1917: I PROFUGHI VENETI SI SCONTRANO COL MONDO FEUDALE SICILIANO

Di Alvise Zorzi, da San Marco per sempre ed. Oscar Mondadori.

Un contingente di sfollati di Possagno viene spedito, tra mille tribolazioni e intoppi, fino a Marsala, nella lontana e sconosciuta Sicilia. Due mondi totalmente estranei l’uno all’altro.3

Usi e costumi: l’incontro con una cultura estranea e diversa, è vissuto senza comprensione. Lo “struscio” dei signori: “la sera co tuti ‘sti baroni, principi, parché ciò, là i è tuti nobili, magari senza schei, che i fèa la so gran passegiada… co ‘ste carozhe, do gran cavai vanti, pian, pian, a farse bèn vedar, po-pum, po-pum, co le so siòre tute in ghingari ” .

Le processioni, con le statue portate fuori “co’ na gran passion“della gente, le donne che gridano, strillano, (siamo costretti a tradurre il linguaggio assai colorito del profugo) e buttano soldi, e attaccano quelli di carta sulle statue. “No se capìe ben che religion che la ere“. “Ci sono molte chiese, ma poco e mal frequentate, sporche, mal tenute, senza un banco, solo sedie e stanno sempre seduti, molto pochi si inginocchiano alla elevazione, un continuo parlare, un contegno da teatro” annota Regina Fornasìer, una profuga dei Colesei.

Un altro profugo ricorda la festa della Madonna: la chiesa piena di donne con i loro bambini e “co ‘ste face piene de passion le se metea davanti a la Madona: salvami figlio mio-1 salvami mio marito! . Le féa pena ma cofà che le fusse in t’un teatro” . ww1-3

Colpiva i profughi l’abitudine delle donne di allattare i bambini in chiesa, col petto scoperto. Sono diversità puramente esterne, superficiali, ma sembrano scavare un solco di incomprensione che nessuno riesce a colmare.

Tra i ragazzi profughi e i ragazzi di Marsala non nascono amicizie. Qualche ragazzino possagnotto che si è messo a giocare con i coetanei locali è rimasto spaventato dalla loro reazione ad un piccolo sgarbo; ci hanno guardato “co i oci tirai”, con gli occhi sbarrati che parevano di fuoco. “Pensavo che fosse una cosa da bambini, ma loro subito col coltello fuori dalla saccoccia, anche i più piccoli”.

Due mondi si guardano con stupore e diffidenza, i siciliani, per parte loro, guardano ai profughi come a gente remota, bigotta, sprezzante, che mangia troppo e non nutre passioni umane… mentre sul Grappa e sul Piave il magma si trasformava in amalgama, dietro le spalle, nei paesi d’origine, il magma persisteva tenacemente.

I VENETI DEGLI ANNI ’20, DIMENTICATI TRA LA MACERIE DI UNA GUERRA, l’unità appare un nonsenso.

belgian-refugees-in-antwerp-1914Siamo all’epoca della presa del campanile, l’intelighenzia sinistrorsa veneta indice addirittura un convegno ove si tende a dimostrare la sprovvedutezza dei “Serenissimi”, nati in una terra, la bassa padana, incline alla rivolta fine sè stessa, e l’inadeguatezza culturale di chi vorrebbe appellarsi a una repubblica di Venezia oligarchica e distante dal popolo (il solito cliché di chi conosce la storia di Venezia attraverso la presentazione di personaggi come il Daru o i risorgimentalisti) .  Guerra

Io invece, proprio da questo libro, trovo sempre perle meravigliose come  l’atteggiamento dei repubblicani veneti verso l’autonomia regionale. Gente tosta di sinistra, eh… come i fratelli Bergamo, onorevoli di Treviso; ecco cosa scriveva la Riscossa a proposito della Ricostruzione della nostra terra martoriata: gruppoemigranti

Già dal titolo si intuisce il resto che segue . “L’unità d’Italia è un non senso” 15 maggio 1920.  Vi potrà essere chi teme per l’unità d’Italia? Crediamo di no. Altra cosa è l’unità morale, il concetto nazionale, altra è l’unità amministrativa. Quella è un principio immortale, questa un non senso”. ww1-3

