LA GIUSTIZIA VENETA CALUNNIATA E IL FORANETO DI VENEZIA

Di Edoardo Rubini

imagesSul Fornaretto e sui Piombi si sono dette cose fuori dal mondo, che non corrispondono alla verità storica, ma che si sono innestate nella memoria collettiva.

Un cosiddetto storico francese di fine ‘700, che va ancora per la maggiore nell’università italiana, di nome Darù, lavorava per Napoleone e scrisse una storia di Venezia per diffamarla. Così definì i Piombi fournaises ardentes , cioè fornaci ardenti, mentre queste celle erano collocate nel sottotetto di palazzo ducale dove si stava discretamente bene, poi scrisse che i Pozzi erano gallerie sotterranee: naturalmente non aveva mai visto ciò che descriveva, dimenticando che nel sottosuolo di Venezia c’è… l’acqua!download (1)

Quanto al cosiddetto Fornaretto, la leggenda ebbe una fortuna incredibile, dal dopoguerra in poi è divenuta l’unica nozione di giustizia veneta assimilata a livello di massa.  La vicenda fu montata nell’Ottocento, nel tempo in cui, per esempio, la letteratura romantica ribattezzò il ponte delle prigioni in “Ponte dei Sospiri” (altro nome inventato per i turisti).  Il Fornaretto, dicevo, sarebbe stato un popolano messo a morte ingiustamente, accusato di un omicidio altrimenti commesso da un nobile.  Un aneddoto partorito apposta per colpire la fantasia popolare: dai documenti originali non risulta tutto questo: solo in alcuni registri di condannati a morte ci è rimasto il nome di un tale Pietro Faciòl, ma in realtà non conosciamo l’identità di questo tizio. Il fatto è che del processo narrato dalla leggenda non si trova alcuna traccia in nessun documento di inizio ‘500, quando si sarebbe consumato l’omicidio in questione.

Nel 1507, anno trattato nei minuziosi Diari di Marin Sanudo, non si fa cenno a nessun giovane garzone impiccato per errore giudiziario.  Eppure, sull’onda del suggestivo Fornaretto, è fiorita una prolifica divulgazione: dall’omonimo dramma teatrale messo in scena da Francesco Dall’Ongaro nel 1846, al famoso giallo Il Fornaretto di Venezia di Franco Zagato edito dalla Newton Compton nel 1985, passando addirittura per il cinema, con l’omonimo film del 1963 diretto dal regista Duccio Tessari.  images

 possibile che nessuno senta puzza di bruciato?

No, nessuno si rende conto del bluff di una storia manipolata, peraltro attraverso avvenimenti di una gravità enorme.  La demolizione della nostra storia nazionale va fatta risalire al 1767, quando fu pubblicata in italiano la traduzione della Historie de la république de Venise depuis sa fondation jusqu’à présent par monsieur l’abbé Laugier del 1759.

Colmo della beffa, si trattava di un clamoroso plagio, rilevato già dai contemporanei, deiPrincipj di Storia Civile di Vettor Sandi.  Laugier scopiazzò l’opera dell’insigne patrizio veneto senza citarlo e v’introdusse l’impostazione ideologica illuminista.  Fu egli per primo ad affermare la pretesa soggezione veneziana a Bisanzio durante l’Alto Medioevo, sicché oggi tutti i professori italiani imitano pedissequamente la sua impostazione.  Tali falsità preconcette irritarono a tal punto Sandi da indurlo a pubblicare nel 1769 un testo anonimo per confutare quell’insano, reo, o leggiero francese, come lui chiamava Laugier.

Sandi scrisse così gli Estratti della storia veneziana del signor abbate Laugier ed osservazioni sopra gli stessi, ma gli Inquisitori di Stato invece di dargli man forte fecero togliere dalla circolazione le copie del saggio, per paura di complicazioni diplomatiche.  Ma consoliamoci: le falsificazioni dei francesi Laugier e Darù si sarebbero trasformate in un danno irreversibile se non si fosse riusciti ad ottenere la restituzione dell’Archivio di Stato sottratto da Napoleone e portato a Parigi, durante l’invasione della Repubblica nel 1797.  Una volta fatti sparire i documenti originali, sarebbe divenuto facile a qualunque storico prezzolato far passare ogni fandonia come verità.

