PER CAPIRCI MEGLIO: I PADRINI DEL “RISORGIMENTO” tra massoni e mondo protestante.

di Fabio Calzavara

eugc3a8ne_delacroix_-_la_libertc3a9_guidant_le_peuple-500x395La rivoluzione francese del 1789 fu un avvenimento violento e sanguinario senza precedenti, venne  causata, oltre che dalle dissipazioni del Re Luigi XVI, della sua Corte e della burocrazia statale, dall’enorme debito per le ingenti spese di guerra contratto con i grandi banchieri (i Rothschild tra questi) i quali, infatti, la istigarono assieme alle elites “Illuministe” di nobili e borghesi, bramosi di nuovi poteri e rendite.

Lo storico accademico di Francia, Pierre Chaunu, la defini’ une vera “peste nera” europea. Vedi sua intervista su:

http://www.mariadinazareth.it/Martiri/martiri%20in%20vandea2.htm

Il periodo del Terrore francese fu la fucina della nuova classe dirigente giacobina ed i valori neo-liberali furono imposti ovunque sulla punta delle baionette con drastici cambiamenti degli assetti, politici, religiosi, economici e territoriali in tutta Europa.

Alfiere di tale cambiamento, il generale massone Napoleone Bonaparte invase e distrusse proditoriamente con false motivazioni antichi Stati (come la millenaria Repubblica Veneta) e ne creo’ di nuovi (come il Regno d’Italia) sul modello centralista francese e di stampo nepotista, sconvolgendo vita, tradizioni e commerci del tempo, facendo pagare lacrime e sangue ai Popoli sottomessi le pretese “liberte’, egalite’, fratenite’”.

La Francia giacobina e la Gran Bretagna protestante furono determinanti nel processo di unificazione del nuovo Stato italiano per un loro preciso obbiettivo politico-economico, promosso e gestito dalla Massoneria, volto alla conquista militare di nuovi “mercati” e territori di influenza (vedasi questione della diffamazione del massone William Ewart Gladstone, primo ministro britannico nei confronti del Regno di Napoli e Sicilia:http://it.wikipedia.org/wiki/William_Ewart_Gladstone#Gladstone_e_l.27Italia )

Su questo punto, storici e scrittori di fama osservano che soprattutto l’Inghilterra era la potenza europea maggiormente interessata ai giochi di potere nel Mediterraneo e quindi favorevole alla la creazione di un nuovo Stato che, oltre ad ampliare i suoi commerci, contenesse agli espansionismi francese ed austriaco.

 

 

Un veneto illustre ma sconosciuto, a cui Vienna e Trieste titolarono due strade. Le ferrovie “impossibili” di Carlo Ghega.

l'ingegnere in una litografia del 1851

l’ingegnere in una litografia del 1851

Del grande furto della nostra storia fa parte anche Carlo Ghega, un ingegnere di straordinaria abilità, che progetto e condusse a compimento una ferrovia che collegava il Veneto di allora (la Venezia unita) all’Austria e al nord Europa, con importanti riflessi sul suo sviluppo e progresso.

Personaggi: Carlo Ghega, il pioniere delle ferrovie di montagna

La ferrovia del Semmering, che attraversa uno dei più impervi valichi alpini al mondo, è un’opera imponente. Inaugurata nel 1854, oggi fa parte del patrimonio mondiale dell’Unesco e venne realizzata grazie al genio e alle idee innovatrici dell’ingegnere veneziano Carlo Ghega 

Austria, 1954: un anno particolarmente importante per l’impero austro-ungarico perché veniva inaugurata la ferrovia del Semmering, il primo collegamento tra l’Europa centrale e l’Adriatico, che avrebbe portato notevoli effetti pratici in campo commerciale, nel movimento delle persone e nel settore strategico-militare.

ferrovie venete nell'800

ferrovie venete nell’800

La strada ferrata, che attraversa uno dei più impervi valichi di montagna al mondo (lungo 41 km, con pendenze fino al 25 per mille e a 895 metri di altezza), venne progettata dall’ingegnere veneziano Carlo Ghega, una figura che si rivelò di importanza fondamentale nell’architettura ferroviaria di quegli anni.

