LE UNIFORMI DEGLI UFFIZIALI VENETI

Trovandomi a far da consulente agli amici del Veneto Real rinato sulla forma delle marsine dell’ufficiale veneto dell’esercito ho precisato e affermo con certezza assoluta che le code dietro erano aperte con i risvolti. L’unico dubbio mi è sorto alla divisa del Sargente (sergente) riprodotto nel’acquerello del Paravia ma solo per l’ampiezza dei  dei risvolti alquanto larghi, forse troppo. E ho pensato che il buon capitano Paravia avendo ricalcato una stampa di soldati inglesi, il cui originale ci è stato mostrato dal Foramitti, a suo tempo, non le abbia riprodotte per quanto riguarda l’ampiezza. Guardando l’alfiere della stampa paiono più ridotte in questo ultimo caso. Dettagli… Per il resto confermo che le uniformi erano con le code a mo’ di frack, non unite dietro, altrimenti sarebbero sembrate più un paltò che una marsina. E avrebbero dato qualche problema all’uffiziale, montato a cavallo.

Metto di seguito alcune illustrazioni del compianto Francesco Favaloro, ricercatore accurato, che suffraga le mie tesi: egli mi aveva precisato che i suoi disegni erano TUTTI ripresi O ISPIRATI da dipinti e quadri originali, che lui aveva visionato in Italia e in Europa.

da Divise dell'esercito veneziano del '700 ed Filippi

KODAK Digital Still Camera

dall’alto a sin. Uff.le dei Croati a Cavallo 1771,

abito da ufficiale dei Croati a cavallo 1771

piccola uniforme da ufficiale come sopra 1778

Corazziere 1755

corazziere

corazziere epoche seguenti

La seconda figura da sinistra mostra un allievo ufficiale della scuola militare di Verona con la marsina con le code APERTE ricavata da una stampa d’epoca.

Dalla stampa del Paravia

 

Ecco la corretta interpretazione dell’uniforme di un ufficiale da parte del Favaloro, sulla sinistra un Sergente (considerato “basso offizial” ) con le code col bordo ripiegato in entrambi i lati, come era consuetudine per tutti gli ufficiali degli eserciti europei.

Vi sono delle marsine chiuse dietro, sia nelle stampe (Angelo Emo ad esempio) o al museo dell’Arsenal ma si tratta di marsina destinata alla marina, i cui ufficiali non montavano certo a cavallo a bordo delle navi.

Spero di esser stato chiaro.

 


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DIVISE VENETE ULTIME: ARTIGLIERIA ed esercito.

KODAK Digital Still Camera

RIPROPONGO qualche nota per gli amici che volessero cimentarsi nella ricostruzione delle ultime uniformi dell’esercito veneto (così era chiamato, in genere) partendo dall’uniforme riprodotta in una  stampa d’epoca, visibile un tempo al museo Correr. Oggi, per dar spazio alla ricostruzione dell’appartamento dell’Attila dei Veneti, anche questa testimonianza è stata nascosta, a quanto mi riferiscono.

Si tratta di un allievo ufficiale di artiglieria, o cadetto, della scuola militare di Verona (l’altra era a Zara,per uffiziali oltremarini e cavalleria). La divisa nella stampa è blu scuro e il taglio è quello comune a tutti gli ufficiali  della fanteria veneta. Noterete un caschetto particolare, che (confrontato con altre stampe) sulla cresta, forse per le parate, era adornato con piume . Nel servizio comune, per motivi di praticità ne era invece privo.

Noterete la “velada” o marsina, a code, tipo frack, le cui punte NON SI TOCCAVANO ma eran discoste dietro. I risvolti erano presenti,  e variavano nel colore a seconda del corpo (fanteria blu, artiglieria rosse). La marsina arrivava sul dietrro all’incavo del ginocchio. Presenti le ghette nere (in tela robusta, detta all’epoca “di salonicchio” che negli uffiziali eran sostituite da stivaloni fin sopra il ginocchio.

