CHI HA FORMATO IL CARATTERE DEI VENETI: PIU’ L’AUSTRIA O VENEZIA?

Di Alvise Zorzi, da San Marco per sempre.

basilica-di-san-marcoL’Austria ha dato al Veneto tante cose, a cominciare dalla ferrovia che tuttora collega Milano con Venezia e dalla sistemazione dell’archivio di stato di Venezia, che è forse il monumento più importante che rimanga alla grandezza della Serenissima,  milioni di documenti, chilometri di scaffali , dei quali, Samuele Romanin nutrirà la sua monumentale Storia documentata di Venezia, a confutazione delle calunnie dei pennaioli faziosi e ignoranti. Ma non ha dato al Veneto, o al Friuli, Dio ne liberi, un carattere i cui elementi formativi vanno cercati altrove, nella storia remota delle etnie, e in quella meno remota e plurisecolare del lungo dominio veneziano.

Del quale, per quanto la classe dirigente veneziana sentisse profondamente la causa religiosa, una caratteristica costante era la separazione della politica dalla chiesa, utilizzata come strumento di governo, diretta e condizionata dal governo, ma tenuta ben lontana da esso.

Non erano troppo dissimili le idee di Giuseppe II, il “despota illuminato” zio di Francesco I.  Sarà solo dopo il 1848 che le cose muteranno radicalmente. nell’impero austriaco, con un concordato che rovescerà radicalmente i rapporti mettendo la chiesa romana al di sopra dello stato austriaco.

Ma alla caduta della Repubblica, il Leone, difensore dei poveri, dei villani, era scomparso. Tra costoro e  i proprietari e le burocrazie locali non c’era più che il sacerdote, detentore del monopolio dell’istruzione popolare, oltre che delle Chiavi del cielo e dell’inferno, e di un brandello di potere meno estraneo e burbero della burocrazia dei tribunali, dei gendarmi.

Sulla religiosità delle popolazioni, nutrita dallo zelo di generazioni di vescovi veneziani, si innesta dunque la funzione protettiva del parroco, solidale col proprio gregge anche nella povertà. Ritorno al Medioevo? Certo un contributo alla formazione di grandi figure ecclesiastiche del secolo futuro e  alla nascita della prima Democrazia Cristiana.

LE GALEE COMMERCIALI VENEZIANE, UN BELL’ESEMPIO DI CAPITALISMO DI STATO E IMPRENDITORIA PRIVATA.

4 Luca CarlevarijsSiamo tra il 1300 e il 1400, Venezia è uno stato governato da una aristocrazia di imprenditori, e quindi il governo cerca di favorire in ogni modo i traffici commerciali che si svolgevano tramite navi chiamate “cocche” per carichi grossi o imbarcazioni più agili e sicure (marinai e militari con armamento di difesa) chiamate “galere” o “galee”. Verso ma metà del 1300 tutte le galee erano di proprietà statale (tranne due o tre che trasportavano i pellegrini in Terrasanta) e venivano affittate a privati per i loro traffici mercantili.

Anche per varare una nave di quel genere i costi erano notevoli, quindi interveniva il capitale pubblico, altrimenti il traffico mercantile sarebbe divenuto monopolio per pochi. Invece cosi’ i privati potevano mettersi in società tra loro e partecipare all’asta dei noli per l’affitto dell’imbarcazione. Quindici – venti galere all’anno svolgevano quel compito. carlev-web-5943

Il miglior offerente  se giudicato degno dal Senato, riceveva un documento che lo autorizzava a gestire la nave per conto di un gruppo di investitori che formavano un tipo di società commerciale temporanea, una “impresa in nome collettivo”.

Egli era chiamato, in questo ruolo “patrono” ed era nominalmente il capo dell’impresa. oltre che comandante della galea. Egli doveva offrire al Senato tutti quei requisiti che assicurassero la capacità finanziaria per assumere l’equipaggio e per gestire la nave. In pratica il Patrono era spesso alle dipendenze di un capitalista che lo finanziava. image002

I noli per i viaggi in Oriente erano abbastanza alti in modo che potessero coprire i rischi, e i costi dell’attrezzatura nonché della costruzione delle navi.  I prezzi erano anche stabiliti in base alla politica commerciale che si voleva portare avanti in quel momento. Per esempio, nel 1423, per migliorare le condizioni del mercato di Venezia, le quattro galee inviate in Fiandra e in Inghilterra, ebbero l’esenzione totale da noli.

