NOSTALGIA, DE ON MONDO CHE NO TORNARA’ PIU’

picoi e grandi, se lavorava tuti insieme

Ti me ga fato vegnér i oci lucidi, tesoro mio… mi no gavevo ea stala co e tre vache, ma la gaveva le amichete visin casa mia, dove ‘ndavo a conprarghe el late pena monto, col pentoin.. e semo ancora qua a contarsea… anca se el late no jera pastorizà… te meto nel me blog; so che no te despiazarà.. La Tua ze poesia pura <3

SUSY CAROLLO

Nostalgia…

Co fazeo le elementari rivavo casa da scoea e travo la cartea fata de carton perchè,no esendo pi de moda e cartee in corame che doparava i tre me fradej pi veci mi jero na privilegià e gaveo la cartea de carton, la travo in tel divano de ecopellett che ghe jera in tineo, el tineo jera na stansa de tre par tre, rento ghe jera na tola, sie careghe na credensa e sto divan de un coeore indefinibje e esendo fato de ecopellett se te ghe navi visin co un fulminante ardia tuto, casa, staea co rento tre vachete e un cavaeo abitasion de me noni e anca de me zii, ma mi jero contenta, magnavo cuel che catavo e dopo fora, in mezo ai me canpi fin che no vegnea sera, e dopo fora ‘ncora fin che no vegnea note a zugar a ciapascundi, a scaloto, a tri cantuni, co l’elastego, finchè a un serto punto visin a la stala gavejno na sorta de magazin e li ghe jera la guzeti vecia de me nono smontà, casso, el serbatojo coa leveta da verzar do che nava fora la benza, colpo de genio, verzo un bar…….. Ciapo inpieno el serbatojo de acua e faso e prove coa leveta, vien fora l’acua,fata,a so un genio, me godeo un mondo, podeo star ore e ore rento in magazin co ragni grandi come culunbi e no me acorzeo, la spusa che vegnea fora da chel serbatojo la jera indescrivibje, ma me jero tirà sù na bea clientea tuti i boce dea me contrà voea vigner, i pagava coj sasi e co jera sera na meza masiereta la gaveo fata su, logicamente no i bevea i faxea finta anca parchè gavaria fato pi morti mi che na atomica e probabilmente saria ncora drio scontar l’ergastoeo, eco, deso che so granda rivo casa e trò la borsa in tel divan, go da pensar a cosa far da magnar, a far lavatrici, a stendar, a tirar su, a stirar,a netare, andar in posta, in banca, dal comercialista, dal dentista, dal dotor, in farmacia e fare a speza, eco, mi no voria nare in crocera, gnanca ae terme, mi voria tornar indrio pa un mese coa spensieratesa de na putea nata in mezo ai canpi che nava tor su i uvi in tel punaro e ghe dava da magnar aj conejeti, cuej jera bej tenpi, el bruto zè che i putej al dì de ancò ste robe cuà no i podarà mai vivarle, e zè un pecà…….

LA BRENTA (FEMMINILE). ORIGINE DEL NOME.

i laghi di Levico e Caldonazzo

 

LA BRENTA…femminile per i Veneti fino a quando anche la Piave, parendo allo stato maggiore dell’esercito italiano, poco  consono il genere ai “virili combattenti” (in realtà poveri disgraziati) mandati al macello sulle sue sponde, cambiò sesso senza il nostro permesso (rima). Per assonanza anche la nostra Brenta dovette adeguarsi. E così  fu fatto strame di un altro pezzo importante della nostra tradizione e cultura. Sta  a noi riprenderla.

(Medoacus maior, poi Brinta in latino, Brandau in tedesco, Brint in cimbro)

Il toponimo Brenta trae origine, secondo la versione più accreditata tra gli studiosi, dal ceppo germanico Brint (fontana) o Brunnen (scorrere dell’acqua); il diminutivo è Brentella.
Brenta voleva anche significare il bastone ricurvo con cui i contadini veneti o lombardi portavano i cesti, carichi di uva. O era una misura per i liquidi, e ancora oggi si dice in veneto : “go bevù na brenta de bira” per indicare una gran bevuta. Era equivalente a circa 50 litri.

Le popolazioni dei territori attraversati dal fiume lo hanno sempre nominato al femminile: “la Brenta”.
Questo nome indica, nel dialetto trentino e soprattutto in Valsugana, per estensione, le riserve di acqua che i paesi tenevano in caso di incendi.
La storia e i ricordi ancestrali delle terribili alluvioni subite dalle popolazioni del Veneto centrale hanno coniato il termine Brentana per alluvione. Il suo nome cimbro invece Brintaal.

In epoca romana il fiume era individuato anche come Medoacus¡ (secondo una interessante interpretazione “in mezzo a due laghi” ovvero tra i laghi di origine e la zona lacustre delle foci, la laguna, o più probabilmente in riferimento ai due bacini più settentrionali della laguna di Venezia, quando esso seguiva come letto il corso dell’ attuale Canal Grande ed ai suoi due lati vi erano i due suddetti bacini non ancora uniti in una laguna intera.

