NOSTALGIA, DE ON MONDO CHE NO TORNARA’ PIU’

picoi e grandi, se lavorava tuti insieme

Ti me ga fato vegnér i oci lucidi, tesoro mio… mi no gavevo ea stala co e tre vache, ma la gaveva le amichete visin casa mia, dove ‘ndavo a conprarghe el late pena monto, col pentoin.. e semo ancora qua a contarsea… anca se el late no jera pastorizà… te meto nel me blog; so che no te despiazarà.. La Tua ze poesia pura <3

SUSY CAROLLO

Nostalgia…

Co fazeo le elementari rivavo casa da scoea e travo la cartea fata de carton perchè,no esendo pi de moda e cartee in corame che doparava i tre me fradej pi veci mi jero na privilegià e gaveo la cartea de carton, la travo in tel divano de ecopellett che ghe jera in tineo, el tineo jera na stansa de tre par tre, rento ghe jera na tola, sie careghe na credensa e sto divan de un coeore indefinibje e esendo fato de ecopellett se te ghe navi visin co un fulminante ardia tuto, casa, staea co rento tre vachete e un cavaeo abitasion de me noni e anca de me zii, ma mi jero contenta, magnavo cuel che catavo e dopo fora, in mezo ai me canpi fin che no vegnea sera, e dopo fora ‘ncora fin che no vegnea note a zugar a ciapascundi, a scaloto, a tri cantuni, co l’elastego, finchè a un serto punto visin a la stala gavejno na sorta de magazin e li ghe jera la guzeti vecia de me nono smontà, casso, el serbatojo coa leveta da verzar do che nava fora la benza, colpo de genio, verzo un bar…….. Ciapo inpieno el serbatojo de acua e faso e prove coa leveta, vien fora l’acua,fata,a so un genio, me godeo un mondo, podeo star ore e ore rento in magazin co ragni grandi come culunbi e no me acorzeo, la spusa che vegnea fora da chel serbatojo la jera indescrivibje, ma me jero tirà sù na bea clientea tuti i boce dea me contrà voea vigner, i pagava coj sasi e co jera sera na meza masiereta la gaveo fata su, logicamente no i bevea i faxea finta anca parchè gavaria fato pi morti mi che na atomica e probabilmente saria ncora drio scontar l’ergastoeo, eco, deso che so granda rivo casa e trò la borsa in tel divan, go da pensar a cosa far da magnar, a far lavatrici, a stendar, a tirar su, a stirar,a netare, andar in posta, in banca, dal comercialista, dal dentista, dal dotor, in farmacia e fare a speza, eco, mi no voria nare in crocera, gnanca ae terme, mi voria tornar indrio pa un mese coa spensieratesa de na putea nata in mezo ai canpi che nava tor su i uvi in tel punaro e ghe dava da magnar aj conejeti, cuej jera bej tenpi, el bruto zè che i putej al dì de ancò ste robe cuà no i podarà mai vivarle, e zè un pecà…….

LE UNIFORMI DEGLI UFFIZIALI VENETI

Trovandomi a far da consulente agli amici del Veneto Real rinato sulla forma delle marsine dell’ufficiale veneto dell’esercito ho precisato e affermo con certezza assoluta che le code dietro erano aperte con i risvolti. L’unico dubbio mi è sorto alla divisa del Sargente (sergente) riprodotto nel’acquerello del Paravia ma solo per l’ampiezza dei  dei risvolti alquanto larghi, forse troppo. E ho pensato che il buon capitano Paravia avendo ricalcato una stampa di soldati inglesi, il cui originale ci è stato mostrato dal Foramitti, a suo tempo, non le abbia riprodotte per quanto riguarda l’ampiezza. Guardando l’alfiere della stampa paiono più ridotte in questo ultimo caso. Dettagli… Per il resto confermo che le uniformi erano con le code a mo’ di frack, non unite dietro, altrimenti sarebbero sembrate più un paltò che una marsina. E avrebbero dato qualche problema all’uffiziale, montato a cavallo.