Nel frattempo c’era chi ci trattava da insopportabili scocciatori, con le nostre richieste, come il grande giornalista Luigi Albertini, espressione dell’estabishment il quale sosteneva dal Corriere della Sera che il Veneto aveva avuto anche troppo come rimpborsi per i danni di guerra. “Veneti, il governo ride delle vostre sventure” rispondeva “la Riscossa” e anche nel ’22 in un articolo, titolato “Un’offesa immeritata ai veneti danneggiati” si puntava l’indice sul parassitismo ” Se si deve dire la verità tutta intera e senza peli sulla lingua, turbe di avvoltoi sono qui calate da ogni parte d’Italia a derubare il governo e anche i veneti sempre ingenui e remissivi”.

E ancora, ne “il compito dei veneti”, La Riscossa, 20 settembre 1922: Veneti ! L’ala di San Marco vigila ancora sui vostri destini ! Le vostre piaghe non saranno sanate  che svincolandovi dal nefasto centralismo romano ! ”

Parole più che mai attuali.  Il problema veneto, lungi dall’essere risolto, cresce sempre più.

“IL MALE DELL’ITALIA VIENE DAL CENTRO” IL CLN VENETO, OSSIA IL PARTIGIANO VOLEVA FEDERALISMO

04E’ perlomeno buffo scoprire che fino al dopoguerra, le forze autonomiste (a volte anche apertamente secessioniste) si trovassero alla sinistra del schieramento politico veneto. Oggi sappiamo delle posizioni della sinistra, anche nel Veneto, in quel campo nessuna istanza che voglia dare nelle mani del Presidente della Regione qualche potere amministrativo oggi saldamente nelle mani di Roma. Quindi giova utile, a noi e ai compagni “radical chic” una ripassata di storia.  Le fonti sono i giornali dell’epoca. download

La virulenta polemica anticentralista nel CLN del Veneto, nel 1945,  si innescava direttamente sulle macerie dell’esperienza politica fascista che del centralismo aveva esasperato ogni forma e contenuto. Eliminazione degli organi elettivi comunali spstituiti con podestà di nomina centrale, soppressione di piccole municipalità, drastica riduzione dell’autonomia finanziaria, esaltazione del ruolo del Prefetto, centralizzazione dell’economia, dilatazione degli enti statali e parastatali, sono alcuni dei momenti dell’azione accentratrice del regime.

Omaggio ai partigiani ''questi umili grandi eroi" - comune di Treviso, 29 aprile 1945

Omaggio ai partigiani ”questi umili grandi eroi” – comune di Treviso, 29 aprile 1945

Il fascismo sperò non era l’unico ‘colpevole’ , le radici del fenomeno affondavano in tempi più remoti: “Se noi facciamo una colpa al fascismo di averci tolto tutte le libertà – si leggeva nel volantino del Partito d’azione ai Veneti , affermiamo però insieme che non era vera libertà quella che anche prima livellava la vita pubblica Italiana (maiuscolo) secondo le direttive di uno stato accentratore, che non riconosceva le nostre Regioni, che concedeva solo una apprena di autonomia alle provincie e ai comuni .02

E’ dunque lo stato centrale – e il suo dominio burocratico-politico “che significa arbitrio, corruzione, intrico” ad essere il vero bersaglio delle critiche dei vari CLN veneti. E’ una denuncia dai toni forti, a volte anche aggressivi, che diventerà sempre più intensa, man mano che la “riunificazione” del territorio nazionale procederà inesorabilmente verso la saldatura soffocante col governo di Roma.

E’ un piccolo estratto dal libro “Venetismi” di Mario Borghi (Autonomia , regionalismo, localismi: un percorso nel veneto nel secondo dopoguerra) .

 

 

150 anni di camorra, Liborio Romano neo ministro italiano, a Napoli assume i camorristi come poliziotti.

