IL PRIMO STATO CON UN ARCHIVIO

archiviove4La Serenissima fu il primo Stato che creò un Archivio dove conservare tutti gli Atti deliberati dal Maggior Consiglio….. Continua a leggere

LA DEDIZIONE ALLA GIUSTIZIA DEI PATRIZI VENETI, RICHIESTI ANCHE DA TUTTE LE CITTA’ “FORESTE”

“DEO ET PATRIAE OMNIA DEBEO” sta ancora scritto sul frontone di un palazzo patrizio veneziano.

La Giustizia tra i santi Michele e Gabriele, 1421. Trittico Tempera su tavola con Venezia ...

La Giustizia tra i santi Michele e Gabriele, 1421. Trittico Tempera su tavola con Venezia …

La fama di correttezza, saggezza, onestà e dedizione del patriziato veneziano si spande  ben presto ben al di fuori del Dogado. Sono richiesti un po’ dappertutto nelle città “foreste”, come giudici, come podestà perché garantiscono di essere al servizio del bene collettivo. Questo però incomincia, nel Medio Evo, a causare una vera e propria emorragia di talenti che invece devono essere al servizio della Patria veneta.  Venezia è costretta ad emanare una legge che stabilisca “che i patrizi spendano i loro talenti soltanto per la loro patria e proibisce loro di accettare il posto di Podestà per amministrare giustizia in città non facenti parte del dominio veneziano.  E’ l’anno 1274.  Essi sono famosi per la loro cultura, saggezza e sapienza, per cui molte città italiane li ingaggiano: “La più antica memoria di patrizi chiamati a render giustizia nelle città italiane è del 1186, ‘ nel quale anno Matteo Quirini fu pretore a Treviso (lo scrisse Molmenti) . La legge sarà revocata dopo tre anni.

CASTELFRANCO NASCE NEL 1199 GRAZIE A 100 FAMIGLIE TREVIGIANE…

castelfranco… che vi fondano un castrum francum, cioè un castello dove gli abitanti sono dispensati dal pagamento delle imposte (posto ideale per un odierno libertarian ). Il castello, circondato da alte mura e difeso da cinque torri, si trova in posizione strategica, prossimo alla confluenza di strade importanti, e fa gola a molti.castelf02-512x300

Padova cerca di impadronirsene (1215),  e poi anche Feltre. La occupano invece gli Ezzelini che la conservano fino al 1259. Dominata anche dai Conti da Camino e dagli Scaligeri, Castelfranco passa sotto la Repubblica il 1339, ma poi conosce un breve periodo padovano, prima di donarsi a Venezia e seguirne le vicende.

Giovanni Distefano

IL SECOLO DEI LUMI? A VENEZIA INIZIO’ GIA’ NEL MEDIO EVO .. MA DI ALTRI LUMI NARRIAMO :)

downloadNel 1128 Venezia era già una metropoli importante, tanto che gli imperatori di Bisanzio la trattavano con rispettoe la corteggiavano. Come tutti le metropoli di allora aveva qualche problema di ordine pubblico, specie di notte, dato che i vicoli e le calli erano completamente al buio.  Il governo decise così di illuminare le strade meno sicure con dei cesendeli, piccole lampade ad olio appese ai muri, tutto a spese della Repubblica, mentre la manutenzione era affidata ai parroci ai quali si chiederà di far installare anche piccoli  capitelli votivi, in modo che anche i santi potessero contribuire a proteggere i viandanti.  Ma non bastò l’illuminazione per frenare furti e rapine per cui si rafforzò la ronda notturna dei Fanti.img266-1

Passano gli anni, Venezia si ingrandisce sempre di più, ma aumenta anche il problema della delinquenza notturna, fino a che nel 1397 si decretò di porre quattro grosse lampade sotto i portici del ponte di Rialto e si rese obbligatorio l’uso del lume personale per chi girava in città. Per le calli è uno spettacolo incontrare persone con ogni sorta di lume.

