NOSTALGIA, DE ON MONDO CHE NO TORNARA’ PIU’

picoi e grandi, se lavorava tuti insieme

Ti me ga fato vegnér i oci lucidi, tesoro mio… mi no gavevo ea stala co e tre vache, ma la gaveva le amichete visin casa mia, dove ‘ndavo a conprarghe el late pena monto, col pentoin.. e semo ancora qua a contarsea… anca se el late no jera pastorizà… te meto nel me blog; so che no te despiazarà.. La Tua ze poesia pura <3

SUSY CAROLLO

Nostalgia…

Co fazeo le elementari rivavo casa da scoea e travo la cartea fata de carton perchè,no esendo pi de moda e cartee in corame che doparava i tre me fradej pi veci mi jero na privilegià e gaveo la cartea de carton, la travo in tel divano de ecopellett che ghe jera in tineo, el tineo jera na stansa de tre par tre, rento ghe jera na tola, sie careghe na credensa e sto divan de un coeore indefinibje e esendo fato de ecopellett se te ghe navi visin co un fulminante ardia tuto, casa, staea co rento tre vachete e un cavaeo abitasion de me noni e anca de me zii, ma mi jero contenta, magnavo cuel che catavo e dopo fora, in mezo ai me canpi fin che no vegnea sera, e dopo fora ‘ncora fin che no vegnea note a zugar a ciapascundi, a scaloto, a tri cantuni, co l’elastego, finchè a un serto punto visin a la stala gavejno na sorta de magazin e li ghe jera la guzeti vecia de me nono smontà, casso, el serbatojo coa leveta da verzar do che nava fora la benza, colpo de genio, verzo un bar…….. Ciapo inpieno el serbatojo de acua e faso e prove coa leveta, vien fora l’acua,fata,a so un genio, me godeo un mondo, podeo star ore e ore rento in magazin co ragni grandi come culunbi e no me acorzeo, la spusa che vegnea fora da chel serbatojo la jera indescrivibje, ma me jero tirà sù na bea clientea tuti i boce dea me contrà voea vigner, i pagava coj sasi e co jera sera na meza masiereta la gaveo fata su, logicamente no i bevea i faxea finta anca parchè gavaria fato pi morti mi che na atomica e probabilmente saria ncora drio scontar l’ergastoeo, eco, deso che so granda rivo casa e trò la borsa in tel divan, go da pensar a cosa far da magnar, a far lavatrici, a stendar, a tirar su, a stirar,a netare, andar in posta, in banca, dal comercialista, dal dentista, dal dotor, in farmacia e fare a speza, eco, mi no voria nare in crocera, gnanca ae terme, mi voria tornar indrio pa un mese coa spensieratesa de na putea nata in mezo ai canpi che nava tor su i uvi in tel punaro e ghe dava da magnar aj conejeti, cuej jera bej tenpi, el bruto zè che i putej al dì de ancò ste robe cuà no i podarà mai vivarle, e zè un pecà…….

LA BRENTA (FEMMINILE). ORIGINE DEL NOME.

i laghi di Levico e Caldonazzo

 

LA BRENTA…femminile per i Veneti fino a quando anche la Piave, parendo allo stato maggiore dell’esercito italiano, poco  consono il genere ai “virili combattenti” (in realtà poveri disgraziati) mandati al macello sulle sue sponde, cambiò sesso senza il nostro permesso (rima). Per assonanza anche la nostra Brenta dovette adeguarsi. E così  fu fatto strame di un altro pezzo importante della nostra tradizione e cultura. Sta  a noi riprenderla.

(Medoacus maior, poi Brinta in latino, Brandau in tedesco, Brint in cimbro)

Il toponimo Brenta trae origine, secondo la versione più accreditata tra gli studiosi, dal ceppo germanico Brint (fontana) o Brunnen (scorrere dell’acqua); il diminutivo è Brentella.
Brenta voleva anche significare il bastone ricurvo con cui i contadini veneti o lombardi portavano i cesti, carichi di uva. O era una misura per i liquidi, e ancora oggi si dice in veneto : “go bevù na brenta de bira” per indicare una gran bevuta. Era equivalente a circa 50 litri.

