“EL MAZAROL” UN FOLLETTO CONTRO ATTILA

La leggenda del “Mazariol”, il folletto che sconfisse Attila e liberò Opitergium
Brando Fioravanzi ci narra la leggendaria storia (da raccontare ai piccoli veneti).

C’era una volta, nei boschi più fitti e inaccessibili lungo la Sinistra Piave e nelle vallate più impervie come quella della Val Canzoi, un omino piccolo come un folletto, chiamato “Mazariol”. Era una creatura di rosso vestita, come il cappuccio e le scarpette a punta, aveva poi barba e capelli lunghi e ricci ed un viso grinzoso e dispettoso. Il Mazariol all’epoca abitava però anche nelle grotte più buie ed era talmente schivo e silenzioso che si teneva lontano da ogni contatto con l’uomo. Una brutta avventura correva poi colui che inavvertitamente posava il piede dove il folletto aveva lasciato le sue pèche (orme): il malcapitato era costretto infatti, quasi per magia, a seguirle e a perdersi per qualche giorno nei luoghi più remoti tra il trevigiano e il bellunese. Il Mazariol possedeva inoltre straordinarie conoscenze come pastore e come malgaro, tanto che si prendeva cura in completa autonomia delle capre, delle pecore e dei bovini che trovava a pascolare sui monti, nutrendole, portandole a foraggiarsi nei campi e facendole crescere in mezzo alla natura.

La piccola creatura era però anche molto affezionata alle grave del Piave, dove spesso si recava per qualche momento di svago e relax. Amava talmente il suo territorio che che era sempre pronto a difenderlo da coloro che lo mettevano in pericolo, come quando la città di Opitergium (l’attuale Oderzo), venne La leggenda del “Mazariol”, il folletto che sconfisse Attila e liberò Opitergium
„messa a rischio dall’invasione degli Unni guidati dal valoroso condottiero barbaro Attila, il “flagello di Dio”. La leggenda vuole infatti che, durante la prima notte del popolo dell’Est Europa nella Marca, il piccolo Mazariol, infastidito dalla loro presenza, cercò in tutti i modi di mettere a punto tutto ciò di cui era a conoscenza per cercare di allontanarli al più presto dal Quartier del Piave. Per prima cosa attizzò il fuoco dei soldati soffiandoci sopra facendo così incendiare le pelli con cui loro si riscaldavano durante la notte, poi rovesciò tutti i paioli contenenti le minestre dei cuochi del campo e infine tirò la barba di tutti i presenti ungendola per di più con del vischio. Tutto questo però al Mazariol non bastò e pensando e ripensando, decise anche di legare tra loro le code e le crini dei cavalli, aspettando poi nei paraggi il farsi del giorno. “

„Fu così che al mattino gli Unni si risvegliarono molto straniti per quanto successo la notte precedente, ma sapevano anche che di li a poco avrebbero dovuto attaccare Opitergium e quindi si misero a cavallo. Purtroppo però, o meglio per fortuna, i soldati di Attila non sapevano che “mai si deve tagliare ciò che il Mazzariol unisce” e quindi, dopo aver liberato i quadrupedi, si ritrovarono con gli animali si al galoppo, ma completamente ad andatura “a zig-zag”! Non riuscendo a spiegarsi l’accaduto, gli Unni scapparono subito lontano a gambe levate, lasciando Attila solo e umiliato. Opitergium, secondo questa leggenda, fu così salvata dal Mazzariol e da allora il folletto è amato e rispettato in tutti i paesi della Sinistra Piave. Si dice poi che nelle notti di luna piena lo si possa ancora vedere a bordo di una zattera lungo il fiume ed egli, a chi gli passa vicino, direbbe: ”Salve, io sono il Mazariol che sconfisse Attila, il flagello di Dio”. Attenzione però a quando passeggiate nei boschi della Marca trevigiane, perchè un saggio detto locale dice: “No cascar entro te le peche (orme) del mazarol!”.“

Potrebbe interessarti: http://www.trevisotoday.it/blog/leggenda-mazariol-attila-

Altra versione su Mazariol nel nostro blog LA LEGGENDA DEL MAZAROL

                     


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ABONDIA… VENEZIA PRIMA DI VENEZIA

Antonella Todesco propone questa interessante riflessione del padre, che ci porta alla fondazione della città, la quale però ebbe diverse antenate. Forse pochi lo sanno. Sempre più affascinante la storia della Capitale dei Veneti (e dei popoli associati ad essi). AB UNDIA… nata dall’onda. <3