Personaggio poco conosciuto, se non dagli addetti ai lavori, Ghega elaborò alcuni dei più importanti tratti stradali, idraulici e ferroviari non solo del nord Italia ma anche dell’Impero austro-ungarico.

Nato a Venezia nel 1802 da una famiglia benestante, a soli 17 anni si laureò in ingegneria presso l’Università di Padova, frequentando nello stesso tempo l’Accademia veneziana di Belle Arti e interessandosi anche alla matematica.57513_214804545361082_369675367_ow

Da lì in poi la sua carriera fu veramente rapida.

A vent’anni entrò come apprendista nell’Amministrazione delle Opere Pubbliche delle Province Venete, occupandosi della costruzione di strade, in particolare di quelle dirette verso le Alpi. In seguito ottenne la direzione centrale a Venezia, ove rimase in carica fino al 1836 quando venne assunto dalla Banca austriaca Rotschild per la realizzazione della Kaiser Ferdinand Nordbahn, la ferrovia che avrebbe collegato Vienna a Trieste e, verso i Carpazi, con Bochnia (Galizia).

Dopo pochi mesi, Ghega fu nominato ingegnere capo della prima tratta ferroviaria della Nordbahn, incarico di grande prestigio ottenuto anche grazie agli appoggi del consigliere della corte imperiale austriaca, Ermenegildo Francesconi, anche lui di origini venete – era nato in provincia di Treviso nel 1795 -, già direttore tecnico delle opere pubbliche di Venezia.art_2403_1_vapore1

Nel 1842, a opera quasi completata, le Ferrovie Imperiali riconobbero l’alta professionalità del Ghega e gli affidarono l’incarico di studiare la fattibilità per il proseguimento della linea ferroviaria verso il Mare Adriatico.

Fu il 1848, l’anno delle rivoluzioni e dei precari equilibri politici, a segnare definitivamente il destino dell’ingegnere veneziano: in Austria l’imperatore Ferdinando I abdicò e salì al trono il giovane Francesco Giuseppe, mentre la situazione politica interna era complessa tanto quanto quella europea e gli ungheresi premevano per ottenere l’indipendenza.

le officine Breda, l'italia continuò lo sviluppo ferroviario della penisola

le officine Breda, l’italia continuò lo sviluppo ferroviario della penisola

La costruzione di nuove strade ferrate fu uno dei vari escamotage per dare lavoro ad ingenti masse di disoccupati e per accaparrarsi consensi politici e Ghega ottenne l’incarico di realizzare quella che sarebbe diventata la sua opera più importante: la ferrovia del Semmering. Da tutti ritenuta impossibile da realizzarsi per l’elevata pendenza, il valico rappresentava il confine fra la Bassa Austria e la Stiria e l’Impero austriaco ne aveva bisogno per raggiungere i propri territori adriatici.

Nel 1848, quindi, circa ventimila uomini iniziarono a lavorare a quest’opera imponente, seguendo un progetto che veniva modificato al procedere dei lavori ogniqualvolta si trovavano impedimenti come la franosità o l’instabilità dei declivi o la scarsa resistenza del terreno.

Nel 1851, dopo soli tre anni, la strada ferrata era terminata, ma mancava la cosa più importante: una motrice in grado di far superare ai normali convogli la pendenza del valico del Semmering.

Ghega dimostrò che una normale locomotiva a vapore era in grado non solo di superare gli estremi dislivelli, ma anche che la stessa macchina poteva fermarsi in brevi spazi senza dover ricorrere all’espediente di gettare sabbia fra le ruote e le rotaie. Il 22 giugno del 1851, in riconoscenza dei suoi alti meriti tecnici e scientifici, l’imperatore Francesco Giuseppe insignì Ghega del titolo di Conte, e da quel giorno diventò per tutti “Karl Ritter von Ghega”.