La stampa risale al 1785, se ricordo bene.  E conferma che ormai i colore anche per gli artiglieri era il blu scuro, dopo esser stato prima rosso (quando nacque il reggimento sperimentale) poi “gris de fer”. (Fonti Favaloro Esercito veneziano del ‘700).

offizial,  un alfiere della Fanteria

 

Sopra la versione che ci propone il capitano Paravia, di stanza a Verona nel 1797, all’arrivo di Napoleone. La marsina o velada mi pare la stessa dell’allievo ufficiale di Verona. Bordi ripiegati all’indietro e code separate, come si nota anche nella prima uniforme proposta dell’allievo ufficiale.


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I CAVALIERI DI SAN MARCO, QUELLI VERI.

Croce di cavaliere di San Marco concessa al capitano Giovanni Bronza di Perasto (1730), esposta alla Mostra sui tesori del Montenegro.

 

I CAVALIERI DI SAN MARCO. le origini dell’antica onorificenza militare. l’unica rilasciata dalla nostra Repubblica, assai avara nella concessione di onori, dato che quando un personaggio anche eminente moriva in difesa dello stato l’idea era che “el gaveva fato el dover suo”. Trascrivo qui quanto ha riportato Dan Morel in una sua ricerca unendolo a quanto ho invece trovato personalmente:

“Si dispensino ancora quelle grazie, e beneficio del soldo, agli individui e famiglie del popolo; alle persone di estrazione più civile si promettano in premio cariche, privilegi, titoli d’onor. Si istituisca qualche ordine di cavalleria, si prometta reggimenti e altri avanzamenti onorevoli” così il Magistrato alla Milizia, conforme ai decreti del Senato del 1539 e del 1595 premiava gli atti al valor militare.

Per quanto si sia cercato negli archivi non vi è traccia della data di nascita dell’onorificenza, che pare antica. Vi è tuttavia un documento della concessione di tale onore. Una descrizione dei documenti tratti dal Museo Correr, in uno dei quali riguardanti la relazione di un combattimento, si legge quanto segue:

Il 17 Aprile il capitano Marco Jvanovich con la sua tartana Santissimo Crocefisso e Madonna del Rosario, navigava verso il Regno di Morea. Giunto nelle acque di Patrasso si imbatté in un legno barbaresco che, avendo invano inseguito i due grosso battelli, coperti di bandiera veneta dirigeva a vele spiegate la prora verso la sua tartana. Tenta l’Jvanovich di proseguire celermente la rotta, ma visto inutile ogni sforzo contro la velocità della nave nemica, s’apparecchiava coraggiosamente all’assalto ed innalza l’insegna gloriosa di San Marco, mentre per il legno avversario veniva issata la bandiera di Tripoli.

La disparità delle forze apparve subito evidente.

La nave tripolitana molto più grande avea un equipaggiamento di 200 marinai e 16 cannoni. Che doveva fare il Capitano veneto con i suoi 19 uomini e con solo 8 pezzi di artiglieria? Lo scontro tuttavia era inevitabile e l’Jvanovich risoluto a morire piuttosto che cadere preda nemica, si disponeva a far pagar cara la corsaro la audace impresa.

Un colpo di cannone a salve, quasi gli intima la resa ed egli risponde con una nutrita scarica di artiglieria che fa impegnare vivace e accanita la pugna. Si combatte per ore ed ore continuamente, la tartana veneta respinge per tre volte l’assalto nemico, finché calata la notte, il corsaro, danneggiato nell’equipaggio e nella nave, abbandona l’impresa.

Nella chiesa dei Ss. Giorgio e Trifone degli Schiavoni, a Venezia, esiste un quadro rappresentante l’azione navale che valse a Marco Jvanovich il Cavalierato di San Marco, nel centro al basso del quadro, vi è un medaglione con il ritratto dell’Jvanovich stesso, che con la mano mostra sollevandola, la croce di Cavaliere che gli pende dal lato del petto. E’ quello nella foto sopra.

Al Civico Museo Correr di Venezia si trovano due Croci di “Cavaliere di San Marco” e una collana d’oro con medaglia pure della Repubblica veneta.

Ad una di esse è inoltre unita la relativa fettuccia di sostegno di stoffa, mentre l’altra ha pezzi di catenella veneziana “Manin” riunita all’ estremità da fermagli lavorati a fregi.