Gli uomini tentarono molte Venezie prima di riuscire a formare quella che amiamo (M. Barrés), una di queste fu ABONDIA.
La storia narra che Obelerio, esiliato a Costantinopoli, fu richiamato a Malamocco dai suoi sostenitori che l avevano eletto capo di una insurrezione che come primo atto avrebbe dovuto rovesciare il governo dei Partecipazi. Il Doge in carica però, anticipando le mosse dell’ avversario, lo sorprese prima che il piano venisse attuato e lo fece inseguire dalle milizie.
Si dice che Obelerio, con un seguito di sbandati, al fine di opporre una estrema resistenza si barricò in “Vigilia Civitate”, altro nome di ABONDIA che alcuni studiosi hanno immaginato come vera e propria città fortificata.
La scoperta del luogo dove la cittadella sorgeva non è stato difficile perché alcuni toponimi rimasti ce la ricordano; quello della Valle lagunare di Bon e il canale Bondante che dirigeva verso la città…Di Vigilia esisteva un canale Virgilio, visibile ancora su mappe austriache di due secoli fa e che viene denominato Verzilio sulla carta lagunare di Nicolò Cortivo del 1534.
Se il Temanza osserva di non aver mai incontrato nei documenti i “Vigilienses” si dovrà convenire che per vincoli etnografici e storico-politico, ABONDIA era situata tra i Madamauci e uno studio approfondito potrebbe provare che i Madamauci Patavini, incontrastati padroni della laguna meridionale, tendevano ad una politica egemonica o quantomeno all’ autonomia, intenzioni confuse ma non attenuate con il passaggio del potere alla stessa Malamocco.
Perlustrando i luoghi, è possibile rilevare le vestigia della città della quale non si può disconoscere l importanza di avamposto di Patavium.
Nella zona sono evidenti gli avanzi di due massicci torrioni che emergono dall acqua della Laguna e s indovina tra questi la traccia di una cinta muraria che li collegava.
I detriti, accumulatisi sui resti delle torri formano rialzi affioranti da basi quadrate di mattoni. Nella stagione della caccia vengono usate dai cacciatori come postazioni.
Quando l acqua è limpida s intravvedono numerose teste di palo nere e disuguali nella loro consunzione, che segnano antichi passaggi lignei.
Si tratta di povere e deludenti cose ma volendo cogliere dalla città sommersa notizie sulla struttura dell’ insediamento lagunare, è certo che ricognizioni e ricerche appropriate darebbero buoni risultati.
LUCIANO TODESCO da ipotesi lagunari da indagini toponomastiche

DI COSA FU TESTIMONE LA BASILICA DI S. MARCO. STRAORDINARI EVENTI.

Antonella Todesco

Avvenimenti di straordinaria importanza furono celebrati nella Basilica di San Marco nei lunghi secoli della sua storia.
Nel 959 un sinodo ivi radunatosi proibí il commercio degli schiavi.
Il 24 luglio del 1177, davanti al portale maggiore si riconciliarono, con la mediazione del Doge Ziani, Papa Alessandro III e Federico Barbarossa.
Dal pulpito di San Marco fu bandita nel 1201 la IV crociata; il Doge Enrico Dandolo e i legati francesi, dopo la Messa, sguainarono le spade al cospetto del popolo e sul Vangelo giurarono di condurre la crociata in Oriente.
Sulle sacre spoglie dell’ Evangelista fu giurata la pace con gli Scaligeri nel 1339.
Accanto alla storia fiorisce anche la leggenda.
Quattro colonne di serpentino poste nell’ atrio proverrebbero dal tempio di Salomone.
Dalla lastra marmorea che copre l altare del battistero Gesú avrebbe predicato a Tiro e a Sidone. Nella stessa cappella, a sinistra dell’ altare, due lapidi avrebbero fatto parte della prigione in cui fu giustiziato il Battista.
Quattro colonne del coro trarrebbero origine dal pretorio di Pilato.
Un pezzo di legno della croce, alcune gocce del sangue di Cristo, uno dei chiodi del Crocifisso, un frammento della colonna della flagellazione, una spina della sacra corona, un ampolla col sangue di Gesú fanno della Basilica il reliquiario dei sacri cimeli della Passione.
Si annoverano poi molte altre reliquie tra cui il braccio di San Pantaleone, la gamba di San Giorgio e una parte del cranio di San Giovanni Battista.

SAN MARCO PORTA IN CIELO ALESSANDRO MAGNO ?

Furatola Chicco

Sopra. il bassorilievo sulla facciata nord che raffigura Alessandro Magno trainato verso il cielo da due animali mitologici, con testa d’aquila, ali e corpo di Leone.

L’amico Furatola Chicco dà una lettura molto interessante del bassorilievo.

Sono convinto che Chugg (uno studioso che afferma esser due i resti dei corpi inumati ndr)  abbia ragione. I corpi sono due ( San Marco e i resti di Alessandro Magno).
Quanto presente nella Basilica di San Marco sul lato esterno nord è un indizio che i resti in realtà sono due. Venezia ovviamente , nel caso ne fosse stata all’epoca al corrente, tenne tutto nascosto perché il mito di San Marco , diciamo, era in “ costruzione” e la sola presenza di altri resti al di là che fossero o meno del Macedone dava chiaramente fastidio.
E allora, come ho più volte scritto, da dove si potrebbe ricavare il messaggio che questo bassorilievo trasmette , su quali presupposti?
Ho una mia personale interpretazione, questa:
Premesso che l’intenzione è quella di dimostrare una contiguità, una correlazione , tra San Marco e Alessandro Magno( nel senso che ambedue occupano, tutt’ora, il sarcofago ove riposa San Marco) vale dire una prova credo che potrebbe essere questa:
Non tutti sanno che a San Marco sino al 300 circa d.c. Non era attribuita la figura del Leone alato ma bensì quella dell’Aquila. Così all’epoca vollero il Vescovo di Lione Sant’Ireneo e il nostro Sant’Ambrogio.( Alberto Rizzi , “ il Leone di San Marco”primo volume dei tre scritti . Una vera e propria Bibbia in materia). Poi attorno alla metà del 300 San Gregorio “ rimescolo’” il tutto assegnando a San Marco la figura del Leone alato e a San Giovanni, altro evangelista, quella dell’Aquila.
Bene, tornando al bassorilievo in Basilica che indica Alessandro Magno portato in cielo da due Grifi( bestie mitologiche con la testa d’Aquila e il corpo di Leone alato ) appare la connessione tra le due figure( San Marco ed Alessandro) nel senso che i due Grifi non sono altro che San Marco nelle sue due versioni ( prima Aquila e poi Leone alato) che “ accompagna” il condottiero Macedone non in cielo ma nello stesso e comune luogo di sepoltura, la Basilica di San Marco.

 

Eccovi il link del primo articolo sull’argomento chi è sepolto assieme a san Marco? clicca sopra per leggere.

 

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