Le popolazioni dei territori attraversati dal fiume lo hanno sempre nominato al femminile: “la Brenta”.
Questo nome indica, nel dialetto trentino e soprattutto in Valsugana, per estensione, le riserve di acqua che i paesi tenevano in caso di incendi.
La storia e i ricordi ancestrali delle terribili alluvioni subite dalle popolazioni del Veneto centrale hanno coniato il termine Brentana per alluvione. Il suo nome cimbro invece Brintaal.

In epoca romana il fiume era individuato anche come Medoacus¡ (secondo una interessante interpretazione “in mezzo a due laghi” ovvero tra i laghi di origine e la zona lacustre delle foci, la laguna, o più probabilmente in riferimento ai due bacini più settentrionali della laguna di Venezia, quando esso seguiva come letto il corso dell’ attuale Canal Grande ed ai suoi due lati vi erano i due suddetti bacini non ancora uniti in una laguna intera.

Gli studiosi concordano che prima del 589 il fiume transitasse anche per Padova (Patavium, Patavas, ovvero “abitanti di palude”) più o meno in corrispondenza dell’attuale linea ferroviaria, e qui vi confluisse il sistema di canali padovano, ma non tutta la bibliografia concorda che esistesse, nelle attuali valli del Canale di Brenta e di Valsugana, una colonia di Galli chiamati Mediaci.

Di certo durante il Medioevo comparve il termime Brintesis, forse dal latino rumoreggiare, a ricordo delle diverse inondazioni oppure, e sembra essere prevalente, dal ceppo germanico Brint (fontana) o Brunnen (scorrere dell’acqua). Questa interpretazione sembra consolidata dall’uso in tante altre parti del Veneto del diminutivo Brentella per indicare un piccolo corso d’acqua.

NDR. Pare che “brunnen” non trovi corrispondenza nel germanico, magari sarà un germine della lingua dei Celti, o dei Longobardi, chissà…

 



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PERCHE’ NON POSSIAMO NON DIRCI VENEZIANI

.. E DOBBIAMO COLLEGARCI ALLA STORIA DELLA CAPITALE DEI VENETI.
Ieri ho letto una grande corbelleria (volevo usare un altro termine ma resto nel soft) da parte di un signore, il quale affermava in maniera decisa che il Doge regnava sul nulla, dato che i veneti (e quindi a maggior ragione, tutto il commonwealth veneto, pardon, veneziano) non avevano alcuna voce in capitolo sul modo di reggere lo stato, essendo diretti come “res nullius”, cose insignificanti, dagli aristocratici della capitale.
Curiosa teoria, che ignora del tutto il sentimento di appartenenza alla Nazione veneta diffuso tra le masse già solo dopo pochi decenni dall’aggregazione, che registrò persino un personaggio del calibro di Macchiavelli, il quale annotò stupito (inviato come osservatore durante la guerra di Cambrai dai fiorentini) le rivolte armate contro le truppe di Massimiliano II e la scena di un rivoltoso impiccato a Verona. Salendo sul patibolo davanti agli alleati dell’imperatore che gli offrivano la vita salva se rinunciava a san Marco, egli rispose: Mi sonti marchesco, marchesco voj morir! (traduco in veronese, spero bene) .. E si fece impiccare.
CON QUESTI SUDDITI, CONCLUSE IL FIORENTINO, VENEZIA NON AVEVA NULLA DA TEMERE DAI SUOI NEMICI. 
Ebbene noi non avemmo un solo Brave Heart, ne avemmo tanti, a migliaia… per tutto il corso della storia che ci legò a Venezia, fino all’ultimo giorno, basta ricordare i “marcolini” che nel 1796 e ’97 sfidando il piombo dell’invasore francese con una Venezia ormai piegata, contrastarono le truppe occupanti.
Ma come mai questo sentimento diffuso di appartenenza? Venezia e il Leone rappresentavano per tutti la libertà di autogoverno locale, la garanzia di una legge uguale per tutti, che castigava nobili e popolani ma più chi governava male o approfittava della propria posizione per i suoi interessi particolari.  E infatti il popolino era il maggior tifoso di certe magistrature severe, quale il temibile Consejo dei X  con i suoi inquisitori.
La buona giustizia era una della carte vincenti, come la libertà delle comunità libere di conservare leggi e tradizioni, ma a Venezia dobbiamo una cosa enorme: aver ridato dignità di Nazione a un popolo che dopo la caduta dell’impero romano rischiava di perdere la propria memoria storica.Infatti, Marin Sanudo, all’inizio della nascita dello stato veneto (non più solo dogado) ci chiamava “lombardi” essendo noi stati governati prima delle signorie locali, dai longobardi.
Ebbene, un secolo dopo, eravamo ridiventati “Veneti” e Venezia occupò la Terraferma solo fino ai confini di quello che era la X regio chiamata appunto Venetia et Histria.  I veneti erano risorti. Tremila anni di storia si eran ricollegati a un popolo.  E si uniformarono, parlo non solo della regione Veneto, ma ben oltre, anche nelle parlate locali, in maniera spontanea, tanto che oggi, grazie all’enorme influsso del veneziano, si può parlare di “lengua veneta” e non solo di dialetti.
Se oggi qualcuno tenta di scrivere delle regole comuni tra le varie parlate, spero voglia tener conto dell’apporto del veneziano. Cito ad esempio il passaggio dal “pavan” del Ruzante, al dolce padovano odierno.
In conclusione, col Leone marciano sulla nostra bandiera, dichiariamo al mondo di esser noi gli eredi dei valori universali di Venezia, che fu un pilastro di tutta l’Europa cristiana.
 