Il Serenissimo Doge Alvise Mocenigo conferì nel 1769 il titolo equestre in perpetuo ai Canonici della Cattedrale di Treviso del quale ancor oggi si fregiano.

fonte: www.cavalieridisanmarco.it/storia

 All’inizio furono solo di due forge, d’oro e d’argento, ed erano da considerarsi come “pubblico e onorifico contrassegno per le azioni di segnalato valore”. La decorazione poteva esser concessa esclusivamente ai “Bassi uffiziali e soldati” in conformità ai decreti del Senato “li premi in denaro dovranno essere riservati par gente misera e bisognosa”. All’assegnatario comportava un soprassoldo annuo pari a un mese di paga, se medaglia d’oro e mezza mesata, se medaglia d’argento. Il conferimento della decorazione doveva avvenire con una cerimonia pubblica ed alla presenza dei reparti in armi..

BARTOLOMEO D’ALVIANO E IL PRIMO REGOLAMENTO DEL FANTE

Propongo un breve estratto del regolamento che per primo, tra i comandanti supremi dell’armata veneta, il grande Bartolomeo d’Alviano impose per cercare di frenare la pittoresca e mercenaria armata dell’epoca. Rende bene l’idea di quanto fosse difficile “il mestiere delle armi” con una truppa così poco affidabile. Ed anche per questo motivo, il grande andrea Gritti, volle regolamentare le “cerne” o cernide, considerate moralmente più affidabili (specie dopo la guerra di Cambrai) dell’esercito professionale. Una strada seguita fino ad oggi, dalla vicina Svizzera.

Il primo regolamento aveva più che altro il valore di un codice d’onore:

<< In primis jurino i capi di esser fideli alla illustrissima signoria, et de non mancare maxime a l’honere e debito suo (l’impegno preso con l’arruolamento) in alcuna fatione..

di non tenire in le compagnie sue alcun baratiero, mariuolo, rufiano scandaloso et che venda carte et dadi …

..jurino de far star in ordine de arme e vestimenta li compgni soi et de exercitarli de continuo  aportar e a manezar la lanza, aa camminar (marciare) e a faril manipolo.

non abandonar mai la bandiera: evitar li scandali e risse…

a colui che metterà mano a l’arme, ragione o torto, sarà tagliata la mano destra, e chi ferirà saràappiccato per la gola…

de non tegnir puttane né girare fora dele compagnie…né derobar gli amici ..né di brusare o altramente far dano ne li alozamenti>>

Vista la “ciurma” che si imbarcava, per tutti gli eserciti dell’epoca, i problemi più grossi erano le diserzioni, specie quando si profilava un impegno militare.

Bartolomeo d’Alviano, detto anche “Liviano” (Todi probabilmente, 1455[1] – Ghedi, 7 ottobre 1515), diede anche  lo stimolo alla ricostruzione delle mura di Padova  e porta Pontecorvo ha anche il suo nome: porta Liviana.

Il monastero dei Ss. Ilario e Benedetto, il primo Pantheon dei Dogi

1880, la riscoperta del complesso di sant’Ilario a Fusina

 

Nel IX secolo l’isola veneziana di San Servolo non garantiva più le condizioni minime di vivibilità e così i monaci Benedettini che vi risiedevano furono trasferiti, per volontà del Doge Agnello Partecipazio, sulla terraferma lungo la laguna dove un tempo sorgeva l’antico villaggio romano.
Agnello, il decimo Doge, fu sepolto nella Chiesa di S. Benedetto, vicino al complesso di Sant’Ilario, che lui stesso aveva fatto costruire come Cappella Ducale. La Chiesa di S. Benedetto diventò il primo pantheon della Repubblica perché vi trovarono sepoltura cinque dogi, molti Procuratori di San Marco e altri illustri membri del patriziato veneziano. Il doge è celebrato nel Pantheon Veneto con un busto dello scultore Pietro Lorandini conservato a Palazzo Ducale. Agnello volle fortemente quel monastero come centro i sbocco commerciale e anche presidio militare, assieme ad altri sulla Laguna.