Gli studiosi concordano che prima del 589 il fiume transitasse anche per Padova (Patavium, Patavas, ovvero “abitanti di palude”) più o meno in corrispondenza dell’attuale linea ferroviaria, e qui vi confluisse il sistema di canali padovano, ma non tutta la bibliografia concorda che esistesse, nelle attuali valli del Canale di Brenta e di Valsugana, una colonia di Galli chiamati Mediaci.

Di certo durante il Medioevo comparve il termime Brintesis, forse dal latino rumoreggiare, a ricordo delle diverse inondazioni oppure, e sembra essere prevalente, dal ceppo germanico Brint (fontana) o Brunnen (scorrere dell’acqua). Questa interpretazione sembra consolidata dall’uso in tante altre parti del Veneto del diminutivo Brentella per indicare un piccolo corso d’acqua.

NDR. Pare che “brunnen” non trovi corrispondenza nel germanico, magari sarà un germine della lingua dei Celti, o dei Longobardi, chissà…

 



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LA VANDEA E LE STRAGI. il massacro dei Lumi.

Fu, quella di Robespierre, pura guerra di sterminio con l’intento di far sparire una popolazione intera (specialmente le donne e i bambini, furono le vittime preferite) che osava rifiutare in massa uno stato rivelatosi ateo e  anti cristiano. 

Colpisce che tante caratteristiche dei vandeani fossero comuni al Veneto rurale della mia infanzia: la prima era la fede di impronta quasi calvinista (che fu caratteristica delle Chiesa patriarcale veneziana e non romana) e gli antenati comuni, quei Veneti che furono civiltà europea prima dell’arrivo dei Celti. Non a caso la capitale della piccola Vandea è Vannes, come Venezia quella dei Veneti di tutti i tempi . Eccovi un  anticipo del bellissimo articolo del Foglio pubblicato tempo fa. 

Il massacro dei lumi
La Vandea è nomen omen del massacro di innocenti, al pari della notte di San Bartolomeo, di Guernica, di Srebrenica. Eppure in Francia, a distanza di oltre due secoli, la Vandea resta uno scandalo difficile da maneggiare. La parola “Vandea” fino a pochi anni fa era sinonimo di cattolico reazionario. Sono i “chouans”, gufi maledetti. Baciapile, nemici della Rivoluzione, servi dei nobili, sanguinari. Di Vandea si è tornati a parlare in Francia, in Parlamento, sui giornali e sugli schermi televisivi. L’Ump, il partito di opposizione, ha presentato in Assemblea nazionale un disegno di legge che ha lo scopo di riconoscere il “genocidio vandeano”.

di Giulio Meotti

 Il massacro dei lumi

La Vandea è nomen omen del massacro di innocenti, al pari della notte di San Bartolomeo, di Guernica, di Srebrenica. Eppure in Francia, a distanza di oltre due secoli, la Vandea resta uno scandalo difficile da maneggiare. La parola “Vandea” fino a pochi anni fa era sinonimo di cattolico reazionario. Sono i “chouans”, gufi maledetti. Baciapile, nemici della Rivoluzione, servi dei nobili, sanguinari. Di Vandea si è tornati a parlare in Francia, in Parlamento, sui giornali e sugli schermi televisivi. L’Ump, il partito di opposizione, ha presentato in Assemblea nazionale un disegno di legge che ha lo scopo di riconoscere il “genocidio vandeano”, che ebbe luogo, a più riprese, tra il 1793 e il 1796 per opera delle truppe rivoluzionarie di Robespierre nei confronti degli abitanti della regione contadina della Vandea. I sostenitori della tesi del genocidio parlano di una “congiura del silenzio”, in cui la politica e la storiografia avrebbero cospirato perché cadesse nell’oblio il grande sacrificio dei vandeani, colpevoli di aver difeso le loro convinzioni religiose contro il nuovo potere ateo e giacobino. Le “colonne infami” repubblicane compirono spietati massacri contro i vandeani, lasciando sul terreno dai duecentocinquanta ai trecentomila morti.