La ferrovia del Semmering (nella foto a destra) venne, invece, ufficialmente inaugurata nel 1854.

L’anno successivo, l’ingegnere veneziano fu addirittura proposto alla carica di Ministro del Commercio, Industria e Lavori pubblici viennese, una candidatura che contribuì a far crescere la sua popolarità e la sua autorità nel campo della politica dei trasporti e delle comunicazioni. Tra il 1855 ed il 1857, egli portò a termine la costruzione della linea ferroviaria Laibach-Trieste e la progettazione di linee ferroviarie in Ungheria ed in altre regioni dell’Impero.

Carlo Ghega morì il 14 marzo 1860 all’età di 58 anni. I suoi studi furono alla base delle costruzioni dei più difficili tratti di ferrovia di montagna in tutto il mondo, compresi quelli ad alta quota della cordigliera delle Ande. A lui vennero intitolate due strade, una a Vienna e una a Trieste e nel 1936 le poste austriache gli dedicarono un francobollo commemorativo.

A ricordarci il suo “genio” resta, comunque, la sua opera più imponente, la ferrovia del Semmering, inserita dal 1998 nel patrimonio mondiale tutelato dall’Unesco, che viene definita la più bella via per salire dal sud dell’Austria verso Vienna, un capolavoro di ingegneria che fu costruito in soli sei anni e che già nel 1854, con i suoi viadotti e tunnel, fu considerata un connubio perfetto fra tecnologia e natura.

 

Veneti nel MondoRegistrazione Tribunale di Venezia n. 1314 del 14-01-99

direttore responsabile Giorgio Spigariol

SI PARLA DI… DONNE. LE VIVANDIERE DELLA REPUBBLICA VENETA DEL 1848

227048_1998088962550_1309137_nMi scrisse cose interessanti Diana Nardacchione, storica esperta delle vivandiere dalle origini, e concorda con me sulla probabilissima non esistenza di tale figura nella Repubblica di San Marco, però aggiunge che nel 1848 diverse donne chiesero di svolgere tale ruolo nella difesa di Venezia. lascio a lei la parola:

Caro Millo

sono assolutamente daccordo con te. Credo che la Repubblica di venezia non sia andata oltre quello che io ho classificato come “secondo periodo”. Oltre a tutto la Repubblica di Venezia era uno stato estremamente conservatore. Eì’ possibile, comunque, che l’amministrazione stipulasse dei contratti di lavanderia con alcune mogli di soldati ma senza che questo rappresentarre un rapporto di arruolamento. Escludo che avessero un’uniforme perchè raramente le vivandiere italiane l’avevano. Ci sono diverse immagini di Girolamo Induno sulle vivandiere della Repubblica Romana del 1848. E sono tutte in borghese. Puoi mostrare ai tuoi amici quelle immagini per convincerli. Ti allego delle immagini francesi dell’epoca che mostrano divise piemontesi: due vivandiere hanno l’uiniforme, la terza no (ma ha i pantaloni sotto la gonna!). Durante l’insurrezione del 1848, invece, ti anticipo dal mio testo su “Le Vivandiere”228762_1998089922574_3030681_n

….In molti paesi d’Europa, quando verso la metà del XIX secolo furono concesse le prime costituzione, i liberali pretesero la costituzione di corpi della Guardia Civica a difesa delle nuove istituzioni. Poiché spesso i nuovi statuti riconoscevano diritti molto più ampi alle donne, queste, un po’ dovunque, chiedevano di essere coinvolte nella difesa delle libertà e dei diritti conquistati.230470_1998087002501_5633115_n

Le prime a mobilitarsi furono le donne di Venezia. Il 17 marzo 1848 la città insorse contro gli austriaci e ed un comitato femminile, composto da Elisabetta Michiel, Antonietta dal Cerè, Teresa Mosconi e Maria Graziani formulò una formale istanza di costituire un  battaglione femminile, affiggendo già anche i manifesti con il bando d’arruolamento. La richiesta venne accolta ridimensionandola nella costituzione di una Pia Associazione per supporto ai militari, di fatto un corpo di infermiere militari.

