la festa della “Presentazione al Tempio di Gesù”,  che viene raccontata nel Vangelo di Luca. La festa ha il nome popolare di “Candelora” a causa dell’antica usanza di far benedire delle candele, simbolo della luce e quindi di Gesù Cristo, il Figlio di Dio che è venuto al mondo per illuminare tutte le genti.

La festa, presente in tutte le nazioni di tradizione cristiana, assume nomi diversi a seconda dei Paesi. Negli Stati Uniti, ad esempio, è famosa come “Groundhog Day”, cioè il “Giorno della marmotta”, divenuto famoso in tutto il mondo grazie al celeberrimo film con Bill Murray “Ricomincio da capo”. Il giorno dopo la Candelora, il 3 febbraio si celebra san Biagio e, in passato, si usava benedire la gola delle persone con le candele.

Nel giorno della Candelora un antico uso vuole che i fedeli portino le proprie candele nelle chiese per farsele benedire da un sacerdote nel corso di una celebrazione eucaristica. L’uso di accendere candele per la celebrazione della festa, tuttavia, risale a prima dell’avvento del cristianesimo: gli antichi romani, infatti, lo facevano già in onore di Giunone Februata, moglie di Giove, più o meno nello stesso periodo dell’anno. I cristiani decisero di non cancellare le feste pagane, ma di sostituirle gradualmente con quelle della nuova religione, dando loro nuovi significati: qualcosa di simile fu fatto con la festa del Sole Invitto, trasformata nel Natale.

Fu papa Gelasio I, alla fine del V secolo dopo Cristo ad istituire la festa della Candelora, che, un secolo dopo, fu fissata alla data del 2 febbraio. Fino al 1963 nel giorno della Candelora si celebrava la “purificazione di Maria”, quaranta giorni dopo la nascita di Gesù. Gli ebrei, infatti, vietavano alle donne di partecipare ai rituali religiosi nei quaranta giorni dopo il parto in quanto erano considerate impure. Passato quel periodo, veniva svolta una vera e propria cerimonia di “riammissione” della donna al tempio, in cui veniva anche presentato il neonato ai sacerdoti. Con il Concilio Vaticano II si decise, invece, che la festa avrebbe riguardato in maniera più stretta la figura di Gesù Cristo.

Michele M. Ippolito

continua su: https://www.fanpage.it/oggi-e-la-candelora-storia-e-significato-di-una-festa-poco-conosciuta/
http://www.fanpage.it/

“L’Europa imbelle sta morendo”. Parla Camus, il rinnegato dei Lumi

A colloquio con lo scrittore omosessuale. “C’è una scelta: guerra o sottomissione. Ma la seconda è più probabile”1447918621725.jpg--minuto_di_silenzio_per_le_vittime_di_parigi__le_studentesse_musulmane_lasciano_l_aula

Ma la Francia, prima che di conquista, muore di inedia. “Sono persuaso che il grande fattore della distruzione sia l’égalité” dice il libertino anticonformista Camus al Foglio. “L’egalité, non appena abbandona il letto del diritto, distrugge ogni cosa. Come Eschilo dice di Elena di Troia: ‘Ha rovinato città, navi e uomini’. L’uguaglianza fra genitori e figli ha distrutto la famiglia, l’uguaglianza fra insegnanti e studenti ha distrutto la scuola, l’uguaglianza fra l’arte e l’intrattenimento ha distrutto la cultura, l’uguaglianza fra cittadini e non cittadini ha distrutto le nazioni. L’Europa, quella che ha composto il ‘Quintetto’ di Schubert o ‘Quer pasticciaccio brutto de via Merulana’, aveva un’idea di eccellenza, di superamento di se stessa. L’uguaglianza forzata culturale ha ridotto l’Europa a una imbecillità”.

