AD AGOSTO IL PALIO DI FELTRE FESTEGGIA LA DEDIZIONE A VENEZIA MA HA ORIGINI PIU ANTICHE

Le Origini del Palio

sfilata_palio_feltre_040bDopo gli estenuanti conflitti legati alla signoria dei Da Carrara, a cui Feltre si era legata suo malgrado nel 1363, la città finì con l’essere posseduta dal duca di Milano Giangaleazzo Visconti.
In memoria della data in cui Feltre era entrata a far parte dei dominï del duca, il 7 dicembre 1388, la comunità feltrina aveva stabilito che ogni anno in quel giorno gli ordini cittadini e le “scole” si sarebbero dovuti recare in processione alla cattedrale per partecipare ad una messa solenne di ringraziamento.
Avrebbero dovuto inoltre porre un premio (unum bravium) di ben quindici ducati d’oro perchè si svolgesse una gara di cavalli.sfilata_palio_feltre_091b

Alla morte del Visconti, avvenuta nel 1402, si riaprirono i conflitti nella marca veneta. I Da Carrara rivendicavano, infatti, il possesso di Feltre come di altre città del territorio. I feltrini, timorosi di cadere nuovamente nelle mani dei carraresi e incapaci, del resto, di opporsi alle loro insidie, seguirono l’esempio di Vicenza e decisero di affidare il governo della loro città alla Repubblica di San Marco.

Ai feltrini pareva essere l’unica potenza vicina capace di offrire prospettive rassicuranti in un mondo sconvolto dalla guerra.sfilata_palio_feltre_030b

L’atto di annessione ebbe luogo in modo solenne il 15 di giugno del 1404 mentre ancora la guerra infuriava. Il senato veneto aveva inviato a Feltre un suo ambasciatore, il patrizio Bartolomeo Nani, il quale, nella ‘maggior piazza’ di Feltre gremita di gente, riceveva dal delegato feltrino Vittore dei Muffoni da Cesio le chiavi della città e giurava nelle mani del Muffoni che il senato veneto avrebbe sempre rispettato gli statuti feltrini. La folla, dicono gli storici, inneggiò entusiasta a San Marco e alla repubblica lagunare.

I festeggiamenti si protrassero in città per alcuni giorni e, come già era accaduto all’alba del domino visconteo, la comunità decretò che annualmente fosse “celebrata solennemente la Festa di san Vito che fu il 15 di giugno del 1404, giorno in cui Feltre si diede alla Serenissima, con una solenne processione di tutti gli ordini della città, del clero, delle autorità civili e religiose verso la chiesa maggiore o a quella di Ognissanti, con l’offerta di candele e di solenni oblazioni e che in tal giorno sia posto un premio di quindici ducati d’oro perché si corra coi cavalli”.

Da quel momento Feltre con tutto il Feltrino entrava a far parte dello stato Veneziano. Vi sarebbe rimasta fino all’arrivo delle truppe di occupazione guidate da Napoleone Bonaparte, sul finire del XVIII secolo.

Qui trovate il programma della manifestazione http://www.paliodifeltre.it/la-storia-del-palio.html

NAPOLEONE CHE VOLEVA ALLINEATI PURE I “COJONNES” E LA “FESTA DEI OMENI”

Di Emanuela De Ros

festa-dei-cogliuominiVittorio Veneto – Il due agosto anche gli uomini (oh mamma!) avranno la loro festa.

Non ovunque, ma in qualche isola godereccia sì. A Vittorio Veneto, il 2 agosto è tradizione dedicare buona parte della giornata alle buone libagioni e ai maschi. Il motivo? Il motivo è – apparentemente-  di carattere storico: pare che quando Napoleone Bonaparte passava in rassegna i soldati dicesse loro: “A deux gauche”, che significava – più o meno – “Le palle, mettele a sinistra”. Nella traduzione italiana, l’espressione “A deux gauche” ha finito col significare “il due agosto”. Una data di cui gli uomini hanno pensato bene di approfittare.  Teatro privilegiato della festa in questione – da nove anni – è la Bellenda di Carpesica che inaugurerà la nona edizione della Festa dei Omi, alle 11 del mattino, con con il tradizionale calice di vino rosso e la femminile fetta di pesca.

“Centinaia di persone, vittoriesi e non – spiega Cinzia Canzian, una degli organizzatori dell’evento – hanno da sempre onorato questo appuntamento fisso alla Bellenda di Carpesica. Tante le novità visibili anche sul web al sito www.festadeiomi.it con la possibilità di iscriversi alle degustazioni.

altro a: http://www.oggitreviso.it/festa-dei-omeni-ovvero-due-testicoli-sinistra-17243

 

CHI HA FORMATO IL CARATTERE DEI VENETI: PIU’ L’AUSTRIA O VENEZIA?

