Mora mora viniciani; mora sti arabiati cani. Lo spirito antiveneto di allora e di oggi.

Lorenzo Fogliata – 20/09/2010

Marignano

Marignano

“Mora mora viniciani; mora sti arabiati cani”. Questo era il motto antiveneto dei coalizzati di Cambrai (per gli analfabeti ai quali mi rivolgo, anno 1509). Altri alimentavano la fola che Dante, nel corso di una legazione, non sarebbe riuscito a parlare latino con i senatori veneti perché troppo ignoranti. Nel frattempo, Andrea Dandolo era il miglior amico del Petrarca, poco dopo Ermolao Barbaro fu uno dei più colti umanisti e, ancora dopo, Pietro Bembo optò scelleratamente per il toscano quale lingua ufficiale. download

La morale è che la mamma dei cretini è costantemente incinta ed ha una vita plurisecolare. Figuriamoci ora se tra gli italiani, terreno fertile in materia, questa mamma non fa furori ! Ricordiamo a questi poveri imbecilli che i veneti immigrarono perché caddero sotto il peggior governo, quello italiano, che si possa immaginare, sfruttatore, colonialista, guerrafondaio, bruciapile, grassatore della povera gente (tassa sul macinato e coscrizione obbligatoria i suoi fondamenti).

Chissà se questi infelici mentali hanno mai fatto un viaggio in Dalmazia, in Grecia. Luoghi che i veneti hanno tracciato per sempre con una civiltà luminosa di mille anni e gli italiani hanno solo aggredito con la biennale guerretta fascista. “Spezzeremo le reni alla Grecia” disse il deficiente: ed il glorioso regio esercito si ritrovò inseguito dai greci fin dentro le gole dell’Albania.

Non so se sia facebook o cos’altro: dite loro che la smettano di romperci la devozione, che ne abbiamo le tasche piene, che nessuno ha chiesto loro di “liberarci” dall’Austria, che le loro guerre di “liberazione” sono state combattute sul nostro territorio che hanno devastato e che i nostri contadini sono morti più numerosi di tutti, per sovrani che non erano i loro e cause che non li riguardavano.

Che questa gloriosa Italia ha fatto pagare ai veneti tutto il costo anche del’ultima guerra, vendendo l’Istria e la Dalmazia; che il loro nazionalismo è cosa da trogloditi, che i follemente insipienti sono loro, che quando parlano di storia veneta fanno risuonare il vuoto pneumatico della loro infinita ignoranza e, infine, che si facciano i cazzi loro. Cari amici diffondete questa mia agli imbecilli. Mi farete un onore.Viva San Marco.

“IL MALE DELL’ITALIA VIENE DAL CENTRO” IL CLN VENETO, OSSIA IL PARTIGIANO VOLEVA FEDERALISMO

04E’ perlomeno buffo scoprire che fino al dopoguerra, le forze autonomiste (a volte anche apertamente secessioniste) si trovassero alla sinistra del schieramento politico veneto. Oggi sappiamo delle posizioni della sinistra, anche nel Veneto, in quel campo nessuna istanza che voglia dare nelle mani del Presidente della Regione qualche potere amministrativo oggi saldamente nelle mani di Roma. Quindi giova utile, a noi e ai compagni “radical chic” una ripassata di storia.  Le fonti sono i giornali dell’epoca. download

La virulenta polemica anticentralista nel CLN del Veneto, nel 1945,  si innescava direttamente sulle macerie dell’esperienza politica fascista che del centralismo aveva esasperato ogni forma e contenuto. Eliminazione degli organi elettivi comunali spstituiti con podestà di nomina centrale, soppressione di piccole municipalità, drastica riduzione dell’autonomia finanziaria, esaltazione del ruolo del Prefetto, centralizzazione dell’economia, dilatazione degli enti statali e parastatali, sono alcuni dei momenti dell’azione accentratrice del regime.