Metto di seguito alcune illustrazioni del compianto Francesco Favaloro, ricercatore accurato, che suffraga le mie tesi: egli mi aveva precisato che i suoi disegni erano TUTTI ripresi O ISPIRATI da dipinti e quadri originali, che lui aveva visionato in Italia e in Europa.

da Divise dell'esercito veneziano del '700 ed Filippi

KODAK Digital Still Camera

dall’alto a sin. Uff.le dei Croati a Cavallo 1771,

abito da ufficiale dei Croati a cavallo 1771

piccola uniforme da ufficiale come sopra 1778

Corazziere 1755

corazziere

corazziere epoche seguenti

La seconda figura da sinistra mostra un allievo ufficiale della scuola militare di Verona con la marsina con le code APERTE ricavata da una stampa d’epoca.

Dalla stampa del Paravia

 

Ecco la corretta interpretazione dell’uniforme di un ufficiale da parte del Favaloro, sulla sinistra un Sergente (considerato “basso offizial” ) con le code col bordo ripiegato in entrambi i lati, come era consuetudine per tutti gli ufficiali degli eserciti europei.

Vi sono delle marsine chiuse dietro, sia nelle stampe (Angelo Emo ad esempio) o al museo dell’Arsenal ma si tratta di marsina destinata alla marina, i cui ufficiali non montavano certo a cavallo a bordo delle navi.

Spero di esser stato chiaro.

 


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“EL MAZAROL” UN FOLLETTO CONTRO ATTILA

La leggenda del “Mazariol”, il folletto che sconfisse Attila e liberò Opitergium
Brando Fioravanzi ci narra la leggendaria storia (da raccontare ai piccoli veneti).

C’era una volta, nei boschi più fitti e inaccessibili lungo la Sinistra Piave e nelle vallate più impervie come quella della Val Canzoi, un omino piccolo come un folletto, chiamato “Mazariol”. Era una creatura di rosso vestita, come il cappuccio e le scarpette a punta, aveva poi barba e capelli lunghi e ricci ed un viso grinzoso e dispettoso. Il Mazariol all’epoca abitava però anche nelle grotte più buie ed era talmente schivo e silenzioso che si teneva lontano da ogni contatto con l’uomo. Una brutta avventura correva poi colui che inavvertitamente posava il piede dove il folletto aveva lasciato le sue pèche (orme): il malcapitato era costretto infatti, quasi per magia, a seguirle e a perdersi per qualche giorno nei luoghi più remoti tra il trevigiano e il bellunese. Il Mazariol possedeva inoltre straordinarie conoscenze come pastore e come malgaro, tanto che si prendeva cura in completa autonomia delle capre, delle pecore e dei bovini che trovava a pascolare sui monti, nutrendole, portandole a foraggiarsi nei campi e facendole crescere in mezzo alla natura.

La piccola creatura era però anche molto affezionata alle grave del Piave, dove spesso si recava per qualche momento di svago e relax. Amava talmente il suo territorio che che era sempre pronto a difenderlo da coloro che lo mettevano in pericolo, come quando la città di Opitergium (l’attuale Oderzo), venne La leggenda del “Mazariol”, il folletto che sconfisse Attila e liberò Opitergium
„messa a rischio dall’invasione degli Unni guidati dal valoroso condottiero barbaro Attila, il “flagello di Dio”. La leggenda vuole infatti che, durante la prima notte del popolo dell’Est Europa nella Marca, il piccolo Mazariol, infastidito dalla loro presenza, cercò in tutti i modi di mettere a punto tutto ciò di cui era a conoscenza per cercare di allontanarli al più presto dal Quartier del Piave. Per prima cosa attizzò il fuoco dei soldati soffiandoci sopra facendo così incendiare le pelli con cui loro si riscaldavano durante la notte, poi rovesciò tutti i paioli contenenti le minestre dei cuochi del campo e infine tirò la barba di tutti i presenti ungendola per di più con del vischio. Tutto questo però al Mazariol non bastò e pensando e ripensando, decise anche di legare tra loro le code e le crini dei cavalli, aspettando poi nei paraggi il farsi del giorno. “