Contemporaneamente insorse Milano e fermenti di manifestarono anche a Napoli. Anche in queste due città vennero inoltrate delle istanze per la costituzione di corpi militari femminili, che, però, vennero cortesemente ma decisamente respinte…

 

Magari tu hai qualche informazioni in più sulle patriote veneziane del 1848.

Diana Nardacchione

DUE FILASTROCCHE ANTI PIEMONTESI NATE PRIMA DELL’ANNESSIONE DEL VENETO.

56125_450Che il popolo veneto fosse sostanzialmente ostile ai nuovi padroni “taliani” è un fatto negato dalla storiografia unitaria. Ma noi che amiamo scrivere stupidate, come ha più volte sottolineato la pagina facebook “le cazzate degli indipendentisti”, mettiamo intanto due filastrocche dei nostri avi, come prova di quale aria tirasse veramente nel 1848. La borghesia era magari filo unitaria, ma il 90 per cento dei Veneti era ostile, se non indifferente. Ostilità che aumentò ad annessione avvenuta, con l’introduzione di tasse esose (persino sugli affreschi delle ville venete, poi anche sul macinato per fare il pane) e la povertà sempre più diffusa. Unica scelta, per moltissimi, fu l’emigrazione, al grido disperato “P…ca Italia, ‘ndemo via !)

Sono tratte da un bel periodico, “Quaderni veneti”, diretto dall’amico Roberto Stoppato Badoer, in redazione spiccava tra gli altri Moreno Menini, che credo abbia presentato questo articolo.

I piemontesi son partiti / con la piva nel suo saco / Carlo Alberto l’è un gran macaco / ch’el voglimo fusilar.

e ancora : I Piemontesi co i so bafi / l’è na manega de briganti / i coparemo tuti quanti / i metaremo soto i pié.

Scrive la Redazione: Questo canto antipiemontese fu raccolto da Scipione Righi nel 1857 a Marano di Valpolicella e risale alla guerra del 1848. Sta in diretta della sostanziale estraneità della classe contadina ai moti liberali e risorgimentali.

Aggiungiamo  un articolo di ETTORE BEGGIATO*20e70b3d-6afd-47cc-87e1-58ba38a5fa1412Medium

Il Veneto fu annesso all’Italia il 21-22 ottobre 1866 dopo un plebiscito-truffa scandaloso.

La prima conseguenza dell’arrivo dei “liberatori” italiani nel Veneto fu …la partenza dei veneti dal Veneto. I Savoja nella nostra Terra si propongono come i continuatori dell’infame rapinatore chiamato Napoleone….Una pesantissima coscrizione militare obbligatoria (attraverso la quale si sottraggono alla nostra agricoltura migliaia e migliaia di possenti braccia), la riproposizione dell’odiosa tassa sul macinato, una vera e propria tassa sulla fame, proprio come quella imposta da Napoleone ai primi dell’ottocento, e poi tasse sul sale, sul caffè, sullo zucchero, sul petrolio, tasse giudiziarie e via discorrendo.

C’è chi protesta, con una buona dose di ironia: “Co le teste dei taliani zogaremo le borele (bocce) e Vitorio Manuele metaremo par balin”, e chi, costretto dalla fame e dalla disperazione che flagella il nostro popolo come mai nella nostra storia, emigra. Interi paesi partono alla ricerca della “Merica”, soprattutto nell’America Latina e in particolare nel Brasile meridionale, ricreando un altro Veneto al di là dell’Oceano (Nova Bassano, Nova Vicenza, Nova Padua ecc.), un Veneto che dopo diverse generazioni conserva tenacemente la propria cultura, le proprie tradizioni, la propria lingua.