“Se approvasse la proposta sul genocidio, la Repubblica accetterebbe per la prima volta di guardarsi allo specchio”, ha scritto sulla rivista Causeur lo storico Frédéric Rouvillois. “Per la prima volta riconoscerebbe il terribile delitto che ha segnato l’inizio della propria storia”. Di parere opposto lo storico della Rivoluzione francese, Jean-Clément Martin: “I crimini sono crimini, ma manca la logica”. Significa che i vandeani non furono sterminati in quanto tali, ma sono stati vittime di una guerra civile. Lo spiega così Alain Gerard: “La Rivoluzione non poteva ammettere che il popolo si ribellasse contro di lei. Per questo la Vandea doveva scomparire”.
La tesi del genocidio è stata portata avanti da Reynald Secher, uno dei maggiori storici delle guerre vandeane, secondo il quale “quelle rappresaglie non corrispondono agli atti orribili, ma inevitabili, che si verificano nell’accanimento dei combattimenti di una lunga e atroce guerra, ma proprio a massacri premeditati, organizzati, pianificati, commessi a sangue freddo, massicci e sistematici, con la volontà cosciente e proclamata di distruggere una regione ben definita e di sterminare tutto un popolo, di preferenza donne e bambini” (“Il genocidio vandeano”, Effedieffe Edizioni, Milano 1989).
La Vandea oggi è mito e tabù, tanto che il massacro alla chiesa di Petit Luc a Roche sur Yon viene accostato a quello nazista di Oradour nel 1944. Il leader della gauche militante Jean-Luc Mélenchon ha protestato vivacemente per un programma televisivo andato in onda su France 3, dove Robespierre viene chiamato “il boia della Vandea” (le bourreau de la Vendée). Anche il settimanale Nouvel Obs attacca il documentario di Franck Ferrand, in cui le armate giacobine vengono accostate alle Einsatzgruppen naziste. I preti che insorgono in Vandea erano chiamati “corvi neri”. Scortate da gendarmi mal vestiti, con la coccarda tricolore sui cappellacci, le carrette della Rivoluzione erano cariche di questi preti refrattari detti “insermentés”, quelli che non hanno giurato, che hanno mantenuto fedeltà all’autorità del Pontefice, cancellata per decreto. Georges Jacques Danton avrebbe voluto fare un mazzetto di tutti i preti refrattari su cui si riusciva a mettere le mani, imbarcarli a Marsiglia e scaricarli da qualche parte sulle coste dello stato della chiesa, come una trentina di anni prima Sebastião José de Carvalho y Melo, marchese di Pombal, illuminato primo ministro dell’illuminato re Giuseppe I, aveva tentato di fare con i gesuiti espulsi dal Portogallo.


Tutti i libri in latino, fossero pure i “Colloqui” di Erasmo da Rotterdam, finirono nel fuoco. I preti nella trappola di Rochefort furono più di quattrocento. Nelle loro ciotole di legno la Rivoluzione versò solo carne putrida, merluzzo andato a male, malsane fave di palude. L’acqua era infetta. A chi ne chiedeva di più, i fidati seguaci della Dea Ragione rispondevano di servirsi pure, mostrando a dito l’oceano. Vi furono presto casi di delirium tremens, di follia. In poche settimane fu un’ecatombe di sacerdoti. I guardiani abbandonarono la nave. I morti venivano scaraventati in mare o seppelliti nella palude. Per non sbagliare qualcuno venne sepolto mentre ancora respirava.
In Vandea la guerra non ebbe un centro, ma era dappertutto, perché ovunque vi fosse un vandeano, fanciullo o adulto, uomo o donna che fosse, là per la Repubblica si trovava un “soldato nemico”. Nessuna delle regole dell’antica arte militare fu rispettata in quella guerra, perché fu la “prima guerra moderna”, in cui dei civili si fece carne da macello. In Vandea le armi principali furono le preghiere nelle chiese solitarie, le corone di rosario agli occhielli, i “sacri cuori” cuciti agli abiti, le processioni e le riunioni nei boschi, i giuramenti di rifiutarsi al reclutamento, i racconti dei miracoli, fu la rivolta di tutto un popolo, in cui le congiure erano nascoste dietro l’altare di ogni borgo contadino. I sacerdoti officiarono nelle brughiere e nelle paludi. Per primi s’armano i contadini. Mentre altrove in Francia sono state le classi superiori ad avere spinto il popolo, nella Vandea cristianissima è il popolo a incitare le classi superiori. A dispetto di certa storiografia, i contadini della Vandea non erano monarchici più di altri, non furono supini sostenitori dell’Ancien Régime. Erano profondamente cattolici. L’origine di questa fedeltà vandeana alla chiesa ebbe radici antiche, affonda in un passato di simpatie calviniste e nell’opera di catechizzazione dei missionari della Compagnia di Maria e delle Figlie della Saggezza.

