IL FERRO DELLA GONDOLA, SPIEGATO DA GIGIO ZANON.

Da un post di Elena Zanon

13332897_10209659052222580_239255802265949058_nGiusto per chi non conosce il ferro della gondola. (estratto da una pubblicazione di Gigio Zanon) – Dolfin o Ferro di Prua :
Ho letto di un grosso errore che molti commettono al riguardo del “rostro” (perché tale era la sua funzione inizialmente) o “Ferro da Gondola”.
Vorrei entrare nel merito come studioso della Storia e dell’Arte di Venezia e con il conforto dello scomparso amico Nedis Tramontin che mi ha aiutato a scrivere il libro sulla costruzione della Gondola: dalle radici dei vari tipi di legno che la compongono (sette) alla barca finita e completa di ogni suo addobbo: “careghini”, “pusioi”, cimiero, remi e forcole ma soprattutto il “FERRO”. Tralascio per brevità – rimandando il lettore ad acquistare il mio libro un tempo presso l’Ente per la Gondola – sull’origine del ferro e sulla sua evoluzione nel corso dei secoli. Inizialmente, data la instabilità della barca, esso serviva come un bilanciere e – diciamolo pure… – come una specie di “mirino” per il Kondostolo: perché era così che un tempo si chiamava il Gondoliere
. La forma del ferro è curvata ad “esse”, e tutti sanno che sta a significare il Canal Grande, quindi la parte superiore la “bareta, o Zogia, o Corno del Doge. L’archetto sotto il ponte di Rialto, i sei più uno denti i sestieri.
Ed ecco il primo errore: i sestieri sono stati ideati ai tempi del Doge Sebastiano Ziani nel 1170 e servivano per poter riscuotere meglio le “decime”, o tasse, da parte degli addetti. Ho detto SESTIERI, non SETTIERI! Infatti un tempo la Giudecca faceva parte del sestiere di Dorso Duro, poiché essa era solamente un’isola adibita ad orti, giardini, poco abitata: diciamo come le attuali Vignole. E’ nell’ ‘800 che la Giudecca viene riconosciuta come un ulteriore sestiere della Città. Ma allora i sestieri non sono più “sestieri”, ma “settieri”. Esatto: però quello della dicitura – come tutte la altre cose e tradizioni Veneziane è dura a morire. 13412934_10209659189306007_8522685261530220040_n
ed ora arriviamo ai tre “CHIODI” che sono fissati nel mezzo dei “sestieri”. E’ sbagliatissimo al punto che si potrebbe configurare un’eresia il dire che rappresentano le isole della Laguna!!! Molti le chiamano Burano, Murano, Torcello, dimenticando altre isola molto più importanti come, ad esempio, Malamocco che fu la prima capitale Lagunare, o Poveglia, che a quei tempi aveva una floridissima comunità e molto considerata a Palazzo. Anche S’Elena era un isola…. Sappiamo, inoltre, che Venezia era stata dedicata alla Madonna fin dai primi albori. Infatti troviamo la sua Effigie nel circa il 90% delle icone, dipinti, sculture. Perfino la data della nascita di Venezia l’hanno fatta coincidere con l’Annunciazione della Madonna: il 25 marzo! Però di Nostro Signor Gesù Cristo di immagini e di ricorrenze ve ne erano poche. E come non ricordarlo se non nella sua Passione? Ecco che ai Gondolieri viene l’idea di ricordarlo con i tre chiodi della sua Crocifissione.
ECCO COSA SONO QUELLE TRE PICCOLE SCULTURE INSERITE FRA I DENTI DEL ROSTRO: QUALE RICORDO DELLA CROCIFISSIONE DI GESU’ CRISTO! Non di ipotetiche isole!
ricordate, infine, che Venezia è SEMPRE stata libera nelle pratiche religiose e del tutto svincolata dalla chiesa di Roma, però nel loro animo i Veneziani erano profondamente religiosi. E ogni angolo di Venezia lo sta a dimostrare: perfino nel “fero de la gondola”!!!
… il foro che si vede in questo ferro, un tempo serviva solo per far aderire lo stemma della casata in ambo le parti…. a quei tempi non c’era l’attaccatutto…. Gigio Zanon (foto Iosa Franco)

LA DEDIZIONE DEL CADORE IN UN QUADRO PIENO DI SIMBOLI. IL LEONE MA ANCHE IL TIGLIO.