Omaggio ai partigiani ''questi umili grandi eroi" - comune di Treviso, 29 aprile 1945

Omaggio ai partigiani ”questi umili grandi eroi” – comune di Treviso, 29 aprile 1945

Il fascismo sperò non era l’unico ‘colpevole’ , le radici del fenomeno affondavano in tempi più remoti: “Se noi facciamo una colpa al fascismo di averci tolto tutte le libertà – si leggeva nel volantino del Partito d’azione ai Veneti , affermiamo però insieme che non era vera libertà quella che anche prima livellava la vita pubblica Italiana (maiuscolo) secondo le direttive di uno stato accentratore, che non riconosceva le nostre Regioni, che concedeva solo una apprena di autonomia alle provincie e ai comuni .02

E’ dunque lo stato centrale – e il suo dominio burocratico-politico “che significa arbitrio, corruzione, intrico” ad essere il vero bersaglio delle critiche dei vari CLN veneti. E’ una denuncia dai toni forti, a volte anche aggressivi, che diventerà sempre più intensa, man mano che la “riunificazione” del territorio nazionale procederà inesorabilmente verso la saldatura soffocante col governo di Roma.

E’ un piccolo estratto dal libro “Venetismi” di Mario Borghi (Autonomia , regionalismo, localismi: un percorso nel veneto nel secondo dopoguerra) .

 

 

I MILLE ANNI DEGLI ANTICHI VENETI

Università degli Studi di Padova

cavallookVenetkens: così, quattro secoli prima di Cristo, scrivevano il proprio nome i popoli che vivevano nelle terre racchiuse fra Po, Mincio, Garda, Adige e Alpi. Usavano una scrittura spigolosa, derivata dai simboli etruschi e adattata alla loro lingua; quelle lettere ricoprono lastre e cippi in pietra, foglie di metallo, ossa, vasi. Ritornano incise sugli aklon, grossi ciottoli fluviali di porfido, enigmatici testimoni di un popolo che abitava un territorio vasto ed eterogeneo, ma unito da una matrice culturale comune, declinata secondo moduli diversi nella piana centrale, nelle valli del Delta, nei boschi del Cadore. Un popolo, quello dei Veneti antichi, che abitava queste terre già un millennio prima di Cristo, e al quale la mitologia classica attribuiva un’origine eroica, legata all’eredità dei guerrieri approdati qui dopo la caduta di Troia.

Staccandosi dal mito e basandosi su evidenze archeologiche consolidate, la mostra Venetkens. Viaggio nella terra dei Veneti antichi sottolinea anche il contributo degli apporti culturali esterni  nella definizione delle radici più remote della civiltà veneta. Ispirazione greca, apporto etrusco, influssi egizi e affinità col mondo celtico si sovrappongono a un distintivo processo di formazione locale della civiltà paleoveneta, nucleo centrale della mostra di Padova. L’obiettivo è quello di presentare un quadro completo e aggiornato attraverso un viaggio cronogeografico per oggetti, un percorso dagli albori della civiltà all’arrivo dei Romani, dal Po alle Alpi, narrato attraverso la testimonianza di quasi duemila manufatti provenienti da oltre cinquanta musei prestatori.urna_bambina

Collane d’ambra, monili; un uomo e una donna abbracciati a formare un pendaglio. E poi scodelle, boccali, olle, bicchieri, coppe e un vaso dall’imprevista linea a stivale. Armi e strumenti di lavoro emersi dalle acque del Piave e del Sile, che hanno restituito oggi doni rituali di tremila anni fa. Luoghi sacri, i fiumi erano anche elementi di confine e di collegamento, acque solcate dalle imbarcazioni, convogliate, sfruttate, temute, dalle quali dipendeva la vita dei campi e del bestiame, il lavoro nelle fornaci. Lungo le loro rive si svolgevano i riti di morte, simboleggiati dall’urna di bambina contenuta nella situla Benvenuti. Un grande vaso coperto, capolavoro di artigiani poeti che sulla lamina di bronzo cantano gli uomini e la loro vita: prigionieri, atleti, un uomo col cane al guinzaglio, libagioni, il principe sul trono, il cavallo sacrificato. Accanto, altre situle raccontano storie diverse, diventando testi su cui leggere un mondo lontano e assieme quotidiano, fatto di cortei, banchetti, battaglie, amplessi nuziali, agoni sportivi, cerimonie sacre.