Camorrista_800Presente in Campania da tempo immemorabile, è proprio nel 1860 – durante lo spodestamento di Francesco II di Borbone e l’arrivo a Napoli di Garibaldi – che la Camorra fa il salto di qualità e diventa uno degli innegabili protagonisti delRisorgimentopartenopeo.

Fu infatti l’allora Ministro dell’Interno del Regno d’Italia, il carbonaro mazziniano Liborio Romano, che, per sbarazzarsi dei poliziotti di Napoli – rimasti fedeli alla vecchia monarchia borbonica – decise di sostituirli direttamente con i suoi guappi… Questa storia incredibile ma vera è raccontata da Giuseppe Buttà nel suo “UN VIAGGIO DA BOCCADIFALCO GAETAmemorie della rivoluzione dal 1860 al 1861” (9).

A questo punto si rende opportuno un ragguaglio su Liborio Romano: Padre Buttà lo definisce a ragione, oltre che mazziniano, anche massone. La prova certa della sua appartenenza è riportata nello studio di Luigi Polo Friz “LA MASSONERIA ITALIANA NELDECENNIO POSTUNITARIO”Ludovico Frapolli ed. (10).bella-società-riformata

A pag. 137 del volume troviamo il seguente riferimento: “Nel 1867 morì Liborio, Ministro dell’Interno e della Polizia generale nell’ultimo governo borbonico. Su di lui esiste una non trascurabile letteratura. Amico di due grandi patrioti, Libertini e Stasi, della loggia Mario Pagano, «divise con loro l’amore per i valori liberal-democratici». Il Bollettino dedicò a Romano due pagine.(11) L’Umanitario gli concesse uno spazio assai più modesto, sebbene il necrologio fosse dovuto: nell’agosto del ’66 lo scomparso era stato nominato «Presidente interino della Sezione Concistoriale all’Oriente di Napoli» ed aveva ringraziato con entusiasmo sia Dominici che Bozzoni”.L’edizione utilizzata dell’opera di Buttà è quella Bompiani del 1985, prefata da Leonardo Sciascia (il brano in questione si trova alle pagine 117-122).

Ecco cosa scrive lo storico siciliano: “In Napoli è la setta così chiamata de’ camorristi; e per quelli che non la conoscono è necessario che ne abbiano un’idea; imperocché di questa setta se ne servirono i liberali per far popolo, rumore, dimostrazioni e detronizzare Re Francesco II di Borbone.

La setta de’ camorristi è molto antica in Napoli; ma alcuni sostengono che sia comparsa con la dominazione spagnuola. Difatti l’origine del nome Camorrista è da Camorra, che in ispagnuolo vuol dire querela. Altri poi dicono che Camorrista viene da Morra ch’è un giuoco ove si commettono soprusi e giunterie. Ed invero i camorristi traggono de’ guadagni sopra i giuochi leciti ed illeciti. Camorrista in Napoli suona ladro, giuntatore, galeotto, accoltellatore, usuraio guappo o sia spacconaccio. La gente onesta teme i camorristi, non li accusa alle autorità, e per lo più si sottomette alle loro giunterie, per non essere accoltellata da coloro che restano in libertà.(…)

Tutte le dominazioni, che si sono succedute, hanno accusate le precedenti, perché non hanno distrutto la setta dei camorristi, e poi esse medesime han finito per tollerarla, e qualche volta se l’han fatta alleata.lazzarone

Proclamata la Costituzione, il Ministero liberale fece Prefetto di Polizia Don Liborio Romano, nativo delle Puglie. Era costui un avvocatuccio infelice, o come suol dirsi, avvocato storcileggi: fu carbonaro, massone, mazziniano, e nel 1850 fu messo in carcere, ed in ultimo esiliato. Il 22 aprile del 1854, Don Liborio mandò da Parigi, ove si trovava allora, un’umile supplica al Re Ferdinando II, nella quale protestava: «Devozione e attaccamento alla sacra persona del Re: e se mai l’avesse offesa inconsapevolmente, prometteva in avvenire una condotta irreprensibile ». Re Ferdinando lo fece tornare nel Regno.