229617_1984272057136_117205_nA Lorenzago è conservato questo bel dipinto di Cesare Vecellio, più famoso come incisore che come pittore, cugino di secondo grado del più celebrato Tiziano. si intitola “la dedizione del Cadore a Venezia“, mi pare molto bello anche se magari non è conosciuto come altre opere del più celebre cugino. 

Come tutti sapete, attraverso le Dedizioni, in gran parte spontanee, in piccola parte per atti di guerra poi confermati da Dedizioni volontarie, delle città la Terraferma veneta, friulana, della Lombardia occidentale, Venezia ricostruì l’unione delle genti venete (in senso lato) propria della X Regio riconosciuta dagli antichi Romani.

Il quadro ci permette una lettura interessante, che ci ricollega addirittura ai Veneti antichi, per via di un segno araldico della comunità cadorina.  Interpreto così, da sin a dx: San Marco col Leone, la Beata Vergine, Venezia con lo scettro del potere, ma la donna dietro le spalle della dama che rappresenta il Cadore non sapevo spiegarla.poi la prof. Doretta Davanzo Poli mi ha aiutato.

Ella mi ha precisato, a proposito della figura che interessa :”la seconda, in piedi, alle spalle della prima [inginocchiata (che è la Patria Cadorina), è l’allegoria della Fedeltà, vestita di bianco, con collana di perle,che accompagna il Cadore; con una mano indica lo stmma, con l’altra regge un cuore con all’interno un piccolo Leone. Sorprende che la maggior parte degli studiosi non sia riuscita a codificarlo…..dunque all’interno c’è un piccolo Leone di San Marco: questo esprime concretamente fedeltà e obbedienza del Cadore alla Serenissima e a san Marco….” La spiegazione è di Giorgio Reolon, si è laureato con me in Storia dell’Arte e conservazione, in specialistica, a.a.2008-2009, con una tesi su Cesare Vecellio, già molto studiato e onorato con mostre a Belluno in anni precedenti.

Chi era Cesare Vecellio: 

E69D1B06B09EA42B52E3FBDEC8BAA4EEAppartenente al casato dei Vecellio, figlio di Ettore cugino del noto Tiziano, imparò l’arte pittorica nella bottega tizianesca. Sue opere sono presenti a Belluno, città nella quale si trova il suo capolavoro ovvero il San Sebastiano del duomo come pure in altre chiese del Cadore. Nel palazzo della Magnifica Comunità di Cadore si trova la bellissima Dedizione del Cadore a Venezia. Altre opere si trovano a Vallesella, a Padola, a Tarzo a Zoppè, a Vigo di Cadore, ecc.

Opera sua è il soffitto a cassettoni interamente dipinto nella chiesa di Lentiai (BL).

Fece studi approfonditi sull’abbigliamento dell’epoca con le relative descrizioni e disegni. Pubblicò diverse opere, tra le quali un’importante opera storica: De gli habiti antichi et moderni di diverse parti del mondo (prima edizione: Venezia, presso Damiano Zenaro, 1590), illustrata con numerose xilografie.

Alcune sue pitture, effettuate sui tagli e i piatti dei libri (Biblioteca Piloni) sono molto valutate nelle aste d’arte.

 

LA “DOLCE” PANTERA NEGLI STEMMI NOBILIARI VENETI-

Venetia, Slovenia, Europa orientale collegate da una leggenda.