tomba_cavalloQuella descritta dall’iconografia veneta è una realtà indissolubilmente legata al sacro, nel quale il santuario è tutt’uno con la natura; luogo di preghiera, d’invocazione di un pantheon di  divinità, ma anche luogo di commercio e scambio, sede delle scuole di scrittura frequentate da donne e uomini. In questo spazio, gli uomini donavano se stessi, o i loro simulacri: bronzetti raffiguranti donne, bambini, guerrieri, artigiani, ma anche cavalli, dotati di un ruolo di primo piano nella cultura paleoveneta. Famosi per l’abilità nella corsa, a essi venivano riservati spazi di sepoltura privilegiati, talora affiancati a quelli delle famiglie più importanti. Così accade nel grande tumulo funerario padovano del VI secolo a.C: in una tomba, un cavallo coricato sul fianco accoglie nel proprio ventre lo scheletro di un giovane uomo rannicchiato, forse vittima di un sacrificio rituale. Uomo e cavallo, accomunati e resi pari, abitano una città dei morti che, illuminata dalle pire funebri, si stacca dalla città: poderosi cippi lapidei indicano il confine fra necropoli e centro abitato. Spazi diversi e non invertibili sono assegnati alle case di terra e pietra, ai laboratori e ai campi, rispetto alle zone in cui raggruppamenti di tombe formano tumuli recintati. In essi sono deposti fratelli e sorelle, coppie, genitori e figli, assieme ai propri ornamenti, insegne di rango che descrivevano la loro vita passata e insieme raccontavano il mondo che li circondava.

Chiara Mezzalira

 

CELTI E VENETI, CHI SOMIGLIA A CHI ? STEFANO GAMBATO PROPONE INTERESSANTI RIFLESSIONI

2dsmp0hlA RIFLESSIONE DI STEFANO dopo aver letto l’articolo https://venetostoria.com/2015/10/09/i-veneti-antichi-e-lintegrazione-dei-celti-foresti-2/ . Caro Stefano, valeva la pena darti uno spazio a parte 🙂

Se non erro, il personaggio in questione, autore della Stele di Isola Vicentina, (tale Iats) era della tribù dei Laion, forse di origine più Retica che Celtica, ma tant’è. Il mio appunto, riguarda il modo di descrivere i Veneti in rapporto ai Celti, di cui, nel celebre passo, si dice “poi vengono i Veneti che hanno usi ecc. ecc.”.

Analizzando lo scritto, si evince che per prima cosa, lo scrittore parla di popolazioni a partire dalle sorgenti del Po’, questo il motivo per cui antepone i Celti ai Veneti, ma ragionando sui costumi, intesi come abiti, vediamo chi assomiglia a chi. I Veneti erano presenti sul territorio( teoria secondo la soprintendenza dei beni archeologici), almeno dal IX° sec a.C.,i Celti come invasione, appaiono circa 500 anni dopo.526927_10200093009718687_1414596914_n

I Veneti avevano dunque un abbigliamento adatto a una vita stanziale, i Celti invece arrivando in migrazione, usavano un abbigliamento più adatto a una popolazione di nomadi, quali erano in quel momento storico. Questo di capisce dalle immagini dell’arte delle Situle per quanto riguarda i Veneti, e le immagini dei Romani per quanto riguarda i Celti. È logico supporre che i Celti, una volta invasa buona parte d’italia, abbiamo usato un abbigliamento più adatto al nuovo tipo di vita.

Per quanto riguarda l’integrazione, penso sia logico supporre che se arriva un individuo o una famiglia o un piccolo clan, sia possibile integrarla nel proprio popolo, come accadde per Iats “della stele” altra cosa accade se “i foresti” sono così numerosi da mettere a rischio la sopravvivenza dei padroni di casa, nel qual caso era guerra, e qualcuno la perdeva, ne è testimonianza la distruzione da parte dei Celti della dodecapoli etrusca della pianura padana.a1b79b8352e7854eb4b0e6c1f115a235

È strano pensare per me, che il ricchissimo territorio della Venetia, dove “le botti di vino sono più grandi delle case e il bestiame figlia due volte l’anno” sia sfuggito alle mire degli invasori, ergo, penso che questa terra abbia sempre avuto il nome di Venetia e mai Gallia, solo grazie alla difesa armata dei propri abitanti. Arriviamo dunque alla stele di Isola Vicentina, non è un’offerta a una divinità ne un cippo di confine, cos’è dunque?