I ricchi si fanno procedere da un uomo munito di lanterna, chiamato el codega , dal greco odegos (guida). Fare il codega diventa quindi una professione che in seguito si trasformerà in quella di impizadori  quando si introdurranno i ferai (lampade ad olio difese da un bulbo di vetro).  All’inizio del XVIII secolo i negozianti contribuiranno all’illuminazione serale tenendo fuori dal proprio negozio una lanterna

sunto da Atlante storico della Serenissima di Giovanni Distefano 

Dalmazia: cerca conchiglie, trova il sigillo del doge

OGGI E’ IL COMPLEANNO DI VENEZIA, UN DONO DEL MARE ALLA SUA REGINA
di Andrea Marsanich
24 marzo 2016

image (1)ZARA. Se ne va a raccogliere conchiglie lungo la spiaggia di Collovare, a Zara, ed estrae dal mare un pezzo di storia della Serenissima, risalente a circa 900 anni fa. È quanto accaduto al portalettere zaratino Marin Odvitovic, che giorni fa si è recato in questa spiaggia – frequentatissima d’estate – situata nelle vicinanze del centro storico della celebre località della Dalmazia. Qui ha rinvenuto casualmente un sigillo del doge Ordelaffo Falier, che giaceva sott’acqua a mezzo metro di profondità.

L’uomo non si è accorto da principio di avere in mano un’antica testimonianza di Zara e della Repubblica di Venezia, e ha consegnato il piccolo prezioso oggetto all’archeologo e storico zaratino Dejan Filipcic. «Sono rimasto stupefatto quando ho visto il sigillo – ha detto l’esperto – è un ritrovamento di eccezionale importanza, che aggiunge preziose conferme alla storia medievale di queste terre della Dalmazia settentrionale. Sul sigillo è inciso il nome di Ordelaffo Falier (o Ordelafo Falero), che fu il trentaquattresimo doge della Serenissima, nato a Venezia nel 1070 e morto in battaglia a Zara nel 1117».

Su una faccia del marchio è rappresentato Gesù, con il doge veneziano inginocchiato ai suoi piedi nell’atto di ricevere un vessillo. L’altra faccia contiene la scritta “Ordelafo Falerodei Gradux Venecie”. Contattato dai giornalisti, Filipcic ha dichiarato che – in accordo con Odvitovic – intende donare il sigillo al Dipartimento di archeologia dell’Ateneo di Zara. «Lo vogliamo fare – ha rilevato Filipcic – perché queto Dipartimento è impegnato nella creazione di una collezione di reperti archeologici rinvenuti a Zara e nei suoi dintorni».

Il responsabile del Dipartimento, Mato Ilkic, non nasconde la sua gioia per il ritrovamento: «Si tratta di un ritrovamento eccezionale e soprattutto utile, poiché non si sa molto su questi oggetti, nel passato alquanto trascurati dagli storici e dagli archeologi. È una testimonianza della storia di Zara,nella fase del suo passaggio dall’Alto Medioevo al pieno Medioevo. Il sigillo conferma inoltre la presenza di questo doge a Zara, dove morì nel 1117. Alla guida di un forte contingente di soldati veneziani, il Doge Falier trovò la morte sotto le mura della città nel tentativo di recuperare Zara, sottraendola al dominio degli Ungheri. Nonostante la ritirata dei soldati della Serenissima – racconta ancora Ilkic – la salma venne pietosamente trasportata fino alle navi e poi a Venezia dove furono resi gli onori pubblici e dove Ordelaffo venne sepolto nella Basilica di San Marco. È importante dunque che questo sigillo resti a Zara, nella sua Università degli studi».

A detta di Ilkic, non sempre i reperti archeologici rinvenuti nella città e nel suo circondario vengono consegnati alle competenti autorità. In parecchi casi si preferisce vendere gli oggetti antichi e di valore, con grave danno per il patrimonio storico-culturale. Ma per fortuna questo non è stato il caso del postino di Zara.

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LA STORIA DI TREVISO e dintorni, all’ombra del Leone. Gli zattieri del Piave, morti per San Marco.

Di Pierluigi Ceccon

Dominium Venetum Religione Legge Iustitia Republica Conservat . Charitate Amore Pietate Subditos. MDLXVI
La Repubblica conserva Il Dominio Veneto con la Religione, la Legge, la Giustizia, i Sudditi con la Carità, l’Amore, la Pietà. 1566

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Treviso dopo Oderzo e Montebelluna era una delle più importanti città del territorio centrale dei Veneti Antichi, situata tra le due rive della Piave (all’epoca la Piave si divideva in due rami prima del Montello), del Sile e del Cagnan. Il territorio viveva prospera di commerci e famose erano le sue fabbriche di spade Venete. I Veneti Antichi si stanziarono negli attuali territori già dal XV° secolo a.C.
Nel I° secolo A.C. divenne parte dell’impero Romano essendo parte della X Regio Venetia et Histria.