Di Alvise Zorzi, da San Marco per sempre.

basilica-di-san-marcoL’Austria ha dato al Veneto tante cose, a cominciare dalla ferrovia che tuttora collega Milano con Venezia e dalla sistemazione dell’archivio di stato di Venezia, che è forse il monumento più importante che rimanga alla grandezza della Serenissima,  milioni di documenti, chilometri di scaffali , dei quali, Samuele Romanin nutrirà la sua monumentale Storia documentata di Venezia, a confutazione delle calunnie dei pennaioli faziosi e ignoranti. Ma non ha dato al Veneto, o al Friuli, Dio ne liberi, un carattere i cui elementi formativi vanno cercati altrove, nella storia remota delle etnie, e in quella meno remota e plurisecolare del lungo dominio veneziano.

Del quale, per quanto la classe dirigente veneziana sentisse profondamente la causa religiosa, una caratteristica costante era la separazione della politica dalla chiesa, utilizzata come strumento di governo, diretta e condizionata dal governo, ma tenuta ben lontana da esso.

Non erano troppo dissimili le idee di Giuseppe II, il “despota illuminato” zio di Francesco I.  Sarà solo dopo il 1848 che le cose muteranno radicalmente. nell’impero austriaco, con un concordato che rovescerà radicalmente i rapporti mettendo la chiesa romana al di sopra dello stato austriaco.

Ma alla caduta della Repubblica, il Leone, difensore dei poveri, dei villani, era scomparso. Tra costoro e  i proprietari e le burocrazie locali non c’era più che il sacerdote, detentore del monopolio dell’istruzione popolare, oltre che delle Chiavi del cielo e dell’inferno, e di un brandello di potere meno estraneo e burbero della burocrazia dei tribunali, dei gendarmi.

Sulla religiosità delle popolazioni, nutrita dallo zelo di generazioni di vescovi veneziani, si innesta dunque la funzione protettiva del parroco, solidale col proprio gregge anche nella povertà. Ritorno al Medioevo? Certo un contributo alla formazione di grandi figure ecclesiastiche del secolo futuro e  alla nascita della prima Democrazia Cristiana.

1917: I PROFUGHI VENETI SI SCONTRANO COL MONDO FEUDALE SICILIANO

Di Alvise Zorzi, da San Marco per sempre ed. Oscar Mondadori.

Un contingente di sfollati di Possagno viene spedito, tra mille tribolazioni e intoppi, fino a Marsala, nella lontana e sconosciuta Sicilia. Due mondi totalmente estranei l’uno all’altro.3

Usi e costumi: l’incontro con una cultura estranea e diversa, è vissuto senza comprensione. Lo “struscio” dei signori: “la sera co tuti ‘sti baroni, principi, parché ciò, là i è tuti nobili, magari senza schei, che i fèa la so gran passegiada… co ‘ste carozhe, do gran cavai vanti, pian, pian, a farse bèn vedar, po-pum, po-pum, co le so siòre tute in ghingari ” .

Le processioni, con le statue portate fuori “co’ na gran passion“della gente, le donne che gridano, strillano, (siamo costretti a tradurre il linguaggio assai colorito del profugo) e buttano soldi, e attaccano quelli di carta sulle statue. “No se capìe ben che religion che la ere“. “Ci sono molte chiese, ma poco e mal frequentate, sporche, mal tenute, senza un banco, solo sedie e stanno sempre seduti, molto pochi si inginocchiano alla elevazione, un continuo parlare, un contegno da teatro” annota Regina Fornasìer, una profuga dei Colesei.

Un altro profugo ricorda la festa della Madonna: la chiesa piena di donne con i loro bambini e “co ‘ste face piene de passion le se metea davanti a la Madona: salvami figlio mio-1 salvami mio marito! . Le féa pena ma cofà che le fusse in t’un teatro” . ww1-3

Colpiva i profughi l’abitudine delle donne di allattare i bambini in chiesa, col petto scoperto. Sono diversità puramente esterne, superficiali, ma sembrano scavare un solco di incomprensione che nessuno riesce a colmare.

Tra i ragazzi profughi e i ragazzi di Marsala non nascono amicizie. Qualche ragazzino possagnotto che si è messo a giocare con i coetanei locali è rimasto spaventato dalla loro reazione ad un piccolo sgarbo; ci hanno guardato “co i oci tirai”, con gli occhi sbarrati che parevano di fuoco. “Pensavo che fosse una cosa da bambini, ma loro subito col coltello fuori dalla saccoccia, anche i più piccoli”.