MARIA ROSARIA STELLIN JOZKO ŜAVLI
(1) il FILOLOGO ed Adelphi 1990

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Alcuni nobili casati del Veneto, come ad esempio: la famiglia Balbi, Dolce, Ghirardo, Grego. Gruaro, Loredan, Mosto. Morosini, Padoan, Pisani, Sanudo, Trevisan, Zane, Zen e altre, portano nei loro stemmi una figura araldica chiamata “La Dolce”.
L’origine di tale insolito stemma è molto antica. Il suo nome deriva da una leggenda precristiana diffusa in tutto l’Impero Romano d’Oriente, ed ha per protagonista una mitica pantera. Questo racconto, con lontane radici culturali legate ai “misteri greci ed egiziani” faceva parte di una raccolta di leggende che avevano per soggetto vari animali,e che vennero successivamente riadattate per illustrare la dottrina cristiana.

famiglia veneziana dei Balbi

famiglia veneziana dei Balbi

L’autore è uno scrittore greco a noi sconosciuto, vissuto ad Alessandria d’Egitto nel II secolo d. C. ed identificato col titolo stesso dell’opera: il Fisiologo (1). Il libro, malgrado i sospetti iniziali, godette subito di una diffusione straordinaria: il testo greco venne tradotto a partire dal V secolo d. C. in etiopico, armeno, siriaco, latino ecc. . Nel Fisiologo la pantera ci viene descritta come amica di tutti gli animali.
Essa, dopo essersi saziata e aver riposato nella sua tana per tre giorni etre noti, si alza ed emette un ruggito fortissimo che viene udito da tutti gli animali, rallegrandoli: solo il drago si spaventa, e si ritira nella sua grotta. La pantera emana dalle sue fauci, insieme alla sua voce un profumo immensamente dolce di aromi che si diffonde ovunque e gli animali annusandolo si sentono fortemente attratti da lei.
In questa storia la Pantera diventa il simbolo della Resurrezione di Cristo, il profumo della sua voce riflette la parola di Dio, che è irresistibile per tutti gli uomini, e il Drago invece, è la personificazione di Satana.

da mosto

A Venezia la Pantera sarà soprannominata la Dolce, per la caratteristica appena descritta, entrando a far parte dell’araldica nobiliare veneta, ma con il passare del tempo ci si dimenticherà delle sue origini.
Un importante centro propulsore del messaggio cristiano fu Aquileia, da qui il cristianesimo si diffuse, sia nel territorio delle Alpi orientali, – dove dopo il tramonto dell’Impero romano sorse attorno al 600 il Ducato sloveno di Carantania – sia nella Venetia, dove ebbe origine la Serenissima Veneta Repubblica.
La Carantania adottò come simbolo dello stato cristiano, nella bandiera e più tardi nello scudo, la figura della Pantera nera in posizione rampante, su campi bianco. Dal 952 al 1180 la Marca di Verona e gran parte del territorio veneto fecero parte di tale Ducato. Gli smalti in bianco e nero,e l’assunzione del simbolo della Dolce su alcuni stemmi veneti potrebbero essere ascritti proprio a quel periodo.

famiglia dei Dolce

famiglia dei Dolce

Anche nelle Alpi Orientali, dove un tempo sorse il Norico, sono conservate molte lapidi raffiguranti la pantera, che si ritiene risalgano dal II secolo d. C. in poi ed è probabile che potessero rappresentare già simboli cristiani. Tra queste lapidi la più caratteristica è quella che si trova ancor oggi murata sopra l’entrata principale del Duomo di Santa Maria di Saal, a nord di Klagenfurt inCarinzia. I ducati di Carinzia e Stiria, che derivano entrambi dal precedente ducato di Carantinia, portarono nel XII e XIII mo secolo la pantera nel loro stemma. Nel 1246 il Duca di Stiria ed Austria, Federico II il Bellicoso, diede origine ad una lite per assicurare esclusivamente al suo ducato lo stemma con la Pantera, ma la Corte Regia decise invece che spettasse alla Carinzia, ducato originario, il diritto di avere tale scudo, che venne conservato fino al 1270. La Stiria pertanto, modificò il suo stemma, assumendo quello della pantera bianca su fondo verde, che tuttora conserva. La Dolce veneziana e al pantera carantana, hanno quindi origine dalla stessa leggenda diffusasi nel territorio del Veneto, della Slovenia e di parte dell’Europa Centrale nel medesimo periodo.

