OGGI PARLIAMO DI “DONNE” UN PO’ STRANE… “LE ANGUANE”

Spostiamoci per un momento dalle Dolomiti Tirolesi alle Dolomiti Bellunesi…per raccogliere una millenaria leggenda che racconta di soprannaturali  figure femminili dai lunghissimi capelli rossi … le anguane.Anguana  Val Molini2

Le anguane, sono chiamate anche acquane, langane, ecc. comunque siano chiamate queste creature esse sono “donne delle acque”, legate cioè alle sorgenti d’acqua (e di laghi e laghetti nelle Dolomiti Bellunesi ce ne sono circa un centinaio). Si narra che esse furono probabilmente le ultime donne celtiche, che per fuggire la dominazione romana, si rifugiarono nelle grotte vicino ai laghi e torrenti, (esse sono chiamate anche “angane”, il loro nome celtico). Ma nel tempo queste divennero creature misteriose e affascinanti e numerose storie le ritraggono con caratteristiche differenti: fate oppure streghe, buone e cattive. Bellissime oppure orribili. Il loro nome, infatti, si fa derivare anche dal latino: Anguis, serpente. Questo altro modo di chiamarle si riferisce non solo al loro amore per l’acqua ma anche alla loro capacità di trasformarsi in serpi.anguane

Principalmente sono descritte come donne dai “piedi di capra”, questo deriva probabilmente dai calzari usati in quei luoghi (di pelle di capra), ma la leggenda narra che il tratto distintivo di queste ninfe era il collo del piede altissimo, proprio come quello delle capre.

Qui scriverò due racconti che antepongono due visioni delle anguane.

In uno si narra che le anguane erano ninfe seducenti, molto alte (longane), che amavano tuffarsi nell’acqua del lago per lavarsi e pettinarsi i lunghi capelli rossi. Queste ninfe, dai pei de cioura proteggevano i raccolti, ma se infuriate scatenavano tempeste. A volte rubavano i formaggi dei pastori ed una di queste fu scoperta. Un giovane, sentendo dei rumori in cantina, sorprese un’anguana a rubare il formaggio e la bellezza dell’anguana lo fece innamorare. Si sposarono, ma prima ella gli fece promettere che mai, una volta sposati, egli avrebbe dovuto rinfacciarle i suoi piedi di capra, altrimenti sarebbe tornata nei boschi per sempre. Nacque un bel figlio, tutto sembrava andare bene, ma un giorno dopo un grosso litigio, lui non resistette e gli disse <sei proprio un’anguana piede di capra!>. Allora lei, in preda all’ira mandò al marito questa terribile maledizione: tuo figlio non dovrà mai sposarsi, perché i suoi figli avranno i piedi di capra!

Poi fuggì, e dopo la sua fuga si scatenò una terribile carestia.

Intanto però il figlio crebbe, ed un giorno s’innamorò. Ma conoscendo la terribile maledizione, fu preso dalla disperazione e si gettò da una rupe. In quel momento la terra tremò e si aprì una voragine che inghiottì il lago. Ora, sembra che in certe giornate d’agosto, il mese in cui morì il giovane, si oda un lamento venire dalla profondità della montagna… forse lo spirito del giovane che non trova pace, o il grido di tormento della vecchia anguana nella grotta.

In un altro si narra di un laghetto che aveva proprietà miracolose: le donne che vi si recavano rimanevo giovani e belle. Veniva quindi denominato il laghetto delle “ragazze” perchè tutte le giovani del paese vi facevo il bagno. Le anguane, che invece erano strane donne dagli orribili piedi di capra, erano invidiose della bellezza delle ragazze e in una sera di luna piena, mentre tutti gli uomini si recavano a caccia e le donne si apprestavano al loro consueto rito del bagno, assalirono tutte le giovani del villaggio e con i loro zoccoli di capra (simili agli zoccoli del diavolo!) le uccisero tutte. Non ebbero pietà nemmeno per la dolcissima Bianca, figlia del capo del villaggio, che era la più giovane e la più bella.