Al rientro, il “capitanio” della nave aveva l’obbligo di riferire a una commissione senatoriale, sul viaggio, sul comportamento dei vari “patroni”,sulla generale situazione commerciale incontrata. Dopo questo rapporto il Senato emetteva al rigurdo dei singoli patroni una nota di lode o di biasimo, che avrebbe pesato  sul conferimento di licenze future.

Per chi volesse approfondire, rimando a Frederic C. Lane, Storia di Venezia, capitolo su Splendore e declino delle navi mercantili.

LA PRESA DI COSTANTINOPOLI, COME LA RACCONTA MAOMETTO II. STUPRI, SCHIAVISMO, NEL DNA DELLO STATO TURCO

29922702-Details-of-the-final-assault-and-the-fall-of-Constantinople-in-1453-painting-in-Askeri-Museum-Istanb-Stock-Photo“Quando per il favore divino la fortezza fu espugnata, il nemico perdette ogni forza e fu incapace di reagire. Il popolo fedele non incontrò più ostacoli e pose mano al saccheggio in piena sicurezza. Si potrebbe dire che la vista della possibilità di poter fare bottino di ragazzi e belle donne devastasse i loro cuori e i loro animi. Trassero fuori da tutti i palazzi, che uguagliavano il palazzo di Salomone e si avvicinavano alla sfera del cielo, trassero nelle strade strappandole dai letti d’oro, dalle tende tempestate di pietre preziose, le beltà greche, franche, russe, ungheresi, cinesi, khotanesi, cioè in breve le belle dai morbidi capelli, uguali alle chiome degli idoli, appartenenti alle razze più diverse, e i giovinetti che suscitavano turbamento, incontri paradisiaci.”
Questa è la descrizione della presa di Costantinopoli da parte di Maometto II. Il brano è tratto da “Storia del signore della conquista” di Tarsun Beg Kemal, vale a dire che è il racconto ufficiale, quello su cui i bambini turchi studiano la storia. (vale a dire la storia ufficiale dello Stato ai turchi comincia con abbiamo stuprato le donne e i ragazzini).Caida_13

Sicuramente anche i Crociati hanno commesso atti del genere, però hanno dovuto farlo di nascosto: era vietato. E punito. C’era la castrazione e il taglio del naso per un crociato che si facesse pescare con le mani su una donna araba. Noi giudichiamo sempre i Crociati con standard attuali: a quei tempi la ferocia era la norma, al punto tale che la castrazione e il taglio del naso viene minacciato ai loro stessi soldati. I crociati lo hanno fatto, ma poi non lo hanno scritto e sicuramente dove è vietato viene fatto parecchio di meno.fall-constantinople-istanbul-turkey-october-captured-mehmet-panorama-museum-military-istanbul-turke-62964301

Da la realtà dell’orco
La presa di Costantinopoli, invece comincia ufficialmente con: abbiamo messo le mani sulle donne e sui bambini, che avevano il merito di essere belli. Gli altri sono stati passati a filo di spada mentre i difensori agonizzavano sugli spalti su cui i crocefissi si alternavano agli impalati.

L’arruolamento dei rematori (i bonavoglia) nella Venezia dello splendore.

Quanto riportato da Frederic C. Lane, era quello che succedeva nel bacino di San Marco tra il 13mo e il 15mo secolo. Ma l’uso dei rematori a contratto continuò, sia pure in maniera sempre più ridotta, sino all’ultimo secolo della Serenissima. I “bonavoglia” (rematori ad ingaggio) si ridussero sempre più sia per la mancanza di volontari (attratti da mestieri più facili e meno faticosi) sia per il ricorso ai galeotti, che scontavano così la loro pena. Venician_small_galley

Per arruolare la ciurma, un capitano di nave o un funzionario statale, se si trattava di galea da guerra, metteva un tavolo nel molo di fronte a Palazzo ducale, o sotto il porticato di questo dal alto del lungomare, e offriva anticipi ai candidati da lui scelti.  Per la legge una stretta di mano era sufficiente, ma la regola generale era che il marinaio riceveva tre o quatto mesi di paga in anticipo.

