L’ABC DELL’ESERCITO VENETO, la gerarchia, l’organigramma.

59777_1582285807731_6033312_nLa pianta organica di un reggimento veneziano nel secondo Settecento comprendeva 515 unità suddivise secondo il seguente ordine gerarchico:colonnello, tenente colonnello, sergente maggiore, aiutante, sei cadetti,  cappellano, chirurgo, ragioniere, armaiolo, esperto di fucili, artigiano, tamburo maggiore, sei capitani e altrettanti tenenti, tre capitani tenenti, nove alfieri e altrettanti sergenti, diciotto caporali, sei pifferi, nove tamburi – posti riservati ai figli di sottufficiali e soldati in servizio permanente – quarantotto granatieri e 384 fucilieri in rango e fila. La prima compagnia era denominata colonnella, la seconda tenente colonnella, la terza sergente maggiore, mentre le rimanenti sei erano indicate coi nomi dei rispettivi capitani.

Effettivi dell’esercito nel 1793:

Terra Ferma 3.379 unità

Lido             3.674

Dalmazia     6.668

Levante          582         per un totale di 14.303 unità (dai pièdilista conservati all’archivio di stato di Venezia.

Brano tratto da “La difesa militare della terraferma veneta nel settecento”, di Sergio Perini. Libreria editrice.

A questo numero si debbono aggiungere 2000 cavalieri. Le cernide non sono conteggiate.

IL MISTERO DEL CAPPOTTO DI SALONICCO DELLA FANTERIA VENETA

con la collaborazione di Teresa Davanzo.

cappotti di marina, differisconoda quellidi fanteria solo per le mostre e il colletto (bianchi per la fanteria)

cappotti di marina, differisconoda quellidi fanteria solo per le mostre e il colletto (bianchi per la fanteria)

Quando iniziai a documentarmi sull’abbigliamento dell’esercito veneziano, e in particolare della fanteria, mi imbattei quasi subito in un piccolo mistero, riguardante i cappotti in uso per la stagione fredda. Infatti, in un vetusto quanto prezioso volumetto, scritto da Federico Paleologo Oriundi nel 1912, compare la dettagliata e documentata descrizione delle uniformi in uso nell’ultimo periodo (e anche di quelle precedenti) e riguardo al cappotto trovai scritto:

Il cappotto d’inverno era di panno turchino, con bottoni di ottone”, e fin qui le cose furono subito facili, poiché, recandomi al museo dell’Arsenale a Venezia, potei ammirare proprio due di questi pastrani (il termine in uso allora era “veladoni”) sia pure in uso alla marina. Differivano da quelli della fanteria unicamente per il colore delle mostre, rosse al posto di bianche, ma per il resto dobbiamo credere che fossero della forma propria a tutte le forze armate dell’epoca. Il difficile era capire a cosa si riferiva la descrizione che seguiva poche righe dopo: “Nella stagione invernale, pei servizi notturni di sentinella, ronda ecc, avevano a carico della finanza dello stato, un cappotto di lana, la cui forma era simile a quella dei cappotti dei pescatori Chioggiotti.(Capoti di Salonicchio, così si trovavano elencati nelle note di vestiario sui ruoli delle compagnie)”.

pescatori chioggiotti

pescatori chioggiotti

Orbene, per quanto abbia cercato in questi anni, sembrava che immagini di pescatori chioggiotti con quel cappotto non ve ne fossero, fino a quando non strinsi amicizia con la signora che firma l’articolo, e che considero una chioggiotta “honoris causa”, tanto è l’amore che dimostra per questa città carica di storia e tradizione. Ella  si mise in moto e in poco tempo, con la caparbietà tipica delle signore quando sono animate  da una giusta causa, riuscì a fornirmi la documentazione iconografica necessaria.59855_1578826601253_2243215_n E così, oggi, per la prima volta, possiamo farci un’idea del soldato veneto nei momenti di servizio più gravoso, di guardia sotto le intemperie, o di ronda durante un clima freddo. Nelle illustrazioni vediamo due versioni, una piuttosto corta, a giaccone, e una più ampia, a mantello, ed è credo a questa che dobbiamo pensare come alla più adatta per le esigenze di servizio, La stoffa era di lana grezza tessuta fittamente (questo indica il termine stoffa di Saloniccio o Salonicchio), con fodera, e certamente erano presenti due capaci tasche in cui magari infilare la pipa oltre che a qualche accessorio per il fucile. E’ probabile, come  negli altri eserciti contemporanei, che il caschetto tipico di foggia austriaca, fosse anche sostituito con un più comodo berretto di panno, o magari un tricorno.

