IL SERENISSIMO CANNONE A CUSTODIA DELLA CULTURA, A SCHIO VENETA.

13932730_1625861674410308_1317520262957281314_nRingraziamo Paolo Gentin e Alessandro Baggio per la segnalazione. Il cannone languiva sotto i chiostri del sacrario militare della SS Trinità, ed ora, senza clamori, è stato trasportato davanti alla Biblioteca Civica. Come saprete, le migliaia di cannoni della Serenissima furono depredati fino all’ultimo pezzo, o distrutti, dal grande Infame Napoleone Cattivaparte.

Metto il commento de Paolo Gentin a cui ci associamo: Che gran pezzo di STORIA!
Dei 10.000 cannoni che lo #StatoVeneto possedeva prima delle ruberie e devastazioni dell’infame Napoleone… ne sono rimasti ad oggi solo 21!
Di cui uno si trova a Schio nel cortile della bliblioteca civica!
Da valorizzare come si deve!
#WSM

.. e vi rimando a un mio breve articoletto che parla dell’artiglieria veneta

https://www.venetostoria.com/2016/03/come-nacque-lartiglieri-veneta-esercizi-e-prove-le-divise/

L’ABC DELL’ESERCITO VENETO, la gerarchia, l’organigramma.

59777_1582285807731_6033312_nLa pianta organica di un reggimento veneziano nel secondo Settecento comprendeva 515 unità suddivise secondo il seguente ordine gerarchico:colonnello, tenente colonnello, sergente maggiore, aiutante, sei cadetti,  cappellano, chirurgo, ragioniere, armaiolo, esperto di fucili, artigiano, tamburo maggiore, sei capitani e altrettanti tenenti, tre capitani tenenti, nove alfieri e altrettanti sergenti, diciotto caporali, sei pifferi, nove tamburi – posti riservati ai figli di sottufficiali e soldati in servizio permanente – quarantotto granatieri e 384 fucilieri in rango e fila. La prima compagnia era denominata colonnella, la seconda tenente colonnella, la terza sergente maggiore, mentre le rimanenti sei erano indicate coi nomi dei rispettivi capitani.

Effettivi dell’esercito nel 1793:

Terra Ferma 3.379 unità

Lido             3.674

Dalmazia     6.668

Levante          582         per un totale di 14.303 unità (dai pièdilista conservati all’archivio di stato di Venezia.

Brano tratto da “La difesa militare della terraferma veneta nel settecento”, di Sergio Perini. Libreria editrice.

A questo numero si debbono aggiungere 2000 cavalieri. Le cernide non sono conteggiate.

GUERRIERO DALMATINO, POTREBBE ESSERE UNA CRAINA DI INIZIO SEICENTO

questa bella ricostruzione è presente in un museo croato. potrebbe essere benissimo una craina veneto-dalmata. vestito in pelle, con la classica spada ricurva di foggia orientale. data 1630 circa.

Come ho già scritto, le Craine eran soldati di leva equivalenti alle Cernide del territorio dello Stato da Tera, e il nome indicava in origine i militi preposti al pattugliamento dei confini con l’Austria e l’Ungheria, oltre che col territorio dell’impero ottomano.

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IL MISTERO DEL CAPPOTTO DI SALONICCO DELLA FANTERIA VENETA

con la collaborazione di Teresa Davanzo.

cappotti di marina, differisconoda quellidi fanteria solo per le mostre e il colletto (bianchi per la fanteria)

cappotti di marina, differisconoda quellidi fanteria solo per le mostre e il colletto (bianchi per la fanteria)

Quando iniziai a documentarmi sull’abbigliamento dell’esercito veneziano, e in particolare della fanteria, mi imbattei quasi subito in un piccolo mistero, riguardante i cappotti in uso per la stagione fredda. Infatti, in un vetusto quanto prezioso volumetto, scritto da Federico Paleologo Oriundi nel 1912, compare la dettagliata e documentata descrizione delle uniformi in uso nell’ultimo periodo (e anche di quelle precedenti) e riguardo al cappotto trovai scritto:

