UN MERCANTE VENETO DIETRO IL DOLCE NATALIZIO INGLESE

Ce ne parla lo storico Alessandro Alberto Magno in un intervento sul “Sole 24 ore”.

 

L’ASPETTO NON PARE INVITANTE, MA, CREDO DOLCISSIMO

Natale, tempo di Christmas pudding. Il dolce che al di là della Manica ricopre il ruolo che da noi ha il panettone è un composto carico di frutta secca in generale e di uvetta in particolare. Proprio per questo, così come anche il plum cake, ha un papà tutto italiano, di nome Giacomo Ragazzoni, un mercante – occorre aggiungere ricchissimo? – veneziano che nella seconda metà del Cinquecento deteneva il monopolio del commercio dell’uvetta passa, tra l’impero ottomano e l’Inghilterra. Insomma, è stato Ragazzoni a rendere l’uvetta un bene di (quasi) largo consumo nel regno dei Tudor e senza di lui i dolci inglesi a base di questo ingrediente o non sarebbero nati o sarebbero arrivati solo più tardi. Non è affatto un caso se i primi accenni al Christmas pudding risalgono al XVI secolo.

il paese di Valtorta da cui proveniva la famiglia di mercanti. Venezia era anche questo: una grande opportunità per tutti.

Ragazzoni apparteneva a una famiglia di mercanti originaria di Valtorta, nell’alta val Brembana. A Venezia possedevano parecchi immobili, tra i quali un palazzo a Cannaregio. Nel 1542, quattordicenne, viene mandato a Londra per imparare l’arte della mercatura e seguire gli affari della famiglia. Lì tesse buone relazioni con gli ambasciatori veneziani che lo presentano a corte: conosce Enrico VIII, Edoardo VI e partecipa alle cerimonie di incoronazione (1533) e di nozze di Maria Tudor con Filippo d’Asburgo (1554). Gli viene concesso l’onore di inserire la rosa dei Tudor nel proprio stemma araldico.
Nel 1558, alla morte del padre, rientra a Venezia. Si dedica ad accrescere le capacità commerciali dell’impresa di famiglia e fa varare tre grandi navi in grado di raggiungere Londra e Anversa partendo da Costantinopoli. È in questi anni che diventa il monopolista del commercio dell’uvetta passa, detta anche, non casualmente, «sultanina».

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EX CINERIBUS FELTRIS, DALLE CENERI DI FELTRE DISTRUTTA DAGLI IMPERIALI

Feltre veneta con il castello nello sfondo

Quello che accadde a Feltre tra il 1509  e l’anno seguente, sembra una cronaca della II guerra mondiale, con civili e truppe massacrate per rappresaglia senza alcuna pietà (pietà l’è morta diceva una canzone). Ne avevo accennato in un altro articolo, in questo più completo, parto dall’inizio, con l’arrivo della bandiera imperiale a Feltre, contro la volontà dei suoi cittadini, grazie al tradimento di alcuni nobili filo imperiali. Quanto avvenne dopo è un vero film dell’orrore. 

 