————–

devo aggiungere una postilla: il cappotto di Salonicco oltre che essere usato dalla fanteria veneta e dai pescatori di Chioggia, era in uso nelle antiche galee della Serenissima, come risulta evidenta dalla stampa di Cesare Tiepolo che risale al 1590. una straordinaria continuità, credo unica, di una veste attraverso le cui vicende si ricostruisce tutta la storia dello stato veneto.  (vedi foto ultima)

bibliografia:

i corsi nella Fanteria Italiana della Serenissima Repubblica di Venezia di F. Paleologo Oriundi 1912, Venezia

GLI SCHIAVONI, GRANDI GUERRIERI, MA QUANTO A DISCIPLINA …

download (2)Ne dà un sunto del carattere il Salimbeni, che diresse tra le altre cose, la scuola Militare di Verona che formava gli ufficiali veneti. Ecco come li descrive:

Più robusti per natura gli Oltremarini de gli Italiani (con questo nome si designava la truppa di linea Veneta), ed atti a tollerar la fame e le ingiurie delle intemperie, e fin da fanciulli avezzi a trastullarsi colle pistole e gli archibugi, presentano migliori disposizioni per formar un soldato; ma, o imbarcati, o divisi e suddivisi nei posti di frontiera per in vigilare alla peste, o destinati a scorta di carovane e di forzati, non conoscean propriamente che fosse fila, che fossero soggezione e disciplina, anima della milizia… – dispaccio del 25 ottobre 1785 del Sargente General Salibeni, Dalmazia –download (1)

Furono comunque il nerbo della resistenza, assieme al Reggimento Treviso, dei veronesi contro i francesi durante i moti delle Pasque, e la loro fedeltà era e rimase proverbiale.

Sclavone, derivato dal greco Σλάβος, Slabos, e dal neo-latino Sclabus o Sclavus (da cui il termine “sclavinie” o schiavonie, al singolare schiavonia, per indicare i territori balcanici, già sotto la sovranità bizantina, finiti sotto il controllo dei popoli slavi durante il VI e VII secolo), si indicavano globalmente, al principio dell’età medievale, quelle stirpi di origine e provenienza più o meno diversa tra loro (identificate nella famiglia slava), che, al termine della trasmigrazione dei popoli slavi, avevano compiuto devastazioni (magari sottostando ad altre tribù barbare, come ad esempio gli Avari), in gran parte del Norico, della Pannonia e dell’Illirico.

Il territorio nel quale, alla fine, si insediarono fu sostanzialmente quello compreso tra il fiume Drava o levante ed il Monte Albion (cioè il Nevoso) a ponente esteso poi, a mezzogiorno, dalla Macedonia fin oltre lo spartiacque dinarico giungendo a ridosso delle città dalmate del litorale e delle principali isole, mantenutesi latine.

Col passare del tempo il termine cominciò però ad assumere anche altri significati, sia parzialmente legati ancora all’indicazione dei popoli slavi, sia in maniera indipendente da questo con

Nella Serenissima Repubblica con schiavoni si intendevano gli abitanti non latini dei domini veneti dell’Adriatico orientale e per estensione dell’intero entroterra.

Gli schiavoni erano inquadrati nel dominio veneziano tra i possedimenti oltremarini del cosiddetto Stato da Mar e amministrati in una serie di province facenti capo ad una città e al suo contado, denominate Reggimenti e godenti di ampie autonomie, sotto il controllo dei magistrati inviati da Venezia.