Senza quel Leone, rischiamo di tornare ad  esser veramente il nulla, ma non quello che tu, caro signore “negazionista” , non capendo la Storia, affermi essere stata la Nazione veneta. 
 
W San Marco, per sempre ! 

Esposizione temporanea di codici e incunaboli requisiti dai francesi nel 1797.

codice di Ursicino

codice di Ursicino

Sabato 17 novembre alle 17 e alle 18, il pubblico potrà ammirare alcuni dei codici e degli incunaboli che furono requisiti dai francesi nel 1797 nel corso dell’esposizione temporanea Le Ruberie napoleoniche in Biblioteca Capitolare. Dall’idea di formare a Parigi un polo culturale che potesse radunare tutto il meglio della produzione artistica europea al burrascoso recupero delle opere, irrimediabilmente marchiate dal timbro della Bibliothèque Nationale de France, i visitatori potranno ripercorrere un pezzo di storia universale declinata nella sua dimensione locale. La politica di spoliazione del patrimonio culturale delle nazioni vinte da parte di Napoleone passò, infatti, anche attraverso la città di Verona e la Biblioteca Capitolare.

Il 16 maggio del 1797 una commissione composta dal generale Bertholet e dal pittore Andrea Appiani, integrata dal segretario Lombardo e dal signor Gaetano Cerù della municipalità di Verona, si presentò al bibliotecario della Capitolare Don Antonio Masotti al fine di individuare i codici e i volumi a stampa più preziosi da trasportare a Parigi. La scelta cadde su una trentina di manoscritti e su una quindicina di incunaboli, ossia testi stampati prima del 1500, che, come recita il verbale del prelievo, furono considerati «degni d’essere portati al Museo di Parigi»: tutti particolarmente preziosi per la rarità, l’antichità o per la decorazione miniata. Questo pregiato materiale bibliografico venne restituito alla Biblioteca nel 1816, grazie anche all’intervento dell’imperatore d’Austria Francesco I e al sostegno di Antonio Canova. Dalla restituzione tuttavia rimasero esclusi cinque incunaboli, quattro manoscritti e un papiro del IX secolo.

Le storie che se contava davanti al camin, Ariva Barba Zucòn, “fichete soto !!! “

filc3b2Nelle lunghe sere invernali, quando gli unici luoghi davvero caldi erano le stalle, le famiglie contadine si riunivano tra paglia e animali per scaldarsi. Durante questi incontri, chiamati filò (dal verbo filare, attività che occupava le donne in queste occasioni) si raccontavano storie e filastrocche: gli adulti narravano e i bambini ascoltavano. Tradizione tipica del trevigiano, il filò ha lasciato in eredità moltissimi racconti e altrettante rime specchio del passato e fondamenta del futuro. Una delle tante storie raccontate ai bambini è quella del Barba Zucòn, un uomo burbero, simile ad un orco, che si narra mangiasse i bambini.30_vitaContadina