Il generale vandeano era un venditore ambulante. Si chiamava Jean Cathelineu, per tutti “il santo d’Anjou”. E’ intento a impastare il pane, quando sente la voce che gli comanda di alzarsi e mettersi a capo di questa guerra santa. Guida una folla armata di falci, bastoni e pochi fucili, in cui le donne, nei campi e nei boschi, pregano in ginocchio per la vittoria dei loro mariti e figli. Da ogni angolo della regione si leva un augurio che è un grido di odio verso i giacobini e il loro ateismo. I vandeani conquistano le città e poi le abbandonano. La facoltà di dissolversi e ricomporsi è la loro forza e la loro debolezza. Guidati dal santo di Anjou attraversano a decine di migliaia la Loira per liberare Nantes, per coinvolgere nella loro guerra i fieri “chouans” realisti della Bretagna.
Papa Karol Wojtyla ha beatificato, durante il suo pontificato, 164 di questi “martiri” della Rivoluzione francese. Nel corso di una controversa visita in Vandea, pronunciò un discorso ben lontano dal revanchismo. Nel rendere onore ai vandeani caduti nell’impari lotta contro le armate illuministe, Giovanni Paolo II sottolineò la loro testimonianza di fede, ma trascurò, se non addirittura condannò, il senso politico della controrivoluzione. Forzando un po’ la storia, il Papa affermò che anche i vandeani “desideravano sinceramente il necessario rinnovamento della società”, circoscrisse alla difesa della libertà religiosa la loro ribellione, non tacque i “peccati” di cui anch’essi si erano macchiati nell’asprezza della lotta (sanguinose furono le rappresaglie vandeane contro i rivoluzionari).
Anche nella chiesa cattolica ci sono opinioni differenti sulla Vandea. Padre Giuseppe De Rosa sulla Civiltà Cattolica ad esempio ha scritto che la guerra di Vandea di due secoli fa andrebbe guardata con maggiore “spirito critico”, senza farne una “bandiera” e, tanto meno, il “simbolo dell’autentico cristianesimo”. Di diverso avviso l’arcivescovo di Bologna, cardinale Giacomo Biffi, secondo il quale “in quanto è avvenuto in Vandea trovano le loro premesse le stragi che hanno insanguinato l’intero XX secolo in nome o di un assurdo ideale di giustizia, o di un’aberrante esaltazione di una nazione o di una razza, o di un egoismo mascherato da civile comprensione”.

La Vandea come preludio di Auschwitz, del Ruanda, del Gulag. Lo storico della Rivoluzione francese Jules Michelet parla così dei vandeani: “Ci imbattiamo in un popolo sì stranamente cieco e sì bizzarramente sviato che si arma contro la Rivoluzione, sua madre. Scoppia nell’ovest la guerra empia dei preti”. Anche un figlio dei Lumi come Andrè Glucksmann ha definito la Vandea “la prima Glasnost dopo i giorni del Terrore”. E’ la rivelazione del male compiuto da Robespierre. E anche Jean Tulard, docente all’Università Paris IV ed esperto di Vandea, paragona le azioni dei giacobini agli eccidi ordinati da Stalin. Gli storici non amano i paragoni con l’Olocausto. Ma della Vandea parlano come di un “popolicidio”, mentre a lungo storici marxisti hanno letto la guerra di Vandea come una guerra della borghesia centralizzatrice delle città contro il popolo contadino.
Varrà la pena di ricordare che i vandeani sono stati sterminati con metodi non dissimili da quelli nazisti. Così si legge sul Bollettino ufficiale della nazione: “Bisogna che i briganti di Vandea siano sterminati prima della fine di ottobre. La salvezza della patria lo richiede”. I vandeani sono considerati degli “ominidi”, delle sottospecie di uomini, e in quanto tali non aventi diritto a un territorio.
Il nome stesso Vandea viene eliminato, deve scomparire. Si assegna un nuovo nome alla Vandea chiamandola “dipartimento Vendicato”, per esprimere appunto questa volontà di ripopolare quella parte di Francia un tempo abitata da “cattivi francesi”.
Quello della Vandea è il primo genocidio della storia ideologica del mondo contemporaneo. Le Colonne infernali, tagliagole al comando del generale Louis Marie Turreau, devastarono la regione con feroce acribia cartesiana. Fucilazioni, annegamenti, falò di parrocchie zeppe di civili, camere a gas. C’era l’onta di un pezzo di Francia che aveva osato levarsi contro la volonté générale, ma anche il diffondersi d’idee malthusiane in una Francia attanagliata dalla fame per colpa della stessa rivoluzione. Così i giacobini concepirono, votarono all’unanimità e realizzarono l’annientamento di un gruppo umano religiosamente identificabile. Con ben due leggi, scritte e conservate negli archivi militari: il 1° agosto si decise la distruzione del territorio, degli abitati, delle foreste e dell’economia locale; il 1° ottobre si ordinò lo sterminio degli abitanti, prima le donne (“solchi riproduttori”) poi i bambini. Leggi in vigore fino alla caduta di Robespierre, nel luglio 1794. Tutto come Hitler prima di Hitler. Si usò in Vandea il termine “race”: un vocabolo che, di conio illuminista (Voltaire, Buffon, l’Encyclopédie), produsse lì subito l’idea di una “race maudite” da estirpare. Bertrand Barère, membro del “Comité de salut public”, gridava dalla tribuna: “Quelle campagne ribelli sono il cancro che divora il cuore della Repubblica francese”.
Quanti furono i morti? Un vandeano su tre? Centoventimila o seicentomila, come sostiene lo storico Pierre Chaunu?

il massacro dei Lumi- il Foglio


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DI COSA FU TESTIMONE LA BASILICA DI S. MARCO. STRAORDINARI EVENTI.