La concorrenza tra capitani era piuttosto forte, sicché taluni andavano a cercare i marinai a casa loro per indurli ad ingaggiarsi. Per impedirlo, il governo stabilì che gli anticipi non potevano essere recuperati (in caso di mancato imbarco) se versati altrove che non nei regolari luoghi di imbarco. 1024px-View_of_the_entrance_to_the_Arsenal_by_Canaletto,_1732

Quando la nave era prossima a salpare un banditore ne dava l’annuncio per tre giorni a Rialto e a San Marco. Appena si presentavano, gli uomini ricevevano il vitto a bordo; se non si presentavano al terzo annuncio venivano cercati dalle Guardie dei Signori della Notte e portati a bordo con la forza oppure messi in prigione, almeno se l’imprenditore era il governo.

Venezia non fece mai ricorso alle squadre di arruolamento forzato come invece facevano gli inglesi, ma in un momento di emergenza, nel 1322, furono offerti dei premi ai birri (sbirri) per ogni galeotto che riuscivano a rastrellare.

Un rematore doveva fornire delle garanzie, una volta ricevuto il premio di ingaggio, come tutti gli altri membri dell’equipaggio. Un parente o un amico spesso si rendeva garante per lui, come appare da documenti d’epoca in cui questi garanti chiedono il condono, non essendosi presentato all’imbarco il rematore, o per infortunio precedente, o perchè preso prigioniero dai genovesi. Venice_galley_rowing_alla_sensile1

Una causa di malcontento più grave tra gli equipaggi, poteva essere il cambiamento di destinazione del viaggio; la paga giornaliera era soltanto una parte della prospettiva di guadagno. Nei viaggi commerciali tutti avevano il diritto di portare gratuitamente una certa quantità di mercanzia con cui commerciare; e nelle spedizioni militari lo stimolo dell’ingaggio poteva venire dalla speranza di bottino, specialmente se i comandanti godevano buona fama e reputazione.

LA TERRIBILE SORTE DEI CARRARESI A VENEZIA E CARLO ZENO, FREDERIC C. LANE CI RACCONTA

AFFRESCO nella reggia dei Carraresi, a Padova

AFFRESCO nella reggia dei Carraresi, a Padova

Di solito Venezia era magnanima con i vinti, a nobili o signori spodestati aveva concesso pensioni e salvacondotti, ma i Carraresi furono eliminati nelle carceri, anche se ufficialmente “morirono di polmonite”…

Venezia provvide ad eliminare drasticamente tutti i membri della famiglia, e a cancellare nella misura del possibile ogni memoria di essa nella città di Padova.

A Verona i veneziani conservarono i monumenti degli Scaligeri, quasi a cercarne legittimazione come loro successori (identica sarà la politica dell’Austria in una Venezia asservita n.d.r.); e i signori di talune città sottomesse a Venezia ebbero buone pensioni e poterono ritirarsi in Dalmazia o in Grecia. Invece tutti i membri della famiglia Carrara fatti prigionieri furono strangolati per ordine del Consiglio dei Dieci.

la loggia del palazzo carrarese, sotto l'Orologio

la loggia del palazzo carrarese, sotto l’Orologio

Fu diffusa la voce che erano morti di polmonite, ma di questo sotterfugio non c’era bisogno: i tre Carraresi catturati erano odiati dal popolino veneziano perché si erano più volte rivoltati ed erano accusati di aver progettato di avvelenare i pozzi della città.  Del resto l’uccisione dei nemici caduti prigionieri non era cosa insolita, all’epoca… I veneziani approvarono l’esecuzione mormorando il detto “omo morto no fa guera” .