Alla caduta dell’impero Romano d’Occidente la città si vide assoggettata da vari invasori, dai Goti (il loro grande re, Totila, nacque proprio qui), i Bizantini. I Longobardi, più tardi, stanziarono una zecca nella città entrata a far parte del loro territorio, mentre successivamente il trevigiano passò indenne il periodo dell’arrivo degli Unni.
Treviso comunque dal 1176 al 1319 (con due brevi pause, dal 1239-59, fu Signoria dei Da Romano e poi 1283-1312 dei da Camino) divenne una città-stato, essa si diede degli statuti per conservare la sua indipendenza, ma nel 1313 dovette affrontare in un’ impari lotta con Cangrande della Scala, Signore di Verona.12832525_552628811564943_334873376222035945_n

Dopo varie lotte tra Signori di opposte fazioni e dominazioni straniere il 2 Dicembre 1338 le truppe della Serenissima entrarono nella città del Sile. Treviso fu la primogenita del futuro “Stato de tera” e fu nello stesso tempo anche la più fedele dimostrandosi baluardo indistruttibile della Veneticità. Lo si poté constatare qualche anno dopo quando i Trevigiani (l’11 Febbraio 1344) non vollero essere considerati sottomessi contro la loro volontà dai fratelli Veneziani per conquista armata (come fecero Scaligeri e Austriaci) e per questo con atto pubblico essi si dichiararono: riconoscenti a Venezia per la materna opera sua e con una unanime deliberazione del consiglio dei Trecento, le cedettero spontaneamente la città, i castelli, i beni, le regioni e le giurisdizioni. Il periodo di pace durò poco e nel 1381-84 dopo lungo assedio fu conquistata dagli Austriaci, i quali la vendettero alla signoria dei Francesco da Carrara (1384-88). Ma i Trevigiani non ci stettero e desiderando il ritorno del buon governo Veneto insorsero al grido di: “Viva il popolo di Treviso e muoia il Carrarese che ci ha sempre derubato!”

La sommossa ebbe come epicentro la piazza del Carbuio, l’attuale piazza dei Signori, ed il 29 Novembre 1388 migliaia di insorti provenienti dalla campagna trevigiana e dalla laguna veneta gridavano per le strade: “Vivat Beatus Evangelista Noster Sanctus Marcus Venetus” (Viva il Beato Evangelista, il nostro San Marco Veneto). Si formò subito un governo provvisorio e, cacciato Francesco il Vecchio da Carrara, si diedero spontaneamente alla Repubblica Veneta; tale dominio durò fino al tragico 1797.10168192_552629014898256_4137064101046991766_n

Quindici giorni più tardi il 13 Dicembre i Veneziani rientrarono a Treviso e da quel momento il 30 Novembre, festa di San Andrea e il 13 Dicembre, festa di Santa Lucia divennero Feste Patrie. Una processione laica partiva col Podestà da piazza del Carbuio, e un’altra religiosa, col Vescovo, partiva dal Duomo per incontrarsi alla Messa solenne nella chiesa di S. Lucia.

Per più di cento anni la città di Treviso visse in pace sotto la protezione del Leone Alato. Ma dopo la sconfitta dell’Armata Veneta ad Agnadello il 14 Maggio 1509 contro la Lega di Cambray che puntava all’annientamento dell’invidiata Repubblica Veneta e la scomunica di Giulio II, si assistette al dilagare della coalizione composta dai monarchi Europei nel territorio Marciano (Massimiliano d’Asburgo per l’Austria, Luigi XII per la Francia, Ferdinando il Cattolico per la Spagna, ed il Papa Giulio II).

I Trevigiani si prepararono alla battaglia nonostante che il governo Veneto avesse dato l’autorizzazione alle varie città del Stato de Terra di arrendersi al nemico. Il popolo di Treviso da sempre fedele al governo Veneto bloccò il podestà Gerolamo Marino che stava per abbandonare la città per recarsi a Venezia.
Il Senato Veneziano decise così di fortificare Treviso per affrontare l’urto finale della Lega nominando Fra Giocondo da Verona progettista delle difese della città. Successivamente il tempo il progetto passò in mano al Bartolomeo D’Aviano, già comandante dell’Esercito Veneto (vedi epigrafe in porta Santi XL Treviso) visto che il Frate tardava nel compire la sua opera.