ISTRIANI E DALMATI ALLA BATTAGLIA DI LEPANTO E LE LORO BELLE INSEGNE

particolare del bel dipinto raffigurante lo scontro, nella villa Barbarigo di Noventa Vicentina. edificio bellissimo custodito con amore dai cittadini attuali.

particolare del bel dipinto raffigurante lo scontro, nella villa Barbarigo di Noventa Vicentina..

Aloise Cipice da Traù, comito della galea n. 39 dell’ala destra: per insegna “una donna con un mozzo di serpe in mano”.

Giovanni de Dominis comito del legno di Arbe, posta al n. 40 dell’ala destra: “San Giovanni con la Croce in mano”.

Cristoforo Lulich, comandante la galea di Sebenico, n. 22 della retroguardia: “San Giorgio a cavallo”.

Girolamo Bisante da Cattaro comito della galea n. 10 del corno destro : “San Trifone con una città in mano”.

Giovanni Lanzi da Lesina, galea n. 24 del corno sinistro: “San Girolamo”.

Domenico di Tacco istriano comito della nave n. 15 del corno sinistro: “Un lion con una mosca”.

Colane Drazzo di Cherso comito della galea n. 8: “Nicolò la corona”.

Perasto “fedelissima” era presente con i gonfalonieri stretti attorno al gonfalone della nave ammiraglia della Serenissima. Erano dodici e otto di essi immolarono la propria vita in difesa della Patria veneta comune e della cristianità.

galea dei bergamaschi a Lepanto

galea dei bergamaschi a Lepanto

LAUS DEO

Tratto da un lavoro di Paolo Borsetto.

Biblioteca marciana misc. 207733.

LA BATTAGLIA DI LEPANTO E L’EX VOTO NEL DUOMO DI MONTAGNANA

il dipinto si trova sulla parete sinistra e misura mt. 4 per 4,50

 Chi visita Montagnana, non deve perdersi, specie se vi si reca a ottobre, la visione del grande dipinto conservato nel Duomo, che riproduce in maniera molto fedele lo svolgersi della famosa battaglia.

Il pittore è anonimo, anche se vi sono indizi, o meglio, sospetti, sul nome, ed è comunque certo che fu dipinto poco dopo i fatti da persona che si fece raccontare in dettaglio tutto, anche la particolare forma delle imbarcazioni. riporto quì di seguito al descrizione trovata in internet, ma voglio aggiungere che ci farebbe bene ripercorrere quelle vicende, di tanto in tanto.

Si scopre una coralità  incredibile, attorno alla fede cristiana e attorno allo stato veneto: Montagnana si autotassò e oltre alle vite dei propri figli che si arruolarono volontariamente per la salvezza della cristianità e per quella dello stato veneto, offrì grandissime quantità di lino e canapa, prodotti del luogo, per fabbricare corde e tele.

Vedete, ogni tanto salta fuori qualche “bella anima” di storico tricolorista, il quale non manca di sottolineae l’incosistenza dello stato marchesco, un conglomerato di città riottose, sotto il tallone della “Dominante”. nulla di più falso. Dalla guerra di Cambray, a Lepanto. alle rivolte dei “marcolini” nel 1797, al discorso di Perasto, è tutto un continua affettuosa testimonianza di affetto filiale alla Patria Veneta e al suo Principe, il doge dei veneti da parte della popolazione intera.

ecco quanto scrive  Zereich Princivalle:

“Il quadro che riproduce la Battaglia di Lepanto (m. 4,50 x 4,50), ad olio su tela, appeso alla parete sinistra nella prima campata – già sopra la porta laterale rivolta a mezzogiorno – a prescindere dal suo valore artistico, fu giudicato assai interessante da Guido Antonio Quarti, ben noto scrittore di storia navale, che lo pubblicò per primo, credo, quale opera di ignoto autore in uno dei suoi volumi.

Egli, scrivendo al Giacomelli, rilevava che il pittore doveva avere una notevole conoscenza storica della battaglia, che è riprodotta, come realmente avvenne, con le galee in combattimento a gruppi.

“In primo piano è la flotta di Venezia al comando di Sebastiano Venier; più sopra quella di Spagna sotto Don Giovanni d’Austria. Un gruppo centrale riproduce il ricupero della capitana di Malta. E’ ben distinta a destra la fuga di Portaù pascià (barchetta che si salva attraverso le galee).