– See more at: http://www.lindipendenzanuova.com/beggiato-savoia/#sthash.4NbPElQO.dpuf

IL 13 DICEMBRE 1815 FRANCESCO I si rivolge alla Veneta Nazione. Ritornano i cavalli di San Marco.

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V. Chilone, Il ritorno dei cavalli di San Marco, olio su tela, 1815, Palazzo Treves, Venezia, collezione privata

Il giorno di mercoledì 13 corrente è destinato da S.M. l’Augustissimo Nostro Sovrano per dare alla VENETA NAZIONE la più generosa testimonianza della Sua Paterna affezione col ricondurre un prezioso monumento dell’antica gloria veneziana.

I quattro celebrati cavalli ch’esistevano sulla Chiesa di San Marco, ricordando i fasti di Enrico Dandolo, e che furono in non lontana dolente epoca rapiti all’onor Nazionale, ricompariranno ….” Così si legge sul programma per la celebrazione del ripristino dei cavalli sulla Chiesa di San Marco che si trova sul volume “L’arte contesa nell’età di Napoleone, Pio VII e Canova”.

G. Borsato, La festa per il ritorno dei cavalli dalla Francia, 1815, disegno a gesso ed inchiostro, collezione privata, foto Christies

G. Borsato, La festa per il ritorno dei cavalli dalla Francia, 1815, disegno a gesso ed inchiostro, collezione privata, foto Christies

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G. Borsato, L. Martens, Sbarco dei Cavalli di Bronzo alla Piazzetta di San Marco, stampa, 1815, Museo Correr P.D. 1428

Dopo diciotto anni di esilio francese, i cavalli erano stati rimossi dalla soldataglia francese il 13 dicembre del 1797, l’imperatore d’Austria Francesco I° riconsegna alla città di Venezia e alla Veneta Nazione uno dei tanti capolavori rapinati da Napoleone; fondamentale fu, in questo contesto, l’opera del grande scultore Antonio Canova; la giornata fu immortalata dal vedutista Vincenzo Chilone in una delle sue opere più riuscite.

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G. Borsato, La festa per il ritorno dei cavalli dalla Francia, 1815, disegno a gesso ed inchiostro, collezione privata, foto Christies

Ma tralasciamo in questa sede la questione relativa all’indecente rapina compiuta da Napoleone ai danni del patrimonio artistico veneto, una questione che non va comunque considerata chiusa, per soffermarci sul riconoscimento che l’imperatore Francesco I° fa al nostro popolo, ci chiama, giustamente, “VENETA NAZIONE” un riconoscimento che non mi risulta sia in seguito venuto né da Casa Savoja né tantomeno dall’Italia Repubblicana.

Poche righe più avanti si ribadisce il concetto parlando di “Onor NAZIONALE”; va altresì ricordato ci furono da parte degli Asburgo altre attestazioni di rispetto nei confronti nella nostra nazione veneta: non a caso fino al 1848 la marina austriaca si chiamava ufficialmente “Imperial Regia Veneta Marina”, quella marina che parlando veneto sconfisse qualche anno dopo gli italiani a Lissa nell’indimenticabile 20 luglio 1866…

Ma ritorniamo al concetto di “nazione” per ribadire come il Veneto abbia tutte le caratteristiche per definirsi, appunto, nazione; nei dizionari ci viene spiegato che nazione è un insieme di individui che, avendo in comune storia, lingua, territorio, cultura, si identifica in una comune identità.

E il Veneto possiede ampiamente le caratteristiche sopra citate e tante altre, e penso alle comuni forme di religiosità, al modello economico (il famoso modello veneto), ai millecento anni di indipendenza veneta; manca, in questo momento storico, la consapevolezza. Ma questa mancanza è il frutto di centocinquantanni (meglio centoquarantacinque) di unità d’Italia nei quali è stato fatto di tutto per annacquare la nostra identità veneta e il nostro senso di appartenenza al Veneto, nazione storica d’Europa.