L’esercito della Lega incombeva nelle pianure trevigiane, dopo aver abbandonato la conquista della città di Padova, Francesi e Austriaci si riunivano in un unico comando affidato a Chambanèes de la Palisse. Tra il 7 e 15 Ottobre 1511 si ebbe l’attacco decisivo contro la città che si concluse con un nulla di fatto. Treviso fu salva grazie a vari atti di eroismo del popolo Veneto non ultimo quello che vide protagonisti i Zattieri della Piave, i quali costretti loro malgrado a trasportare le truppe e armamenti agli Austriaci che approntavano l’assedio di Treviso, si auto affondarono in una curva del fiume nel Versante del Montello assieme al nemico. L’atto di eroismo fu premiato dalla Serenissima con il dono di una medaglia d’oro “con l’impronta di San Marco” ai famigliari e orfani dei defunti e il riconoscimento di alcune terre. L’orgoglio Veneto nel Trevigiano fece da scudo alla capitale Venezia e per questo il Maggior Consiglio nello stesso secolo donò ai Trevigiani un Leone di San Marco ubicato nella zona del portello con su scritto: SAN MARCO CONSERVA LA CITTA’ A TE DEDICATA.

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Per quasi trecento anni la città si assopì nel torpore sereno creatosi attorno a lei dal mantello protettivo della potenza dello Stato Veneto, i vasti territori della Marca Trevigiana non ebbero mai periodo più fecondo e tranquillo, nemmeno nei secoli avvenire
In questo lasso di tempo le difese delle mura cittadine erano lasciate alla confraternita dei Bombardieri, tecnici volontari specializzati nell’uso dei cannoni e di tutte le armi da fuoco; ogni tanto veniva levato un bando a sorteggio per mandarli a combattere nelle fortezze Venete d’Oriente o imbarcarli nelle navi Venete. Da segnalare che una volta all’anno al Lido di Venezia accorrevano da tutto il Dominio Veneto i Bombisti per gareggiare tra di loro e per parecchi anni i Trevigiani primeggiarono in queste competizioni.

Nota di una certa importanza fu il passaggio all’inizio del secolo XVIII° del Generale In Capite Johann Matthias Graf Von Schulenburg , intento ad ispezionava le fortezze Venete del dominio de Tera, dopo averne ricevuto l’incarico dal Governo Veneto (SS.EE. von Schulenburg era il miglior comandante dell’epoca in Europa, e la Serenissima Repubblica di Venezia non badò a spese per il suo ingaggio ne per la sue difese).
I Bombisti Trevigiani non si fecero trovare impreparati e quando all’altezza di San Trovaso, dove vi era un presidio di controllo, lo videro avanzare, segnalarono il contatto con un lancio di fuochi illuminanti che visti dai Bombardieri dentro la città fece scattare il piano di difesa delle mure cittadine. Il Generale vista l’eccellente e rapida preparazione nell’approntare un’eventuale attacco, proseguì nel suo viaggio verso le altre città murate del Veneto, notando nel suo rapporto come la provincia di Treviso fosse ben difesa dai propri volontari.