All’interno dell’epica generale della guerra di Cambrai, la città di Feltre ha una sua epica particolare. Ridotte all’osso le cose andarono nel modo che segue.il primo luglio 1509, l’imperatore Massimiliano entrò a Feltre senza dover combattere perché alcuni patrizi di spirito filoasburgico (in cittè presenti a quel tempo come oggi) avevano predisposto segretamente ogni cosa. L’imperatore ebbe accoglienza calorosa.
Si cantò il TeDeum in cattedrale e fu organizzato un ballo nel palazzo del comune.
Massimiliano prese alloggio nel Vescovado, e dopo pochi giorni ripartì, lasciando un presidio delle proprie truppe.
Poche settimane tuttavia, e un’altra frazione del patriziato urbano organizzò un blitz, che favorì nottetempo il rientro in città delle truppe veneziane. Seguì a quel punto, il massacro a furor di popolo del presidio imperiale.
Quando la notizia raggiunse Massimiliano, si preparò immediatamente la rappresaglia. Il 3 agosto 1509 furono scorti sotto le mura di Feltre alcuni soldati imperiali a cavallo. Ammazzavano chiunque incontrassero. L’esercito vero e proprio attendeva poco distante, e infine diede l’assalto alla città. Riuscì ad entrarvi.
I mercenari tedeschi dell’imperatore saccheggiarono tutto il possibile ed infine si diedero all’eccidio indiscriminato. Passarono a fil di spada tra i 200 e i 400 feltrini.
Ma nel novembre 1509 Feltre tornò in mano ai veneziani. Venne massacrata una seconda guarnigione imperiale, asseragliatasi nel castello della città (ls torre di Alboino ndr). Furono risprmiati il capitano e due soldati. Al capitano vennero cavati gli occhi. Ai due soldati, che ebbero in consegna il capitano accecato, affinché lo consegnassero all’imperatore, vennero invece amputate le mani.
Non passò nemmeno un anno. Ai primi di luglio del 1510 si diresse verso Feltre un grosso contingente di truppe. Cavalli, fanti. Qualche bocca da fuoco. Sventolava l’aquila a due teste di Massimiliano I-
Bastarono poche cannonate contro le mura, più che altro di avvertimento. Le truppe entrarono in ccittà senza colpo ferire. Porte e finestre erano sprangate. Un silenzio irreale. Gran parte dei feltrini si erano dati alla fuga memore dell’eccidio dell’anno precedente. I veneziani, consci del fatto che Feltre non era difendibile, avevano per tempo sguarnito la città e portato via l’artiglieria pesante…

 

Le truppe imperiali saccheggiarono la città liberamente. Ammazzarono i pochi che incontravano… Sfondarono le porte delle chiese a colpi di colubrina. Bevettero il vino delle cantine. Tre giorni di questo carnevale e una voluta di fumo salì nel cielo. E poi le fiamme. Alte e grandi. Fiamme a non finire. Per tre giorni e tre notti. I tetti sfrigolarono. Insieme alle case, ai libri, alle madie, alle cassapanche e a ogni altra vanità.
Infine si levò un giorno grigio che svelava montagne di cenere e rovine. Odore forte di abbrustolito, io immagino, qua e là macerie fumanti.
Feltre venne rasa al suolo. I documenti non lasciano dubbi. il fuoco divorò il 70 % della città, borghi compresi. Per riprendersi da quel cataclisma ci vollero parecchi decenni. Gli studiosi hanno architettato molte spiegazioni di quanto accadde. Si sostiene ad esempio che siano stati i feltrini stessi ad imbandire quella griglia centigrada per arrostire la canaglia tedesca, come gli abitanti di Mosca all’arrivo di Napoleone. Ma non vi sono dubbi sul fatto che la tecnica del “taglia e brucia”, per l’esercito di Massimiliano I, era una strategia militare di prammatica.

-tratto da La via di Schenèr: Un’esplorazione storica nelle Alpi disponibile on line

 

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I CORRIERI DELLA POSTA VENETA, I CAVALLANTI

pagina miniata della mariegola dei cavallanti

Fu grazie a Venezia e alla famiglia Tasso (proprio quella del famoso poeta) bergamasca, se in Europa nacque il primo servizio postale in senso moderno, tramite i “cavallanti”, dei postini ante litteram che distribuivano la corrispondenza prima nel territorio di san Marco poi nello stato pontificio e nell’impero germanico. Ma partiamo dall’inizio:

Lungo le correnti di traffico mercantile troviamo i corrieri veneziani, cioè dei privati corrieri che percorrevano l’Europa dei secoli passati per trasportare le lettere. In periodo già precedente all’anno mille nacque a Venezia, o meglio a Rialto, il sestiere che per tanti secoli fu il punto centrale della vita economica veneziana, la professione del corriere, resa necessaria dal vitale bisogno di scambio delle notizie proprio dell’attività mercantile. Tra i corrieri che esercitavano questa attività, si distinsero alcuni che provenivano dal bergamasco, in particolare dalla Val Brembana e tra questi alcuni della famiglia Tasso, che portarono a Venezia la loro esperienza già acquisita in passato.