Trattandosi di genti appartenenti ai domini oltremarini, gli Schiavoni servivano nella flotta veneziana, con l’obbligo di fornire un dato numero di galee allo Stato e contingenti di truppe, dette appunto Schiavoni.

I PICCHIERI VENEZIANI DEL SEICENTO. ARMI, TECNICA DI COMBATTIMENTO

385900_2850238025744_1648612147_nIl sergente aveva, come arma distintiva di grado, l’alabarda, alta poco più di due metri.
Il picchiere era armato di lunga picca. Nel 1641 Fabio Gallo, che era stato al servizio di Venezia, pubblicava nella città lagunare “La Fucina di Marte. Disciplina universal dell’arte militare”. Ivi scriveva che “la picha, che si adopera in guerra…deve esser longa piedi 15” (cioè metri 5,20)”
Il legno era di frassino, con due lunghe barre metalliche verso la cima a protezione dei colpi di spada.

Il soldato indossava”il corsaletto” (corazza), petto e schiena protetti, con due prolunghe (scarselloni) per il ventre e le cosce. Ma non tutti li avevano, solo le prime file, e nel 1573 si stabilì che almeno il 20% avesse l’armatura. A protezione del capo usavano il morione o bacinetto (a seconda della forma e della presenza di cresta).Pike_and_shot_model

Il peso di tutto, compresi gli eventuali spallacci raggiungeva i 15 chili a cui si doveva aggiungere la spada. Necessitavano uomini robusti e gagliardi, a differenza dei moschettieri e archibusieri, e infatti anche il Savorgnan scrisse nel 1599: “Il corsaleto, e la picca s’han da dare ai più forti, e possenti”.picca_impugnatura_svizzera-1024x682

I movimenti delle picche richiedevano coordinamento e molto esercizio, dato che erano sincroni, e le principali posizioni erano:
sull’attenti (picca verticale, tenuta sulla destra, la mano sin stesa sul fianco).
In marcia ( picca quasi in veritcale poggiata sulla spalla destra).
Posizione di attacco (picca orizzontale all’altezza della spalla)
Posizione di difesa ( si piantava la picca a terra, poggiando l’interno del piede sinistro sopra, era sostenuta dalla sinistra mano, e la destra poggiava sull’elsa della spada, pronti all’estrazione).

riassunto
da “Esercito veneziano del 600” di Alberto Prelli dis. Di Franco Finco ed. Filippi Venezia 1993

I DRAGONI VENETI

DRAGONI INEDITO DI FAVALORO

DRAGONI INEDITO DI FAVALORO

DRAGONI A CAVALLO VENETI
Inizio settecento da un inedito di Francesco Paolo Favaloro

Abbiamo la fortuna di avere in facebook una bella tavola di Favaloro, non pubblicata nella sua opera “L’esercito veneziano del 700, disegni e schizzi”. E’ una delle molte, purtroppo sconosciute, che lui custodiva nel suo archivio e ci sembra giusto presentarla adeguatamente, basandoci su quanto egli ha riportato.
Eccovi un riassunto.

I Dragoni erano dei cavalieri ma in realtà eran considerati dei fanti a cavallo, quindi una truppa di linea che poteva essere spostata con celerità. Furono impiegati da tutti gli eserciti, anche come cavalleria vera e propria. Per queste loro funzioni indossavano le divise della fanteria con adattamenti, tipo gli stivaloni, per il loro impiego equestre.
All’inizio del secolo erano divisi in dragoni italiani e esteri. I primi erano veneti, i rimanenti di varie nazionalità, tra cui la napoletana e altri italini con francesi e tedeschi.

Ogni compagnia per un totale di dieci, comprendeva un comandante, un capitan tenente, una cornetta (alfiere), un sergente, tre caporali e un tamburo più altri militi smontati addetti ai servizi. La compagnia comprendeva una cinquantina di elementi. Diversa era la consistenza dei dragoni esteri, molto più ridotta.