Quando gli uomini tornarono, di corsa perché videro il fumo alzarsi dal villaggio che stava bruciando, non c’era più nulla da fare. Presero i corpi delle loro donne, per prima Bianca la più piccola, le adagiarono su delle barelle di legno e le portarono verso le montagne. Allora la divinità della fonte, impietosita e oltraggiata da tanta barbarie, trasformò ogni goccia di sangue che cadeva a terra in un fiore rosa e profumato, così che la terra si riempì di piccoli fiori rosa come un tappeto, poi tramutò tutti gli uomini in pietre così che nessuno potesse più disturbare il sonno di Bianca. Le anguane si nascosero nelle loro grotte, ma non riuscirono a scampare alla punizione della divinità che avvelenò l’acqua del lago uccidendole tutte. Dopo che tutte le anguane furono morte, ed il silenzio regnò sui boschi, fece tornare l’acqua del lago benefica, ma solamente se fosse rimasta dentro il lago. È così che oggi, per godere dei benefici dell’acqua del lago bisogna utilizzarla sul posto.

https://mickycompany.wordpress.com/2007/10/23/la-leggenda-delle-anguane/

Le Schiavone bellunesi per la Repubblica di Venezia

36849_1474919723646_341765_nPubblichiamo un articolo dell’esperto d’armi, nonché consulente nei principali musei d’Italia, Gianrodolfo Rotasso, vecchio amico del presentatore. 

schiavona-bellunese-1Nel Bellunese, in particolare, dal ‘400 alla prima metà del ‘600 si forgiavano lame di spade che armarono svariati eserciti – dalla Scozia al lontano Oriente, in particolare per le milizie della Serenissima – e i cui esemplari superstiti fanno ora bella mostra di sé nei più noti musei e collezioni private del mondo.

Lungo il corso del torrente ardo, a nord-est di Belluno, nelle località di Busighel e Fisterre, da notizie riportate da storici del XVI secolo, venivano prodotte “fin 25 mille spade all’anno d’ogni sorte” mentre da un documento del del 1578 sappiamo che alcuni gentiluomini inglesi siglarono un contratto con gli armaioli di Belluno per la fornitura di ben 600 spade al mese per un periodo di 10 anni. Questo fu dovuto grazie all’ottimo ferro che si estraeva dalle miniere delle vallate dell’Agordino e dello Zoldano.

Importanti furono le miniere del Fursil, il cui minerale ferroso, ricco di manganese, si prestava maggiormente alla fucinatura di lame che all’epoca venivano forgiate con la tecnica detta “a stoffa”. Questa consisteva nell’unire a caldo, ossia martellando assieme lamine di acciaio e di ferro finché si saldavano per bollitura. La tempra del filo, ricavato in lamina d’acciaio molto carburato, veniva curata in particolare modo perché doveva essere dura nel fendere, ma non al punto di divenire fragile e scheggiarsi. In questo modo le lame risultavano molto resistenti e tenaci. Queste, oltretutto, erano opera solo di maestri, che potevano firmarle o dei loro allievi che si limitavano ad imprimere il marchio della bottega. Quello delle spade fu il periodo più florido dell’Alto Veneto. In rapporto ai tempi è stato superiore anche alla moderna attività degli occhiali.

perfette copie del maestro spadaio Del Tin

perfette copie del maestro spadaio Del Tin

E’ sufficiente guardare la realizzazione del centro storico di Belluno, tra cui primeggia il Palazzo dei Rettori. Opere del genere, certo non non furono realizzate nei periodi successivi, quando per sopravvivere bisognava andarsene dalle nostre terre. La bravura degli artigiani bellunesi in quei secoli, primeggiò a livello europeo. A confermarcelo, è la ricca documentazione di studiosi italiani e stranieri, oltre allo storico Piloni che a suo tempo ci ha dato una descrizione abbastanza esaudiente del nostro territorio.