Antonella Todesco

Avvenimenti di straordinaria importanza furono celebrati nella Basilica di San Marco nei lunghi secoli della sua storia.
Nel 959 un sinodo ivi radunatosi proibí il commercio degli schiavi.
Il 24 luglio del 1177, davanti al portale maggiore si riconciliarono, con la mediazione del Doge Ziani, Papa Alessandro III e Federico Barbarossa.
Dal pulpito di San Marco fu bandita nel 1201 la IV crociata; il Doge Enrico Dandolo e i legati francesi, dopo la Messa, sguainarono le spade al cospetto del popolo e sul Vangelo giurarono di condurre la crociata in Oriente.
Sulle sacre spoglie dell’ Evangelista fu giurata la pace con gli Scaligeri nel 1339.
Accanto alla storia fiorisce anche la leggenda.
Quattro colonne di serpentino poste nell’ atrio proverrebbero dal tempio di Salomone.
Dalla lastra marmorea che copre l altare del battistero Gesú avrebbe predicato a Tiro e a Sidone. Nella stessa cappella, a sinistra dell’ altare, due lapidi avrebbero fatto parte della prigione in cui fu giustiziato il Battista.
Quattro colonne del coro trarrebbero origine dal pretorio di Pilato.
Un pezzo di legno della croce, alcune gocce del sangue di Cristo, uno dei chiodi del Crocifisso, un frammento della colonna della flagellazione, una spina della sacra corona, un ampolla col sangue di Gesú fanno della Basilica il reliquiario dei sacri cimeli della Passione.
Si annoverano poi molte altre reliquie tra cui il braccio di San Pantaleone, la gamba di San Giorgio e una parte del cranio di San Giovanni Battista.

NERIO DE CARLO E LA MEDIOCRE VENEZIA

 

UN CERTO professor Nerio De Carlo, che per motivi a me ignoti, continua a collezionare contatti tra gli autonomisti-indipendentisti veneti, prosegue nello sparar cazzate sul lascito culturale veneziano, e credo non esiterebbe tanto a buttare nell’immondizia il nostro gonfalone e tutta la  storia millenaria che porta con sé.

Oggi ha riportato un giudizio “tranchant” del povero Prezzolini (Perugia, 27 gennaio 1882 – Lugano, 14 luglio 1982)  Nato “per caso” (come amava dire) a Perugia da genitori senesi, ma assolutamente toscano nei pregi e .. nei difetti. Ecco cosa scrisse nel 1915 (la data dice molto, secondo me, siamo in piena retorica nazionalistica).

Nerio de Carlo
5 h ·
Venezia occupò le città croate della costa e le isole per favorire i propri traffici e per contrastare la concorrenza. Quando fu necessario ripopolare quei luoghi dopo le pestilenze “vi trasportò popolazioni croate, albanesi, montenegrine. Quando fu costretta a ritirarsi nel 1796, “non formavano tutti insieme 25.000 anime, circondate da un paese povero, malarico, barbaro, senza strade, senza scuole, senza giustizia”.- La missione italiana di Venezia nell’Adriatico è soltanto un artificio retorico, creato dagli intellettuali del Risorgimento per meglio giustificare le rivendicazioni dello Stato unitario (Giuseppe Prezzolini, La Voce, Firenze 1915, Edizioni Biblion 2010).

Cari Prezzolini e De Carlo, Venezia non “occupò” proprio nulla, anzi, mi risulta che una città della costa dalmata, non fu accettata nello stato confederato veneto, malgrado le sua insistenze, perché base dei famosi “pirati narentani” e quando il barone Rukovina, plenipotenziario austriaco, si trovò a prender possesso delle città della costa dalmatina nell’agosto 1797, fu costretto, a furor di popolo (di etnia veneta ma anche serba o albanese) a presentare gli onori militari alla bandiera marciana che veniva ammainata tra lacrime e pianti universali. “Universal, amarissimo pianto”, scrisse un serbo di Perasto, il Conte Viscovich.

Esistono le cronache dell’epoca, a Zara, in altre località, fino all’addio celebre di Perasto ove fu pronunziata la frase “Ti con nu nu co ti”. Rukovina trovava queste cerimonie “lugubri” m vi si assoggettò per ingrazìarsi le popolazioni fedelissime a San Marco.

Prezzolini aveva così in odio l’italietta mediocrissima nata dal risorgimento massonico, che se la prese persino con l’enorme lascito di civiltà di Venezia (che aspettarsi, del resto, da un certo tipo di toscano? solo invidia 🙂 ) credo per il fatto che l’Italia (unita controvoglia) cercava di impadronirsi del suo retaggio (vedi D’Annunzio, con i suoi aeroplanini e il “Ti con nu nu con ti” preso come motto) spacciandola per civiltà italiana tout court, per aver la scusa di espandersi territorialmente tra gente che molto spesso la detestava.

Per fortuna, Macchiavelli, altro toscano contemporaneo all’epoca d’oro della nostra capitale, era di tutt’altro avviso: si stupì nel vedere (da osservatore inviato dai fiorentini),  un contadino veronese rivoltoso gridare all’imperatore Massimiliano della Lega di Cambrai, ” mi son marchesco e marchesco voj morir!” preferendo farsi impiccare pur di non abiurare la sua Patria veneta e veneziana…  e Montanelli, per continuare la serie dei toscani “giusti” disse che la civiltà veneta non si poteva definire italiana.