Una mamma e la sua bambina abitavano da sole in una piccola casetta, durante il Carnevale la madre decise di cucinare le frittelle, ma aveva bisogno di una padella e lei non l’aveva. L’unico a possederla era il Barba Zucòn, un omone burbero e barbuto che viveva nel bosco vicino, così la mamma decise di mandare la bambina a chiedere in prestito la padella, ma la piccola, spaventata dalle voci su quell’omone non voleva andare. «Non ti preoccupare, figlia mia, promettigli che gli riporteremo la padella e un cesto di frittelle per ringraziarlo, vedrai che non ti farà nulla», disse la mamma per tranquillizzare la piccola, così lei accettò.images

Attraversato il bosco, la bambina arrivò alla catapecchia del Barba Zucòn e bussò alla porta. L’uomo aprì la porta, era proprio spaventoso come dicevano e la piccola dovette farsi coraggio per chiedere in prestito la padella, lui accettò, ma aggiunse «se non mi porterai le frittelle, verrò a casa tua e ti mangerò in un sol boccone!».

Tornata a casa, madre e figlia iniziarono a fare le frittelle, dopo averle impastate, fritte e zuccherate, ne prepararono un cesto per il Barba Zucòn e la piccola s’incamminò di nuovo verso la casa dell’uomo. Cammina, cammina, le venne fame e decise di mangiare una frittella, pensando che tanto l’orco non se ne sarebbe accorto. Le frittelle erano così buone, che la bambina decise di mangiarne un’altra, e un’altra ancora e senza accorgersene finì il cesto. Spaventata e con le lacrime agli occhi cercò una soluzione e notò che lì vicino un asino aveva appena fatto i suoi bisogni e siccome erano della forma delle frittelle, decise di riempire il cesto con quelli.barba-zucon

Dopo aver bussato alla porta del Barba Zucòn, la bimba gli diede in fretta la padella e il cesto e scappò veloce verso casa. L’uomo, impaziente di assaggiare le frittelle, ne mangiò una senza nemmeno guardarla, ma una volta messa in bocca si rese conto di quello che stava mangiando e sputò tutto subito. «Questi non sono scherzi da fare! Stanotte verrò a casa tua e ti mangerò in un sol boccone!», urlò al vento il Barba Zucòn.

La bambina intanto, una volta arrivata a casa, raccontò tutto alla mamma che pensò subito a come risolvere questo enorme problema, così decise di realizzare una bambola di pezza delle dimensioni della figlia e la riempì di chiodi, vetri e cocci. La notte la mise sotto le coperte al posto della bambina, mentre la piccola si nascondeva sotto il letto. A mezzanotte udirono un tuono e la porta si aprì cigolando.contadini-veneti «Varsache so al primo scalin!», urlò il Barba Zucòn dal piano di sotto, e la mamma disse alla bambina «Ficate soto! Ficate soto!». «Varda che so al secondo scalin!», gridò l’orco, e la mamma «Ficate soto ! Ficate soto!!», e così via finché l’uomo non entrò in camera. «Varda che so vissin al leto e te magno co un sol bocòn!», ma invece della bambina, l’uomo si mangiò la bambola e non appena arrivò nello stomaco il Barba Zucòn cominciò ad urlare per il dolore e, invece di uscire dalla porta, si buttò dalla finestra.

Il filò e la storia del “Barba Zucòn”

 

L’IMPRONTA DEI VENETI… ANCHE NELLA FONDAZIONE DI ROMA – PARE CHE ABBIAMO PRESO PARTE AL CRIMINE. :D

Tempo fa accennai all’apporto venetico o veneto antico (come ben scrive la Decapuis, è giusto chiamare Veneti anche i nostri antenati) alla fondazione di Roma. Suscitai ironie e dissensi da parte di un esule istriano chepreferisce, ancor oggi, considerarsi discendente di antichi coloni “latini” civilizzatori dell’Istria e della Dalmazia, e non vantare una propria storia antica autonoma. Sui gusti non si discute, però ritengo utile produrre oggi la fonte illustre della mia nota di allora: è Giacomo Devoto, grande storico della lingua italiana (e latina). Del resto è noto che nella Sabinia antica vi era una tribù di Venetulani e che i nostri antenati con ogni probabilità ( ne parla sempre il Devoto nel paragrafo precedente, arrivarono sino a Milazzo (località Venetico) per insediare una base commerciale, alla pari come egli scrive “di vichinghi ante litteram, sulle loro navi”.

basi delle antiche capanne delal Roma primordiale. Tra i latini vi era gente con cultura simile alla nostra di origine venetica.

basi delle antiche capanne della Roma primordiale. Tra i latini vi era gente con cultura simile alla nostra di origine venetica.