Il Consiglio dei Dieci agì in base alle prove, in quanto i Carraresi, onorati con l’ammissione in seno alla nobiltà veneziana, avevano cercato di minare all’interno l’aristocrazia, e forse avevano ottenuto qualche successo nel formare un partito a loro favorevole.

In conformità al principio secondo cui i nobili veneziani non dovevano stringere alleanze e legami con principi stranieri, come invece facevano tanti nobili genovesi, l’accettazioni di donativi o pensioni dai signori di Carrara, era stata esplicitamente vietata.

Quando si misero le mani sulla contabilità segreta dei signori di Padova, ne risultarono pagamenti a vari nobili tra cui il massimo eroe militare veneziano, Carlo Zen, che pur li aveva combattuti con grande coraggio. Questi fu condannato alla perdita degli incarichi e ad un anno di prigione.

Carlo Zen, busto d'epoca

Carlo Zen, busto d’epoca

La votazione fu tutt’altro che unanime, ma lo Zeno si sottomise. Ala conquista di Padova, aveva rischiato al vita al passaggio di un guado, trascinando il suo esercito con l’acqua al collo al passaggio di un guado. Era un tributo alla forza morale della costituzione veneziana, il fatto che anche il cittadino più prode obbedisse alla volontà dei suoi colleghi aristocratici. Quando lo Zeno morì, nel 1418, all’età di 84 anni, gli furono comunque accordati i funerali solenni.

 

SAN MARCO E LE CARESTIE. I MAGISTRATI “AL FORMENTON”, UN ESEMPIO DI CAPITALISMO CRISTIANO.

290165_2517587749695_111890868_oNel titolo mi sono riferito a un capitalismo cristiano, ance se lo storico Frederic C. Lane non ne parla, ma lo ritengo tale, dato che il governo interveniva in maniera intelligente sul prezzo del grano, cercando di turbare il meno possibile le leggi dell’economia, ma permettendo ai meno abbienti di potersi sfamare, in epoca di carestia, acquistando la pagnotta a un prezzo accessibile, o , nei casi di crisi intensa, ricevendola addirittura gratuitamente.  Riporto sotto il testo, tratto da “Storia di Venezia” dello stesso autore, pagg. 352 e 353.

In un’annata  eccezionale (1511-12) le navi portarono a Venezia 60.000 tonnellate di grano, sufficienti a nutrire almeno 300.000 persone, ossia più del doppi della popolazione della città. 

Mantenere la città ben fornita era compito di una Commissione speciale, che doveva riferire al Doge ogni mattina sulla consistenza delle scorte esistenti nei due grandi magazzini granari della città: uno a Rialto, l’altro presso San Marco, adiacente alla Zecca. 

il fontego del megio (miglio)

il fontego del megio (miglio)

Se i rifornimenti scarseggiavano, o erano in vista cattivi raccolti, la Camera “del Formenton” garantiva prezzi relativamente alti ai mercanti che si impegnavano a far affluire grano entro una certa data. Questi importatori non erano tenuti a vendere al governo: avevano licenza di vendere  a privati al mercato libero, dove il prezzo poteva fluttuare secondo l’offerta e la domanda, salvo che non era consentito aumentarlo più di tanto in un giorno solo. Quando il prezzo saliva oltre il tollerabile, i funzionari statali lo abbassavano vendendo il grano dei magazzini, anche se ciò comportava una perdita.

Tutto il grano che entrava in città era registrato, anche quello che i proprietari terrieri raccoglievano nelle loro tenute di terraferma, e portavano nei palazzi di Venezia per uso proprio. Nel 1595 questo grano ammontava a circa il 30 per cento del totale. 

Un altro 22 per cento delle importazioni era acquistato al mercato da capifamiglia che impastavano il pane per conto proprio e lo mandavano a cuocere dai fornai. Il resto del grano importato dai mercanti, quasi la metà del totale, andava ai panettieri, che impastavano e cucinavano (i pistori) . La Camera del Frumento li controllava attentamente, assegnando loro gli approvvigionamenti e fissando i prezzi e le dimensioni delle pagnotte. 

Il prezzo per pagnotta era mantenuto costante per lunghi periodi, ma dopo cattivi raccolti le pagnotte erano più piccole. 