Povero prezzolini (minus..): l’italietta unita solo nelle sue mediocrità, come scrisse Dostoewskji, aveva rinunciato per sempre al carattere universale della sua civiltà, che specie con Venezia, aveva formato più l’Europa che la penisola, dove siamo stati sempre specie aliena.. e non amata.

E oggi mi pare che continui ad esser così. Lei è un perfetto esempio di quanto le siamo alieni, con la nostra storia, che confonde con quella genericamente italiota.

Mi stia bene, resti in Germania (dove mi dicono si trovi ora), veda di NON trasferirsi in Veneto.

tutto sulla Candelora, che non era una Santa

La parola Candelora deriva dal latino festum candelarum e va messa in relazione con l’usanza di benedire le candele, prima di accenderle e portarle nella processione.
I ceri vengono conservati nelle abitazioni dei fedeli per essere riutilizzati, come accadeva in passato, per ingraziarsi le divinità pagane, durante calamità meteorologiche, oppure nell’assistenza di una persona gravemente malata, o nel caso di epidemie, o nell’attesa del ritorno di qualcuno momentaneamente assente, o infine, come accade attualmente, in segno di devozione cristiana.[1]

Anticamente, i seguaci dei riti magici, nel giorno della Candelora verificavano se una persona era colpita da malocchio seguendo queste modalità: immergevano tre capelli dell’interessato in una bacinella d’acqua seguiti da tre gocce di olio, precedentemente messo a contatto col dito dell’individuo. A questo punto, secondo i seguaci della magia, se le gocce restavano intere e collocate nel centro della bacinella, il soggetto non era stato affetto da malocchio, in tutti gli altri casi invece sì.

 

Il 2 febbraio la Chiesa cattolica celebra la festa della “Presentazione al Tempio di Gesù”,  che viene raccontata nel Vangelo di Luca. La festa ha il nome popolare di “Candelora” a causa dell’antica usanza di far benedire delle candele, simbolo della luce e quindi di Gesù Cristo, il Figlio di Dio che è venuto al mondo per illuminare tutte le genti.

La festa, presente in tutte le nazioni di tradizione cristiana, assume nomi diversi a seconda dei Paesi. Negli Stati Uniti, ad esempio, è famosa come “Groundhog Day”, cioè il “Giorno della marmotta”, divenuto famoso in tutto il mondo grazie al celeberrimo film con Bill Murray “Ricomincio da capo”. Il giorno dopo la Candelora, il 3 febbraio si celebra san Biagio e, in passato, si usava benedire la gola delle persone con le candele.

Nel giorno della Candelora un antico uso vuole che i fedeli portino le proprie candele nelle chiese per farsele benedire da un sacerdote nel corso di una celebrazione eucaristica. L’uso di accendere candele per la celebrazione della festa, tuttavia, risale a prima dell’avvento del cristianesimo: gli antichi romani, infatti, lo facevano già in onore di Giunone Februata, moglie di Giove, più o meno nello stesso periodo dell’anno. I cristiani decisero di non cancellare le feste pagane, ma di sostituirle gradualmente con quelle della nuova religione, dando loro nuovi significati: qualcosa di simile fu fatto con la festa del Sole Invitto, trasformata nel Natale.

Fu papa Gelasio I, alla fine del V secolo dopo Cristo ad istituire la festa della Candelora, che, un secolo dopo, fu fissata alla data del 2 febbraio. Fino al 1963 nel giorno della Candelora si celebrava la “purificazione di Maria”, quaranta giorni dopo la nascita di Gesù. Gli ebrei, infatti, vietavano alle donne di partecipare ai rituali religiosi nei quaranta giorni dopo il parto in quanto erano considerate impure. Passato quel periodo, veniva svolta una vera e propria cerimonia di “riammissione” della donna al tempio, in cui veniva anche presentato il neonato ai sacerdoti. Con il Concilio Vaticano II si decise, invece, che la festa avrebbe riguardato in maniera più stretta la figura di Gesù Cristo.

Michele M. Ippolito

continua su: https://www.fanpage.it/oggi-e-la-candelora-storia-e-significato-di-una-festa-poco-conosciuta/
http://www.fanpage.it/