Sopra, a sinistra, la squadra di soccorso del march. di Santa Croce. Poi il particolare di Occhialì (Uluzzalì) che fugge dopo essersi affrontato con Giovanni Andrea Doria, riparadosi con poche galee alla Prevesa. In alto, a destra, è Lepanto con i due Castelli alla bocca del golfo; a sinistra, su nuvola, la Madonna del Rosario con Santa Giustina.

Il pittore doveva avere perfetta conoscenza dei fatti, perchè è anche da notare che tutte le galee cristiane hanno le vele ammainate; il mare è abbonacciato in favore delle armi crocesegnate; sono esatte le varie bandiere con i colori di raggruppamento e con gli stemmi particolari. Interessanti per l’archeologia navale sono le strutture delle galee, con la dimostrazione, non chiara altrove, dei banchi da rematori sporgenti dai fianchi delle stesse.

Il nostro quadro sembrerebbe appartenere ad un pittore, formatosi appunto in tale ambiente; e verrebbe da pensare ad Antonio Vassilacchi, detto l’Aliense (1556 – 1629), figlio di un proprietario di navi, oriundo dell’isola di Milo, che fornì di vettovaglie l’armata cristiana nella querra del 1571, il quale dipinse per Montagnana anche un’altra tela “Il Salvatore e i Santi Protettori” ed amò trattare varie composizioni affollate di personaggi e diversi soggetti di battaglie terrestri e navali, compresa pure quella di Lepanto, come ad esempio negli affreschi – attribuitagli dalla Boccassini – della villa Barbarigo di Noventa Vicentina, presso Montagnana”.

di Zereich Princivalle

SEBASTIANO VENIER RINGRAZIA LA MADONNA, UN DIPINTO A VICENZA

62059_1591300913103_3471481_nMatteo Marcolin ha scovato questo dipinto, e a pensarci bene.. oggi sarebbe impossibile, ringraziare la Madonna per una vittoria sull’Islam, mentre per loro, al contrario, lo è ogni volta che compiono una strage.
Il Venier ringrazia la Madonna per la Vittoria a Lepanto
el Venier ringrazia ea madonna par la vittoria a
lepanto .
Vicenza cappella delRosario, chiesa di Santa Croce .

FEDE, INTRAPRENDENZA, CORAGGIO, RAPPRESENTATI DA SAN MARCO. LEPANTO E… LE CAMPANE

Di Annamaria Deoni

13406763_1039687389419120_4147326229332651778_nQUANDO FEDE, INTRAPRENDENZA, CORAGGIO ED INNOVAZIONE DANNO VITA AD UNA RITUALITA’ CONSOLIDATA, QUASI SCONTATA E AD ESEMPI ANCOR OGGI ATTUALISSIMI. ECCO PERCHE’ LA GRANDEZZA DELLA SERENISSIMA REPUBBLICA DI SAN MARCO NON PUO’ ESSERE DIMENTICATA.

La battaglia di Lepanto e i suoi retroscena ben sintetizzano e rappresentano ciò che il titolo introduce.
Il 7 ottobre ricorre la festa della Madonna del Rosario, istituita nel 1572 per celebrare il primo anniversario della Battaglia di Lepanto, cioè la vittoria dei cristiani sui musulmani. Papa Pio V (1566-1572) attribuì il merito all’intercessione della Madonna e in Sua devozione istituì la festa dedicata alla ” Beata Vergine della Vittoria”.

Non poté celebrarla poiché morì il 1° maggio 1572, ma il suo successore, papa Gregorio XIII (1572-1585), accolse questa eredità, seppur intitolandola alla “Madonna del Rosario”, ciò per spronare i credenti alla recita collettiva del Rosario, ritenuta l’arma più efficace per spingere i cristiani alla vittoria. La Battaglia di Lepanto ebbe luogo la domenica del 7 ottobre 1571.

Quel giorno, mentre si combatteva nel golfo di Patrasso, presso Lepanto, si narra che a Roma il Papa avesse una visione ed esclamasse “sono le 12, suonate le campane, abbiamo vinto a Lepanto per intercessione della Vergine Santissima”. Da allora è così subentrato l’uso di suonare ogni giorno le campane allo scoccare del mezzogiorno. La Notizia della vittoria arrivò a Roma 23 giorni dopo, confermando quella visione.13435345_1039687172752475_5513499009995661392_n

Questa la dimensione religiosa, ma oggi ben sappiamo che fu la terza Lega Santa (Stato Pontificio, Venezia, Genova, Spagna, Savoia e Malta) che con coraggio e strategia rese possibile questa epocale vittoria. La flotta cristiana era formata da circa duecento Galee di cui centocinque erano Veneziane, più le sei Galeazze, con al comando il Capitano da Mar Sebastiano Venier.