Venendo alla tavola presentata, abbiamo un dragone a cavallo con l’uniforme del primo 700, composta da tricorno (una novità, all’epoca) con coccarda turchina, una “velada” (sopraveste) rosso scarlatto (il cremisi era riservato agli oltremarini) con mostre blu turchino ai risvolti delle maniche. La velada ancora non prevedeva il colletto. Rosse erano anche le brache. Sotto la velada una “camisiola” sempre dello stesso colore.

La buffetteria era in cuoio naturale, composta da un cinturone per la spada dritta di tipo “alemanno o albanese”. L’armamento comprendeva anche un fucile e due pistole da fonda. La gualdrappa del cavallo rossa con bordatura bianca. Idem per le fondine.
Sul davanti vediamo a sin. un ufficiale dello stesso periodo mentre sulla destra un dragone appiedato con la divisa adottata dopo il 1724. la sopravveste diventa turchina e vediamo una tracolla per la spada e la giberna posta sul davanti.

“PRIMA NELLA BATTAGLIA” IL MOTTO DELLA NAVE DEL MOROSINI.

in certamine prima, motto della nave del Morosini

in certamine prima, motto della nave del Morosini

“IN CERTAMINE PRIMA”.. prima nella battaglia, era il motto della nave del gradissimo Condottiero veneto  (cerchiamo di scriverlo al posto dell’indefinito cittadino italiano che a quell’epoca era solo una attribuzione geografica culturale, e come del resto Lui, Marc’Antonio Bragadin e tanti altri avrebbero gradito). Un delizioso dipinto conservato nel Museo Correr, illustra in maniera un po’ naif ma efficace il primo scontro navale, che lo vide protagonista, nella sanguinosa guerra di Candia.

Il motto fu poi ripreso dagli amici del Reggimento storico “Veneto Real” al momento della rifondazione, avvenuto nel 2002 nella chiesa di San Giacometo a Venezia. Infatti quel reggimento fu voluto dal Morosini stesso, pare, durante quella guerra. A quel Reggimento di Fanteria fu assegnato il numero uno, ed aveva la precedenza durante le parate. Il termine ‘Real’ si pensa che indicasse un reggimento di prestigio, di rappresentanza. Questo ci disse il compianto storico siculo veneto Francesco Favaloro.

Ecco cosa compare sotto il quadro, come descrizione dell’evento: FRANC. MOROSINI SOPRACOMITO NEL PRIMO COMBATTIMENTO MARITTIMO DELLA GUERRA DI CANDIA VA’ PRIMO SOPRA TUTTI AD ASSALTARE LA PIU’ GRANDE DELLE NAVI TURCHE, NELLE ACQUE DI MILO, PER CORRISPONDERE ALL’IMPEGNO PRESO NEL MOTTO DA LUI FATTO SCRIVERE SOTTO L’INSEGNA DELLA SUA GALERA, QUALE DICEVA: IN CERTAMINE PRIMA (prima nella battaglia) UNA GRANDE BORASCA SEPARA LA BATTAGLIA, CHE CONTINUO’, MOLTO, E SANGUINOSA. OTT. 1645

IL TRICORNO FUORI ORDINANZA DELL’OLTREMARINO

12530_10201044753071676_1562114157_n (1)Divisa da bassa montura (da caserma) di oltremarino, ultima uniforme. il tricorno è fuori ordinanza dato che era prescritto il copricapo etnico. Era il governo veneto stesso che chiedeva agli schiavoni di usare il berretto della loro etnia, ma molto spesso i militi erano attratti dalla moda dei borghesi. Infatti intorno al 1780, il Savio alla Scrittura – ovvero il Ministro della difesa- , o chi per esso, emise una ‘circolare’ (oggi diremmo così) che invitava gli oltremarini a non usare il tricorno. Quanto poi essi la osservassero, non sappiamo. Ma conoscendo il loro carattere ribelle, abbiamo seri dubbi… 🙂 . Il tricorno è adorno di una coccarda ‘chermisina’ – color cremisi. Lo stesso colore di fondo delle bandiere dei reggimenti oltremarini (a scacchi rossi e bianchi) . Insomma.. se si ricostruisce una uniforme, non ci si veste alla cazzo di cane, come si. diceva in caserma nella mia gioventù ormai lontana 🙂