D. Liborio Romano, divenuto prefetto di polizia liberale, si circondò di tutta la Camorra napoletana, ed altra ne fece venire poi dal Regno, e dal resto d’Italia. Di alcuni di quei camorristi non so che novelli poliziotti ne abbia fatto; ad altri diede l’onorevole mandato di far la spia alla gente onesta, designata sotto il nome di borbonica, altri infine, ed erano i più facinorosi, destinò a soffiare nel fuoco della rivoluzione, in mezzo al popolaccio napoletano. Le prime prodezze dei camorristi – sempre diretti da D. Liborio, prefetto di polizia – furono gli assalti dati agli ufficii della vecchia polizia, essendo stata questa troppo curiosa di conoscere i fatti della gente poco onesta, e come intorbidatrice della pace de’ camorristi e de’ settari.

A dì 27 e 28 giugno, dopo tre giorni che si era proclamata la Costituzione, vi furono due assembramenti di camorristi, di lenoni, di monelli e di cattive donne, tra le altre la De Crescenzo e la celebre ostessa detta la Sangiovannara: tutti pieni di fasce e nastri tricolori, con pistole e coltelli, gridavano libertà ed indipendenza, a chi non gridasse in quel modo parolacce e busse.

Il 27 assalirono i due Commissariati di polizia, quello dell’Avvocata e l’altro di Montecalvario. Un certo Mele, capo di quelle masnade, che giravano in armi in cerca della vecchia polizia, ferì a Toledo l’ispettore Perrelli. Costui fu messo in una carrozzella per essere condotto all’ospedale: potea vivere, ma il Mele lo finì nella stessa carrozzella a colpi di pugnale. In compenso di quella prodezza, il Mele fu ispettore di polizia sotto la Dittatura di Garibaldi. Giustizia di Dio…! L’anno appresso il Mele fu accoltellato da un certo Reale, altrimenti dettobello guaglione; svenne, fu messo pure in carrozzella, ma prima di giungere all’ospedale morì.

celebrato come Eroe della Patria

celebrato come Eroe della Patria

 

Il prefetto Don Liborio, vedendo che tutto potea osare impunemente, il 28 riunì un grande assembramento di que’ suoi accoliti, e loro impose di assaltare gli altri Commissariati della vecchia polizia.

Le scene ributtanti e i baccanali di questa seconda giornata oltrepassarono di gran lunga quelli operati nella precedente. Quella accozzaglia assalì i Commissariati al grido di muora la polizia! Viva Carlibardi! – così alteravasene il nome dalla plebaglia – La truppa, che tutto vedeva e sentiva, fremea di rabbia, ed era obbligata da’ suoi duci a starsene spettatrice indifferente.

Gli assalitori de’ Commissariati gittarono da’ balconi tutte le carte, il mobilio, le porte interne, e ne fecero un falò in mezzo alla strada. Un povero poliziotto del Commissariato di S. Lorenzo si era occultato in un credenzone, e così, com’era, fu gittato da un balcone in mezzo alla strada. Intorno a quel falò si ballava, si bestemmiava, si cantavano canzoni le più oscene.

Il solo Commissariato della Stella non fu invaso e distrutto per quella giornata, perché i vecchi poliziotti di guardia si atteggiarono a risoluta difesa, e tennero lontani i camorristi e compagnia bella. Ma que’ difensori del Commissariato, vedendo che il Governo volea la loro distruzione, la sera abbandonarono il posto, che fu l’ultimo a essere distrutto.

Dopo che i camorristi fecero quelle prodezze, andavano attorno con piatti nelle mani a domandare l’obolo per la buona opera che avevano fatta. E i liberali, trovarono giustissimo quanto aveano operato i camorristi; poiché secondo la loro logica, la Costituzione proclamata importava uccidere i cittadini, che aveano servito l’ordine pubblico ed il Re.