PERCHE’ NON POSSIAMO NON DIRCI VENEZIANI

.. E DOBBIAMO COLLEGARCI ALLA STORIA DELLA CAPITALE DEI VENETI.
Ieri ho letto una grande corbelleria (volevo usare un altro termine ma resto nel soft) da parte di un signore, il quale affermava in maniera decisa che il Doge regnava sul nulla, dato che i veneti (e quindi a maggior ragione, tutto il commonwealth veneto, pardon, veneziano) non avevano alcuna voce in capitolo sul modo di reggere lo stato, essendo diretti come “res nullius”, cose insignificanti, dagli aristocratici della capitale.
Curiosa teoria, che ignora del tutto il sentimento di appartenenza alla Nazione veneta diffuso tra le masse già solo dopo pochi decenni dall’aggregazione, che registrò persino un personaggio del calibro di Macchiavelli, il quale annotò stupito (inviato come osservatore durante la guerra di Cambrai dai fiorentini) le rivolte armate contro le truppe di Massimiliano II e la scena di un rivoltoso impiccato a Verona. Salendo sul patibolo davanti agli alleati dell’imperatore che gli offrivano la vita salva se rinunciava a san Marco, egli rispose: Mi sonti marchesco, marchesco voj morir! (traduco in veronese, spero bene) .. E si fece impiccare.
CON QUESTI SUDDITI, CONCLUSE IL FIORENTINO, VENEZIA NON AVEVA NULLA DA TEMERE DAI SUOI NEMICI. 
Ebbene noi non avemmo un solo Brave Heart, ne avemmo tanti, a migliaia… per tutto il corso della storia che ci legò a Venezia, fino all’ultimo giorno, basta ricordare i “marcolini” che nel 1796 e ’97 sfidando il piombo dell’invasore francese con una Venezia ormai piegata, contrastarono le truppe occupanti.
Ma come mai questo sentimento diffuso di appartenenza? Venezia e il Leone rappresentavano per tutti la libertà di autogoverno locale, la garanzia di una legge uguale per tutti, che castigava nobili e popolani ma più chi governava male o approfittava della propria posizione per i suoi interessi particolari.  E infatti il popolino era il maggior tifoso di certe magistrature severe, quale il temibile Consejo dei X  con i suoi inquisitori.
La buona giustizia era una della carte vincenti, come la libertà delle comunità libere di conservare leggi e tradizioni, ma a Venezia dobbiamo una cosa enorme: aver ridato dignità di Nazione a un popolo che dopo la caduta dell’impero romano rischiava di perdere la propria memoria storica.Infatti, Marin Sanudo, all’inizio della nascita dello stato veneto (non più solo dogado) ci chiamava “lombardi” essendo noi stati governati prima delle signorie locali, dai longobardi.
Ebbene, un secolo dopo, eravamo ridiventati “Veneti” e Venezia occupò la Terraferma solo fino ai confini di quello che era la X regio chiamata appunto Venetia et Histria.  I veneti erano risorti. Tremila anni di storia si eran ricollegati a un popolo.  E si uniformarono, parlo non solo della regione Veneto, ma ben oltre, anche nelle parlate locali, in maniera spontanea, tanto che oggi, grazie all’enorme influsso del veneziano, si può parlare di “lengua veneta” e non solo di dialetti.
Se oggi qualcuno tenta di scrivere delle regole comuni tra le varie parlate, spero voglia tener conto dell’apporto del veneziano. Cito ad esempio il passaggio dal “pavan” del Ruzante, al dolce padovano odierno.
In conclusione, col Leone marciano sulla nostra bandiera, dichiariamo al mondo di esser noi gli eredi dei valori universali di Venezia, che fu un pilastro di tutta l’Europa cristiana.
 
Senza quel Leone, rischiamo di tornare ad  esser veramente il nulla, ma non quello che tu, caro signore “negazionista” , non capendo la Storia, affermi essere stata la Nazione veneta. 
 
W San Marco, per sempre ! 

LE PROCESSIONI A VENEZIA, momenti di gran gioia per popolo e nobili uniti.

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Un prezioso volume di Lina Urban  descrive le Feste e i Fasti della Repubblica veneta, che consentivano di compattare la popolazione della capitale (ma anche in terraferma con la festività solenne di san Marco) con la classe nobiliare e burocratica che reggeva lo stato. Facciamo un utile paragone con le smorte festività nazionali italiane odierne, e capiremo la differenza enorme tra quei tempi felici, interrotti drammaticamente nel 1797,  e il triste quotidiano odierno. La presentazione ci aiuta a capire meglio quanto ho accennato. 

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La millenaria Repubblica di San Marco ebbe, più che qualsiasi altro stato europeo, il maggior numero di processioni, un intreccio inscindibile che abbinava il culto civico alle celebrazioni religiose.
Proprio per questa costante esse svanirono, più che altrove, insieme alla perdita della libertà politica, al glorioso passato sui mari, all’intraprendenza mercantile in quel fatale 1797.

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Venezia appariva in tutto il suo splendore sia che i cittadini partecipassero coralmente col doge allo Sposalizio del mare, sia che lo seguissero nelle innumerevoli andate (visite) a chiese e monasteri. Molteplici celebrazioni traevano origine da fatti storici o erano in ringraziamento per cessazioni di calamità naturali, altre solennizzavano l’elezione dogale, il trionfo della dogaressa, l’ingresso in Palazzo Ducale di un procuratore di San Marco, del Cancellier Grande, di ambasciatori, l’entrata in San Pietro di Castello del patriarca, la consegna del vessillo e del bastone di comando a un capitano generale.