„Fu così che al mattino gli Unni si risvegliarono molto straniti per quanto successo la notte precedente, ma sapevano anche che di li a poco avrebbero dovuto attaccare Opitergium e quindi si misero a cavallo. Purtroppo però, o meglio per fortuna, i soldati di Attila non sapevano che “mai si deve tagliare ciò che il Mazzariol unisce” e quindi, dopo aver liberato i quadrupedi, si ritrovarono con gli animali si al galoppo, ma completamente ad andatura “a zig-zag”! Non riuscendo a spiegarsi l’accaduto, gli Unni scapparono subito lontano a gambe levate, lasciando Attila solo e umiliato. Opitergium, secondo questa leggenda, fu così salvata dal Mazzariol e da allora il folletto è amato e rispettato in tutti i paesi della Sinistra Piave. Si dice poi che nelle notti di luna piena lo si possa ancora vedere a bordo di una zattera lungo il fiume ed egli, a chi gli passa vicino, direbbe: ”Salve, io sono il Mazariol che sconfisse Attila, il flagello di Dio”. Attenzione però a quando passeggiate nei boschi della Marca trevigiane, perchè un saggio detto locale dice: “No cascar entro te le peche (orme) del mazarol!”.“

Potrebbe interessarti: http://www.trevisotoday.it/blog/leggenda-mazariol-attila-

Altra versione su Mazariol nel nostro blog LA LEGGENDA DEL MAZAROL

                     


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LA BRENTA (FEMMINILE). ORIGINE DEL NOME.

i laghi di Levico e Caldonazzo

 

LA BRENTA…femminile per i Veneti fino a quando anche la Piave, parendo allo stato maggiore dell’esercito italiano, poco  consono il genere ai “virili combattenti” (in realtà poveri disgraziati) mandati al macello sulle sue sponde, cambiò sesso senza il nostro permesso (rima). Per assonanza anche la nostra Brenta dovette adeguarsi. E così  fu fatto strame di un altro pezzo importante della nostra tradizione e cultura. Sta  a noi riprenderla.

(Medoacus maior, poi Brinta in latino, Brandau in tedesco, Brint in cimbro)

Il toponimo Brenta trae origine, secondo la versione più accreditata tra gli studiosi, dal ceppo germanico Brint (fontana) o Brunnen (scorrere dell’acqua); il diminutivo è Brentella.
Brenta voleva anche significare il bastone ricurvo con cui i contadini veneti o lombardi portavano i cesti, carichi di uva. O era una misura per i liquidi, e ancora oggi si dice in veneto : “go bevù na brenta de bira” per indicare una gran bevuta. Era equivalente a circa 50 litri.

Le popolazioni dei territori attraversati dal fiume lo hanno sempre nominato al femminile: “la Brenta”.
Questo nome indica, nel dialetto trentino e soprattutto in Valsugana, per estensione, le riserve di acqua che i paesi tenevano in caso di incendi.
La storia e i ricordi ancestrali delle terribili alluvioni subite dalle popolazioni del Veneto centrale hanno coniato il termine Brentana per alluvione. Il suo nome cimbro invece Brintaal.

In epoca romana il fiume era individuato anche come Medoacus¡ (secondo una interessante interpretazione “in mezzo a due laghi” ovvero tra i laghi di origine e la zona lacustre delle foci, la laguna, o più probabilmente in riferimento ai due bacini più settentrionali della laguna di Venezia, quando esso seguiva come letto il corso dell’ attuale Canal Grande ed ai suoi due lati vi erano i due suddetti bacini non ancora uniti in una laguna intera.

Gli studiosi concordano che prima del 589 il fiume transitasse anche per Padova (Patavium, Patavas, ovvero “abitanti di palude”) più o meno in corrispondenza dell’attuale linea ferroviaria, e qui vi confluisse il sistema di canali padovano, ma non tutta la bibliografia concorda che esistesse, nelle attuali valli del Canale di Brenta e di Valsugana, una colonia di Galli chiamati Mediaci.

Di certo durante il Medioevo comparve il termime Brintesis, forse dal latino rumoreggiare, a ricordo delle diverse inondazioni oppure, e sembra essere prevalente, dal ceppo germanico Brint (fontana) o Brunnen (scorrere dell’acqua). Questa interpretazione sembra consolidata dall’uso in tante altre parti del Veneto del diminutivo Brentella per indicare un piccolo corso d’acqua.

NDR. Pare che “brunnen” non trovi corrispondenza nel germanico, magari sarà un germine della lingua dei Celti, o dei Longobardi, chissà…

 



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I CAVALIERI DI SAN MARCO, QUELLI VERI.