Una delle date importanti per i corrieri veneziani fu il 6 gennaio 1305 (secondo il calendario veneziano che faceva iniziare l’anno il 1° marzo, quindi in realtà è da intendersi il 6 gennaio 1306 secondo il nostro calendario), quando il Maggior Consiglio decretò che tutti i corrieri operanti a Venezia fossero sottoposti al controllo dei Provveditori di Comun, la Magistratura preposta al controllo delle tariffe. Questa data è da considerarsi importante per i corrieri perché per la prima volta lo Stato ne riconosceva ufficialmente l’attività e li gratificava di notevoli vantaggi, quali l’esercizio privatistico della loro professione. Nacque così la Compagnia dei Corrieri della Serenissima, la cui attività era regolata da uno statuto e da norme precise che costituivano la Mariegola, un volume che raccoglieva tutte le deliberazioni adottate dai dirigenti della Compagnia.
I corrieri percorrevano tutti i percorsi dell’Europa, in particolare quelli che conducevano ai mercati ed alle fiere dove si concentrava l’attività mercantile. In questi luoghi i mercanti veneziani giungevano portando le loro merci che acquistavano in Oriente, merci molto ricercate da tutti i popoli europei, ed in questi mercati avvenivano gli scambi commerciali. Non poteva mancare, in questi luoghi, la presenza dei corrieri, perché era di grandissima importanza che le notizie di carattere economico, riguardanti i prezzi, le merci, la presenza dei mercanti, giungessero velocemente: prima le notizie arrivavano, e migliore era il risultato economico degli scambi.

(Adriano Cattani, direttore del Museo dei Tasso e della Storia Postale)

LO STEMMA DEL CADORE E IL SUO SIGNIFICATO, DA UN QUADRO DEL VECELLIO

Il quadro a cui ci riferiamo è quello conservato nella sede della Magnifica Comunità del Cadore, oggetto di altra nota.  Aggiungiamo a completezza quanto riportato nel libro di Giovanni Fabbiani “Breve Storia del Cadore” edito dalla Magnifica Comunità stessa:

Circa dal Quattrocento lo stemma del Cadore è composto da due torri con in mezzo un abete legato alle torri da una catena. Le torri ricordano i castelli di Pieve e Botestagno, la catena significa l’unione di tutta la Regione (l’albero era forse in origine il tiglio intorno al quale si si riunivano le assemblee popolari dei capifamiglia). WIN_20160805_17_42_52_Pro

IL GRANDE CONDOTTIERO GRITTI CONQUISTATORE … DI DONNE, MA UOMO D’ONORE.

Andrea Gritti visse moltissimi anni a Istanbul-Bisanzio, divenendo amico anche del Sultano. Dedicava gran parte del suo tempo ai suoi commerci, che lo arricchirono a dismisura. Era un uomo brillante, affascinante, conteso dalle donne occidentali e, pare, pure da qualche Signora turca. La sua nomea di grande amatore era diffusa ovunque ormai, quando accadde che…

… viveva a Pera, una cittadina prossima a Bisanzio, la bellissima moglie di un mercante genovese, della quale il Gritti si era pazzamente invaghito. Il marito di lei si era reso colpevole nei confronti dei ministri reali, che hanno diritto di vita e di morte sui cittadini stranieri, del più grave delitto, avendo sparlato di Maometto (sto pensando che pure io sarei messo male N.d.R.) il loro Profeta, tanto da non ever in nessun modo salva la testa. 

Maometto II ritratto da Gentile Bellini

Maometto II ritratto da Gentile Bellini

Era generale il sospetto che tutto fosse stato architettato dal Gritti, per togliere di mezzo il terzo incomodo, e godere delle grazie della moglie. appena Andrea venne a conoscenza di tali dicerie, pregò il Pascià di non rendergli difficile la vita, e usò tutta la sua influenza per evitare il peggio al malcapitato. 

Fatto venire in sua presenza il Genovese, gli dichiarò apertamente che aveva desiderato ardentemente sua moglie, una donna bellissima, ma assicurò con solenne giuramento che per l’avvenire avrebbe smesso di farle la corte, essendo la moglie di un suo caro amico. 

Commosso da tanta generosità, il malcapitato (graziato dal pascià per le pressioni del Gritti) restò per sempre legato a Lui da grande affetto ed amicizia. 