Ma questo qualche decennio più tardi non bastò a fermare l’orda Napoleonica, Treviso si trovò costretta a rispettare il patto di neutralità che la Serenissima aveva stipulato con il brigante corso.
Nel 1797 le torme Francesi compivano delitti di ogni genere e taglieggiavano tutto il territorio chiedendo soldi e risorse di ogni genere per la loro guerra contro l’Austria. A mo’ di esempio, ad Asolo furono fucilati e poi impiccati sul colle di Ca’Soderini a cinque padri di famiglia che si rifiutavano di dare vivande e foraggi ai banditi di Napoleone.
lo stesso Bonaparte intimò personalmente al Provveditore Straordinario N.H. Angelo Giustinian Recanati, di allontanarsi dalla città di Treviso stufo di le angherie e dei soprusi che aveva precedentemente sopportato, come impostogli dal Senato Veneto, tutte quelle inventive, si staccò la spada dal fianco e la porse al Bonaparte, dicendogli che si offriva in ostaggio per la Repubblica, a garanzia della lealtà e buona fede del suo governo, e che, se il generale voleva sangue, egli era pronto a offrire il proprio per la salvezza della Patria. Di fronte a un comportamento, , virile e risoluto, Bonaparte, restituì la spada al Giustinian e gli permise di andare a Venezia a informare personalmente il Senato delle sue richieste.
A ricordo di questo esempio di amore patrio nel 1905 l’associazione Tarvisium-Venetiae fece porre sotto il portico della casa Giacomelli in via S.Angostino un lapide che porta scritto:
Il N.H. Angelo Giustinian Recanati, Provveditore Straordinario/ Qui, nel giorno 2 Maggio 1797, al cospetto di Bonaparte invasore/ Difese imperterrito nel nome di San Marco, il sacro nome della Patria.
Da quei giorni per Treviso, come per il tutto il territorio Veneto, ci furono soltanto carestie e disastri di ogni genere, aumentati con l’annessione nel 1866 al regno italico dei Savoia; da questo periodo iniziò la prima diaspora Veneta per il mondo. foto 2 e 3: parata per la commemorazione della dedizione.

LA LEGGENDA NERA SULLE CROCIATE COME ABBATTERE 5 FALSI MITI

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Le crociate rappresentano uno degli eventi più fraintesi della storia occidentale. La stessa parola “crociata” ancora oggi viene utilizzata con una connotazione negativa, quando ad esempio si intende sottolineare un conflitto i cui moventi siano più ideologici che ideali; lo stereotipo più collaudato, invece, è quello che descrive avidi nobili europei dediti alla efferata conquista dei musulmani pacifici, con ricadute negative che perdurano ancora oggi grazie anche alla diffusione di tale tesi “a senso unico” nei maggiori testi scolastici occidentali.

La storia delle crociate in realtà richiede una sorta di purificazione che è oltretutto doverosa anche alla luce degli ultimi studi che provengono da ambiti accademici molto accreditati. Consapevoli della complessità della tematica, cercheremo di sintetizzare i fatti storici, riprendendo un articolo molto più approfondito, comparso su “Crisis magazine”circa i luoghi comuni consolidati, penetrati nell’immaginario collettivo. Un articolo simile è stato pubblicato in Ultimissima 17/05/11.

Mito #1: “le crociate furono guerre di aggressione non provocata”:
E’ una falsità, poiché fin dai suoi inizi, l’Islam è stato un movimento violento e imperialista. A 100 anni dalla morte di Maometto, gli eserciti islamici avevano conquistato terre cristiane in Medio Oriente, Nord Africa e Spagna. La stessa Città Santa di Gerusalemme è stata presa nel 638, gli eserciti musulmani avevano conquistato i due terzi del mondo cristiano e i turchi stavano spingendo verso Costantinopoli, il centro della cristianità bizantina. Nell’XI secolo i cristiani in Terra Santa e i pellegrini che vi si dirigevano vennero a trovarsi in una situazione di costante persecuzione. Dopo la battaglia di Manzikert del 1071, lo stesso imperatore bizantino chiese aiuto ai cristiani in occidente, ma solo con  Papa Urbano II venne indetta la prima crociata nel 1095. Dunque le crociate furono missioni di difesa armata, con l’obiettivo di liberare i cristiani d’Oriente e Gerusalemme dal giogo dei musulmani.

Mito # 2: “le crociate miravano al saccheggio e alla sopraffazione”: 
Secondo una corrente di studi più antichi, il boom della popolazione europea registratosi nella metà del secolo XI ha reso necessario le crociate per offrire terre e titoli ai figli di nobili che erano tagliati fuori dalle eredità riservate ai primogeniti. Gli studi degli ultimi quarant’anni, invece,  hanno evidenziato, sulla base dei documenti esaminati, come  la maggior parte dei crociati erano primogeniti. Come ha affermato il prof. Madden, direttore del Saint Louis University’s Center for Medieval and Renaissance Studies, «non è stato colui che non aveva nulla da perdere a partecipare alle crociate, quanto piuttosto colui che ne aveva di più (T. Madden, “New Concise History of the Crusades”, Rowan & Littlefield Publishers, Inc., 2005, pag. 12). Ovviamente, come ha ricordato Giovanni Paolo II nel Giubileo del 2000, non sono comunque mancati episodi inutilmente violenti.