Per produrre una spada all’epoca, era necessaria una grande manovalanza di personale di mestiere, dai minatori ai fabbricanti di carbone e legna, a chi preparava le guaine del fodero, i suoi fornimenti, i conciatori di pelle, il fornimento della spada stessa: guardia, impugnatura e pomo. Celebri furono i maestri spadari come Pietro da Formegan, Giandonato Ferara (fratello del più noto Andrea), e i fratelli Giorgio e Giuseppe Giorgiutti da Agordo, dei quali si possono ammirare due bellissimi spadoni a due mani nella Sala d’armi del Consiglio dei Dieci a Palazzo Ducale a Venezia. Di Pietro da Formegan di conserva a Palazzo Venezia a Roma, nella collezione che fu dei conti Odescalchi, un  importante spadone a due mani. Oltre che nel Bellunese, la fabbricazione delle spade conobbe illustri artigiani anche nelle zone vicine, al punto che una spada di Marson da Ceneda (che con Serravalle forma l’attuale Comune di Vittorio Veneto) fu usata da Re di Svezia Gustavo Adolfo durante la Guerra dei Trent’anni ed ora è conservata al Kungl Livrustkmmaren di Stoccolma.

schiavona con fodero in elgno e forniture in ottone a suo tempo da me ricostruito

schiavona con fodero in legno e forniture in ottone a suo tempo da me ricostruito

E’ doveroso ricordare che la prima fucina da spade di Serravalle fu impiantata da “mastro” Giacomo da Belluno verso la fine del Quattrocento. Il più noto tra i maestri spadari è però il già citato Andrea Ferara da Fonzaso, attivo nella seconda metà del Cinquecento. Le sue spade con l’elegantissimo fornimento “a tre vie” fecero epoca e da questo fornimento Ferara elaborò anche la gabbia del primo tipo di Schiavona. Importante, dunque, fu il ruolo del Bellunese nel mercato europeo delle armi bianche, tanto da far spesso temibile concorrenza a famose città quali Solingen e Passau, con le quali ebbe anche una controversa “guerra dei marchi”.

Uno dei marchi più usato dai Bellunesi per lame di pregio era infatti il lupo, che però l’arciduca Alberto aveva già concesso come segno di riconoscimento agli armaioli di Passau fin dal 1349. Difficile dire se fosse stato scelto di proposito, come fecero gli spadari di Solingen, per sfruttare la fama della città concorrente. Ma se così fosse, consoliamoci all’idea che anche il nome di Andrea Ferara veniva spesso contraffatto in Germania su lame destinate al mercato inglese. La spada più nota della Repubblica Veneziana è senza dubbio la Schiavona, anzi, si può dire che essa sia sinonimo di Venezia, essendo legata ai suoi ultimi due secoli di storia terminando il suo servizio con l’occupazione napoleonica del territorio della Serenissima.

A Belluno, dei cinque tipi di schiavona, si forgiarono i primi tre. Il quarto e il quinto, che sono l’evoluzione del terzo tipo, furono realizzate a Serravalle.  Il primo tipo, il più semplice, si evolve dalla spada detta “a tre vie”. Dai rami del massello che forma la traversa, infatti, si dipartono i tre rami che, uscenti il primo dal ramo di guardia, il secondo dal braccio di guardia e il terzo dall’archetto inferiore, si congiungono al braccio di parata, imitando il particolare disegno da cui la denominazione a tre vie.

Il secondo tipo lo possiamo datare verso i primi del Seicento ed è caratterizzato da un aumento di rami protettivi. Il terzo tipo, invece, viene realizzato verso la fine del primo quarto del Seicento, con un disegno del tutto nuovo. Dal massello inferiore esce un complesso intreccio di rami intersecati da due rami trasversali uniti da ponticelli e dall’archetto inferiore al superiore si congiungono due ponti. Il quarto e il quinto tipo, settecenteschi, si differenziano dal terzo per l’aumento dei rami trasversali (da due a tre a quattro), e per la controguardia, anch’essa resa più fitta di rami tutti uscenti a mo’ di raggiera dalla parte inferiore del massello, tanto da formare una vera e propria gabbia.  Gli esemplari più vecchi montano il pomo di ferro di stile quadrotto, caratteristico delle spade schiavonesche, mentre dal terzo tipo in poi è più comune il pomo in ottone detto a “testa di gatto”.