Il cappotto d’inverno era di panno turchino, con bottoni di ottone”, e fin qui le cose furono subito facili, poiché, recandomi al museo dell’Arsenale a Venezia, potei ammirare proprio due di questi pastrani (il termine in uso allora era “veladoni”) sia pure in uso alla marina. Differivano da quelli della fanteria unicamente per il colore delle mostre, rosse al posto di bianche, ma per il resto dobbiamo credere che fossero della forma propria a tutte le forze armate dell’epoca. Il difficile era capire a cosa si riferiva la descrizione che seguiva poche righe dopo: “Nella stagione invernale, pei servizi notturni di sentinella, ronda ecc, avevano a carico della finanza dello stato, un cappotto di lana, la cui forma era simile a quella dei cappotti dei pescatori Chioggiotti.(Capoti di Salonicchio, così si trovavano elencati nelle note di vestiario sui ruoli delle compagnie)”.

pescatori chioggiotti

pescatori chioggiotti

Orbene, per quanto abbia cercato in questi anni, sembrava che immagini di pescatori chioggiotti con quel cappotto non ve ne fossero, fino a quando non strinsi amicizia con la signora che firma l’articolo, e che considero una chioggiotta “honoris causa”, tanto è l’amore che dimostra per questa città carica di storia e tradizione. Ella  si mise in moto e in poco tempo, con la caparbietà tipica delle signore quando sono animate  da una giusta causa, riuscì a fornirmi la documentazione iconografica necessaria.59855_1578826601253_2243215_n E così, oggi, per la prima volta, possiamo farci un’idea del soldato veneto nei momenti di servizio più gravoso, di guardia sotto le intemperie, o di ronda durante un clima freddo. Nelle illustrazioni vediamo due versioni, una piuttosto corta, a giaccone, e una più ampia, a mantello, ed è credo a questa che dobbiamo pensare come alla più adatta per le esigenze di servizio, La stoffa era di lana grezza tessuta fittamente (questo indica il termine stoffa di Saloniccio o Salonicchio), con fodera, e certamente erano presenti due capaci tasche in cui magari infilare la pipa oltre che a qualche accessorio per il fucile. E’ probabile, come  negli altri eserciti contemporanei, che il caschetto tipico di foggia austriaca, fosse anche sostituito con un più comodo berretto di panno, o magari un tricorno.

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devo aggiungere una postilla: il cappotto di Salonicco oltre che essere usato dalla fanteria veneta e dai pescatori di Chioggia, era in uso nelle antiche galee della Serenissima, come risulta evidenta dalla stampa di Cesare Tiepolo che risale al 1590. una straordinaria continuità, credo unica, di una veste attraverso le cui vicende si ricostruisce tutta la storia dello stato veneto.  (vedi foto ultima)

bibliografia:

i corsi nella Fanteria Italiana della Serenissima Repubblica di Venezia di F. Paleologo Oriundi 1912, Venezia

LE CERNIDE VERONESI. COME ERANO ORGANIZZATE ALLA VIGILIA DELLE PASQUE

Di Nicola Cavedini, storico “tradizionalista”.

180617_1824239936433_416979_nA Verona nel marzo 1797, da documenti inoppugnabili, risulta che sia stato attivato per l’ultima volta il sistema delle cernide (come da te correttamente intese). Erano divise in turni settimanali da circa 3000 uomini ciascuna pagati 20 soldi il dì.
>Ecco il documento pubblicato nell’agosto 1880 sulla rivista ARCHIVIO STORICO VERONESE, di O. Perini.

“PIANO PER L’ARMAMENTO DEL TERRITORIO VERONESE (MARZO 1797)
>[183] Saranno giornalmente in azione tre mila uomini di Comuni, distribuiti per Centurie, e serviranno il corso d’una intera settimana, incominciando dalla mattina di Domenica e si dimetteranno immediatamente all’arrivo de’ sostituiti. A questi soldati comuni in azione per ora verrà contribuita la giornaliera paga di soldi 20 per cadauno, non escludendo la [184] generosa volontaria offerta di chiunque servir volesse senza paga.download

Le Centurie, oltre i Caporali, Sergenti, e loro rispettivi capi di Cento, avranno per ogni quattro Centurie due soggetti destinati degli ordini Civico e Territoriale, e due Uffiziali di truppa di Linea, onde vengono nel miglior modo condotti. I soldati comuni saranno forniti di fucile e munizioni, non che d’ogni altra forma che si credesse opportuna.