È semplicemente la commemorazione da parte di un individuo(Iats) che celebra con questo monumento il fatto di essere stato accettato dai Veneti, perché entrare a far parte di certe culture era importante, al pari delle guerre sociali combattute da popolazioni italiche per avere la cittadinanza romana…successivamente la “Pax Romana” sistemo’ diverse cose, fino ad esempio un tale Caius Giulio Cesare il cui esercito aveva come nerbo Celti e Veneti assieme…

IL DIO BELENO, CARO AI CELTI, MA ANCHE AI VENETI DI AQUILEIA E DI BELLUNO

vieille-religion-belenos_med_hrBeleno ha avuto una grande influenza anche tra i Veneti che, nel sincretismo proprio al mondo pagano, lo avevano adottato e riverito, tanto che ne troviamo il riflesso nel toponimo della città, e di conseguenza in val Belluna e Montebelluna.  Il nome si riferiva al concetto di “lucente” e per conseguenza, richiamava all’idea del fiorire delle messi, e alla fertilità.

Altra traccia la troviamo nella lingua ligure, in cui il termine “belìn” si riferisce a “coglione” in senso scherzoso o spregiativo.  E’ anche l’equivalente del Dio Apollo, dio solare, e veniva rappresentato con la testa incoronata da raggi.

La festa di Beleno, Beltane.

belenus_med_hrÈ una delle quattro feste dell’anno celtico e si tiene il primo di maggio. Significa letteralmente “fuoco di Bel”,  è una festa ricca di simbolismi solari e ignei, segna l’inizio del ciclo diurno e solare, il momento in cui il bestiame si avvia al pascolo. È anche un rito sacerdotale della massima importanza, in cui il re supremo d’Irlanda riaccendeva il fuoco sacro insieme ai suoi druidi e che veniva festeggiata con giochi e banchetti.

Esiste un profondo legame tra Aquileia (Veneta) e il culto di Beleno, tanto che si può affermare che questa doveva essere la principale divinità aquileiese. Tra l’altro Aquileia non era nuova a sincretismi culturali, data la sua posizione chiave – fin dall’epoca preistorica – nel crocevia tra l’area altoadriatica ed il mondo norico, retico, pannonico, danubiano. 964a6faa1a7f5b1cd8b4e92f077f6b3b

Beleno si schiera con gli aquileiesi e promette vittoria

Nel 238 d.C. i soldati dell’imperatore Massimino cingono d’assedio Aquileia: la città è stremata ma non cede, ecco il racconto di Erodiano: “Questo si diceva del resto all’inizio della guerra: che [gli aquileiesi] erano rimasti fedeli perché dentro la città c’erano molti che si occupavano dell’altare del sacrificio ed erano esperti di lettura del fegato, e annunciavano i sacri auspici; gli italiani infatti credono moltissimo in questo tipo di indagine. E diversi responsi dicevano che il dio protettore della terra prometteva la vittoria. Chiamano questo [dio] Beleno, e lo venerano grandemente; pretendendo che sia Apollo. Dicevano alcuni dei soldati di Massimino che la sua immagine era apparsa spesso nell’aria combattendo sopra la città”.

Un’altra fonte riporta una versione simile: “Assediando dunque Aquileia, Massimino mandò ambasciatori in quella città: ai quali il popolo forse avrebbe dato retta, se non si fossero opposti Menofilio e l’altro console, dicendo anche che il dio Beleno per bocca degli aruspici aveva risposto che Massimino doveva essere sconfitto. Per cui si dice che anche dopo i soldati di Massimino si vantavano che Apollo doveva aver preso le armi contro di loro, e che quella non era stata la vittoria di Massimo o del senato, ma la vittoria degli dèi”.

Il culto di Beleno pare attestato sino al VI d.C. in area aquileiese. E’ un dio legato all’acqua e al tema della rinascita: e il culto in area aquileiese di San Giovanni Battista, attestato anteriormente all’anno 390, può forse essere considerato una derivazione sincretistica di quello del dio celtico.

Il culto del dio Beleno era da secoli il fulcro della religiosità dei Karni, assieme ad un nutrito pantheon di divinità che sempre hanno contraddistinto la vita mistica dei popoli celtici.

Nel 297 d.C. Diocleziano e Massimiano, soggiornarono ad Aquileia ed offrirono dediche al dio Beleno: la presenza degli Augusti segna l’ultimo atto di venerazione a Beleno, in antitesi al cristianesimo ed in omaggio al culto tradizionale. Il dio solare Beleno diventa BeliBelenus_3ugustus, il nume tutelare di Aquileia. (Non si tratta di un caso raro: nell’olimpo di Roma trovarono posto gli dei egiziani ed etruschi).