Croce di cavaliere di San Marco concessa al capitano Giovanni Bronza di Perasto (1730), esposta alla Mostra sui tesori del Montenegro.

 

I CAVALIERI DI SAN MARCO. le origini dell’antica onorificenza militare. l’unica rilasciata dalla nostra Repubblica, assai avara nella concessione di onori, dato che quando un personaggio anche eminente moriva in difesa dello stato l’idea era che “el gaveva fato el dover suo”. Trascrivo qui quanto ha riportato Dan Morel in una sua ricerca unendolo a quanto ho invece trovato personalmente:

“Si dispensino ancora quelle grazie, e beneficio del soldo, agli individui e famiglie del popolo; alle persone di estrazione più civile si promettano in premio cariche, privilegi, titoli d’onor. Si istituisca qualche ordine di cavalleria, si prometta reggimenti e altri avanzamenti onorevoli” così il Magistrato alla Milizia, conforme ai decreti del Senato del 1539 e del 1595 premiava gli atti al valor militare.

Per quanto si sia cercato negli archivi non vi è traccia della data di nascita dell’onorificenza, che pare antica. Vi è tuttavia un documento della concessione di tale onore. Una descrizione dei documenti tratti dal Museo Correr, in uno dei quali riguardanti la relazione di un combattimento, si legge quanto segue:

Il 17 Aprile il capitano Marco Jvanovich con la sua tartana Santissimo Crocefisso e Madonna del Rosario, navigava verso il Regno di Morea. Giunto nelle acque di Patrasso si imbatté in un legno barbaresco che, avendo invano inseguito i due grosso battelli, coperti di bandiera veneta dirigeva a vele spiegate la prora verso la sua tartana. Tenta l’Jvanovich di proseguire celermente la rotta, ma visto inutile ogni sforzo contro la velocità della nave nemica, s’apparecchiava coraggiosamente all’assalto ed innalza l’insegna gloriosa di San Marco, mentre per il legno avversario veniva issata la bandiera di Tripoli.

La disparità delle forze apparve subito evidente.

La nave tripolitana molto più grande avea un equipaggiamento di 200 marinai e 16 cannoni. Che doveva fare il Capitano veneto con i suoi 19 uomini e con solo 8 pezzi di artiglieria? Lo scontro tuttavia era inevitabile e l’Jvanovich risoluto a morire piuttosto che cadere preda nemica, si disponeva a far pagar cara la corsaro la audace impresa.

Un colpo di cannone a salve, quasi gli intima la resa ed egli risponde con una nutrita scarica di artiglieria che fa impegnare vivace e accanita la pugna. Si combatte per ore ed ore continuamente, la tartana veneta respinge per tre volte l’assalto nemico, finché calata la notte, il corsaro, danneggiato nell’equipaggio e nella nave, abbandona l’impresa.

Nella chiesa dei Ss. Giorgio e Trifone degli Schiavoni, a Venezia, esiste un quadro rappresentante l’azione navale che valse a Marco Jvanovich il Cavalierato di San Marco, nel centro al basso del quadro, vi è un medaglione con il ritratto dell’Jvanovich stesso, che con la mano mostra sollevandola, la croce di Cavaliere che gli pende dal lato del petto. E’ quello nella foto sopra.

Al Civico Museo Correr di Venezia si trovano due Croci di “Cavaliere di San Marco” e una collana d’oro con medaglia pure della Repubblica veneta.

Ad una di esse è inoltre unita la relativa fettuccia di sostegno di stoffa, mentre l’altra ha pezzi di catenella veneziana “Manin” riunita all’ estremità da fermagli lavorati a fregi.

Il Serenissimo Doge Alvise Mocenigo conferì nel 1769 il titolo equestre in perpetuo ai Canonici della Cattedrale di Treviso del quale ancor oggi si fregiano.

fonte: www.cavalieridisanmarco.it/storia

 All’inizio furono solo di due forge, d’oro e d’argento, ed erano da considerarsi come “pubblico e onorifico contrassegno per le azioni di segnalato valore”. La decorazione poteva esser concessa esclusivamente ai “Bassi uffiziali e soldati” in conformità ai decreti del Senato “li premi in denaro dovranno essere riservati par gente misera e bisognosa”. All’assegnatario comportava un soprassoldo annuo pari a un mese di paga, se medaglia d’oro e mezza mesata, se medaglia d’argento. Il conferimento della decorazione doveva avvenire con una cerimonia pubblica ed alla presenza dei reparti in armi..