Alcune erano singolari e uniche: se il Serenissimo, per ribadire il suo jus patronato sul convento delle vergini, sposava simbolicamente la badessa lo Stato indiceva in onore dell’arrivo da Roma del cappello cardinalizio, destinato ad un patrizio veneziano, un solenne corteo.

La maggior parte delle cerimonie trovava conclusione in piazza, in Palazzo Ducale e in basilica di San Marco, spazi teatrali, in cui si esaltavano la giustizia del Governo, la tutela dell’evangelista sulla sua città, la concordia delle classi sociali, la potenza e la ricchezza della Serenissima.

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L’ufficialità era rappresentata dal corteo dogale. Il Serenissimo vi doveva partecipare in prima persona, preceduto dalle insegne del potere, sui cui simboli, secondo la tradizione, poggiava ab antiquo il mito di Venezia. Se i più antichi percorsi processionali furono indetti per i ludi mariani, nel Rinascimento e nell’età barocca Venezia si presentava in tutto il suo splendore con la festa del Corpus Domini, su cui si esemplavano tutte le altre processioni, in specie quelle di carattere laico nazionalistico, allestite dal Governo per informare icittadini su fatti ed episodi di estrema importanza per lo Stato veneziano.

Una presenza imponente erano le Scuole Grandi, in specie per i soleri (palchi mobili) su cui erano collocate, accanto ad oggetti preziosi, anche allegorie, che Marin Sanudo chiama demonstrationi, in legno e stucco, rivestite con abiti preziosi.

Non di rado si collocavano sui palchi anche persone vive che col supporto di simboli, cartigli con iscrizioni, elementari dialoghi – rappresentavano episodi dell’Antico e Nuovo Testamento, vite di santi, Virtù cardinali e teologali, ma anche allegorie profane complesse e articolate: potenti alleati e mortali nemici di Venezia, il doge, san Marco, la Giustizia, il papa, cardinali, re, ambasciatori.

Per informazioni
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I VENETI “STRANI MIGRANTI” IN PUGLIA

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E’ UNA DELLE TANTE STORIE legate alla migrazione della nostra gente, che ha saputo fare con le proprie braccia e sudore (ma anche con la Fede che le era propria a quei tempi, come sottolinea un monaco che fu il loro padre spirituale) un Paradiso in terra in una landa deserta, di un angolo di Puglia.

Il documentario mi è arrivato per posta dall’autore, che ringrazio di cuore. Racconta di una delle tante bonifiche in cui i Veneti, chiamati dal governo di Mussolini  negli anni ’30 del Novecento per la loro capacità e abilità nei lavori agricoli, si insediarono in un posto incolto, dove nessun pugliese voleva andarci ad abitare. Infatti, nella loro tradizione, i braccianti pugliesi, finiti i lavori nei campi, ritornavano nel loro paese, nella loro comunità e non volevano allontanarsi  per andare ad abitare in un posto incolto.

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I veneti invece, che fuggivano da una terra ridotta alla fame nera, con i campi a volte ancora devastati dall’ultimo conflitto mondiale, videro una grande opportunità nel contratto di mezzadria che veniva loro offerto dai direttori della bonifica, una volta completati i lavori. “Partono col treno dal trevigiano e dal padovano, dietro si portano un po’ di masserizie, lasciandosi alle spalle un Veneto di fame e miseria, ma senza sapere cosa li aspettasse, ne a cosa andassero  incontro.”     l’enclave veneta in Puglia

Così dopo pochi anni, si creò un piccolo paradiso, grazie anche al clima mite e alla terra fertilissima non mancava loro nulla e arrivarono in maniera costante altri parenti in fuga dalla fame. Accolti bene dalla gente del posto, pur nelle rispettive diverse culture e nella diversa lingua madre, che i coloni continuarono a parlare fino all’ultima generazione, aiutati dal fatto che la comunità era autosufficiente e per loro solo recarsi a Taranto, era andare in un altro mondo, come sottolinea uno degli ultimi superstiti.

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Ma quando i contratti a mezzadria furono aboliti per legge, con un diritto di prelazione sui terreni per i coloni, i direttori del consorzio di bonifica, approfittarono della fiducia che veniva loro accordata e all’inizio del 2000 fecero firmare a tutti gli eredi dei primi pionieri, delle carte in bianco. E li mandarono fuori dal Paradiso che loro stessi avevano costruito.

Molti ritornarono in Veneto, dove il boom degli  anni precedenti aveva trasformato una terra agricola in una regione ai primi posti in Europa nell’export manifatturiero, ma una decina di discendenti rimase, e sono quelli intervistati dal regista. Che malgrado il triste epilogo, sono felici di aver vissuto in quella specie di Eden creato con la loro fatica, la loro e dei  nonni pionieri.

Vi metto il link del bel documentario, che è anche un grande riconoscimento della Regione Puglia e dei pugliesi, nei confronti dei nostri avi e della loro cultura del fare, e del loro spirito di sacrificio. Sono 25 minuti emozionanti,  da non perdere.  strani migranti