Nella rassegna da farsi porterà ciascuno le sue armi e munizioni, ed a quelle che non si trovassero opportune, verrà dal pubblico sostituito l’occorrente. Saranno prescelti gli opportuni Comandanti in capite che vegliar dovranno sul Piano Militare ed al buon governo della Truppa destinata alla laudevole impresa suddetta.images

Dal corpo de’ Comunisti della Provincia veronese saranno trascelti ed arruolati tanti de’ più abili a portare l’armi sino al numero di 3oooo, e sarà dovere di ciascheduno individuo arruolato l’esser pronto ad un cenno colla persona, armi e munizioni.PASQUE-VERONESI1

Dalla Truppa di Linea, così d’Infanteria come di Cavalleria verrà prescelto un grosso corpo, che formerà lo Stato Maggiore; e questo prenderà la sua posizione in quei luoghi e punti che saranno creduti i più opportuni. Verranno staccati alcuni minori corpi di Cavalleria che serviranno d’appoggio alli [185] soldati comuni di Cernida e nel caso porteranno, in figura d’Ordinanza, le Superiori Commissioni.maxresdefault

L’Artiglieria sarà assistita da’ rispettivi Artiglieri e dal corpo dei Bombardieri. Il presente Piano provisionale servirà di norma fino ad ulteriori providenze, eccitandosi il zelo de’ figli della Patria a continuar a dar le spiegate luminose prove del loro fermo valore e costante attaccamento così al Paterno Veneto Governo come alla Patria, sicuri d’essere sempre riguardati come degni della più affettuosa e tenera riconoscenza.

 

GLI SCHIAVONI, GRANDI GUERRIERI, MA QUANTO A DISCIPLINA …

download (2)Ne dà un sunto del carattere il Salimbeni, che diresse tra le altre cose, la scuola Militare di Verona che formava gli ufficiali veneti. Ecco come li descrive:

Più robusti per natura gli Oltremarini de gli Italiani (con questo nome si designava la truppa di linea Veneta), ed atti a tollerar la fame e le ingiurie delle intemperie, e fin da fanciulli avezzi a trastullarsi colle pistole e gli archibugi, presentano migliori disposizioni per formar un soldato; ma, o imbarcati, o divisi e suddivisi nei posti di frontiera per in vigilare alla peste, o destinati a scorta di carovane e di forzati, non conoscean propriamente che fosse fila, che fossero soggezione e disciplina, anima della milizia… – dispaccio del 25 ottobre 1785 del Sargente General Salibeni, Dalmazia –download (1)

Furono comunque il nerbo della resistenza, assieme al Reggimento Treviso, dei veronesi contro i francesi durante i moti delle Pasque, e la loro fedeltà era e rimase proverbiale.

Sclavone, derivato dal greco Σλάβος, Slabos, e dal neo-latino Sclabus o Sclavus (da cui il termine “sclavinie” o schiavonie, al singolare schiavonia, per indicare i territori balcanici, già sotto la sovranità bizantina, finiti sotto il controllo dei popoli slavi durante il VI e VII secolo), si indicavano globalmente, al principio dell’età medievale, quelle stirpi di origine e provenienza più o meno diversa tra loro (identificate nella famiglia slava), che, al termine della trasmigrazione dei popoli slavi, avevano compiuto devastazioni (magari sottostando ad altre tribù barbare, come ad esempio gli Avari), in gran parte del Norico, della Pannonia e dell’Illirico.

Il territorio nel quale, alla fine, si insediarono fu sostanzialmente quello compreso tra il fiume Drava o levante ed il Monte Albion (cioè il Nevoso) a ponente esteso poi, a mezzogiorno, dalla Macedonia fin oltre lo spartiacque dinarico giungendo a ridosso delle città dalmate del litorale e delle principali isole, mantenutesi latine.

Col passare del tempo il termine cominciò però ad assumere anche altri significati, sia parzialmente legati ancora all’indicazione dei popoli slavi, sia in maniera indipendente da questo con

Nella Serenissima Repubblica con schiavoni si intendevano gli abitanti non latini dei domini veneti dell’Adriatico orientale e per estensione dell’intero entroterra.

Gli schiavoni erano inquadrati nel dominio veneziano tra i possedimenti oltremarini del cosiddetto Stato da Mar e amministrati in una serie di province facenti capo ad una città e al suo contado, denominate Reggimenti e godenti di ampie autonomie, sotto il controllo dei magistrati inviati da Venezia.

Trattandosi di genti appartenenti ai domini oltremarini, gli Schiavoni servivano nella flotta veneziana, con l’obbligo di fornire un dato numero di galee allo Stato e contingenti di truppe, dette appunto Schiavoni.