Sarebbero state sufficienti queste prime scene inqualificabili, perpetrate da’ camorristi, capitanati da D. Liborio, prefetto di polizia liberale, per far conoscere anche agli sciocchi, e principalmente a chi potea e dovea salvare la Dinastia e il Regno, che la proclamata Costituzione serviva come mezzo sicurissimo per abbattere Re e trono. Ma si proseguì sulla medesima via de’ cominciati disordini, i quali si accrescevano giorno per giorno, ora per ora con selvaggia energia, ed a nulla si dava riparo. Ciò dimostra la tristizia e l’infamia degli uomini che allora aveano afferrato il potere, e la dabbenaggine di coloro che si dicevano, ed erano realmente, pel Re e per l’autonomia del Regno. (…)

la camorra mobilita le proprie famiglie e i quartieri per festeggiare l'annessione

la camorra mobilita le proprie famiglie e i quartieri per festeggiare l’annessione

Il ministro della guerra, Leopoldo del Re, devoto e fedele al Sovrano, in vista dell’anarchia sempre crescente a causa de’ camorristi, diretti e sostenuti da D. Liborio, prefetto di polizia liberale, tolse dal comando della Piazza il generale Polizzy, il quale non avea fatto impedire da’ soldati quei baccanali e quegli eccessi perpetrati da’ camorristi, e dal resto della brunzaglia napoletana. In cambio nominò il duca S. Vito, il quale proclamò lo stato d’assedio. Si proibì ogni assembramento maggiore di dieci persone, e la esportazione d’armi e di grossi bastoni. S. Vito uomo risoluto, a norma dell’Ordinanze di Piazza, volea procedere al disarmo.

D. Liborio però si oppose energicamente, conciosiaché disarmando i camorristi, egli, prefetto di polizia liberale, rimaneva senza armata e senza prestigio; e, sostenuto come era dalla setta e dai traditori che circondavano il Re, la vinse; ed i camorristi rimasero padroni di Napoli, cioè erano essi la sola autorità dominante.

Non contento ancora di avere a sé i camorristi, D.Liborio volle pure che i medesimi fossero riconosciuti e pagati dal Governo; di fatti ottenne un decreto, in data del 7 luglio, col quale si aboliva l’antica polizia, e se ne creava una nuova di camorristi, con nuove uniforme e nuovi principii, già s’intende.

 

Fu uno spettacolo buffonesco quando si videro in Napoli i camorristi dalla giacca di velluto, vestiti da birri, o sia da guardie di pubblica sicurezza, e i loro caporioni da Ispettori. Quei custodi dell’ordine pubblico faceano paura agli stessi liberali, e molti di costoro si dolsero con D. Liborio; il quale rispose di aver fatto benissimo; dappoiché i camorristi doveano essere compensati e protetti a preferenza, per grande ragione de’ servizii che aveano resi, e di quelli che doveano rendere ancora: diversamente, si sarebbero messi dal lato dei reazionari. Disse pure, ch’egli si augurava di fare di loro tanti onesti impiegati governativi; essi, che fino allora erano stati negletti e perseguitati (!); e che era suo divisamento cavare l’ordine dal disordine. (12) – Queste massime antipolitiche e antisociali, specialmente pel modo come l’applicava D. Liborio, erano imitate dallo stesso Ministero negli altri rami amministrativi, cacciando via gli impiegati antichi ed onesti, e surrogandoli con gente o ignorante, o dubbia o disonesta”.

 

L’ASSALTO AL CAMPANILE, NELLA CRONACA DEL CORRIERE DELLA SERA.

10 MAGGIO 1997

I FUNERALI DI BEPIN SEGATO, L'AMBASSADOR NEL MARZO 2009

I FUNERALI DI BEPIN SEGATO, L’AMBASSADOR NEL MARZO 2009

L’ assalto si e’ concluso dopo quasi nove ore con l’ arresto dei terroristi. In serata un comunicato e nuove minacce: ” Liberateli “

” Abbiamo occupato piazza San Marco “

Sequestrano un traghetto, poi l’ attacco al Campanile. L’ assedio notturno e il blitz dei carabinieri

 L’assalto si e’ concluso dopo quasi nove ore con l’arresto dei terroristi. In serata un comunicato e nuove minacce: “Liberateli” “Abbiamo occupato piazza San Marco” Sequestrano un traghetto, poi l’attacco al Campanile. L’assedio notturno e il blitz dei carabinieri