Due mondi si guardano con stupore e diffidenza, i siciliani, per parte loro, guardano ai profughi come a gente remota, bigotta, sprezzante, che mangia troppo e non nutre passioni umane… mentre sul Grappa e sul Piave il magma si trasformava in amalgama, dietro le spalle, nei paesi d’origine, il magma persisteva tenacemente.

PRIMA VENNERO… riscritta da Claudia Bortot

monselicePRIMA DI TUTTO VENNERO A TOGLIERCI LA NOSTRA STORIA,LA NOSTRA CULTURA E LE NOSTRE TRADIZIONI,
E RIMANEMMO ZITTI,PENSANDO DI RIUSCIRE A FARE ANCHE SENZA,

POI VENNERO A DIRCI DI LAVORARE TRANQUILLI,CHE LA POLITICA ERA AL NOSTRO SERVIZIO ,
E NE FUMMO SOLLEVATI,UN COSA IN MENO A CUI PENSARE,coldiretti-VDO-contadini

POI VENNERO A LODARCI PER LA NOSTRA OPEROSITA’ ,
E NE FUMMO CONTENTI,

POI VENNERO A DIRCI CHE VISTA LA NOSTRA BRAVURA DOVEVAMO CONTRIBUIRE AL BENESSERE ALTRUI,
E NE FUMMO ORGOGLIOSI,mezzadria_12

POI VENNERO A DIRCI CHE NON POTEVANO AIUTARCI PER LE CATASTROFI,I SUICIDI,E LA MANCANZA DI LAVORO,
E NON CI PREOCCUPAMMO PERCHE’ ERAVAMO ABITUATI A RIMBOCCARCI LE MANICHE

E POI VENNERO A TOGLIERCI I RISPARMI ,LE CASE,LE AZIENDE…..
E CI ACCORGEMMO DI NON AVERE PIU’ NEANCHE LA DIGNITA’ ED IL CORAGGIO DI SCENDERE IN STRADA E RIBELLARCI..!!P053

una mia libera interpretazione, alla veneta, della poesia: Prima vennero….

LA PRESA DI COSTANTINOPOLI, COME LA RACCONTA MAOMETTO II. STUPRI, SCHIAVISMO, NEL DNA DELLO STATO TURCO

29922702-Details-of-the-final-assault-and-the-fall-of-Constantinople-in-1453-painting-in-Askeri-Museum-Istanb-Stock-Photo“Quando per il favore divino la fortezza fu espugnata, il nemico perdette ogni forza e fu incapace di reagire. Il popolo fedele non incontrò più ostacoli e pose mano al saccheggio in piena sicurezza. Si potrebbe dire che la vista della possibilità di poter fare bottino di ragazzi e belle donne devastasse i loro cuori e i loro animi. Trassero fuori da tutti i palazzi, che uguagliavano il palazzo di Salomone e si avvicinavano alla sfera del cielo, trassero nelle strade strappandole dai letti d’oro, dalle tende tempestate di pietre preziose, le beltà greche, franche, russe, ungheresi, cinesi, khotanesi, cioè in breve le belle dai morbidi capelli, uguali alle chiome degli idoli, appartenenti alle razze più diverse, e i giovinetti che suscitavano turbamento, incontri paradisiaci.”
Questa è la descrizione della presa di Costantinopoli da parte di Maometto II. Il brano è tratto da “Storia del signore della conquista” di Tarsun Beg Kemal, vale a dire che è il racconto ufficiale, quello su cui i bambini turchi studiano la storia. (vale a dire la storia ufficiale dello Stato ai turchi comincia con abbiamo stuprato le donne e i ragazzini).Caida_13

Sicuramente anche i Crociati hanno commesso atti del genere, però hanno dovuto farlo di nascosto: era vietato. E punito. C’era la castrazione e il taglio del naso per un crociato che si facesse pescare con le mani su una donna araba. Noi giudichiamo sempre i Crociati con standard attuali: a quei tempi la ferocia era la norma, al punto tale che la castrazione e il taglio del naso viene minacciato ai loro stessi soldati. I crociati lo hanno fatto, ma poi non lo hanno scritto e sicuramente dove è vietato viene fatto parecchio di meno.fall-constantinople-istanbul-turkey-october-captured-mehmet-panorama-museum-military-istanbul-turke-62964301

Da la realtà dell’orco
La presa di Costantinopoli, invece comincia ufficialmente con: abbiamo messo le mani sulle donne e sui bambini, che avevano il merito di essere belli. Gli altri sono stati passati a filo di spada mentre i difensori agonizzavano sugli spalti su cui i crocefissi si alternavano agli impalati.