il monastero in una antica mappa, vicino ad un “castrum” una torre difensiva

Con l’atto di donazione firmato da Carlo Magno nell’819, i monaci ricevettero l’uso perpetuo della Cappella Ducale di S. Ilario e i diritti su un gran numero di terreni esenti dalle “gabelle”. Nell’829 il Doge Giustiniano stese il suo testamento, nel quale dichiarò la volontà di lasciare i marmi e le pietre provenienti da Equilio per la costruzione del nuovo monastero e di ben 15 masserie. Da quel momento il nuovo monastero sarà intitolato ai Ss. Ilario e Benedetto. Gli abati acquistarono subito forza e potere lungo il territorio lagunare, al punto di essere considerati dei “principi feudali”. In breve tempo il monastero divenne il fulcro della vita sociale ed economica, favorendo lo scalo merci lungo i canali navigabili e agevolando le comunicazioni via terra. Ad accrescere ulteriormente il potere furono anche i lasciti di alcune famiglie nobili di cui i monaci benedettini beneficiarono. La scelta del ducato di trasferire il monastero sulla terraferma si rivelò strategica per consolidare il controllo politico ed economico.
Tuttavia, la vita del monastero fu sempre condizionata da quella del dogado, e per questo travagliata a causa delle lotte di potere fra le città di Venezia, Padova e Treviso. Inoltre le invasioni dei popoli barbarici lasciarono scie di distruzione anche lungo la laguna: in più di un’occasione il monastero fu preso d’assalto, distrutto e riedificato.
Anche le trasformazioni ambientali non favorirono la vita dei monaci; determinanti furono i tagli del fiume Brenta, effettuati in primo luogo dai padovani alla ricerca di una via navigabile che permettesse loro di arrivare in laguna, evitando di passare sui territori veneziani e pagare i dazi. Quando nel XIII secolo i padovani rafforzarono il loro controllo sui territori del ducato veneziano, i monaci, che in un primo momento accettarono la loro protezione, scelsero di lasciare definitivamente la terraferma, troppo paludosa e inospitale, per trasferirsi nella nuova sede di San Gregorio a Venezia.

Tommaso Temanza documentò per primo, nella sua Dissertazione sopra l’antichissimo territorio di Sant’Ilario, i ritrovamenti di Dogaletto riguardanti la zona vicino alla quale sorgeva il monastero. Dal sito emersero per lo più elementi di epoca romana: frammenti di mosaico, laterizi e ceramiche.

 

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UN PO’ DI STORIA SUL LEONE DI SAN MARCO DI FILIPPI EDITORE

Filippi editore nel 2012 ha pubblicato su facebook una ottima ricerca sulla iconografia del Leone marciano, che vi ripubblico in due sezioni. Mi lascia un poco perplesso però l’ostilità da parte dell’autore di accettare  la storicità del Leone con spada, quando basta recarsi ancor oggi in qualche posto di confine “turbolento” per trovarne degli esemplari superstiti. Mi riferisco al Leone in val Sugana e  a qualche altro ai confini friulani dopo la guerra di Gradisca.  Anche se certamente questo tipo fu senz’altro una variazione “moderna” rispetto a quello con il libro (che non è il vangelo). Ma ve ne furono molte altre. 

SUL LEONE DI SAN MARCO SONO STATE SPESE E, PURTROPPO ANCHE DI RECENTE, SCRITTE PAROLE NON SUFFRAGATE DA RICERCHE STORICHE DOCUMENTATE.
Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.
Tutti i santi sono riconoscibili non solo per i volti, abiti, azioni, ambientazioni ma e soprattutto per l’emblema ovvero San Lorenzo deve avere la graticola, Santa Lucia gli occhi, Sant’Orsola la freccia ecc. Quali santi hanno il volto di leone? L’unico è l’evangelista Marco. Ne diviene pertanto inutile al fine di un riconoscimento attribuire una spada come emblema aggiuntivo. Ricordando che Venezia era sotto l’impero romano d’oriente, non si può sottovalutare che non aveva accettato la schiavitù a differenza dell’impero romano. Se fosse come molti affermano la rappresentazione del leone con la spada la bandiera di guerra, cosa peraltro da dimostrare, mi chiedo perché non venne utilizzata neppure per la Guerra di Lepanto, forse che si può sostenere che è stata una dimenticanza?
In piazza San Marco vengono poste sopra le due colonne “Marco e Todaro” nel XV secolo le due rappresentazioni scultoree di San Marco e di San Teodoro. Anche i recenti studi e restauri hanno appurato che il Leone è ottenuto tramite un assemblamento di vari parti, perché non è stata inserita la spada? È da ritenerla una dimenticanza?
Le prime fonti a cui possiamo e dobbiamo fare riferimento per ricostruire la storia del leone marciano sono costituite dalla visione di Ezechiele che descrive la volta celeste sostenuta dalle ali di “quattro esseri viventi”, seguita poi dalla visione dell’Apocalisse di Giovanni .
Il primo “vivente” era simile a un leone, il secondo aveva l’aspetto di un vitello, il terzo l’aspetto di un uomo, il quarto l’aspetto di un’aquila in volo.
Ed ecco spiegato perché il leone ha le ali.
La simbologia dei quattro evangelisti, divulgatori della parola di Dio, assume questi significati: a San Giovanni l’aquila per l’acutezza teologica del linguaggio, a San Matteo il volto umano perché inizia il Vangelo con la genealogia di Gesù Cristo, a San Luca il vitello perché il Vangelo inizia con il sacrificio al Tempio di Zaccaria, padre del Battista ed a San Marco il leone perché inizia il Vangelo con le tentazioni di Gesù nel deserto.
È doveroso ricordare che per gli uomini del medioevo il santo patrono e soprattutto la presenza del suo corpo costituiva l’unico punto di contatto tra i servi di Dio ed i fedeli.
In questo contesto storico, anche la più piccola delle comunità vuole avere un Patrono con le relative reliquie.
Le prime memorie del leone alato che garriva nei vessilli e negli stendardi risalgono al 1177.