 

AD AGOSTO IL PALIO DI FELTRE FESTEGGIA LA DEDIZIONE A VENEZIA MA HA ORIGINI PIU ANTICHE

Le Origini del Palio

sfilata_palio_feltre_040bDopo gli estenuanti conflitti legati alla signoria dei Da Carrara, a cui Feltre si era legata suo malgrado nel 1363, la città finì con l’essere posseduta dal duca di Milano Giangaleazzo Visconti.
In memoria della data in cui Feltre era entrata a far parte dei dominï del duca, il 7 dicembre 1388, la comunità feltrina aveva stabilito che ogni anno in quel giorno gli ordini cittadini e le “scole” si sarebbero dovuti recare in processione alla cattedrale per partecipare ad una messa solenne di ringraziamento.
Avrebbero dovuto inoltre porre un premio (unum bravium) di ben quindici ducati d’oro perchè si svolgesse una gara di cavalli.sfilata_palio_feltre_091b

Alla morte del Visconti, avvenuta nel 1402, si riaprirono i conflitti nella marca veneta. I Da Carrara rivendicavano, infatti, il possesso di Feltre come di altre città del territorio. I feltrini, timorosi di cadere nuovamente nelle mani dei carraresi e incapaci, del resto, di opporsi alle loro insidie, seguirono l’esempio di Vicenza e decisero di affidare il governo della loro città alla Repubblica di San Marco.

Ai feltrini pareva essere l’unica potenza vicina capace di offrire prospettive rassicuranti in un mondo sconvolto dalla guerra.sfilata_palio_feltre_030b

L’atto di annessione ebbe luogo in modo solenne il 15 di giugno del 1404 mentre ancora la guerra infuriava. Il senato veneto aveva inviato a Feltre un suo ambasciatore, il patrizio Bartolomeo Nani, il quale, nella ‘maggior piazza’ di Feltre gremita di gente, riceveva dal delegato feltrino Vittore dei Muffoni da Cesio le chiavi della città e giurava nelle mani del Muffoni che il senato veneto avrebbe sempre rispettato gli statuti feltrini. La folla, dicono gli storici, inneggiò entusiasta a San Marco e alla repubblica lagunare.

I festeggiamenti si protrassero in città per alcuni giorni e, come già era accaduto all’alba del domino visconteo, la comunità decretò che annualmente fosse “celebrata solennemente la Festa di san Vito che fu il 15 di giugno del 1404, giorno in cui Feltre si diede alla Serenissima, con una solenne processione di tutti gli ordini della città, del clero, delle autorità civili e religiose verso la chiesa maggiore o a quella di Ognissanti, con l’offerta di candele e di solenni oblazioni e che in tal giorno sia posto un premio di quindici ducati d’oro perché si corra coi cavalli”.

Da quel momento Feltre con tutto il Feltrino entrava a far parte dello stato Veneziano. Vi sarebbe rimasta fino all’arrivo delle truppe di occupazione guidate da Napoleone Bonaparte, sul finire del XVIII secolo.

Qui trovate il programma della manifestazione http://www.paliodifeltre.it/la-storia-del-palio.html

LA TERRIBILE SORTE DEI CARRARESI A VENEZIA E CARLO ZENO, FREDERIC C. LANE CI RACCONTA

AFFRESCO nella reggia dei Carraresi, a Padova

AFFRESCO nella reggia dei Carraresi, a Padova

Di solito Venezia era magnanima con i vinti, a nobili o signori spodestati aveva concesso pensioni e salvacondotti, ma i Carraresi furono eliminati nelle carceri, anche se ufficialmente “morirono di polmonite”…

Venezia provvide ad eliminare drasticamente tutti i membri della famiglia, e a cancellare nella misura del possibile ogni memoria di essa nella città di Padova.

A Verona i veneziani conservarono i monumenti degli Scaligeri, quasi a cercarne legittimazione come loro successori (identica sarà la politica dell’Austria in una Venezia asservita n.d.r.); e i signori di talune città sottomesse a Venezia ebbero buone pensioni e poterono ritirarsi in Dalmazia o in Grecia. Invece tutti i membri della famiglia Carrara fatti prigionieri furono strangolati per ordine del Consiglio dei Dieci.

la loggia del palazzo carrarese, sotto l'Orologio

la loggia del palazzo carrarese, sotto l’Orologio

Fu diffusa la voce che erano morti di polmonite, ma di questo sotterfugio non c’era bisogno: i tre Carraresi catturati erano odiati dal popolino veneziano perché si erano più volte rivoltati ed erano accusati di aver progettato di avvelenare i pozzi della città.  Del resto l’uccisione dei nemici caduti prigionieri non era cosa insolita, all’epoca… I veneziani approvarono l’esecuzione mormorando il detto “omo morto no fa guera” .