MARIA ROSARIA STELLIN JOZKO ŜAVLI
(1) il FILOLOGO ed Adelphi 1990

RIFLESSIONI DI E. RUBINI SUL SIGNIFICATO DEL PALAZZO DOGALE E I SUOI SIMBOLI.

13164354_1097552313645701_1689313660780944599_nCaro Federico (Moro a proposito della presentazione del suo libro), ti ringrazio per l’invito che mi hai rivolto e per il tuo intervento di presentazione. Mi è piaciuto rileggerlo e mi ha stimolato una riflessione, che ti propongo. Palazzo Ducale riflette l’immagine e la sostanza di una Nazione, i Veneti.

E’ come un libro aperto, che racconta la storia di questo popolo, è anche un simbolo di potenza (piu’ metafisico che fisico, per la verità): la potenza di questo popolo (piu’ metafisica che fisica, per la verità). Il Mito della Serenissima era l’immagine della sua sostanza.

I nostri antenati sapevano fare le cose e sapevano pure attribuirvi l’esatto significato. Così mi è corso alla mente l’intervento del Pontefice in visita qui da noi, te lo riporto piu’ sotto.
Con semplici parole ha detto quello che i Veneziani di oggi non sono più capaci di vedere:
loro guardano, ma non vedono.

Il famoso Mito era il concretizzarsi della Nuova Gerusalemme, uno Stato e una società destinati ad essere la realizzazione del Vangelo. Questa lettura tanti la troveranno limitativa, perché sono estranei alla cultura antica.
La cultura antica dei Veneti era una peculiare sintesi di elementi spirituali e materiali antichissimi, che pochi sanno leggere.

Incredibile, il Papa tedesco c’è riuscito. Illuminato dalla Fede e dalla sua grande cultura. Il Cristianesimo, per chi non crede in Dio, è solo una sfilza di divieti a carattere moralistico. Invece, presso i Veneti il Cristianesimo era uno scrigno di pietre preziosissime, profondamente radicato su concezioni e simboli anteriori la venuta del Salvatore
e declinato sugli usi, i costumi e la storia stessa di un popolo, ciò che conferisce loro la famosa “identità”.

Quindi, a palazzo ducale non ci sono ostentazioni di potere personale (quelle abbondano nei palazzi del potere odierno, dove Dio non abita). A palazzo ducale c’è la vera storia di un popolo, ci sono i suoi valori (che non conosciamo piu’).

L’ultima volta che ci abbiamo fatto un giro con amici, ironizzavamo su chi si sta facendo promotore di una “lettura laica” della storia veneta: eravamo, infatti, “risucchiati” (come dici tu) da dipinti che mostravano costantemente tutte le magistrature e i condottieri militari in ginocchio davanti a Gesu’, alla Vergine, ai Santi: ti chiedo se esiste un altro palazzo pubblico che illustri con tanta insistenza e abbondanza di particolari una Fede così totale, profonda ed incondizionata, un tale amore verso Dio.

E’ una grande Civiltà, è giusto mettere in evidenza l’immensa ricchezza di riferimenti simbolici, mitologici, metafisici che ampliavano all’inverosimile la spiritualità d’allora. Anche tu dici che nel primo Cristianesimo si introdussero elementi dei culti precedenti, è vero, ma poi attenti a non fare un minestrone di tutto!

Per esempio, Venezia non c’entra con questa “liquidità esoterica” (qualcuno parla di “civiltà anfibia”, come le rane…) tirata in ballo da chi ha perso il contatto con le cose, questi concettualismi che giustamente non sono piaciuti neppure al Pontefice.

L’essenza intima dell’identità veneziana e veneta è la spiritualita’ cristiana, di lì si parte per dire mille cose ulteriori,
non c’è problema, ce n’è per chiunque voglia approfondire.
Buon lavoro!
Edoardo
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Venezia, venerdì 16 settembre 2011 ore 18,00, Villa Herriot (sede Iveser) Giudecca, per il Festival delle Arti presentazione di Labirinto Ducale, un itinerario insolito nel palazzo dei Dogi alla scoperta di simboli e millenari segreti di Federico Moro,

L’ALBA DEI VENETI, NASCE UNA NUOVA CIVILTA’ DA UNA STIRPE GIA’ ANTICA

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interno di casa di una famiglai di veneti antichi.