ORIGINI TRIPARTITE DI ROMA.
Paragrafo 38 cap. X
Storia della lingua italiana di Giacomo Devoto.

Nella metà dell’VIII sec. A.C. l’Etruria non rappresenta ancora la forza irradiante, e Roma è ben lontana dall’essere una metropoli: è solo un “Ponte”, un ponte che è condizione all’Etruria e al suo inserimento nei commerci anche per via di terra. Se allora non siamo obbligati a tener conto dell’Etruria come elemento e forza costitutiva della Roma delle origini, ecco che il problema si apre ed insieme si semplifica, tenendo conto della “tripartizione” (Livio, IV, 7) che dà un’impronta alle origini di Roma così dal punto di vista storiografico come da quello archeologico e linguistico.

tomba Benvenuti. tombe villanoviane sono state rinvenute nella zona del foro italico.

tomba Benvenuti. tombe villanoviane sono state rinvenute nella zona del foro italico.

Sul piano storiografico, le tre tribù primitive ricordate da Varrone L.L. V 55, L.L. V 89 dei “Tities, Ramnes, Luceres”, anche se da lui sentite come nome etrusco, possono essere ricondotte sul piano etnico storico con i valori rispettivi dei Protosabini (diversi dai Sabini del V sec. A.C.), dei Protolatini, connessi agli insediamenti dei Colli albani, e dei Nord italici, filtrati attraverso la diffusione terrestre degli antichi protovillanoviani. Accanto a questa tripartizione giuridica ed etnica si manifesta la tripartizione archeologica, attraverso el necropoli dell’Esquilino, collegata, secondo dià il Duhn (Corpus glossorum latinorum) ed il Mac Iver, con la civiltà del ferro adriatica, che risponderebbe ai Tities protosabini; le capanne del Palatino, collegate con le tombe a fossa dei dei colli Albani, e perciò sul piano dei Ramni, e dei Protolatini in senso stretto, infine gli incineritori del foro romano che consentono solo connessioni settentrionali, e quindi vanno collegati con la nozione giuridica dei Luceres e quella etnico storica dei Nord-italici.
Un piacevole parallelo di tripartizione linguistica è dato dalle sopravvivenze della radice REUDH “Rosso”. Il tipo RUTILUS con il trattamento T da DH è protolatino e documentato sino in Sicilia;
il tipo RUBRO con la consonante sonora al posto della sonora aspirata, all’interno della parola, è di tipo venetico cioè nord italico; il tipo RUFUS …è di tipo osco-umbro e cioè (proto)sabino.

FATOSTA’ CHE E’ RIMASTA INSINTA L’ALTRA SORELA… LA GRASSIA SBALIA’

LE ME FONTI DIZE CHE LA ZE VERA.  😀 172141_1641485709502_212797_o

Il documento qui riportato è la copia di un tema scritto da un alunno di 3° elementare delle scuole “G. Pascoli” di Ca’ Tron di Roncade (TV), il 6 marzo 1954 e costituisce la prova di un miracolo andato fuori bersaglio. Una “grazia”, cioè, che sarebbe stata concessa dalla Madonna di Monte Berico ad una persona che non l’aveva richiesta.

http://www.roncade.it/eventi2001/madonna.htm  ringrazio la seconda cuzina Maila Bertoli 🙂

LA SAGEZZA DEI NOSTRI NONI, IN POCHE RIGHE IN LENGUA NOSTRANA (SIGNOR Fé CHE NO SIA BECO… ) :D

getmediai siori more da la fame
se i poareti no sua.
it.
i signori muoiono di fame
se i poveretti non sudano.