Chiesa di San Martino alla Beligna

A quasi due chilometri a sud di Aquileia, sul lato sinistro della strada che porta a Grado, su di una leggera ma vasta altura ritenuta antico cordone litoraneo (ma da recenti indagini è risultata duna sabbiosa di origine fluviale – probabilmente afferente all’antico Isonzo-Torre-Natisone) denominata Alt di Beligna, sorgeva l’abbazia di S.Martino.  Il toponimo Beligna è in evidente relazione alla nota divinità indigena celtica .

 

Le storie che se contava davanti al camin, Ariva Barba Zucòn, “fichete soto !!! “

filc3b2Nelle lunghe sere invernali, quando gli unici luoghi davvero caldi erano le stalle, le famiglie contadine si riunivano tra paglia e animali per scaldarsi. Durante questi incontri, chiamati filò (dal verbo filare, attività che occupava le donne in queste occasioni) si raccontavano storie e filastrocche: gli adulti narravano e i bambini ascoltavano. Tradizione tipica del trevigiano, il filò ha lasciato in eredità moltissimi racconti e altrettante rime specchio del passato e fondamenta del futuro. Una delle tante storie raccontate ai bambini è quella del Barba Zucòn, un uomo burbero, simile ad un orco, che si narra mangiasse i bambini.30_vitaContadina

Una mamma e la sua bambina abitavano da sole in una piccola casetta, durante il Carnevale la madre decise di cucinare le frittelle, ma aveva bisogno di una padella e lei non l’aveva. L’unico a possederla era il Barba Zucòn, un omone burbero e barbuto che viveva nel bosco vicino, così la mamma decise di mandare la bambina a chiedere in prestito la padella, ma la piccola, spaventata dalle voci su quell’omone non voleva andare. «Non ti preoccupare, figlia mia, promettigli che gli riporteremo la padella e un cesto di frittelle per ringraziarlo, vedrai che non ti farà nulla», disse la mamma per tranquillizzare la piccola, così lei accettò.images

Attraversato il bosco, la bambina arrivò alla catapecchia del Barba Zucòn e bussò alla porta. L’uomo aprì la porta, era proprio spaventoso come dicevano e la piccola dovette farsi coraggio per chiedere in prestito la padella, lui accettò, ma aggiunse «se non mi porterai le frittelle, verrò a casa tua e ti mangerò in un sol boccone!».

Tornata a casa, madre e figlia iniziarono a fare le frittelle, dopo averle impastate, fritte e zuccherate, ne prepararono un cesto per il Barba Zucòn e la piccola s’incamminò di nuovo verso la casa dell’uomo. Cammina, cammina, le venne fame e decise di mangiare una frittella, pensando che tanto l’orco non se ne sarebbe accorto. Le frittelle erano così buone, che la bambina decise di mangiarne un’altra, e un’altra ancora e senza accorgersene finì il cesto. Spaventata e con le lacrime agli occhi cercò una soluzione e notò che lì vicino un asino aveva appena fatto i suoi bisogni e siccome erano della forma delle frittelle, decise di riempire il cesto con quelli.barba-zucon

Dopo aver bussato alla porta del Barba Zucòn, la bimba gli diede in fretta la padella e il cesto e scappò veloce verso casa. L’uomo, impaziente di assaggiare le frittelle, ne mangiò una senza nemmeno guardarla, ma una volta messa in bocca si rese conto di quello che stava mangiando e sputò tutto subito. «Questi non sono scherzi da fare! Stanotte verrò a casa tua e ti mangerò in un sol boccone!», urlò al vento il Barba Zucòn.

La bambina intanto, una volta arrivata a casa, raccontò tutto alla mamma che pensò subito a come risolvere questo enorme problema, così decise di realizzare una bambola di pezza delle dimensioni della figlia e la riempì di chiodi, vetri e cocci. La notte la mise sotto le coperte al posto della bambina, mentre la piccola si nascondeva sotto il letto. A mezzanotte udirono un tuono e la porta si aprì cigolando.contadini-veneti «Varsache so al primo scalin!», urlò il Barba Zucòn dal piano di sotto, e la mamma disse alla bambina «Ficate soto! Ficate soto!». «Varda che so al secondo scalin!», gridò l’orco, e la mamma «Ficate soto ! Ficate soto!!», e così via finché l’uomo non entrò in camera. «Varda che so vissin al leto e te magno co un sol bocòn!», ma invece della bambina, l’uomo si mangiò la bambola e non appena arrivò nello stomaco il Barba Zucòn cominciò ad urlare per il dolore e, invece di uscire dalla porta, si buttò dalla finestra.