Nel Polesine alla fine dell’età del Bronzo, intorno al 1000 a.C., si trovavano alcuni dei più importanti centri mercantili del Mediterraneo, collegati all’ambra del Baltico, alla cui lavorazione si accompagna spesso una raffinata produzione metallurgica. A questo periodo della nostra storia corrisponde la diffusione di facies (culture) che si svilupperanno pienamente nel corso dell’età del Ferro. Queste popolazioni sono chiamate Veneti dagli autori classici; originarie della Paflagonia, terra famosa per i cavalli, avrebbero partecipato alla guerra di Troia da dove, sotto la guida di Antenore, mossero verso la penisola italiana e la pianura padana, definita da Polibio la più vasta e fertile d’Europa, caratterizzata dalla presenza di due gruppi collinari, i Berici e gli Euganei. E proprio di Teolo, negli Euganei, è originario lo scrittore che parla di questo popolo: Tito Livio.

collana ornamentale

collana ornamentale

«È innanzi tutto abbastanza noto che, caduta Troia, furono sterminati tutti gli altri Troiani; su due di essi, Enea e Antenore, i Greci non esercitarono alcun diritto di guerra, e per un antico vincolo di ospitalità e perché essi erano sempre stati fautori di pace e della restituzione di Elena; (è noto) che, dopo varie vicende, Antenore con gran seguito di Eneti – i quali, cacciati per una guerra civile dalla Paflagonia e perduto sotto Troia il loro re Pilemène, cercavano un condottiero e una nuova sede – pervenne fino alla più interna insenatura del mare Adriatico; (è noto) che Eneti e Troiani, espulsi dagli Euganei abitanti fra le Alpi e il mare, occuparono quella contrada. E Troia fu denominato il luogo su cui essi erano sbarcati la prima volta; onde ha nome di Troia il territorio, mentre le genti sono dette venete.» (LIVIO, I, 1; trad. L.Braccesi)

ambra del Baltico particolarmente brillante e gialla, ricca di inclusioni fossili

ambra del Baltico particolarmente brillante e gialla, ricca di inclusioni fossili

Con la prima età del Ferro (IX-VIII secolo a.C.) l’archeologia mostra l’esistenza di centri di potere e l’apparire delle élites (aristocrazie), si tratta dunque di comunità governate da capi locali che fondano il proprio potere sulla stirpe di discendenza e sul prestigio militare; già importanti in questa fase sono i centri di Este (Ateste) e Padova. Gli abitati veneti di questo periodo, pur nella loro diversità, presentano una caratteristica comune: l’utilizzo dei corsi d’acqua a scopo di delimitazione e di difesa; “mirabili vie d’acqua”, cui i Veneti dedicano offerte prestigiose, spesso le loro armi.
Molte informazioni sulle usanze e sulla società veneta per questo periodo antico vengono dalle necropoli; enorme importanza assumono i ritrovamenti di Este, in particolar modo quelli provenienti dalle tombe della necropoli in località Casa di Ricovero in via Santo Stefano, recentemente inaugurata e “consegnata” alla città (13 dicembre 2014).
Verso la fine dell’VIII secolo a.C. appare ormai chiaro che il territorio dei Veneti si viene a trovare al centro di circuiti di scambio che coinvolgono da un lato gli Etruschi e dall’altro il mondo centro-europeo: si tratta di scambi che coinvolgevano soprattutto i gruppi dominanti, secondo il meccanismo dei reciproci “doni” tra capi.

«I doni non hanno lo stesso scopo del commercio e dello scambio nelle nostre società più elevate. Lo scopo è prima di tutto morale, l’oggetto è quello di produrre un sentimento di amicizia tra le due persone interessate e se l’operazione non ottenesse questo effetto tutto verrebbe meno.»
(M. MAUSS, Saggio sul dono, p.183)

“Quando la capra parlerà e il lovo risponderà, Antenore si troverà”. E così i padovani dettero credito alla leggenda .