Mito #3: “i crociati massacrarono gli  abitanti di Gerusalemme”: 
Questo mito non tiene conto delle regole di guerra vigenti nell’XI secolo. Lo sterminio degli abitanti che avevano rifiutato di arrendersi prima di un assedio era una pratica comune per qualsiasi esercito, cristiano o musulmano. Gli abitanti erano consapevoli di tutto questo quando hanno scelto di non arrendersi, al contrario sarebbero stati autorizzati a rimanere in città e mantenere i loro possedimenti. Nelle città che si sono arrese, infatti, Crociati hanno permesso ai musulmani di mantenere la loro fede e praticarla apertamente. Nel caso di Gerusalemme, la maggior parte degli abitanti era comunque fuggita alla notizia dell’esercito cristiano in arrivo, chi è rimasto è morto, è stato riscattato o espulso dalla città.

Mito #4: “le crociate ebbero per obiettivo anche lo sterminio degli ebrei”:
Ci si riferisce, all’operato del Conte Emich di Leiningen, ma non solo a lui, il quale da convinto antisemita, imperversò nel 1095 lungo la valle del Reno per dirigersi contro le comunità ebraiche, convincendosi dell’inutilità a marciare per 2500 miglia per liberare i cristiani d’Oriente, quando i “nemici di Cristo”, secondo lui, erano in mezzo ai cristiani. In realtà la sua iniziativa, con l’ausilio di pochi fanatici disposti a tutto, non ebbe mai l’approvazione della Chiesa e anzi molti vescovi cercarono di proteggere gli ebrei locali che si trovavano nelle loro diocesi, come il vescovo di Magonza. Imponenti i discorsi di San Bernardo di Chiaravalle durante la seconda crociata (1147 – 1149) contro l’antisemitismo: «Gli ebrei non devono essere perseguitati, né uccisi, né costretti a fuggire! » (in “Epistolae”). Questi sporadici attacchi non sono dunque da attribuire ai Crociatima a piccoli gruppi di uomini armati che ha seguito la loro scia.

Mito #5: “le crociate sono la fonte della tensione moderna tra Islam e Occidente”: 
Coloro che cercano risposte per spiegare l’11 settembre 2001 citano le crociate come causa scatenante per l’odio islamico e credono che i musulmani stiano cercando di “correggere gli errori” che derivano da esse. In realtà ci si dimentica che le crociate sono state dimenticate dal mondo islamico fino al XX secolo. A tal proposito è interessante notare come la prima storia araba delle crociate sia stata scritta solo nel 1899 e che il risentimento musulmano nei confronti delle crociate, non ultimo i deliranti appelli di Osama Bin Laden alla “jihad contro ebrei e crociati”, affondi piuttosto le sue radici nel nazionalismo, oltre che nella più recente chiusura del mondo islamico ai costumi occidentali. Dal punto di vista islamico, le Crociate furono un insignificante periodo storico, della sola durata di 195 anni (1096-1291), per la semplice ragione che non ebbero mai successo, a parte la Prima Crociata in cui è stata conquistata Gerusalemme ripresa però da Saladino nel 1187. Le perdite di uomini furono in massima parte cristiane, non certo musulmane! Curioso poi l’aneddoto ricordato nel 1899 da Kaiser Wilhelm durante il suo viaggio a Damasco, volendo visitare la tomba del grande Saladino, il vincitore dei Crociati, l’ha trovata in un grande strato di degrado, dimenticata e lasciata decadere. Lo storico Thomas F. Madden ha commentato: «la memoria artificiale delle crociate è stata costruita dalle moderne potenze coloniali e tramandata dai nazionalisti arabi e islamisti» (T. Madden, “New Concise History of the Crusades”, Rowan & Littlefield Publishers, Inc., 2005, pag. 222).

 

Conclusione:
Le crociate non soltanto erano mosse da alti sentimenti di difesa della libertà dei cristiani d’Oriente, oppressi dagli imperatori islamici, maritardarono anche di tre secoli l’invasione dell’Europa, tanto che lo storico René Grousset parla di responsabilità “mondiale” che la Chiesa si è assunta nella loro promozione (R. Grousset, “La storia delle crociate”, Piemme 2003). Verrà il giorno in cui si smetterà di considerare le crociate un peccato capitale della Chiesa Cattolica eseguito criminalmente dall’intero mondo occidentale?

Salvatore Di Majo