Il filò e la storia del “Barba Zucòn”

 

L’IMPRONTA DEI VENETI… ANCHE NELLA FONDAZIONE DI ROMA – PARE CHE ABBIAMO PRESO PARTE AL CRIMINE. :D

Tempo fa accennai all’apporto venetico o veneto antico (come ben scrive la Decapuis, è giusto chiamare Veneti anche i nostri antenati) alla fondazione di Roma. Suscitai ironie e dissensi da parte di un esule istriano chepreferisce, ancor oggi, considerarsi discendente di antichi coloni “latini” civilizzatori dell’Istria e della Dalmazia, e non vantare una propria storia antica autonoma. Sui gusti non si discute, però ritengo utile produrre oggi la fonte illustre della mia nota di allora: è Giacomo Devoto, grande storico della lingua italiana (e latina). Del resto è noto che nella Sabinia antica vi era una tribù di Venetulani e che i nostri antenati con ogni probabilità ( ne parla sempre il Devoto nel paragrafo precedente, arrivarono sino a Milazzo (località Venetico) per insediare una base commerciale, alla pari come egli scrive “di vichinghi ante litteram, sulle loro navi”.

basi delle antiche capanne delal Roma primordiale. Tra i latini vi era gente con cultura simile alla nostra di origine venetica.

basi delle antiche capanne della Roma primordiale. Tra i latini vi era gente con cultura simile alla nostra di origine venetica.

ORIGINI TRIPARTITE DI ROMA.
Paragrafo 38 cap. X
Storia della lingua italiana di Giacomo Devoto.

Nella metà dell’VIII sec. A.C. l’Etruria non rappresenta ancora la forza irradiante, e Roma è ben lontana dall’essere una metropoli: è solo un “Ponte”, un ponte che è condizione all’Etruria e al suo inserimento nei commerci anche per via di terra. Se allora non siamo obbligati a tener conto dell’Etruria come elemento e forza costitutiva della Roma delle origini, ecco che il problema si apre ed insieme si semplifica, tenendo conto della “tripartizione” (Livio, IV, 7) che dà un’impronta alle origini di Roma così dal punto di vista storiografico come da quello archeologico e linguistico.

tomba Benvenuti. tombe villanoviane sono state rinvenute nella zona del foro italico.

tomba Benvenuti. tombe villanoviane sono state rinvenute nella zona del foro italico.

Sul piano storiografico, le tre tribù primitive ricordate da Varrone L.L. V 55, L.L. V 89 dei “Tities, Ramnes, Luceres”, anche se da lui sentite come nome etrusco, possono essere ricondotte sul piano etnico storico con i valori rispettivi dei Protosabini (diversi dai Sabini del V sec. A.C.), dei Protolatini, connessi agli insediamenti dei Colli albani, e dei Nord italici, filtrati attraverso la diffusione terrestre degli antichi protovillanoviani. Accanto a questa tripartizione giuridica ed etnica si manifesta la tripartizione archeologica, attraverso el necropoli dell’Esquilino, collegata, secondo dià il Duhn (Corpus glossorum latinorum) ed il Mac Iver, con la civiltà del ferro adriatica, che risponderebbe ai Tities protosabini; le capanne del Palatino, collegate con le tombe a fossa dei dei colli Albani, e perciò sul piano dei Ramni, e dei Protolatini in senso stretto, infine gli incineritori del foro romano che consentono solo connessioni settentrionali, e quindi vanno collegati con la nozione giuridica dei Luceres e quella etnico storica dei Nord-italici.
Un piacevole parallelo di tripartizione linguistica è dato dalle sopravvivenze della radice REUDH “Rosso”. Il tipo RUTILUS con il trattamento T da DH è protolatino e documentato sino in Sicilia;
il tipo RUBRO con la consonante sonora al posto della sonora aspirata, all’interno della parola, è di tipo venetico cioè nord italico; il tipo RUFUS …è di tipo osco-umbro e cioè (proto)sabino.