LA RINUNCIA DELL’IDENTITA’ DELL’OCCIDENTE E L’ISLAM CHE CI UCCIDE

Combatteteli finché non ci sia più politeismo e la religione sia tutta per Allah. Se poi smettono… ebbene, Allah ben osserva quello che fanno.

RICEVO DALL’AMICO DANILO CAZZARO

La cosiddetta guerra contro il terrorismo forse è già persa. Il resto sono chiacchiere che sfioriranno come al solito.Notre_Dame_de_Paris_by_night_time

Il motivo è essenzialmente sociale. Una guerra si vince innanzitutto se c’è, se ci sono cioè delle forze che si contrappongono. Forze che si contrappongono hanno ragione di esistere se c’è qualcosa da difendere. Contro l’ISIS o qualsivoglia gruppo jihadista, non esiste un fronte compatto semplicemente perché non esiste più nulla che abbia deciso di sopravvivere. L’Occidente e l’Europa in particolare hanno gettato la spugna, rinunciando a se stessi e alla loro identità. È avvenuto nemmeno troppo lentamente nell’ultimo mezzo secolo, in un silenzio compreso tra la malizia ideologica e la non curanza diffusa.

Qualcuno dirà che l’identità è un concetto superato, frutto di un mondo obsoleto e che l’unico valore in cui riconoscersi è la mescolanza delle identità stesse. Con queste premesse frutto di cinquant’anni di masochismo, ogni dibattito è inutile.

Le esplosioni e la morte normale nel cuore d’Europa non derivano da armi ma dalla stanchezza di esistere. Sono il suicidio di una società che non riconosce a se stessa un cammino storico, un’evoluzione avvenuta intorno a principi oggettivi e inalienabili. Dall’Editto di Costantino, alla Magna Carta, dalla Rivoluzione Francese alle ideologie del Novecento: per millenni l’Occidente ha proposto formule spesso in contrasto tra loro, ma comunque focalizzate essenzialmente su se stesso e sul suo futuro.

Cosa è rimasto di questo? Cosa siamo stati capaci di costruire negli ultimi decenni pensando alle generazioni che verranno?

Se la cultura occidentale sia morta a Yalta o a Woodstock poco importa. La quinta colonna del nemico che crediamo di combattere (chiamiamolo ISIS per convenienza…) siamo noi stessi, stanchi di sudare per qualcosa, ingrassati all’ombra dei privilegi che abbiamo ereditato dai nostri padri. Non riconoscere nella bozza di Costituzione europea la matrice cristiana è stato l’esempio più lampante di un’abdicazione generale. In un continente costruito fisicamente intorno ai campanili e alle croci il dibattito non sarebbe dovuto nemmeno nascere. Abbiamo reciso il filo col passato, fobici di ogni retaggio e di ogni tradizione.

Siamo una società obesa e virtuale che finge di volere e volersi bene solo per evitare il peso del sacrificio. Non a caso l’ossessione pacifista e terzomondista spesso è più intrisa di odio per le proprie radici che di carità per gli altri. È un cul de sac mentale da cui non si esce.

Combattere per se stessi è un impegno troppo gravoso, soprattutto per chi ha ceduto all’abulia dell’appartenenza e non si riconosce più in niente. Siamo finiti da tempo nel masochismo culturale, esterofoli per sport, critici per emulazione, suicidi per stanchezza. A fronte di culture giovani, affamate, determinate e spietate ci arrovelliamo in parole inutili aspettando la prossima tappa della corsa all’orrore.

Sembra inutile cercare soluzioni. L’Islam radicale è un fenomeno dell’attualità, semplice strumento della Storia. Anche se sconfitto sul campo sarà seguito da altro. Il nostro nemico siamo noi stessi, sempre più simili alla Roma del IV° e V° secolo o, per i veneti, alla Serenissima Repubblica di fine settecento.800px-Canaletto_-_The_Piazza_San_Marco_in_Venice_-_Google_Art_Project

Combinati così siamo destinati a sparire con grande scempio di ciò che nel bene e nel male è stato costruito nei secoli.