BARTOLOMEO D’ALVIANO E IL PRIMO REGOLAMENTO DEL FANTE

Propongo un breve estratto del regolamento che per primo, tra i comandanti supremi dell’armata veneta, il grande Bartolomeo d’Alviano impose per cercare di frenare la pittoresca e mercenaria armata dell’epoca. Rende bene l’idea di quanto fosse difficile “il mestiere delle armi” con una truppa così poco affidabile. Ed anche per questo motivo, il grande andrea Gritti, volle regolamentare le “cerne” o cernide, considerate moralmente più affidabili (specie dopo la guerra di Cambrai) dell’esercito professionale. Una strada seguita fino ad oggi, dalla vicina Svizzera.

Il primo regolamento aveva più che altro il valore di un codice d’onore:

<< In primis jurino i capi di esser fideli alla illustrissima signoria, et de non mancare maxime a l’honere e debito suo (l’impegno preso con l’arruolamento) in alcuna fatione..

di non tenire in le compagnie sue alcun baratiero, mariuolo, rufiano scandaloso et che venda carte et dadi …

..jurino de far star in ordine de arme e vestimenta li compgni soi et de exercitarli de continuo  aportar e a manezar la lanza, aa camminar (marciare) e a faril manipolo.

non abandonar mai la bandiera: evitar li scandali e risse…

a colui che metterà mano a l’arme, ragione o torto, sarà tagliata la mano destra, e chi ferirà saràappiccato per la gola…

de non tegnir puttane né girare fora dele compagnie…né derobar gli amici ..né di brusare o altramente far dano ne li alozamenti>>

Vista la “ciurma” che si imbarcava, per tutti gli eserciti dell’epoca, i problemi più grossi erano le diserzioni, specie quando si profilava un impegno militare.

Bartolomeo d’Alviano, detto anche “Liviano” (Todi probabilmente, 1455[1] – Ghedi, 7 ottobre 1515), diede anche  lo stimolo alla ricostruzione delle mura di Padova  e porta Pontecorvo ha anche il suo nome: porta Liviana.

IL DOGE CHE MANDO’ UN MANICHINO AL SUO “FUNERAL”

Gabriel Bella i funerali del Doge

ANTONELLA TODESCO ci parla dell’uso negli ultimi secoli della storia millenaria della Repubblica di Venezia, di sostituire la salma del “Doze” con un suo manichino. Ci fu un precedente che poi diventò regola anche per i Dogi successivi. Se pensiamo poi che il tempo dedicato  alle  cerimonie funebri si allungò sempre più, con rischio di putrefazione della augusta salma, qualche cosa era necessario fare, anche per il decoro delle istituzioni.  

Secondo il cronista Agostini, fino a Francesco Foscari il cadavere del Doge era tenuto insepolto il tempo strettamente necessario per potergli fare il funerale. Quello del Foscari però, sarebbe stato il primo a rimanere esposto per due giorni nella Sala del Piovego.
La morte del Doge veniva annunciata dal suono a doppio, per nove volte, dalle campane di San Marco, seguite poi da quelle delle altre chiese di Venezia. Il Doge, appena morto, veniva imbalsamato e vestito col manto d oro, il corno ducale in testa, gli sproni d oro calzati a rovescio ai piedi e lo stocco a lato con l impugnatura verso i piedi. Veniva poi portato nella sala del suo appartamento ed esposto sopra una tavola coperta di tappeti in mezzo a due candelieri accesi. Passati tre giorni dalla morte avevano luogo i funerali sul far della sera.
Il primo Doge che non accettò di farsi imbalsamare pare sia stato Leonardo Donà il quale volle farsi seppellire privatamente. In questa occasione venne creata una figura di stucco per sostituire il cadavere durante il funerale solenne. Non si sa esattamente quando l uso del simulacro divenne definitivo, certo dovette avvenire nel corso del XVII secolo.
Vi erano speciali artefici che si dedicavano alla sua costruzione e nella seconda metà del XVIII divenne particolarmente noto il mascheraio Antonio Luciani
Ecco alcuni versi tratti da una poesia sui funerali di Giovanni Corner II.