Allora, come non nominare la Serenissima Repubblica di San Marco e il suo straordinario Arsenale, organizzato come una fabbrica moderna dall’innovativa catena di montaggio? Ricordiamo che qualche anno dopo, il 20 luglio 1574, sotto gli occhi stupiti di Enrico III di Valois, re di Francia e Polonia, in un solo giorno, venne assemblata una Galea, corredata di cordami, armature, vele, remi e armamento!13435329_1039687486085777_3917358443582446860_n

Dal complesso delle sue officine, uscivano navi complete fra le quali anche le poderose Galeazze. Queste imponenti imbarcazioni, poco conosciute per la segretezza con cui vennero progettate e costruite, (si trova cenno in documenti conservati nell’Archivio di Stato di Venezia) erano ritenute altamente strategiche dal Governo della Serenissima: grazie alle artiglierie dislocate sulle robuste fiancate, cambiarono per sempre il metodo di combattimento in mare. L’aumentata potenza di fuoco, l’adeguata mobilità, sia a remi che a vela, unite ad un ottima protezione e ad equipaggi qualificati, permisero di sostenere il cruento confronto che inflisse al nemico Turco numerosissime perdite, risultando in questo modo il principale elemento che favorì la grande vittoria cristiana di Lepanto. 13450236_1039687259419133_1963830185031176467_n

Al grido di “Duri i banchi!” i Comandanti delle Galee Veneziane incitavano i propri equipaggi approcciandosi al combattimento. Voleva essere un avvertimento e un’esortazione a sopportare ciò che sarebbe accaduto nell’accesa lotta che ne seguiva; ancora oggi per i Veneti è un saluto di incoraggiamento ad affrontare i duri problemi esistenziali. Facciamone tesoro.
(Annamaria Deoni)
Sintesi da una ricerca in rete.

POSSIAMO ACCOGLIERE TUTTI ?? SE LO CHIESE ANCHE VENEZIA, E RISPOSE “NO”.

ospedale dei Mendicanti, riprodotto da Luca Carnevaijs

ospedale dei Mendicanti, riprodotto da Luca Carnevaijs

L’immigrazione di massa aveva portato intorno agli anni 1527-1529 anche la diffusione di malattie epidemiche, quali la sifilide, la peste, il tifo. Se fino al Medio Evo, il povero, l’ammalato, era visto sempre come l’immagine del cristo sofferente, da accogliere e sfamare secondo la volontà divina, ora i nuovi flussi, dovuti a carestie endemiche, rischiavano di mettere in pericolo l’esistenza stessa di una società ordinata-.

Il mendicante chiede la carità, ma varcando le frontiere e vivendo senza dimora, rischia di seminare la morte e l’insicurezza, di perturbare l’ordine. Alla carità come pratica indiscriminata di cristianesimo, si va sostituendo un concetto nuovo, quello della carità secondo giustizia e merito.  I nuovi elementi di giudizio inducono a distinguere tra poveri meritevoli di assistenza ed occupazione, e poveri oggetto di repressione. (G. Scarabello)

Nel  Cinquecento si pongono le basi di una carità articolata secondo cui prevale l’appartenenza al territorio come discriminante prima, infatti il povero conosciuto e residente fa parte della comunità che deve farsene carico, come in una famiglia, e in cambio, assicura la perpetuazione degli equilibri sociali.

Le nuove leggi della Repubblica, nel 1528-29 prevedono una nuova etica della carità: agli “impotenti”, cioè a quanti erano incapaci di mantenersi, si reputa di dover provvedere con priorità assoluta.  (B. Pullan) I “poveri vergognosi”, lavoratori o artigiani caduti nella miseria, viene concesso anche di potersi coprire con un saio e una maschera, per poter fare la questua in modo da celare la loro identità.

I poveri provenienti da altre località dovevano invece essere frustati e rimandati ai luoghi di origine che dovevano provvedere ad assisterli mentre gli abili, sani e sfaccendati autoctoni dovevano essere avviati forzatamente ad attività che li inserissero nel mondo del lavoro.