EX CINERIBUS FELTRIS, DALLE CENERI DI FELTRE DISTRUTTA DAGLI IMPERIALI

Feltre veneta con il castello nello sfondo

Quello che accadde a Feltre tra il 1509  e l’anno seguente, sembra una cronaca della II guerra mondiale, con civili e truppe massacrate per rappresaglia senza alcuna pietà (pietà l’è morta diceva una canzone). Ne avevo accennato in un altro articolo, in questo più completo, parto dall’inizio, con l’arrivo della bandiera imperiale a Feltre, contro la volontà dei suoi cittadini, grazie al tradimento di alcuni nobili filo imperiali. Quanto avvenne dopo è un vero film dell’orrore. 

 

All’interno dell’epica generale della guerra di Cambrai, la città di Feltre ha una sua epica particolare. Ridotte all’osso le cose andarono nel modo che segue.il primo luglio 1509, l’imperatore Massimiliano entrò a Feltre senza dover combattere perché alcuni patrizi di spirito filoasburgico (in cittè presenti a quel tempo come oggi) avevano predisposto segretamente ogni cosa. L’imperatore ebbe accoglienza calorosa.
Si cantò il TeDeum in cattedrale e fu organizzato un ballo nel palazzo del comune.
Massimiliano prese alloggio nel Vescovado, e dopo pochi giorni ripartì, lasciando un presidio delle proprie truppe.
Poche settimane tuttavia, e un’altra frazione del patriziato urbano organizzò un blitz, che favorì nottetempo il rientro in città delle truppe veneziane. Seguì a quel punto, il massacro a furor di popolo del presidio imperiale.
Quando la notizia raggiunse Massimiliano, si preparò immediatamente la rappresaglia. Il 3 agosto 1509 furono scorti sotto le mura di Feltre alcuni soldati imperiali a cavallo. Ammazzavano chiunque incontrassero. L’esercito vero e proprio attendeva poco distante, e infine diede l’assalto alla città. Riuscì ad entrarvi.
I mercenari tedeschi dell’imperatore saccheggiarono tutto il possibile ed infine si diedero all’eccidio indiscriminato. Passarono a fil di spada tra i 200 e i 400 feltrini.
Ma nel novembre 1509 Feltre tornò in mano ai veneziani. Venne massacrata una seconda guarnigione imperiale, asseragliatasi nel castello della città (ls torre di Alboino ndr). Furono risprmiati il capitano e due soldati. Al capitano vennero cavati gli occhi. Ai due soldati, che ebbero in consegna il capitano accecato, affinché lo consegnassero all’imperatore, vennero invece amputate le mani.
Non passò nemmeno un anno. Ai primi di luglio del 1510 si diresse verso Feltre un grosso contingente di truppe. Cavalli, fanti. Qualche bocca da fuoco. Sventolava l’aquila a due teste di Massimiliano I-
Bastarono poche cannonate contro le mura, più che altro di avvertimento. Le truppe entrarono in ccittà senza colpo ferire. Porte e finestre erano sprangate. Un silenzio irreale. Gran parte dei feltrini si erano dati alla fuga memore dell’eccidio dell’anno precedente. I veneziani, consci del fatto che Feltre non era difendibile, avevano per tempo sguarnito la città e portato via l’artiglieria pesante…