I omeni ga i ani che i se sente,
le done quei che le mostra.
it.
gli uomini hanno gli anni che si sentono,
le donne quelli che mostrano.

chi massa se tira indrio, finisse col culo in rio.
it. chi troppo si tira indietro, finisce col culo nel canale.

a pagar, fate pregar
por nasser l’acidente
che te paghi co un gnente.

Signore, fé che no sia beco,
se lo son, che no lo sapia…
se ‘l so, fé che no ghe bada…
it.
Signora fate che non sia cornuto, se lo sono fate che non lo sappia, se lo so, fate che non ci badi…

Caval, putana e persegar, trent’ani no i pol durar.
it. cavallo, puttana pesco trent’anni non possono durare.

Meditè, zente.. meditè  se un de questi ze par vu.  😀

PARLAR VENETO. I parla tuti in cicara, adesso ‘sti putei….

hqdefault (1)Da noi, negli anni 60, sotto lo stimolo dei nuovi modelli di vita, della tv, e nel tentativo di emulare le nuove classi alte (ben diverse da quelle di poco tempo prima che usavano benissimo il veneto anche in pubblico oltre che in famiglia) potevano accadere siparietti come questi in una casa qualunque di un popolano qualunque. E noi che dal popolo veniamo, possiamo testimoniare l’uso di un italiano maccheronico da parte dei papà e delle mamme di allora, che diventava a sua volta strumento ghettizzante, anziché divenire strumento di riscatto.  Spero che il nuovo orgoglio del “Parlar veneto” (come titola l’opera di Gianna Marcato da cui ho tratto la poesia) eviti a molta gente che ancora si esprime quasi esclusivamente nella nostra lingua, situazioni come questa.hqdefault (2)

I parla tuti in cicara, adesso ‘sti putei

Ma, spesso, co le mame…i casca nei piatei…

Quando da scola, torna el fioleto beato

La mama là lo apostrofa: – dimmi, cos’hai ciapato? –

–         mama lo sai…dificile…è stato quel problema!…

ho preso pure quatro sul detato e sul tema!…

–         Aseno, cossa serve parlarti l’italiano?

Ti s-gnacco in collejo se non mi passi l’ano!…-

Intanto torna a casa il pare, manovale…

Za da un pesso avventissio ne l’azienda stradale.

In fameja el fa sfojo de tuto el so saere,

perché, là sul laoro, el conosse l’ingegnere.

Sentindo ste notissie el lassa là la çena.

El volea de so fiolo, far un omo de pena…

El pensa “sforsi inutili”. Ghe fa spissa la man…

El sventola sul toso…sberloti in padovan…hqdefault

 

Di L. Oliosi in “la Congrega” dei poeti dialettali padovani.

Le frasi storiche de na mare e pare veneti

13412864_10209076681095581_3906171992686892504_nPaolo Fantinel ga messo su sta bea racolta 😀 :

Le frasi de na mare e un pare veneti:
Le Frasi di una mamma e papà veneti
1. fa l’ometto
2. ara che te taio i viveri
3. desso ciamo to pare
4. va pian e fa presto
5. co tuti i schei che ghemo speso pa farte studiare
6. ti te si nato so a bombasa
7. E par fin pecà voerve ben.
8. prega el to dio che no te ciapa
9. desso tiro fora a savata
10. vestio cusí te me pari proprio un singano
11. te si diventà un bueo magna manco
12. ze meio che te scampi co tute e gambe che te ghe
13. te poi pianzere anca in greco tanto no teo compro
14. no stà strasinare i pie
15. no stà savatare
16. vara che te riva na man roversa
17. varda che te meto in coejo
18. questa ze a casa dea lasagna chi no lavora no magna
19. gheto proprio da ciapare esempio da i pi stupidi?
20. te si inutie come el paltan
21. vara el trio paloma 2 inseminii e uno in coma
22. dei… disi qualcosa
23. proa parlare se te ghe corajo
24. vardame co te parlo
25. va via prima che te copa
26 sito inseminio?
27. stame distante
28. gheto capio queo che te go dito?
29. ze soeo i criminai che sta in volta de note
30. ma i to amici no ga mia na fameia?
31. credito che mi fabriche schei de note?
32. zerea aranciata quea che te ghe vomità?