UN BELLISSIMO ‘FUMETTO’ CONSERVATO AL CORRER DEDICATO ALLE VITTORIE DEL MOROSINI

Scenes of the naval battles of Francesco Morosini, (1618-1694),admiral of the Venetian fleet, elected Doge in 1688,died in his galley during the battle of Nauplia.Morosini overruns the Turkish camp at the river Aspro and burns fortified places. September 1684

September 1684

Sono più tavole dipinte in maniera didascalica illustrativa, da un anonimo pittore veneto, che illustrano le grandi vittorie del condottiero veneziano Francesco Morosini durante la guerra di Morea. Morosini fu un uomo che dedicò ogni giorno della sua vita adulta alla Patria veneta. Tanto che imbarcatosi giovinetto per servire in una galea, ritornò nella amata Venezia solo dopo una quarantina d’anni, se ben ricordo.

La tecnica di un tempo, per illustrare le imprese degli Eroi e della Patria comune, come anche il sentimento religioso, mancando gli strumenti moderni, erano affidati ai libri, per i più dotti dei cittadini, e alla pittura, per il popolo comune. Il quale poteva leggere (l’alfabetizzazione nello stato veneto era abbastanza diffusa) sulla didascalia l’impresa o il fatto illustrato.MOROSINI03

Qui troviamo scritto, proprio come in una tavola di un fumetto moderno, l’avvemimento, ed abbiamo un ponte tra passato dei nostri Avi e il presente: riporto il testo.

FRANCESCO MOROSINI KAVALIER (DI SAN MARCO) E CAPITANO GEN.LE BATTE IN CAMPAGNA AL FIUME ASPRO, NOMINATO ANTICAMENTE ACHELOO IL CAMPO TURCHESCO CON MORTE E SCHIAVITU’ NOTABILE DEI NEMICI, ED ESTESA GRANDE DI ACQUISTI NE TERRITORI DEL ZEROMERO, VALPO, NATALICO,  E CON L’INCENDIO DI PIU’ CASTELLI.  SETT. 1684.

OGGI PARLIAMO DELLE ‘CRAINE’, AFFINI ALLE ‘CERNIDE’ SOLDATI DI LEVA D’OLTREMARE

LE CRAINE 314940_2329501007644_4301011_n
L’esercito veneto nel 700 presentava caratteristiche particolari, essendo composto da milizie professioniste, ma anche da cernide e da CRAINE. All’esercito professionale con ferma rinnovabile appartenevano i soldati di fanteria divisi in sedici reggimenti, la cavalleria e un reparto di artiglieria. A questi dobbiamo aggiungere dieci più uno di compagnie sciolte di oltremarini (considerati “soldati nazionali”).316243_2329498007569_7580783_n

Le cernide invece erano soldati di leva vera e propria, provenienti dal contado di terraferma, e man mano l’addestramento periodico per le “mostre” si andò trasformando dopo il 1787 in ferma paragonabile a quella dell’esercito professionale. Indossavano anche essi vero fine’700, le uniformi dell’esercito regolare, tranne forse per le milizie di confine quali erano i reparti dell’altipiano di Asiago e altri delle valli bergamasche.305260_2329502607684_5386742_n

Le Craine erano le milizie d’oltremare, provenienti dalla Dalmazia, e comprendevano quindi varie etnie come la croata, la serba e l’albanese. Organizzate in centurie a capo delle quali vi era un ufficiale dell’esercito veneziano, esse indossavano i panni nazionali, ed erano impiegate nella vigilanza dei confini, in azioni di guerriglia e contro guerriglia contro il turco.