220px-Tomba_di_AntenoreLovato de’ Lovati, nome umanistico Lupatus de Lupatis (Padova, 1240 circa – Padova, 7 marzo 1309) fu lo studioso padovano che, richiesto del parere in qualità di “esperto” dalla Signoria padovana, ritenne che i due sarcofagi rinvenuti nel sacello che oggi conosciamo come “la tomba di Antenore” fossero di antichi veneti, e uno di loro fosse addirittura l’eroe troiano. Facciamo mente locale a quello che stava succedendo nella Venetia dell’epoca. Venezia città aveva ora il suo San Marco, l’Evangelista il cui culto era vivo e diffuso in tutto il nord est e questo aveva anche delle importanti conseguenze, se non altro, dal lato del prestigio.

Padova era la sua antagonista, la dedizione era di là a venire, vi erano attriti e scontri con i “viniziani” e aver la salma del condottiero transfuga da Troia, poteva equilibrare un po’ le cose. Ecco quanto ho raccolto nel web:

-‘Lovati deve la propria fama anche ad una questione occorsa durante la sua carriera di giudice, quando nel 1274 fu chiamato a giudicare l’attribuzione di un’arca funeraria rinvenuta durante la costruzione di un ospizio per trovatelli in Via San Biagio a Padova.16TombaAntenore

L’arca, contenente due bare in cipresso e piombo, venne attribuita al principe troiano Antenore, il mitologico fondatore della città. Un antico detto, circolante fra gli ambienti dotti preumanistici del tempo, recitava infatti: “Quando la capra parlerà e il lovo risponderà, Antenore si troverà“. Il Capomastro che aveva effettuato la scoperta dei resti si chiamava Capra, il lovo (il lupo in dialetto veneto) fu identificato con lo stesso Lovato, pertanto quest’ultimo si schierò a favore dell’originalità del reperto e sostenne la tesi dell’appartenenza ad Antenore. I capi della città, cercando di ottenere una legittimazione mitologica per la città di recente sviluppo, sostennero la tesi di buon grado. A Lovati venne concesso il privilegio di istoriare l’arca in marmo dettando due quartine in latino, incise sui lati della stessa dal maestro artigiano Capra.

Solo nel 1985 analisi scientifiche hanno escluso l’appartenenza dei resti all’eroe troiano, ma hanno dimostrato che il manufatto risale al II secoloIII secolo dopo Cristo.

Lovati fu sepolto all’esterno della chiesa di San Lorenzo, in un’arca accanto alla tomba di Antenore.[1] La chiesa nel 1808 venne sconsacrata con la soppressione dei monasteri, ma nel 1874 la tomba fu spostata temporaneamente in piazza del Santo. Dopo la demolizione nel 1937 dei resti della chiesa e la costruzione di piazza Antenore, nel 1942 la tomba fu riportata nei pressi del luogo originario. –

LA MONETA CONIATA DURANTE L’ASSEDIO DI FAMAGOSTA DAL BRAGADIN

famagostaLa moneta si chiamava “bisante” e oggi ne parleremo un poco ricordando quegli Eroi che difesero gli stati veneti e la cristianità con i loro petti, fino all’ultimo.

Episodio storico avvenuto sotto il dogado di Alvise I MOCENIGO (1570-1577)Lo storico inglese Rupert Gunnis cosi’ racconta l’accaduto: “… 80 mila morti tra i turchi, circa 6 mila tra i veneziani … Con una linea di combattimento non piu’ lunga di due chilometri, l’assedio di Famagosta supera le famose stragi di Londonderry e di Verdun.”nicosia

Vi domandiamo Cipro che ci dovete per amore o per forza. E guardatevi dall’irritare la nostra terribile spada, perche’ vi muoveremo guerra crudelissima in ogni parte; ne’ confidate nella ricchezza del vostro tesoro, perche’ faremo in modo che esso vi sfugga di mano come torrente...”. Cosi’ senza tanti riguardi, nel febbraio del 1570 l’Ambasciatore della Sublime Porta intima al Gran Consiglio della Serenissima di cedere Cipro.