Sono dinamiche che conosciamo e che hanno colpito altre nazioni storiche europee, pensiamo per esempio alla nazione catalana: nel tristissimo periodo franchista la lingua catalana era ridotta a dialetto minoritario, l’identità catalana era sistematicamente calpestata dal governo di Madrid; oggi, nella Costituzione della Catalunya, l’articolo uno parla di “La Catalunya, come nazionalità, esercita il suo autogoverno…”

E tante altre sono le nazioni storiche d’Europa, dalla Scozia alla Bretagna dalla Baviera alle Fiandre che vogliono e devono ritrovare la giusta dimensione per risollevare quell’Europa mortificata dall’essere diventata un’Eurolandia in balia di speculatori senza scrupoli…

ETTORE BEGGIATO

LA MORTE DI ANITA GARIBALDI. IL “CORONER” DELL’EPOCA, PARLO’ DI STRANGOLAMENTO.

12321458_1136046356428191_8581618895921691860_nAnita (nata: Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva. Morrinhos, 30 agosto 1821 – Mandriole di Ravenna, 4 agosto 1849) incinta e febbricitante, poiché rallentava la fuga del buon Giuseppe, dopo l’effimero colpo di Stato della Repubblica romana, secondo il primo referto medico legale fu fatta STRANGOLARE dall’amato Garibaldi. Aveva 27 anni.

Anita Garibaldi: com’è morta?

Tutti noi siamo stati indottrinati sulla storia dell’amore fra Anita e Giuseppe Garibaldi.Peccato non venga divulgata anche tutta la controversa verità sulla morte di Anita, morta nelle valli di Comacchio nel 1849.Riportiamo per intero il testo del rapporto stilato dal Delegato Pontificio di Polizia in Ravenna, conte Lovatelli, e consegnato a monsignor Bedini, Commissario Pontificio Straordinario di Bologna, il 12 agosto 1849:

«Eccellenza Reverendissima, mi reco a premuroso dovere rassegnare rapporto a Vostra Eccellenza Reverendissima sul reperimento d’ignoto cadavere. Venerdì scorso 10 corrente da alcuni ragazzetti in certe lande di proprietà Guiccioli alle Mandriole in distanza di circa un miglio dal Porto di Primaro, e di circa 11 miglia da Comacchio, fu trovato sporgere da una motta di sabbia una mano umana.

Presso la ricevuta notizia accedette ieri la Curia in luogo, dove giunta fu osservata la detta mano e parte del corrispondente avambraccio, che erano stati divorati da animali, e dalla putrefazione.

Fatta levare la sabbia, che vi era, per l’altezza di circa mezzo metro, fu scoperto il cadavere di una femmina, dell’altezza di un metro e due terzi circa (1,65 cm) dell’apparente età di 30 in 35 anni alquanto complessa, i capelli già staccati dalla cute e sparsi fra la sabbia, erano di colore scuro piuttosto lunghi, così detti alla Puritana.

Fu osservato avere gli occhi sporgenti, e metà della lingua pure sporgente fra i denti, nonché la trachea rotta ed un segno circolare intorno al collo, segni non equivoci di sofferto strangolamento.

Ne alcuna altra lesione fu osservata nella periferia del di lei corpo; fu veduto mancarle due denti molari della mandibola superiore alla parte sinistra ed altro dente pur molare alla parte destra della mandibola inferiore.

Sezionato il cadavere, fu trovato gravido di circa sei mesi.

Era vestita di camicia di cambrik [tela di cotone, ndr.] bianco, di sottana simile, di sournous [un corto mantellino, ndr.] egualmente di cambrik, fondo paonazzo, fiorato di bianco.

Scalza nelle gambe e nei piedi, senza alcun ornamento alle dita, al collo, alle orecchie, tuttoché forate.