Questa spada comparve verso la metà del Cinquecento al fianco delle milizie levantine degli “Oltremarini”, come si chiamavano i veneziani, tra le quali si distinguevano gli Schiavoni (da cui il nome della spada), assoldati anche nella Guardia del corpo dei Dogi. All’inizio, per evitare l’impiego della manopola, la spada era dotata di un semplice fornimento composto da due o tre rami trasversali di protezione, la meravigliosa gabbia che nei secoli successivi si svilupperà in varie tipologie, la si deve infatti al grande maestro Andrea Ferara. Fu una spada prettamente da munizione, si conoscono pochi esemplari firmati, fatti costruire su commissione. Per questo motivo è un’arma che figura poco nell’iconografia.

Come si sa, i pittori affermati preferivano ritrarre i grandi personaggi del momento, previo lauto compenso. Oltretutto, le rare volte che veniva presa in esame, figura sempre il primo tipo di spada, perché era il più appariscente. E si vedono i rami della guardia, l’impugnatura e il pomo che spesso è dipinto di giallo, cosa che con il quarto e quinto tipo di Schiavona non figurerebbero così bene. La gran massa delle lame reca i marchi delle varie botteghe dell’Ardo. Dai ferri di molino alle croissant dentellate (da non confondere con quelle stiriane) e alle due mezze lune dal volto umano addossate.

Il leone in moleca, impresso sui rami delle gabbie in prevalenza del secondo tipo, non c’entra, è solo il vecchio simbolo di proprietà dell’Armeria del Consiglio dei Dieci. E’ interessante notare che questo ultimo marchio, le due mezze lune, fu largamente imitato su lame di spade sudanesi dai tempi di Mahdi, le Kaskara. Alcune di queste spade islamiche, caratteristiche per l’elsa a croce e il pomo a ruota, montano lame di antiche Schiavonesche probabilmente rimaste in terra d’Africa in seguito a fatti d’arme o arrivate per vie commerciali non del tutto legali trattandosi di acquirenti, come ben noto, ostili alla . La bontà di queste vecchie lame, tuttavia, è stata talmente apprezzata, tanto da imitarne grossolanamente i marchi nei secoli successivi, sulle povere spade locali.

originale a http://www.bellunopress.it/2009/08/16/le-schiavone-bellunesi-per-la-repubblica-di-venezia/

Il Teatro de la Sena, ovvero “della scena”, a Feltre veneziana.

teatro_9227Il Teatro de la Sena, ovvero “della scena”, è ospitato al primo piano del Palazzo della Ragione, edificio riedificato dopo la distruzione del 1510 da parte delle truppe di Massimiliano d’Asburgo e caratterizzato dal loggiato palladiano del 1558.

Il salone, inizialmente adibito alle riunioni del Maggior Consiglio, fu destinato a pubblico teatro nel 1684 con la costituzione di un Teatro Sociale a due ordini di palchetti di proprietà privata, appartenenti a famiglie nobili e cittadine. Già dal 1621 vi si teneva “…una Sena (scena) per recitar commedie in Carnevale”. Nel XVIII secolo l’attività fu intensa. Nel 1729 Carlo Goldoni vi rappresentò “Il buon padre” e “La cantatrice”. Continua a leggere

BELENO, IL DIO DEL SOLE COMUNE A CELTI E VENETI (che diede il nome a Belluno)

BELENOS (BEL o BELENUS o BELINUS) Beleno (Belin)

936235_10201179220193270_657282526_nBelenos = lo splendore, il pulito, il dio del sole, divinità comune a Celti e a Veneti

(Galli) Epiteto dell’Apollo dei Galli. Il Dio è collegato al fuoco come elemento trasformatore. .Dio della luce, protettore delle pecore e del bestiame. Sua sposa è la dea Belisama. Sono figure assimilabili alle divinità classiche Apollo e Minerva. Assimilabile al Dio irlandese Lugh, e al Dio Gallese Llew.