Il Consiglio dei Dieci agì in base alle prove, in quanto i Carraresi, onorati con l’ammissione in seno alla nobiltà veneziana, avevano cercato di minare all’interno l’aristocrazia, e forse avevano ottenuto qualche successo nel formare un partito a loro favorevole.

In conformità al principio secondo cui i nobili veneziani non dovevano stringere alleanze e legami con principi stranieri, come invece facevano tanti nobili genovesi, l’accettazioni di donativi o pensioni dai signori di Carrara, era stata esplicitamente vietata.

Quando si misero le mani sulla contabilità segreta dei signori di Padova, ne risultarono pagamenti a vari nobili tra cui il massimo eroe militare veneziano, Carlo Zen, che pur li aveva combattuti con grande coraggio. Questi fu condannato alla perdita degli incarichi e ad un anno di prigione.

Carlo Zen, busto d'epoca

Carlo Zen, busto d’epoca

La votazione fu tutt’altro che unanime, ma lo Zeno si sottomise. Ala conquista di Padova, aveva rischiato al vita al passaggio di un guado, trascinando il suo esercito con l’acqua al collo al passaggio di un guado. Era un tributo alla forza morale della costituzione veneziana, il fatto che anche il cittadino più prode obbedisse alla volontà dei suoi colleghi aristocratici. Quando lo Zeno morì, nel 1418, all’età di 84 anni, gli furono comunque accordati i funerali solenni.

 

Mora mora viniciani; mora sti arabiati cani. Lo spirito antiveneto di allora e di oggi.

Lorenzo Fogliata – 20/09/2010

Marignano

Marignano

“Mora mora viniciani; mora sti arabiati cani”. Questo era il motto antiveneto dei coalizzati di Cambrai (per gli analfabeti ai quali mi rivolgo, anno 1509). Altri alimentavano la fola che Dante, nel corso di una legazione, non sarebbe riuscito a parlare latino con i senatori veneti perché troppo ignoranti. Nel frattempo, Andrea Dandolo era il miglior amico del Petrarca, poco dopo Ermolao Barbaro fu uno dei più colti umanisti e, ancora dopo, Pietro Bembo optò scelleratamente per il toscano quale lingua ufficiale. download

La morale è che la mamma dei cretini è costantemente incinta ed ha una vita plurisecolare. Figuriamoci ora se tra gli italiani, terreno fertile in materia, questa mamma non fa furori ! Ricordiamo a questi poveri imbecilli che i veneti immigrarono perché caddero sotto il peggior governo, quello italiano, che si possa immaginare, sfruttatore, colonialista, guerrafondaio, bruciapile, grassatore della povera gente (tassa sul macinato e coscrizione obbligatoria i suoi fondamenti).

Chissà se questi infelici mentali hanno mai fatto un viaggio in Dalmazia, in Grecia. Luoghi che i veneti hanno tracciato per sempre con una civiltà luminosa di mille anni e gli italiani hanno solo aggredito con la biennale guerretta fascista. “Spezzeremo le reni alla Grecia” disse il deficiente: ed il glorioso regio esercito si ritrovò inseguito dai greci fin dentro le gole dell’Albania.

Non so se sia facebook o cos’altro: dite loro che la smettano di romperci la devozione, che ne abbiamo le tasche piene, che nessuno ha chiesto loro di “liberarci” dall’Austria, che le loro guerre di “liberazione” sono state combattute sul nostro territorio che hanno devastato e che i nostri contadini sono morti più numerosi di tutti, per sovrani che non erano i loro e cause che non li riguardavano.

Che questa gloriosa Italia ha fatto pagare ai veneti tutto il costo anche del’ultima guerra, vendendo l’Istria e la Dalmazia; che il loro nazionalismo è cosa da trogloditi, che i follemente insipienti sono loro, che quando parlano di storia veneta fanno risuonare il vuoto pneumatico della loro infinita ignoranza e, infine, che si facciano i cazzi loro. Cari amici diffondete questa mia agli imbecilli. Mi farete un onore.Viva San Marco.