La teoria della “Grande Sostituzione” venne a Renaud Camus durante una visita a Vémars, nella Val d’Oise, alla casa di François Mauriac. Camus vide le periferie con le donne islamiche velate, il mutamento estetico della provincia. Quando la cultura francese gli faceva terra bruciata attorno, Camus venne difeso da insospettabili come Sylviane Agacinski (filosofa e moglie del premier Lionel Jospin), Emmanuel Carrère, Pierre Bergé, Frédéric Mitterrand e Alain Finkielkraut. Sono gli anni in cui Camus pubblica saggi come “La Grande Déculturation”, “Décivilisation” e “La Civilisation des prénoms”.

Charlie Hebdo, i complotti contro le chiese e ora la decapitazione a Lione. La Francia è sotto attacco, ma pochi vogliono ammetterlo. “Negare la realtà è l’occupazione principale non soltanto dei francesi, ma degli europei, negli ultimi trent’anni”, dice Camus al Foglio. “Nessuno parla del collasso del nostro sistema educativo, del legame fra delinquenza e immigrazione e tantomeno, segreto dei segreti, della sostituzione culturale e di civiltà. ‘Gouverner, c’est prévoir’, recitava l’adagio. In realtà si dovrebbe dire ‘Gouverner c’est ne pas voir’. Se vuoi governare e detenere il potere oggi devi non vedere e, soprattutto, non dire. Questo vale per lo stato come per i media”…..

Sembra che un pensiero negativo si sia impossessato della cultura francese. “Non soltanto francese. La cultura europea in generale. E’ la seconda carriera di Adolf Hitler. Meno orribile della prima, ma dalle conseguenze anche più profonde. Il cancro hitleriano venne estirpato dai medici in modo tale che venisse asportato non soltanto il tumore, ma anche le funzioni vitali. Soltanto nel 1968, la data simbolica dell’avvento al potere nel mondo della piccola borghesia, si videro gli effetti della grande distruzione hitleriana. Il paziente è vivo, ma anche morto. Non ha cuore, non ha cervello, non ha stomaco, non ha nervi, non ha sesso, non ha orgoglio, non ha reazione di sorta. L’Europa vede un progetto di conquista, in passato resistevano, ma oggi la reazione è: ‘Poveri conquistatori, spero non abbiano problemi’. E’ come se Elisabetta d’Inghilterra avesse detto della Invincibile Armada: ‘Quei poveri spagnoli, con quel mare cattivo, sono preoccupata’”.

C’è chi la accusa di allarmismo con la Grande Sostituzione. “Non è una teoria, un concetto o una nozione: è un fatto. I popoli europei sono sostituiti da popoli non europei. Lo comprendi dalla demografia, paragonando i non europei e gli europei dall’età: la proporzione è ancora bassa per le persone sopra i settant’anni, ma è enorme sotto i cinque. La Francia è come una vecchia badante che alleva i figli di un altro popolo. E devi essere davvero vanitoso, naïf se pensi che questi popoli abbiano la stessa idea di nazione, di cultura, di civiltà, di identità. Questo ‘sostituismo’, come lo chiamo io, è la base ideologica della Grande Sostituzione, è una concezione dell’esistenza. E’ una ideologia della intercambiabilità. E le condizioni sono la Grande Esculturazione, l’insegnamento dell’oblio, l’industria dell’ebetudine”.

LO STRAORDINARIO ARTICOLO COMPLETO, QUI: http://www.ilfoglio.it/cultura/2015/06/30/leuropa-imbelle-sta-morendo-parla-camus-il-rinnegato-dei-lumi___1-v-130347-rubriche_c361.htm

PRIMA VENNERO… riscritta da Claudia Bortot

monselicePRIMA DI TUTTO VENNERO A TOGLIERCI LA NOSTRA STORIA,LA NOSTRA CULTURA E LE NOSTRE TRADIZIONI,
E RIMANEMMO ZITTI,PENSANDO DI RIUSCIRE A FARE ANCHE SENZA,

POI VENNERO A DIRCI DI LAVORARE TRANQUILLI,CHE LA POLITICA ERA AL NOSTRO SERVIZIO ,
E NE FUMMO SOLLEVATI,UN COSA IN MENO A CUI PENSARE,coldiretti-VDO-contadini