Una forte flotta ottomana si concentra a Negroponte (antica Eubea) per tagliare la strada ad eventuali aiuti veneziani verso l’isola. Venezia ordina a Cipro di resistere ad oltranza e decreta una straordinaria leva di milizie di terra e di mare nei suoi domini di terraferma; ma la Serenissima non se la sente di affrontare da sola l’impero ottomano, all’apice della sua potenza. E poi il problema di Cipro interessa tutta la Cristianita’ e la sicurezza dell’intero Occidente. La minaccia di invadere l’Europa, formulata da Maometto II subito dopo la conquista di Costantinopoli e la distruzione dell’impero bizantino, e’ ancora piu’ attuale e drammatica di un secolo prima. Allora il gran sultano aveva addirittura dichiarato di voler mettere la mezzaluna sulla basilica di S.Pietro ed il turbante in testa al Papa!
Un esercito di 80 mila uomini, al comando del capo supremo dell’esercito imperiale, Mustafa’ Pascia’, puo’ tranquillamente sbarcare a Cipro, sulle spiagge indifese tra Limassol e Larnaca. La principale fortezza dell’isola, Nicosia, posta a difesa del capoluogo, capitola dopo due mesi di lotta, il 7 settembre 1570. Tutti i difensori superstiti sono trucidati o deportati come schiavi; in un sol giorno sono piu’ di 15 mila le vittime. Davanti ad un esempio cosi’ terribile, Kirenia, la terza fortezza di Cipro, si arrende senza sparare un sol colpo. Rimane ai veneziani solo Famagosta, posta all’estrema sponda orientale dell’isola.bisanti

Famagosta e’ difesa da settemila uomini e da 500 bocche da fuoco. Le fortificazioni, opera del celebre architetto Sammicheli, sono frutto delle piu’ avanzate concezioni belliche: la cinta rettangolare delle mura, lunga quasi quattro chilometri e rafforzata ai vertici da possenti baluardi, e’ intervallata da dieci torrioni e coronata da terrapieni larghi fino a trenta metri. Alle spalle le mura sono sovrastate da una decina di forti, detti “cavalieri”, che dominano il mare e tutta la campagna circostante, mentre all’esterno sono circondate da un profondo fossato. La principale direttrice d’attacco e’ difesa dall’imponente massiccio del forte Andruzzi, davanti al quale si protende, piu’ basso il forte del Rivellino.soliman

I turchi lasciarono sotto le mura di Famagosta ben 80 mila uomini, quanti all’inizio avevano destinato alla conquista dell’intera Cipro; i veneziani circa seimila.
Nel corso dell’assedio, Marcantonio Bragadin avendo esaurito tutte le disponibilita’ finanziarie fece battere delle monete di rame: Secondo questa testimonianza del Riccoboni, storico contemporaneo all’assedio di Famagosta, vennero quindi battute monete “con lavoro incessante giorno e notte” e di due specie diverse: del valore di 12 assi e di 4 quadranti. Si tratta di valori completamente sconosciuti nella pur ricchissima serie di monete battute dai veneziani sia per la terraferma che per i domini d’oltremare. I Bisanti – le uniche monete ossidionali di Famagosta a noi note – sono tutti dello stesso metallo (rame) e dello stesso tipo ne’ il peso, irregolare date le circostanze (da un massimo di gr 9,47 ad un minimo di gr 3), puo’ servire come metro di diversi valori. Anche perche’ le sigle impresse sulle monete sono sempre le stesse sia nei “pezzi” di maggiore che di minore peso.download

I Bisanti, battuti durante l’assedio di Famagosta, tutti in rame e con la data 1570, recano al dritto l’impronta del leone di San Marco con la leggenda a spiegazione dello speciale carattere della emissione; sotto la data. Al rovescio, in quattro righe, ; sopra un amorino (che accenna alle tradizioni mitologiche dell’isola cara a Venere), che implora il cielo per vendicare la perfidia dei turchi e sotto l’indicazione del valore BISANTE e le sigle o (forse i segni convenzionali dell’officina monetaria o dell’incisore. Di queste monete esistono parecchie varianti per la diversa punteggiatura tra le parole della leggenda; alcune recano la parola PRESSIDIO invece di PRAESIDIO. Da notare il loro aspetto piuttosto elegante, nonostante le eccezionali condizioni che accompagnarono la loro battitura e che non permisero certo d’indulgere a raffinatezze di conio.