LE ABITAZIONI DEI PALEO VENETI DI MEL, TUTTI CASA E… BOTTEGA. LA CHIAVE DI TRICHIANA

Di Alexia Nascimbene (www.archeoagordo.it)

p027_1_04Fino al 1995 non si sapeva nulla dell’abitato di Mel e della sua ubicazione che già di per sé costituisce un dato parlante. La struttura era in gran parte distrutta dai lavori agricoli ancora di parecchi anni fa, ma sono stati trovati, oltre a tre brevi tratti di muro, una canaletta di drenaggio che si collegava con una vaschetta in lastre di pietra, tanto che in un primo momento gli archeologi avevano pensato di trovarsi di fronte ad una tomba. Dentro la cassetta c’era un grande dolio di ceramica, un grande contenitore di derrate alimentari vuoto, ma la cassetta era comunicante con la canaletta di drenaggio e quindi questo voleva dire che c’era un impianto idrico e in associazione con questa situazione sono state trovate delle scorie metalliche. Tutto questo insieme ci fa pesare che ci troviamo di fronte ad una casa laboratorio: probabilmente in questa casetta veniva lavorato il bronzo.download

    Questo ritrovamento ha permesso di localizzare la posizione del villaggio rispetto alla necropoli e questo è già molto perché per altro del Bellunese noi conosciamo le necropoli e non i villaggi, un po’ diversamente da quello che è il rapporto degli abitati d’altura vicentini e veronesi, prealpini occidentali, dove invece abbiamo una sessantina di villaggi conosciuti con le strutture abitative la tipologia edilizia delle case, il materiale di uso quotidiano, ma non le necropoli di cui abbiamo dati sporadici molto scarsi, cosa che ci mette in difficoltà per interpretare correttamente la complessità dei sistemi territoriali.MuseoArcheologicoMel

    Un altro dato fondamentale che ha fornito il ritrovamento dell’abitazione dì Mel è quello sulla tipologia edilizia adottata in queste zone: è una tipologia di casa o di casa – laboratorio molto simile a quella degli abitati vicentini o veronesi che a loro volta usano le case utilizzate dai Reti: case seminterrate con muri a secco in pietra. Diversamente dagli abitati di pianura che usano materiale deperibile per le abitazioni, qui troviamo la pietra e questo ci porta ad avere una notevole difformità documentaria. Le case di città come Este, Padova, Oderzo, Vicenza, Concordia, che dalla piena età del Ferro sono dei veri e propri centri urbani dato che hanno l’ortogonalità dell’impianto urbanistico fra strade, canali di scolo e case, hanno delle case costruite con legno, argilla ecc. per cui di queste case che in alcuni casi forse potevano essere assimilate ai palazzi di cui si parla per l’Etruria, ci rimane pochissimo. Dei villaggi di altura che certamente non erano città ed avevano un’estensione limitata abbiamo la pianta delle case e le superfici e in alcuni casi possiamo anche ipotizzare delle tramezzature, l’articolazione interna dello spazio, la possibile ricostruzione del tetto. Delle case di pianura ci rimangono invece solo piani pavimentali e buche di palo che ci danno gli allineamenti, ma non molto dì più. La casa di Mel assomiglia quindi alle case degli abitati veneti d’altura e quindi per mediazione alle case dei Reti.

    q-fig-17Uno dei rinvenimenti più significativi per il flusso di traffici che attesta è il rinvenimento della chiave del monte Nenz di Trichiana (1992-93). Su segnalazione è stata infatti rinvenuta una chiave di bronzo databile con una certa sicurezza alla seconda metà del VII sec. a.C., in un contesto che ci fa capire come la sua destinazione fosse votiva, cultuale. La chiave nell’antichità è infatti spesso tra i materiali legati ai santuari proprio per il suo significato simbolico e come dono e offerta votiva- La chiave di Trichiana è un oggetto di grande prestigio, sia per la grandezza e la quantità di metallo impiegata, sia perché non è un oggetto locale ma viene sicuramente dall’area a Nord delle Alpi, halstattiana.  Questo oggetto ha almeno due significati importanti:download (1)

1. testimonia una provenienza sicura e quindi conferma il fatto che la valle del Piave veicola e convoglia su di sé materiali provenienti da ambiti diversi; quest’oggetto apre un capitolo nuovo sul valore cultuale di questa valle, di come cioè gli antichi tendessero a localizzare lungo questa vallata alcuni luoghi di particolare importanza dal punto di vista religioso.

2. Tra il VII e il VI sec. a.C. si assiste ad un fiorire di insediamenti e presenze e questo certamente corrisponde al fatto che centri di pianura, Este e Padova in particolare, hanno una dimensione ormai pienamente e politicamente urbana e che quindi il controllo territoriale e dei traffici commerciali diventa per loro un fattore vitale.