 

Le truppe imperiali saccheggiarono la città liberamente. Ammazzarono i pochi che incontravano… Sfondarono le porte delle chiese a colpi di colubrina. Bevettero il vino delle cantine. Tre giorni di questo carnevale e una voluta di fumo salì nel cielo. E poi le fiamme. Alte e grandi. Fiamme a non finire. Per tre giorni e tre notti. I tetti sfrigolarono. Insieme alle case, ai libri, alle madie, alle cassapanche e a ogni altra vanità.
Infine si levò un giorno grigio che svelava montagne di cenere e rovine. Odore forte di abbrustolito, io immagino, qua e là macerie fumanti.
Feltre venne rasa al suolo. I documenti non lasciano dubbi. il fuoco divorò il 70 % della città, borghi compresi. Per riprendersi da quel cataclisma ci vollero parecchi decenni. Gli studiosi hanno architettato molte spiegazioni di quanto accadde. Si sostiene ad esempio che siano stati i feltrini stessi ad imbandire quella griglia centigrada per arrostire la canaglia tedesca, come gli abitanti di Mosca all’arrivo di Napoleone. Ma non vi sono dubbi sul fatto che la tecnica del “taglia e brucia”, per l’esercito di Massimiliano I, era una strategia militare di prammatica.

-tratto da La via di Schenèr: Un’esplorazione storica nelle Alpi disponibile on line

 

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VENEZIA “robalegne e vandala” NEL BELLUNESE?

castello di Pieve di Cadore

castello di Pieve di Cadore

Si sa che se a scriver la storia di una Nazione sconfitta è chi ha sposato i princìpi dell’Attila che la distrusse, mal che vada di verità ne resta ben poca, specie a livello popolare. E non è che le cose cambino più di tanto, nell’epoca del wi-fi e della connessione veloce, magari si impiega lo smart phone per dar al caccia ai pokemon, invece che leggere note come le mie o (sarebbe molto meglio) qualche pagina di grandi divulgatori storici, come Alvise Zorzi, Frederic C. Lane e tanti altri.

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castello di Botestagno

Ad Esempio, nel bellunese è convinzione diffusa che Venezia “rubasse la legna” (sic) per usi propri spogliando i boschi. E’ provato storicamente il contrario, invece. il bosco del Cansiglio è un testimone eloquente. Regole severe per un taglio che fu sempre selettivo, e dove i boschi erano di proprietà delle comunità locali, la legna veniva venduta dalle stesse, come anche la pece ricavata incidendo la corteccia degli abeti (pez, chiamati appunto così in dialetto perché fornivano la preziosa ambra).WIN_20160805_17_42_52_Pro

Altro rimprovero riguarda la demolizione di bellissimi castelli: e questo ha qualche fondamento. Solo che i castelli erano quelli dei feudatari, i quali, fino all’arrivo di San Marco, avevano tiranneggiato il popolo più umile, che vide in Venezia una difesa contro le prepotenze dei signorotti locali.

Comunque, la leggenda nera ha riguardato anche i due castelli del Cadore che compaiono nello stemma araldico della comunità. uniti da una catena. Quello di Pieve del Cadore e quello di Botestagno. Almeno per il primo, la fortezza era presente, sia pure trascurata per mancanza di mezzi, con i suoi cannoni fino al 1797; fu poi demolita dagli austriaci e le pietre riciclate per la costruzione della chiesa locale. Nel 1882 l’esercito italiano “sparecchiò” il resto perla costruzione delle fortificazioni.

L’altro castello, il Botestagno, fu messo all’asta dal governo bavarese nel 1808 e venne poi demolito parzialmente per usarne i materiali; nel 1867 il governo austriaco ordinò la demolizione dei resti. Fonte: breve storia del Cadore, di Giovanni Fabbiani edito dalla Magnifica Comunità Del Cadore

Pigafetta, un vicentino intorno al mondo.