POI VENNERO A LODARCI PER LA NOSTRA OPEROSITA’ ,
E NE FUMMO CONTENTI,

POI VENNERO A DIRCI CHE VISTA LA NOSTRA BRAVURA DOVEVAMO CONTRIBUIRE AL BENESSERE ALTRUI,
E NE FUMMO ORGOGLIOSI,mezzadria_12

POI VENNERO A DIRCI CHE NON POTEVANO AIUTARCI PER LE CATASTROFI,I SUICIDI,E LA MANCANZA DI LAVORO,
E NON CI PREOCCUPAMMO PERCHE’ ERAVAMO ABITUATI A RIMBOCCARCI LE MANICHE

E POI VENNERO A TOGLIERCI I RISPARMI ,LE CASE,LE AZIENDE…..
E CI ACCORGEMMO DI NON AVERE PIU’ NEANCHE LA DIGNITA’ ED IL CORAGGIO DI SCENDERE IN STRADA E RIBELLARCI..!!P053

una mia libera interpretazione, alla veneta, della poesia: Prima vennero….

Francia: L’imminente guerra civile

Francia: L’imminente guerra civile

1697

di Yves Mamou  •  19 luglio 2016

  • Per il presidente francese François Hollande, il nemico è un’astrazione: “terrorismo” o “fanatici”.
  • Piuttosto, il presidente francese ribadisce la sua determinazione a lottare contro il terrorismo all’estero: “Noi rafforzeremo ulteriormente l’azione in Iraq e Siria”, ha detto Hollande dopo l’attentato di Nizza.
  • Di fronte al fallimento delle élites che sono state elette per guidare il nostro paese attraverso un mare di pericoli nazionali e internazionali, perché dovremmo mostrarci sorpresi se dei gruppi paramilitari si stanno organizzando per reagire?
  • In Francia, queste élites globali hanno fatto la loro scelta. Hanno deciso che i “cattivi” elettori erano persone irragionevoli e troppo stupide per apprezzare le bellezze di una società aperta a popolazioni che spesso non vogliono assimilarsi e che pretendono assimilarvi a loro, minacciandovi di morte se non lo farete. Queste élites hanno deciso di schierarsi contro gli anziani e i poveri perché questa gente non ha più voluto votare per loro. Esse hanno anche scelto di non combattere l’islamismo perché i musulmani votano in massa per questa élite globale.
  • “Siamo sull’orlo di una guerra civile.” Non sono le parole di un fanatico o di uno squilibrato. No. È quanto ha dichiarato il capo della Dgsi (la Direzione generale della sicurezza interna), Patrick Calvar. Egli ha evocato più volte il rischio di una guerra civile. Il 12 luglio, Calvar lo ha affermato davanti ai membri di una commissione d’inchiesta parlamentare sugli attentati terroristici del 2015.

    A maggio, egli ha formulato pressappoco lo stesso messaggio davanti a un’altra commissione parlamentare sulla difesa nazionale. “L’Europa”, egli ha detto “è in pericolo. L’estremismo è in crescita ovunque e noi stiamo cercando di spostare le risorse per interessarci dell’ultra-destra in attesa di uno scontro”.

    Che tipo di scontri? “Scontri fra comunità”, egli ha risposto – un termine edulcorato per evocare “una guerra contro i musulmani”. E ha aggiunto: “Ancora uno o due attentati e la guerra civile accadrà”.

  • http://it.gatestoneinstitute.org/8503/francia-guerra-civile

LA SOLITUDINE DEL TERRORISTA TRA JIHAD E NICHILISMO DELL’OCCIDENTE

Di Antonio Socci57714ebe3cb7d7b9f6ced618bdf1416d_169_l

I milioni di immigrati mussulmani sono sottoposti da una parte alla pressione del nihilismo attuale dell’Occidente , senza vita spirituale e senza nobili ideali, dall’altra le sirene dello jiahdismo, la predicazione di un fanatismo  che dispone di grandi mezzi. Una tenaglia micidiale.

L’ideologia – come sappiamo per averne viste molte nel Novecento, è il meccanismo che non ti fa più vedere gli esseri umani ma li trasforma in simboli astratti che si possono schiacciare e massacrare. Anche a milioni.