Saco de pagia e mascara de cera
El cadavere del Serenissimo
Che avessi zurà certo e certissimo
Ch el fusse là in tel aria e in te la siera

Di Antonella Todesco

tutto sulla Candelora, che non era una Santa

La parola Candelora deriva dal latino festum candelarum e va messa in relazione con l’usanza di benedire le candele, prima di accenderle e portarle nella processione.
I ceri vengono conservati nelle abitazioni dei fedeli per essere riutilizzati, come accadeva in passato, per ingraziarsi le divinità pagane, durante calamità meteorologiche, oppure nell’assistenza di una persona gravemente malata, o nel caso di epidemie, o nell’attesa del ritorno di qualcuno momentaneamente assente, o infine, come accade attualmente, in segno di devozione cristiana.[1]

Anticamente, i seguaci dei riti magici, nel giorno della Candelora verificavano se una persona era colpita da malocchio seguendo queste modalità: immergevano tre capelli dell’interessato in una bacinella d’acqua seguiti da tre gocce di olio, precedentemente messo a contatto col dito dell’individuo. A questo punto, secondo i seguaci della magia, se le gocce restavano intere e collocate nel centro della bacinella, il soggetto non era stato affetto da malocchio, in tutti gli altri casi invece sì.

 

Il 2 febbraio la Chiesa cattolica celebra la festa della “Presentazione al Tempio di Gesù”,  che viene raccontata nel Vangelo di Luca. La festa ha il nome popolare di “Candelora” a causa dell’antica usanza di far benedire delle candele, simbolo della luce e quindi di Gesù Cristo, il Figlio di Dio che è venuto al mondo per illuminare tutte le genti.

La festa, presente in tutte le nazioni di tradizione cristiana, assume nomi diversi a seconda dei Paesi. Negli Stati Uniti, ad esempio, è famosa come “Groundhog Day”, cioè il “Giorno della marmotta”, divenuto famoso in tutto il mondo grazie al celeberrimo film con Bill Murray “Ricomincio da capo”. Il giorno dopo la Candelora, il 3 febbraio si celebra san Biagio e, in passato, si usava benedire la gola delle persone con le candele.

Nel giorno della Candelora un antico uso vuole che i fedeli portino le proprie candele nelle chiese per farsele benedire da un sacerdote nel corso di una celebrazione eucaristica. L’uso di accendere candele per la celebrazione della festa, tuttavia, risale a prima dell’avvento del cristianesimo: gli antichi romani, infatti, lo facevano già in onore di Giunone Februata, moglie di Giove, più o meno nello stesso periodo dell’anno. I cristiani decisero di non cancellare le feste pagane, ma di sostituirle gradualmente con quelle della nuova religione, dando loro nuovi significati: qualcosa di simile fu fatto con la festa del Sole Invitto, trasformata nel Natale.

Fu papa Gelasio I, alla fine del V secolo dopo Cristo ad istituire la festa della Candelora, che, un secolo dopo, fu fissata alla data del 2 febbraio. Fino al 1963 nel giorno della Candelora si celebrava la “purificazione di Maria”, quaranta giorni dopo la nascita di Gesù. Gli ebrei, infatti, vietavano alle donne di partecipare ai rituali religiosi nei quaranta giorni dopo il parto in quanto erano considerate impure. Passato quel periodo, veniva svolta una vera e propria cerimonia di “riammissione” della donna al tempio, in cui veniva anche presentato il neonato ai sacerdoti. Con il Concilio Vaticano II si decise, invece, che la festa avrebbe riguardato in maniera più stretta la figura di Gesù Cristo.

Michele M. Ippolito

continua su: https://www.fanpage.it/oggi-e-la-candelora-storia-e-significato-di-una-festa-poco-conosciuta/
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LA DEVOTA DI CALDEVIGO, UN MONDO PERDUTO?

Statuina erroneamente chiamata la dea di Caldevigo in realtà raffigura una donna orante con le braccia aperte che invoca la divinità la possiamo definire anche: “la devota di Caldevigo”. Il bronzetto e bellissimo colmo di patos e di grande religiosità: raffigura una sacerdotessa, vestita con grande accuratezza con una acconciatura speciale ed elaborata a forma conica che ricorda indubbiamente il famoso e raffinatissimo “Elmo di Oppeano”. Questa sacerdotessa, traboccante di dolcezza, incarna il mondo venetico del IV secolo ante era volgare. Un mondo magico irrepetibile distrutto anche dal cristianesimo. Non conosciamo ormai più la trascendenza, e il vero potere della preghiera.