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Ad Antonio Pigafetta Vicenza ha dedicato il Liceo classico cittadino, una delle più antiche istituzioni scolastiche. E un monumento sul viale che dalla stazione ferroviaria porta al centro della città, chi arriva viene accolto dall’illustre vicentino alto su una prua  di nave marmorea.La sua fama deriva dall’aver circumnavigato per primo il globo terrestre con Ferdinando Magellano e di averlo descritto.

Eppure della biografia di Pigafetta non si conosce molto, pochi documenti originali e qualche lettera autografa, rare le testimonianze di contemporanei, solo qualche notizia riportata, posteriore al famoso viaggio. Rampollo di una famiglia nobiliare di Vicenza, nato intorno al 1492, solo nel ‘900 si è riusciti a stabilire la paternità, della madre non c’è certezza, visto che il padre, Giovanni Antonino Pigafetta,  si era sposato tre volte. Antonio aveva un carattere portato alla curiosità e alla conoscenza,  era  studioso di scienze, matematica e astronomia.  Trovandosi nel 1519 a Barcellona al seguito del nunzio vicentino Francesco Chiericati  e avendo sentito parlare della spedizione di Magellano, Pigafetta volle intraprendere il viaggio come passeggero pagante, spinto dalla sua curiosità di visitare terre lontane.
pigafetta e magellano
Imbarcatosi sull’ammiraglia Trinidad, non fu subito bene accetto da Ferdinando Magellano, ma ne conquistò  gradualmente la stima, tanto da diventare il suo uomo di fiducia.
Nello scontro con gli indigeni dell’isola di Mactan, nelle isole Filippine,  che vide la morte di Magellano, anche Pigafetta rimase ferito. Dopo la scomparsa di Magellano, Pigafetta assunse un ruolo di maggiore responsabilità nell’equipaggio, in particolare gestendo le relazioni con le popolazioni autoctone. pig4
Fu uno pochi dei superstiti della spedizione, che il 6 settembre 1522 rientrarono in Spagna con la nave Victoria, unica nave rimasta. Nel 1524 Pigafetta  scrisse la Relazione del primo viaggio intorno al mondo, dettagliato resoconto della spedizione,  oggi ritenuto uno dei più preziosi documenti sulle grandi scoperte geografiche del Cinquecento. Il 5 agosto1524 il Senato  della Serenissima gli accordò il privilegio della stampa del suo Diario.
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Inizialmente donato all’imperatore Carlo V°, il diario fu fatto sparire, ritenuto dagli spagnoli una poco gradita testimonianza dell’impresa leggendaria del portoghese  Magellano. Anche Pigafetta fu dall’imperatore frettolosamente congedato. Andato perduto, l’importante diario fu rinvenuto nel 1797 dallo scienziato e letterato  ligure Carlo Amoretti.
Poco si sa anche della morte di Pigafetta, avvenuta forse per una pestilenza, nel 1527 anno del sacco di Roma, vicino a Viterbo.  Altra ipotesi è che sia caduto  in combattimento al largo dell’isola di Modone nel 1531.

IL SERENISSIMO CANNONE A CUSTODIA DELLA CULTURA, A SCHIO VENETA.

13932730_1625861674410308_1317520262957281314_nRingraziamo Paolo Gentin e Alessandro Baggio per la segnalazione. Il cannone languiva sotto i chiostri del sacrario militare della SS Trinità, ed ora, senza clamori, è stato trasportato davanti alla Biblioteca Civica. Come saprete, le migliaia di cannoni della Serenissima furono depredati fino all’ultimo pezzo, o distrutti, dal grande Infame Napoleone Cattivaparte.

Metto il commento de Paolo Gentin a cui ci associamo: Che gran pezzo di STORIA!
Dei 10.000 cannoni che lo #StatoVeneto possedeva prima delle ruberie e devastazioni dell’infame Napoleone… ne sono rimasti ad oggi solo 21!
Di cui uno si trova a Schio nel cortile della bliblioteca civica!
Da valorizzare come si deve!
#WSM

.. e vi rimando a un mio breve articoletto che parla dell’artiglieria veneta

https://www.venetostoria.com/2016/03/come-nacque-lartiglieri-veneta-esercizi-e-prove-le-divise/