L’ideologia è il meccanismo capace di tirar fuori la parte più oscura della nostra natura legittimandola come buona. L’ideologia abbatte le civiltà e porta fame e miseria ai popoli, a cui impone il dominio dei tiranni.

Oggi si incomincia a capire che quella jihadista è un’ideologia. Essa, ha scritto Le Monde, “chiama alla lotta contro gli Infedeli, gli Ebrei e i Crociati, un discorso totalitario che predica la guerra con tutti i mezzi contro i miscredenti e altri non credenti”

l’articolo intero è qui: http://www.antoniosocci.com/le-nostre-solitudini-nichilismo-delloccidente-jihad-ci-minaccia-14-secoli-270-milioni-vittime/

LA SOLITUDINE UMANA, IL NICHILISMO DELL’OCCIDENTE E IL JIHAD CHE CI MINACCIA E CHE, IN 14 SECOLI, HA FATTO CIRCA 270 MILIONI DI VITTIME

 

LA RINUNCIA DELL’IDENTITA’ DELL’OCCIDENTE E L’ISLAM CHE CI UCCIDE

Combatteteli finché non ci sia più politeismo e la religione sia tutta per Allah. Se poi smettono… ebbene, Allah ben osserva quello che fanno.

RICEVO DALL’AMICO DANILO CAZZARO

La cosiddetta guerra contro il terrorismo forse è già persa. Il resto sono chiacchiere che sfioriranno come al solito.Notre_Dame_de_Paris_by_night_time

Il motivo è essenzialmente sociale. Una guerra si vince innanzitutto se c’è, se ci sono cioè delle forze che si contrappongono. Forze che si contrappongono hanno ragione di esistere se c’è qualcosa da difendere. Contro l’ISIS o qualsivoglia gruppo jihadista, non esiste un fronte compatto semplicemente perché non esiste più nulla che abbia deciso di sopravvivere. L’Occidente e l’Europa in particolare hanno gettato la spugna, rinunciando a se stessi e alla loro identità. È avvenuto nemmeno troppo lentamente nell’ultimo mezzo secolo, in un silenzio compreso tra la malizia ideologica e la non curanza diffusa.

Qualcuno dirà che l’identità è un concetto superato, frutto di un mondo obsoleto e che l’unico valore in cui riconoscersi è la mescolanza delle identità stesse. Con queste premesse frutto di cinquant’anni di masochismo, ogni dibattito è inutile.

Le esplosioni e la morte normale nel cuore d’Europa non derivano da armi ma dalla stanchezza di esistere. Sono il suicidio di una società che non riconosce a se stessa un cammino storico, un’evoluzione avvenuta intorno a principi oggettivi e inalienabili. Dall’Editto di Costantino, alla Magna Carta, dalla Rivoluzione Francese alle ideologie del Novecento: per millenni l’Occidente ha proposto formule spesso in contrasto tra loro, ma comunque focalizzate essenzialmente su se stesso e sul suo futuro.

Cosa è rimasto di questo? Cosa siamo stati capaci di costruire negli ultimi decenni pensando alle generazioni che verranno?

Se la cultura occidentale sia morta a Yalta o a Woodstock poco importa. La quinta colonna del nemico che crediamo di combattere (chiamiamolo ISIS per convenienza…) siamo noi stessi, stanchi di sudare per qualcosa, ingrassati all’ombra dei privilegi che abbiamo ereditato dai nostri padri. Non riconoscere nella bozza di Costituzione europea la matrice cristiana è stato l’esempio più lampante di un’abdicazione generale. In un continente costruito fisicamente intorno ai campanili e alle croci il dibattito non sarebbe dovuto nemmeno nascere. Abbiamo reciso il filo col passato, fobici di ogni retaggio e di ogni tradizione.

Siamo una società obesa e virtuale che finge di volere e volersi bene solo per evitare il peso del sacrificio. Non a caso l’ossessione pacifista e terzomondista spesso è più intrisa di odio per le proprie radici che di carità per gli altri. È un cul de sac mentale da cui non si esce.

