la Bandiera Veneta era esposta in ogni citta’ capoluogo ed il Doge provvedeva a spedirle gratuitamente alle citta’

pergamena

E’ cosi’ la bandiera di una nazione e dello stato piu’ ricco e potente del mondo  , con un muro di menzogne e’ stata svilita,ridimensionata,  dimenticata , rinnegata, cancellata storicamente come bandiera identitaria simbolo della nazionalita’ veneta .

Invece la Bandiera Veneta era esposta in ogni citta’ capoluogo ed il doge provvedeva a spedire gratuitamente alle citta’ supplicanti ed a cura dell’Arsenale un apposito palo ai fini dell’esposizione del vessilo veneto con la raffigurazione di San Marco protettore di tutti i Veneti.

Ora la dimostrazione ,  la conferma scritta, storica documentale del ruolo del gonfalone di San Marco , in qualita’ di simbolo ufficiale di uno stato e di tutti i suoi cittadini , e’ stata caparbiamente riesumata.

Un rara rappresentazione autentica ed in originale che abbiamo lungamente ricercato ,finche’ l’abbiamo scovata ed acquisita , riportandola in patria (si trovava fuori regione ) .
Una lettera che giaceva semidimenticata , considerata di modesto valore e a rischio di andare perduta , e che invece per noi tutti rappresenta una testimonianza storica dal  valore inestimabile.

Tratta dell’invio del palo e contiene l’invito alla esposizione della bandiera marciana alla citta’ di Udine, datato 23 Agosto 1753 , vergato a mano dal segretario ducale. Leggi questo interessante  breve articolo.

http://bandierevenete.blogspot.it/2016/04/la-bandiera-di-tutti-i-veneti.html

IL LEONE DI PALMANOVA, SFUGGITO AI GIACOBINI E RISCOPERTO INTATTO, ORA.

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L’amico Piero Piovesan ci segnala un autentico miracolo.Grazie ai lavori di recupero delle mura di Palmanova, è emerso dalla boscaglia una grande lapide sormontata da un Leone secentesco, dedicato al grande Doge Leonardo Donà.
E’ un miracolo, perché quando il Bonaparte stese la dichiarazione di guerra alla nostra Santa Repubblica il 1° maggio 1797 (manon notificò al governo veneto questo documento, emerso dopo), con tale atto disponeva l’abbattimento di tutti i Leoni di San Marco.
Forse saprete che ho scritto qualcosa in proposito, caldeggiando la necessità che i Leoni per primi distrutti – sulle porte Aquileia, Udine e Cividale – siano ripristinati.
Forse questo evento può rilanciare il grande sogno che da anni coltivo con tanti amici, di far tornare i Leoni sulla più grande e moderna fortezza veneta.
Leggi tutto su: http://www.ilgazzettino.it/…/pulizia_bastioni_palmanova_fa_…#
EDOARDO RUBINI

la vita di un soldato malato a Palmanova nel 1627. Con qualche sorpresa.

Esercito veneziano nel primo 600, di Alberto Prelli. Filippi Ed. Venezia.
Pag. 70 (sunto)

409434_3131569938866_656533162_nOra diamo un’occhiata al regolamento dell’Hopedale delle milizie S. Gerolamo di Palma, capienza 60 malati, del 1627, in un periodo di normalità, dunque.
Il personale era costituito da un medico fisico (30 ducati al mese) un “cirroico” (cerusico) e anche barbiere (poco più di 8 ducati al mese) che in realtà era poco più che un infermiere, incideva qualche ascesso e somministrava medicazioni.
Vi erano ancora un paio di infermieri, un prete, una lavandaia, un Priore che era l’amministratore.
Il soldato ammalato contribuiva alla retta con una ritenuta sulla sua paga, mentre lo Stato sborsava 10 soldi al giorno per la somministrazione al malato “la mattina un pane da doi soldi, la sua piatanza di carne di castrato, over di manzo, secondo la stagione con la sua minestra di risi, ovvero panata, et la sera un pan da un soldo, con la sua piatanza di carne e panata, et ad alcun che fosse sazio di carne deba esserle dato invece di spese di vita due ovi, come di presente si osserva” .Archivio Storico Udine, famiglia Di Varmo, busta 15
Mentre, per quei malati che fossero stati “conosciuti in stato disperato di vita”, la Repubblica corrispondeva solo 5 soldi al giorno, poiché “sopraffatti da quelle estreme angosce, poco o nuente puonno mangiare”.
Era proibito seppellire i morti “ignujdi”, “ma bensì con quei medesimi vestiti con i quali saranno entrati in ospedale”. Se poi il soldato avesse avuto più di un abito, doveva essere sepolto “col men buono”.
Altri vestiti, “denari et arme, o altre robbe che avessero” sarebbero state vendute al “pubblico incanto”. Il ricavato sarebbe servito per coprire la spesa della sepoltura, i debiti eventuali del defunto, “il resto dato alli parenti più prossimi.

Commento:
colpisce la premura per il malato, essere umano che soffre e che deve essere cristianamente assistito, nella cura ed eventualmente nella morte. Il vitto che passa l’ospedale è indubbiamente ricco, da “siori” verrebbe da pensare, ma era quello che anche negli ospedali civili veneti passavano ai ricoverati, la media dei quali credo che ben di rado potesse permettersi due primi e due secondi al giorno (anche se la fame e la pellagra arrivarono nel 1800, con la perdita dell’indipendenza, l’arrivo dei francesi prima e degli italiani poi). Negli ospedali civili inoltre, era fatto obbligo al responsabile della struttura di passare quotidianamente in rassegna i ricoverati uno per uno, tenendo conto delle loro esigenze e dell’assistenza erogata. Questo accadeva in uno stato definito “premoderno” (sottinteso, arretrato) da chi è venuto dopo e ha impiantato il sistema pubblico che ben conosciamo. Magari farebbe bene ai governanti, veneti e non, leggersi un poco di storia consultando però qualche fonte attendibile.

Panada o panata, minestra servita calda di olio e pan biscotto con formaggio grattugiato a piacere. In uso nelle campagne venete fino a pochi anni orsono e anche nelle galee della marina veneta.