Perciò i giovani robusti venivano imbarcati come mozzi nelle navi dove erano affidati ai capitani, gli altri, alla fine del Cinquecento furono collocati nell’Ospedale dei mendicanti.

Sunto da ” VENEZIA LA SALUTE E LA FEDE” di Elena Vanzan – Marchini.

 

LEGA DI CAMBRAI: IL DOMINIO VENETO SCOMPARE COME NEVE AL SOLE, MA…IL POPOLO FA LA PROCESSIONE COL LEONE.

Alvise Zorzi in poche frasi concise, descrive quanto successe all’arrivo degli imperiali e dei francesi nella Terraferma veneta: i “cittadini” (ovvero i nobili locali) sperano di riacquistare il potere antico, a scapito degli odiati veneziani, ma il popolo non è con loro e inneggia e si batte per San Marco.Leone_di_San_Marco_a_Verona

“A Bergamo, a Brescia, i legati imperiali erano stati accolti con calore dai nobili, ad eccezione di alcune casate, le nobiltà locali, abituate a spadroneggiare e a litigare fra di loro, mal sopportavano la legalità e l’ordine imposto da Venezia e malissimo la superiorità dell’aristocrazia veneziana.  Nutrivano, insomma, la nostalgia per l’autonomia municipale che sperava, chissà perché, di recuperare grazie al re di Francia.

Di Vicenza aveva preso possesso a nome dell’imperatore un avventuriero, nobile di gran casato e dalle abitudini stravaganti, di nome Trissino, accolto con entusiasmo dalla nobiltà. Anche a Padova era successo e lui si era insediato nel palazzo del Capitanio veneziano.

porta aNuova a Verona, a sinistra furono fucilati gli eroi delle Pasque Veronesi

Porta a Nuova a Verona, a sinistra furono fucilati gli eroi delle Pasque Veronesi

A Verona invece era stata Venezia stessa a consigliare ai maggiorenti la sottomissione per evitare spargimenti di sangue e un assedio. Gli imperiali erano arrivati ma il popolo aveva gridato “Viva San Marco !” in faccia ai nobili ‘marani’ (così erano chiamati) filo imperiali (e già l’appellativo la dice lunga su come la gente comune li vedesse NdR); i popolani di San Zeno avevano raccolto i pezzi di un leone alato e l’avevano portato in processione nel loro borgo dove l’avevano devotamente seppellito.

Anche a Vicenza i nobili che gridavano “Viva l’Impero! ” si erano scontrati violentemente con i popolani di Borgo San Pietro che gridavano “Viva San Marco !” 02_-_Il_Burchiello_-_Canaletto_-_Porta_Portello_Padova

A Padova i popolani di Santa Croce e quelli del Portello si erano opposti ai soldati di Massimiliano. A Treviso dove poi Trissino si preparava a un ingresso trionfale, una sommossa popolare aveva costretto i nobili che lo avevano invitato a nascondersi e la città era rimasta saldamente nelle mani di Venezia”.

Il popolo era dunque appassionatamente marchesco.

San Marco per sempre di Alvise Zorzi

GLI EROI DELLA PATRIA VENETA. AGOSTINO BARBARIGO, gli ultimi istanti a Lepanto.

551649_4466152942607_817381163_nIntorno alla galea del Barbarigo, attaccata dalla squadra di Bascià Scirocco, “otto galee di San Marco affondarono, parecchie altre furono catturate, e il Barbarigo, colpito mortalmente da una freccia nell’occhio dritto, mentre discostava lo scudo dalla faccia per concitare i combattenti, cadde sul ponte, ma subito con supremo sforzo alzatosi, vincendo lo strazio, continuò a combattere con eroica costanza. Lasciato poi il governo della galea a Federico Nani e sceso nella sua camera, trasse con una mano il ferro dalla fronte, e quando ebbe certe le notizie che le armi cristiane trionfavano alzò le mani al cielo in atto di ringraziamento e si addormentò nei sogni della gloria, con la fama di primo combattente della battaglia. ..
Federico Nani e il Silvio Conte di Porcia, sulla galea del Barbarigo, con meraviglioso ardore respinsero il nemico già salito sul cassero, molti facendoli cader riversi, mentre nello stesso lato, Giovanni Contarini prendeva la galea di Scirocco e troncava la testa al terribile corsaro.

da “La battaglia di Lepanto” di Pompeo Molmenti.