Combattere per se stessi è un impegno troppo gravoso, soprattutto per chi ha ceduto all’abulia dell’appartenenza e non si riconosce più in niente. Siamo finiti da tempo nel masochismo culturale, esterofoli per sport, critici per emulazione, suicidi per stanchezza. A fronte di culture giovani, affamate, determinate e spietate ci arrovelliamo in parole inutili aspettando la prossima tappa della corsa all’orrore.

Sembra inutile cercare soluzioni. L’Islam radicale è un fenomeno dell’attualità, semplice strumento della Storia. Anche se sconfitto sul campo sarà seguito da altro. Il nostro nemico siamo noi stessi, sempre più simili alla Roma del IV° e V° secolo o, per i veneti, alla Serenissima Repubblica di fine settecento.800px-Canaletto_-_The_Piazza_San_Marco_in_Venice_-_Google_Art_Project

Combinati così siamo destinati a sparire con grande scempio di ciò che nel bene e nel male è stato costruito nei secoli.

Il dato tragicomico è che molte serpi in seno della cultura occidentale gioiscono, credendo di essere fuori dal gioco, di essere diversi, di essere altro. Invece pure loro saranno sommersi da una nera onda islamica.

STATO ITALIANO E CHIESA ROMANA IN CHIAVE ANTI INDIPENDENTISTA

5-venezia-basilica-di-san-marcoI VESCOVI COME I PREFETTI GARANTISCONO LO STATUS QUO. Col concordato mi pare chiaro quello che è successo e succede. Lo stato garantisce privilegi e l’otto per mille in cambio la chiesa controlla il nord est e reprime la memoria marciana indissolubilmente legata alla nostra indipendenza.
Il 25 aprile da veneto mi aspetterei gonfaloni dappertutto, almeno come a Siena per il palio con le chiese imbandierate nelle contrade, invece nulla o quasi. Non solo.. ci hanno pure mandato un prefetto, pardon.. un Patriarca di Genova e pochi, pochissimi veneti hanno capito il messaggio.
197887_1889315203274_4420222_n
Poi i segnali forti, in questi anni… quando morì Bepin Segato , l’ambasciatore dei Serenissimi, il prete officiante, probabilmente in ossequio a direttive superiori, ci ha fatto togliere pure il gonfalone dalla bara. Più chiaro di così… in pratica la chiesa veneta ha cessato di esistere e l’apparato ecclesiale vigila perché non rinasca in senso nazionale. I vescovi come prefetti romani, appunto, e purtroppo di un altro Paolo Sarpi cattolico, nessuna traccia.
Li troviamo di nuovo alleati nella scellerata politica mondialista immigrazionista, ma questo è un quadro più ampio e forse ancora più grave.

ZINGARI E BANDITI: COME SAN MARCO DIFENDEVA I SUOI SUDDITI

In questi giorni di grande dibattito sull’espulsione dei Rom da alcuni paesi europei (L’articolo è del 2011), può essere utile rammentare che la Veneta Serenissima Repubblica vi procedette sistematicamente già nel Cinquecento, sollecitata dalle sue fedeli Comunità rurali, le quali non erano in grado di difendersi dalla delinquenza generalizzata portata dagli Zingari.Cingani-Raixe-venete

La Serenissima vi procedette con decisione, ma anche in controtendenza con la grande politica di ospitalità delle comunità straniere praticata soprattutto a Venezia, dove i foresti come Tedeschi, Italiani, Greci, Slavi, Armeni, Ebrei, Arabi, Turchi, Inglesi, Francesi, Spagnoli, Svizzeri, ecc. formavano delle piccole patrie all’interno della Città, collegate con la terra d’origine, dove esse coltivavano in forma privata le proprie religioni, lingue, culture, a volte potendo persino stampare propri libri. Importantissima l’attività di mediazione commerciale e talvolta diplomatica che tali comunità svolgevano con i propri connazionali.  Tuttavia, la Serenissima decideva quanta gente ospitare nel suo territorio, affidava agli stranieri interi quartieri in affitto e applicava loro le Venete Leggi. Con gli Zingari fu invece possibile stabilire alcun accordo. Si pubblica di seguito un estratto di “Giustizia Veneta” di Edoardo Rubini, edito da Filippi a Venezia nel 2004 (1° ed.).zingari_01