il manico veniva ricavato da un osso di agnello

il manico veniva ricavato da un osso di agnello

Il nome deriva dal termine CRN che significa “confine” e per estensione guardia di confine.
L’armamento si deve supporre che fosse di tipo balcanico (ne abbiamo un esempio chiaro nella raffigurazione del “carabiniero” del Grevenbroch), e poteva comprendere uno slanciato fucile istoriato dal calcio molto ricurvo, una o due pistole, pugnale caratteristico chiamato “jatagan” di foggia turchesca, e una spada. Questa poteva essere l’immancabile “schiavona” veneziana o una specie di scimitarra anche essa di influenza orientale. Nella foto uno schiavone dalmatino appartanente a una craina.

guardia del corpodella fam Morosini, un 'carabibiero' , una craina che scortava le cariche pubbliche

guardia del corpodella fam Morosini, un ‘carabibiero’ , una craina che scortava le cariche pubbliche

Per la ‘mise’ nelle foto: ho ricostruito in base a stampe antiche, una specie di uniforme di fine Seicento, inizio Settecento, che comprende:

un gilet di panno blu con alamari corti gialli,

un berrettone floscio (li vediano in uso nei quadri del Canaletto a dalmatini, ma anche a pescatori della laguna e popolani)  ornato da un bottone di pelo che fa da base a tre penne di uccelli simboleggianti la Trinità (si ribadiva un tempo di esser cristiani con orgoglio, in contrapposizione al Turco che premeva sui confini della Dalmazia ),

brache aderenti, con laccioli sui polpacci

stivaletti in pelle non lavorata.  Con immancabile pipa di terracotta smaltata 😉

Armamento leggero con pistola di fine seicento, jatagan, e immancabile spada schiavona, fabbricata all’epoca, nel bellunese. Fornimenti del fodero in ottone.

Altro sull’argomento https://www.facebook.com/notes/milo-boz-veneto/i-tre-colori-delle-milizie-territoriali-della-serenissima/10153000052425430/

LA BANDIERA DELLA FANTERIA VENETA. ALTRA VARIAZIONE SUL TEMA DEI GONFALONI.

BANDIERA DI UN REGGIMENTO DI FANTERIA fine 700 Da un quadro di Spiridione Zerbini del 1783 Disegno di Francesco Paolo Favaloro

BANDIERA DI UN REGGIMENTO DI FANTERIA fine 700
Da un quadro di Spiridione Zerbini del 1783
Disegno di Francesco Paolo Favaloro

Le bandiere reggimentali di fanteria di linea veneziana all’inizio del 700 presentavano il fondo blu, tranne che per i reggimenti degli oltremontani e degli oltremarini, questo in concomitanza con l’adozione della coccarda sul cappello (Regolamento Molin). Il turchino era e deve considerarsi ancora, il colore della nazione veneta, fin dai tempi risalenti all’epoca romana (venetus in latino significa anche azzurro).
La forma nel 700 è sempre stata quadrata, e raggiungeva i due metri e mezzo di lato.
Successivamente, con la riforma Shulenburg, le bandiere divennero bianche e il leone viene raffigurato con spada, col libro, o con la croce. Erano presenti solo due bandiere (abolite quelle di compagnia), e cioè quelle del colonnello e del suo vice, con gli eventuali stemmi dei casati. Se il “graduato” (così si indicavano indistintamente gli ufficiali) non era di stirpe nobile non compariva alcun stemma, che pensiamo, vedendo il disegno del Favaloro, fosse posizionato a lato, in alto.
Nel caso dei reggimenti di città (Treviso, Verona Padova, Polesene), si può pensare che comparisse, oltre all’araldica del colonnello, anche quella della città a cui era titolato il reggimento e a cui la città stessa contribuiva per le spese di mantenimento.

https://venetostoria.com/2016/04/27/alfiere-veneziano-di-fanteria-prima-meta-del-700/