PUBBLICATO DA LUIGI PELLINI

Pellini ci porta  dentro al mondo della religiosità di paleo veneti, assolutamente diverso da quello dell’uomo moderno: ma la rottura, fu veramente l’avvento del Cristianesimo? Io credo di no, il cristianesimo fu il frutto dell’Ebraismo ma anche del mondo pagano maturo ellenico, e una religiosità profonda continuò almeno fino al Medio Evo e oltre. La vera rottura col mondo religioso, col trascendente, avvenne con l’avvento dei Lumi prima e con la Rivoluzione francese poi, che minò alla radice il rapporto tra l’Uomo e la Religiosità preparando il mondo edonista e materialista odierno, succeduto al tramonto delle ideologie dopo le tragedie immani del Novecento. 
L’Uomo si è illuso di poter escludere l’idea di Dio dalla sua vita, ma pare brancolare nel buio più totale, Venezia stessa, per liberarsi del Papa, si era messa sotto le ali di san Marco,  ritenendo che una società non potesse reggere senza un profondo legame col cristianesimo. La basilica marciana e le tante chiese veneziane questo ci dicono.
 

I CORRIERI DELLA POSTA VENETA, I CAVALLANTI

pagina miniata della mariegola dei cavallanti

Fu grazie a Venezia e alla famiglia Tasso (proprio quella del famoso poeta) bergamasca, se in Europa nacque il primo servizio postale in senso moderno, tramite i “cavallanti”, dei postini ante litteram che distribuivano la corrispondenza prima nel territorio di san Marco poi nello stato pontificio e nell’impero germanico. Ma partiamo dall’inizio:

Lungo le correnti di traffico mercantile troviamo i corrieri veneziani, cioè dei privati corrieri che percorrevano l’Europa dei secoli passati per trasportare le lettere. In periodo già precedente all’anno mille nacque a Venezia, o meglio a Rialto, il sestiere che per tanti secoli fu il punto centrale della vita economica veneziana, la professione del corriere, resa necessaria dal vitale bisogno di scambio delle notizie proprio dell’attività mercantile. Tra i corrieri che esercitavano questa attività, si distinsero alcuni che provenivano dal bergamasco, in particolare dalla Val Brembana e tra questi alcuni della famiglia Tasso, che portarono a Venezia la loro esperienza già acquisita in passato.

Una delle date importanti per i corrieri veneziani fu il 6 gennaio 1305 (secondo il calendario veneziano che faceva iniziare l’anno il 1° marzo, quindi in realtà è da intendersi il 6 gennaio 1306 secondo il nostro calendario), quando il Maggior Consiglio decretò che tutti i corrieri operanti a Venezia fossero sottoposti al controllo dei Provveditori di Comun, la Magistratura preposta al controllo delle tariffe. Questa data è da considerarsi importante per i corrieri perché per la prima volta lo Stato ne riconosceva ufficialmente l’attività e li gratificava di notevoli vantaggi, quali l’esercizio privatistico della loro professione. Nacque così la Compagnia dei Corrieri della Serenissima, la cui attività era regolata da uno statuto e da norme precise che costituivano la Mariegola, un volume che raccoglieva tutte le deliberazioni adottate dai dirigenti della Compagnia.
I corrieri percorrevano tutti i percorsi dell’Europa, in particolare quelli che conducevano ai mercati ed alle fiere dove si concentrava l’attività mercantile. In questi luoghi i mercanti veneziani giungevano portando le loro merci che acquistavano in Oriente, merci molto ricercate da tutti i popoli europei, ed in questi mercati avvenivano gli scambi commerciali. Non poteva mancare, in questi luoghi, la presenza dei corrieri, perché era di grandissima importanza che le notizie di carattere economico, riguardanti i prezzi, le merci, la presenza dei mercanti, giungessero velocemente: prima le notizie arrivavano, e migliore era il risultato economico degli scambi.

(Adriano Cattani, direttore del Museo dei Tasso e della Storia Postale)