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI VENEZIA – I rappresentanti del Serenissimo governo veneto a un certo punto si sono trovati assediati da un manipolo di “terroni”: il colonnello della guardia di finanza Claudio Nasta, brindisino; il colonnello dei carabinieri Emilio Borghini, romano; un capitano dell’Arma calabrese; il prefetto Giovanni Troiani, romano; il magistrato, Remo Smitti, procuratore aggiunto di Venezia, barese. L’unico nordista, il questore, Lorenzo Cernetig, triestino.

Ed e’ a quest’ultimo che si rivolge il magistrato: “Ci parli lei, dotto’ – gli suggerisce -. Non vogliamo che pensino a provocazioni”. Erano le 3.30 della notte di ieri. Sopra il campanile di San Marco lucean le stelle, da una cella campanaria della torre da cui, secondo il viaggiatore del XVII secolo Thomas Corvat, si gode il panorama piu’ bello del mondo, garriva al debole vento una bandiera della Serenissima repubblica.121029449-7ada4dc7-5492-4abe-907f-e6a133f9ffff

Ai piedi del campanile un gruppo di sudisti “servitori dello Stato centralista e oppressore” batteva i piedi per il freddo umido, meditava sul da farsi e si domandava perplesso davanti a un camper bianco rubato appoggiato alla staccionata che circonda la base della torre e a un vecchio Fiat 690 con improbabile travestimento da blindato bellico: una carnevalata? (siamo pur sempre a Venezia). Una beffa? O un drammatico campanello d’allarme, come avvertiranno ore e ore piu’ tardi commentatori e politici? Interrogativi inquietanti ma inutili. Occorreva decidere.

Ricorda il colonnello Nasta: “E abbiamo deciso. Abbiamo scelto il Gis perche’ il Gruppo d’intervento dei carabinieri a Livorno era il piu’ vicino a noi”. Ore 0.20 – Al punto d’imbarco dell’isola del Tronchetto sta per partire l’ultimo traghetto della linea 17 diretto al Lido. La nave si chiama – e’ destino – San Marco. Il manipolo paga il biglietto (67 mila lire) e il loro camion con rimorchio fra le proteste dei pochi autisti e passeggeri presenti supera la fila e si imbarca per primo.blindato-serenissimi_thumb400x275

Uno del gruppo va dal capitano Giovanni Girotto, 55 anni, da 25 a servizio dell’Azienda comunale trasporti veneziani, gli punta un Mab in perfette condizioni: “Portaci in piazza San Marco”. I complici sequestrano i telefonini ai passeggeri. Il comandante cerca di dissuaderli. “Non c’e’ pescaggio, il fondale e’ basso”. “Devi partire, scassa pure tutte le gondole”. Ore 0.40 – Il San Marco attracca a Todaro dove pure non c’e’ pontile.

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Luigi Faccia, l’ideatore del blitz

Il commando usa delle tavole per consentire al portellone di agganciare alla terra ferma. Vengono scaricati il blindato e il camper. Un gruppo di otto turisti francesi, mezzo ubriachi, vede uomini e mezzi occupare piazza San Marco. Corrono all’albergo dove alloggiano e dicono al portiere Roberto Paniccia: “Neppure Napoleone aveva osato occupare la piazza con i carri e voi ci portate i carri armati”. Il portiere chiede perplesso: “Ma quanti bianchi avete bevuto?”.