Li piedi mostravano di essere di persona piuttosto civile, e non di campagna, perché non callosi nelle piante.

La massa delle persone accorse da Mandriole, da Primaro, da Sant ‘Alberto e altri finitimi luoghi non seppero riconoscere il cadavere. Non si è potuto stabilire il colore della carnagione per essere il cadavere in putrefazione, nel qual caso non rappresenta il color naturale.

Ne si credette trasportarlo in più pubblico luogo per lo ricognizione, atteso il gran fetore per cui fu subito sotterrato anche per riguardo della pubblica salute.

Tutto ciò conduce a credere che fosse il cadavere della moglie o donna che seguiva il Garibaldi, sì per le prevenzioni che si avevano del di lui sbarco da quelle parti, sia per lo stato di gravidanza.

Fin qui è oscuro come sia giunta quella donna in quei siti, e come sia rimasta vittima.

Si stanno però praticando le opportune indagini, delle quali sarà mia premura sottomettere all’Eccellenza Vostra Reverendissima alla opportunità l’analogo risultato»

Il cadavere risultò essere proprio quello di Anita.

(Il referto è reperibile, tra l’altro, nella biografia Anita Garibaldi. Vita e morte di Ana Maria de Jesus, Boris – Milani, pagg. 156- 157).

Tempo dopo, visto il “ruolo” che le autorità inglesi e sabaude decisero di assegnare a quello che fu oggettivamente usato come un “fantoccio-insanguinato”, fu compilato un altro referto che contraddiceva il primo. Di certo si sa solo che è morta…

TRATTO DALLA PAGINA

https://www.facebook.com/FACCIAMO-CONOSCERE-LA-VERA-STORIA-DEL-SUD-105403376159166/?fref=photo

IL GARIBALDINO PENTITO “Come la penso” autore: Giuseppe Nuvolari

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Io sono vecchio e quindi poco mi resta da perdere, ma se fosse possibile tornare indietro, confesso che terrei un’altra condotta. Fra mezzo a tante delusioni a tanti inganni, a tanti dispiaceri vi è una cosa che mi consola assai; sì è quella che avendo partecipato a tanti sconvolgimenti politici, non potei avere figli, così non avrò il dolore di lasciarli spettatori delle vergogne del nostro sventurato paese e francamente dichiaro che se mi fossi immaginato il come sarebbero andate le cose, non mi sarei di certo imposto tanti sacrifici materiali e morali, perché non ne valeva la pena!”.
Nella galleria dei memorialisti garibaldini, Giuseppe Nuvolari non compare. Partecipe di tutti i grandi eventi del Risorgimento, volontario in Sicilia con Garibaldi, e a lui vicino in quella sorta di esilio che fu Caprera, tornando a casa ebbe il coraggio di dire “ciò che pensava
“: il nostro Nuvolari, mantovano sobrio e concreto, tornando a casa deluso dalla piega degli avvenimenti, sfidando il nuovo regime che lo ripagò con la moneta del silenzio, sebbene più a suo agio col vomere e la vanga, prese la penna ispirato dalla passione e dall’indignazione, e quasi di getto, con verve ironica irresistibile, compose questo straordinario e godibilissimo memoriale diviso in due parti e scritto in forma di lettera. libro ristampato dall’editore Sometti di Mantova, a cura dell’associazione Padi Terrae, con una penetrante ed esemplare introduzione di Sante Bardini.
Nel nome di Garibaldi venuto dall’America per fondare una nuova patria rigenerata, il giovane Nuvolari scappa di casa nel 1852. Si arruola nel 1859 nei “Cacciatori delle Alpi”, di Garibaldi visto con sospetto dai generaloni di Torino: nel 60 è in Sicilia con i Mille, che al primo solenne raduno nel cinquantenario della spedizione, nel 1910, invece di presentarsi dimezzati complice l’anagrafe e la falce, si erano come moltiplicati, come aveva temuto Garibaldi. Fatta o disfatta l’Italia, Nuvolari resta per qualche tempo con Garibaldi a Caprera, avendo modo di sperimentare come il “sogno” svanisca lasciando il posto a una ben triste realtà. Tornato a casa comincia a stendere questa lunga lettera e il destinatario simbolico è il sindaco dell’isola della Maddalena, Leonardo Bargoni, al quale denuncia quasi con foga e con dati inoppugnabili, le incipienti storture, i ladrocini, la corruzione, ravvisando nel doppio sistema che si va instaurando la nascita della “questione meridionale” (speculare a quella “settentrionale”), che sarà alla base di un secolare e irrisolto malinteso. Vede, quasi in anticipo e chiaramente, la formazione di due Italie contrapposte, di una doppia morale, e provoca il Bargoni , con la sua focosa e stringente requisitoria:«Come Ella avrà osservato, nel mio Comune vi è meno di un impiegato su mille persone. Alla Maddalena, e nella Sardegna tutta, quanti ve ne saranno? Credo di non esagerare dicendo uno su cento. Ma mi dica di grazia, caro signor Leonardo, a che cosa servono, cosa fanno tutti gli impiegati che sono alla Maddalena?».
Al Sud osserva le terre lasciate incolte dai proprietari ed esclama:«Si fossero trovati sotto il paterno regime austriaco – allorché questi dominava nel Lombardo-Veneto – sarebbero stati freschi! Negli anni di penuria, l’Austria obbligava i conduttori di fondi a dare lavoro ai contadini, in proporzione del censo, indicandogliene il numero, e se non vi era proprio nulla da fare… in tal caso bisognava pagarli lo stesso!».Così dopo aver combattuto l’Austria a viso aperto, viene quasi la tentazione di rimpiangerla: col “regime italiano” la Lombardia scade di livello e di senso civico. Se si vuol fare giustizia della propaganda post-risorgimentale, questo libro è l’antidoto adatto. Una lettura che vivamente raccomando. Ne emerge l’immagine veritiera dell’Italietta di ieri, pataccara e vile, nutrice e pronuba dell’Italia d’oggi, vizi, malversazioni e cialtronerie compresi.