Zingari e bravi.  La Parte dei Pregadi 21 dicembre 1549 si limitava a proibire il soggiorno degli zingari entro i confini dello Stato venendo così incontro alle lagnanze dei sudditi disturbati dalla loro presenza.  Nel termine di tre giorni i Rettori dovevano mandarli fuori, né avrebbero potuto rilasciare altri permessi; non si faceva però menzione di pene.  La Parte dei Pregadi 15 luglio 1558 torna sul tema segnalando l’inosservanza della legge precedente: i famigerati Singani riescono ad ottenere dai Rettori patenti valide per tre giorni quindi, siccome i disagi persistono, si minaccia di interdire dall’incarico i Cancellieri che stilassero tali permessi che i Rettori rilasciavano a seguito di loro istruttoria. l43-zingari-120523173325_big

Le sanzioni contro tali immigrati abusivi s’inaspriscono: dieci ducati a chi ne consegnerà uno vivo, che sarà avviato all’imbarco forzato su galera per dieci anni (il massimo edittale), «possendo etiam li detti Cingani, così Huomini, come Femine, che saranno ritrovati nelli Territori Nostri esser impune ammazzati, si che li Interfettori per tali Homicidii, non habbino ad incorrer in alcuna pena».

Questa norma desta non poca meraviglia considerando che tutti i gruppi etnici furono bene accolti a Venezia: la Repubblica creò tante piccole enclaves, al cui interno le singole comunità si ricreavano l’ambiente di vita proprio della nazionalità d’appartenenza.  Unica eccezione, gli zingari: persino le loro donne vengono viste come un pericolo pubblico da estirpare. download

Dopo trent’anni la situazione non appare granché mutata: «tuttavia vi stanno in molto numero, con danno grandissimo di detti Territori, a’ quali vien anco dato recapito da molti, che tengono poco conto della Giustitia, e che partecipano delli loro Latrocinii, con mala sodisfattione delli Poveri Contadini».  La Parte dei Pregadi 24 settembre 1588 evidenzia quindi una ratio ulteriore oltre al bisogno di proteggere le fedeli comunità rurali della Serenissima dall’invadenza degli indesiderati: occorreva stroncare sul nascere la formazione di eserciti privati composti dai bravi che infestavano gli stati vicini, pertanto si puniva anche chi ospitasse Singani con tre anni d’imbarco in galera.

Le Parti del Consiglio dei Dieci 15 aprile 1574 e 26 aprile 1577 per la prima volta menzionano il termine bravi: «Apparvero nella Repubblica di Venezia agli inizi della seconda metà del ‘500, ma la loro presenza divenne sensibile a partire dal 1568, dopo che altri stati avevano cominciato a scacciarli»[1].  Che il fenomeno non sia autoctono lo spiega il proemio della Parte Cons. Dieci 18 agosto 1600: «Essendo commessi … molti Homicidi, & Assassinamenti … per lo più da Huomini Sicarii, sanguinolenti, Forestieri, che si conducono a servir particolari per Bravi, cavandone il viver, & altre molte commodità, commettendo tanto più ogni sorte di delitto, quanto che con facilità possano poi salvarsi, ritirandosi con poca, ò niuna spesa alle patrie loro». n6

Il drastico provvedimento concede a questi stranieri ventiquattro ore per lasciare la città o il castello dove dimorano e tre giorni perché se ne escano dalla Terra di San Marco; pene per i trasgressori: dieci anni al remo di galera[2] o amputazione della mano più valida e in caso d’inabilità al remo con bando definitivo e perpetuo che, se rotto, darà luogo all’ergastolo e a seicento lire di multa.  A chi li avrà assoldati bando ventennale dal territorio di residenza se il loro padrone è suddito veneto, altrimenti bando ventennale definitivo.

I bravi erano servitori armati alle dipendenze di signorotti locali, invisi alle Leggi venete.

[1] Povolo, Aspetti, p. 236.

[2] Anche per loro il massimo.