Ore 0.50 – Scatta l’allarme generale. Due dei terroristi da operetta si asserragliano sul blindato, gli altri piazzano il camper davanti a una porta secondaria del campanile circondato da una palizzata per lavori. Rompono il catenaccio ed entrano nella storica torre. Arrivano 40 carabinieri, 40 poliziotti e 39 finanzieri. “Quasi una par condicio non voluta”, commenta il colonnello Nasta. Ore 2 – Si riunisce l’unita’ di crisi, vengono chiamati il ministro Napolitano in America e il sottosegretario Senisi a Roma. Ore 3.30 – Arriva il magistrato Smitti da San Dona’ di Piave dove abita.

il tankoè stato comperato all'asta giudiziaria e ora è ritornato patrimonio dei Veneti

il tanko è stato comperato all’asta giudiziaria e ora è ritornato patrimonio dei Veneti

Si opta per l’intervento di forza, mentre il questore comincia a trattare. Si decide di chiamare i Gis, invece dei Nocs della polizia o dell’Atpi (Antiterrorismo e pronto impiego della Guardia di finanza) perche’ i reparti speciali dei carabinieri dalla Toscana possono arrivare piu’ velocemente. Ore 5.30 – Venticinque carabinieri del Gis (cinque gruppi da 5) sbarcano all’aeroporto di Tessera con un G222. Il campanile di San Marco e’ sorvolato senza sosta da un elicottero dei carabinieri di Treviso con dentro tiratori scelti. Molti veneziani si svegliano e pensano a un bis dell’incendio della Fenice. Ore 6.30 – Gli incursori rivoluzionari lanciano un messaggio via Rai e lo ripetono un’ora dopo: “Attenzione.

Il Veneto serenissimo governo ha occupato il campanile di San Marco. Viva San Marco, viva la Serenissima”. Ore 8 – Le forze dell’ordine si muovono. Cinque Gis si arrampicano fino a 99 metri di altezza lungo i tralicci che costeggiano la torre. Il questore avverte gli occupanti: “Arrendetevi, guardate che vi farete male, stanno per intervenire i reparti speciali”. I sei uomini asserragliati ripetono: aspettiamo un ambasciatore speciale, non possiamo arrenderci.veneto3_640

Ore 8.10 – Il sindaco Cacciari chiede di fare un ultimo tentativo. Si riunisce ancora il Comitato di crisi e decide di passare all’azione. Dalla porta principale si lanciano cinque uomini del Gis, dalla cuspide si calano come uomini ragno sospesi nel vuoto da dieci minuti altri cinque loro colleghi. Parte un lacrimogeno. Antonio Barison e’ l’unico degli assediati a opporsi o a cadere durante l’assalto. Di certo si fa molto male: e’ ferito gravemente e ricoverato in ospedale.

Gli altri 5 uomini delle forze speciali danno due botte al “blindato”, lo sfondano e gridano ai due occupanti: “Non fate gli scemi, venite fuori”. Ore 8.45 – E’ tutto finito. Il capitano Girotto da due ore, dopo essersi fatto una camomilla, si e’ messo a letto. Per giustificare il ritardo alla moglie ha detto rientrando in casa poco dopo le 6: “Sapessi che cosa mi e’ successo stanotte”.

L’epilogo. In serata un nono “indipendentista” viene portato nella caserma dei carabinieri di Padova: Giuseppe Segato, “ambasciatore del Veneto Serenissimo Governo”. Ma non e’ finita. Un comunicato di minaccia, firmato dall'”Armata veneta di liberazione”, arriva all’Ansa di Roma. Gli investigatori, pur essendo molto cauti, non ne escludono l’attendibilita’: “Se entro le prossime 48 ore gli otto veneti non verranno rimessi in liberta’, risponderemo alla violenza degli occupanti italiani”. Il testo accenna pure a “sevizie” agli arrestati “da parte di carabinieri ed agenti segreti, tutti di origine del Sud Italia, che odiano la gente del Nord”.

Muscau Costantino

PRIMA C’ERA ‘ L’ESERCITO DI FRANCESCHIELLO ‘ E POI ARRIVO’ QUELLO ITALIANO

229552_1976684747458_7160178_nGustosa parodia della Guardia Nazionale italiana (1878), soppressa alla fine dell’800. ogni loro esibizione od addestramento era ormai accompagnato dai lazzi di sfaccendati che assistevano divertiti. le divise assai improbabili, quì vediamo a destra un figuro con le ghette settecentesche e una specie di tricorno, e la fisicità poco guerresca dei volontari consigliarono di chiudere il sipario.