1797: L’ADDIO AL GONFALONE DI ZARA, VE COMOVARA’, COME QUEL DE PERASTO, FRADEI VENETI.

Luigi Tomaz

Racconta il Conte Viscovich, a proposito di Zara:

“Giurarono fede all’imperatore tutti i Magistrati e circa 2000 soldati veneti che si trovavano in quella fortezza per presidio; quindi si vedeva uno spettacolo generoso e lacrimevole: perché allorquando si venne all’atto di consegnarsi dai soldati il vessillo di San Marco in mano al Generale austriaco, prorompevano in dirotto pianto: a loro rispondevano con altrettante lacrime, i circostanti. I Panduri tra gli altri, gente creduta barbara, davano tali segni di dolore, e di disperazione… che i capitani austriaci concedevano loro di potere continuare nell’uso antico, di portarsi i veneziani vessilli”.dalmazia-zara_03

C’è stato a Zara, il tempo per preparare il popolo all’ineluttabilità degli eventi e si è avuta la fantasia di escogitare la cerimonia, civile, militare e religiosa e sopratutto – popolare – del gonfalone.

Il Gonfalone, e il Leone che vi era ricamato non erano per la Repubblica quello che erano le bandiere per gli altri Regni, ma molto di più. Non era l’insegna di una casa regnante che si perpetuava nella Dinastia, nè era l’insegna del Doge. Era San Marco in forma de Lion  e San Marco era il vero capo dello Stato. Mocenigo_1541

I re brandivano il loro vessillo, mentre il Doge si inginocchiava davanti all’asta che reggeva il gonfalone e così veniva scolpito e coniato.

La cerimonia è stata, soprattutto agli occhi del popolo il trionfo dell’antico simbolo celebrato con l’onore delle armi dalle due rappresentanze militari in situazione di parità.