Soffermiamoci un attimo sulla scritta: VENETORUM FIDES INVIOLABILIS.  La Fede dei Veneti … a cosa si riferiva il Bragadin? alla Fede in Cristo, certamente. Sapevano in ogni momento, loro, al di là degli interessi strategici di Venezia, cosa difendevano su quelle mura. Oggi, in una Europa imbelle, che rinnega le proprie radici, una simile frase non sarebbe più pronunciabile. La Francia laica, figlia della Rivoluzione che ha ribaltato il mondo, sarebbe la prima ad opporsi. Figuriamoci… e così ci troviamo ormai in una situazione tragica e grottesca di una Europa attaccata dai mussulmani perché cristiana che rinnega e rifiuta la sua identità.

Altra nota riguarda quel “VENETORUM” che comprende una “famiglia allargata” dato che la truppa era composta da soldati provenienti anche da altre parti d’Italia, e la popolazione, che si batteva sugli spalti, era “grega”, ma certamente si considerava “veneta” senza rinunciare alla propria identità. Possiamo qui capire quanto fossero universali i valori del Leone marciano, e quanto ancora oggi, la storia di Venezia appartenga non solo ai Veneti, ma sia un pilastro del mondo civile.

DIOMEDE, L’EROE DEI VENETI DIVINIZZATO e il culto del cavallo presso il Timavo.

Da Reitia Dea dei Veneti di Piero Favero.

15.1Diomede nella versione tracia, era famoso per le cavalle a cui dava in pasto gli stranieri; per questo fu ucciso d aEracle e il suo corpo dato a sua volta in pasto alle cavalle. Secondo una antica versione Diomede risulta a capo della spedizione degli Argonauti e, insieme agli Achei, in un altro viaggio avrebbe fondato Adria lungo le rotte dell’Adriatico; infine Diomede si sarebbe rifugiato presso l’altare di Eva Argiva (Achea) e c’era un santuario a lui dedicato presso la risorgiva del Timavo (Trieste) ove gli veniva sacrificato un cavallo bianco. Un cavallo bianco veniva anche offerto a Belbog, il dio wendi (popolazione veneta originaria del Baltico) coronato di alloro come Apollo. Il cavallo nero era invece legato al dio Cernobog, la forza dell’ombra; i cavalli dedicati a queste due opposte divinità erano marchiati col simbolo del lupo, che gli autori antichi (Hesychios, Strabone) legano indissolubilmente al cavallo veneto; in venetico volkerkon, che si può leggere lupo-cavallo sulla base dello sloveno volk [vòuc] , lupo e konj, cavallo.

Nota mia: il lupo è sacro ai Veneti antichi, compare a fianco della Dea Reitia nei dischi di Montebelluna e Ponzano. E’ rimasto forse non a caso, nei toponimi dei villaggi veneti, come Campagnalupia e Lovo (lupo in veneto), o negli stemmi araldici, come a Belluno. Col lupo venivano marchiate le spade schiavone prodotte nel bellunese.390579_3011983549281_528046263_n

I Cavalli di De Chirico: non è una scelta casuale. Mi capitò proprio di incontrarli fisicamente, quei cavalli, in un ambiente suggestivo e misterioso come pochi, in un giorno assolato e solitario. Ero tra le rovine dell’antica Talamone e all’improvviso mi comparvero, silenti e misteriose, queste due bellissime bestie, con la criniera incolta e il corpo possente di un dio pagano. Non so ancora se fu una cosa reale o una proiezione del mondo antico che stavo visitando. Per un attimo, nel mio animo, fui davanti allo spirito del paganesimo e alla forza della natura che gli antichi veneravano e comprendevano meglio di noi.