Beleno (Belin) è il Dio solare e luminoso, protettore delle pecore e del bestiame, ed è ritenuto uno degli antichi dei celtici più diffusi in Europa. Il poeta gallo-romano Ausonio di Bordeaux nel VI sec d. c. afferma che anche a Bordeaux, oltre che ad Aquileia e in altre zone d’Europa, c’era un tempio dedicato al Dio Beleno. Continua a leggere

“LE REGOLE” NELLE COMUNITA’ MONTANE VENETE. COSA ERANO E IN PARTE SONO

Di Ivone Cacciavillani

220px-Statuto_del_CadoreL’unica forma di proprietà di prati e boschi era collettiva, secondo un istituto sopravvissuto fino ai giorni nostri..tale forma di proprietà ora detta “regoliera”, è stato oggetto di una legge regionale ancora nel 1996.

Carattere comune di tutte le Regole era la completa autonomia statutaria (il laudo). Pur variando da Laudo a Laudo, la Regola, associazione di comunisti proprietaria delle terre, era retta da un principio comunitario assai stretto: Continua a leggere

L’IMPRONTA DELL’I. (INFAME) NAPOLEONE A FELTRE. IL MONASTERO CHE DIVENNE CIMITERO

Di Millo Bozzolan

belluno-feltreOggi ero senza corrente, per cui mi sono fiondato in auto con la moglie, e siamo partiti verso Feltre, dove ho approfittato per fare finalmente quello che dovevo far da anni.. e non ricordavo mai. Trascrivere il testo di una lapide marmorea in bella mostra sul muro cimiteriale della graziosa città veneziana.

In poche righe, concentrata la storia affascinante del luogo, tramite le vicende di un antichissimo monastero, raso al suolo dall’I.  . Eccovi il testo: Continua a leggere

LE CARATTERISTICHE PRODUTTIVE DELLA TERRAFERMA VENETA SOTTO SAN MARCO

Di Ivone Cacciavillani. "Lo stato da terra della Serenissima".

1459_Mappe1015LA PADOVANA per la qualità dei terreni e la natura del clima abbonda in fatto di biade, quanto scarseggia di altri prodotti, mentre so mantiene per secoli fiorente la produzione della seta, che finì per supplire alla deficiente, ma pur sempre attiva, produzione della lana.

Il Polesine produce in abbondanza frumento e granaglie, non esclusa l’estensione del pascolo per l’incremento produttivo della zootecnia, particolarmente abbondante è la produzione del grano, la quale fa sì che il prezzo interno .. sia inferiore a quello che è il prezzo dei luoghi vicini, causa non ultima del contrabbando di biade con lo stato ferrarese. Continua a leggere

“L’AN DE LA FAM” A FELTRE, INVASA DAGLI AUSTRO-TEDESCHI.

Di Millo Bozzolan

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Piazza Maggiore, veneziana, col Palazzo dei Rettori. La Cancelleria ospitò un giovane Goldoni e nel teatro del palazzo furono replicate le sue prime commedie.

Dovete sapere che Feltre conobbe per un anno l’occupazione degli austro-ungarici e il ricordo delle condizioni di vita durissime, si è tramandato nelle vecchie generazioni con il modo di dire, appunto, “l’an de la fam”.

Non che i “crucchi” fossero votati alla malvagità più degli italiani… il fatto era che la guerra fu vinta dagli alleati degli italiani grazie soprattutto al grano americano, e il nemico fu preso per fame.  Continua a leggere

VESTIRSI ALLA VENETA, FINO A 2000 ANNI FA, E ANCHE OLTRE.

Di Milo Boz, Veneto

downloadIl loro abbigliamento era assai curato e, per vari aspetti , originale e distinto sia rispetto allo abbigliamento in uso presso le popolazioni celtiche confinanti, sia a quello proprio dei Latini.
Le immagini più numerose ci mostrano soprattutto i personaggi importanti, i ricchi, i capi, i sacerdoti.
Essi sono abbigliati con un ampio mantello, ricco nella tessitura.
Portano sul capo un gran cappello, dalla tesa larga e rialzata sui bordi.
Il capo vestiario più originale dello abbigliamento femminile, era l’ampio e pesante scialle, una mantellina che scendeva fino alla schiena.
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