Il dato tragicomico è che molte serpi in seno della cultura occidentale gioiscono, credendo di essere fuori dal gioco, di essere diversi, di essere altro. Invece pure loro saranno sommersi da una nera onda islamica.

Repubblica di Venezia, Repubblica italiana: erano agli antipodi. Ecco perchè.

Di Edoardo Rubini

imagesE’ vero, il confronto con la situazione politica attuale è impietoso: siamo davanti ad un’immagine al negativo, Repubblica Veneta e Repubblica Italiana rappresentano modelli agli antipodi. Si noti che la prima era ARISTOCRAZIA, cioè il tipo di governo impostato secondo i dettami di Platone e Aristotele (che secondo la tradizione classico-cristiana era il migliore possibile). La falsa democrazia odierna è in realtà una OLIGARCHIA, perché si basa sui diritti umani e sul contratto sociale, dogmi teorizzati dagli illuministi-liberali (che in teoria garantiscono tutto a tutti, in realtà creano un sistema sotto il controllo di camorre occulte).Bartolomeo-Nazari-Portrait-of-Doge-Vincenzo-Querini

Nello specifico, però, non si può dire che l’unica persona che formalmente non aveva controllori era il Doge. Se si studia la Costituzione di Venezia su testi specialistici, ci si accorge che il Doge era coadiuvato in ogni atto dal Minor Consiglio, cioè dai sei Consiglieri Dogali con i quali esercitava ogni funzione in forma collegiale. Con questi, inoltre, formava l’ufficio di presidenza di tutte le maggiori magistrature (Maggior Consiglio, Consiglio di Dieci, Senato, Pien Collegio, Signoria).images

Questa stretta collaborazione dava luogo ad uno strettissimo controllo su ogni atto e sull’organo stesso, che talora diede luogo a richiami sonori, dei quali nessun Sovrano in quelle epoche soffrì. Proprio dalle promissioni dogali si evincono obblighi stringenti, quali il divieto di ricevere ambasciatori o incontrare esponenti politici di qualsivoglia natura da soli (senza la presenza e l’assenso di tutti gli altri); altrettanto si doveva fare per aprire la posta, inoltre era vietato allontanarsi dalla città senza preavviso e relativo assenso quasi unanime.

La totale rimozione della storia veneta voluta e gestita dallo stato unitario italiano, nonché l’ignoranza che ne è derivata in materia di istituzioni venete (la vera scienza storica in materia fu sommersa dalla pubblicistica giacobina e poi fu soffocata dalla letteratura romantica) ha spesso suggerito un’immagine favolistica del Doge ricchissimo che governava in modo autoritario e paternalistico, ad arbitrio.profilo-dogi

Per reagire a questa impostazione favolosa e suggestiva, si è quindi reagito, da parte di tanti autori, anche a livello universitario, con l’errore opposto, cioè si è voluto dipingere i poteri del Doge come così limitati da lasciargli un potere puramente formale.

L’attento studio della Veneta Storia dimostra il contrario. Il Doge era certo figura maestosa, che esprimeva nella sua magnificenza anche un potere soprannaturale di origine divina (individuata in San Marco); questo potere era espresso in pratica dall’elezione che avveniva in Maggior Consiglio e consisteva nella Sovranità di cui era titolare la Nazione nel complesso.

Il Doge non di meno rappresentava il Principe della Nazione in tutti i sensi: il suo prestigio era enorme, le sue attribuzioni contemplavano l’intervento diretto nell’attività istituzionale e politica, pur entro i limiti definiti nelle Promissioni e consolidati nella consuetudine.

Prova di tutto ciò furono gli interventi decisivi, svolti con potenti orazioni e vigorosi provvedimenti proposti agli organi di governo (potere di impulso) che parecchi Dogi produssero anche in frangenti drammatici e cruciali. Da ultimo, non sfuggirà che alcuni di loro addirittura ebbero l’ardore necessario per condurre le truppe sul campo di battaglia (intervento estremo che per lo più si tendeva ad evitare per salvaguardare la sua sicurezza, che non di meno fu prodotto più volte in epoche diverse).

Per la conoscenza del diritto veneto si consiglia:Giustizia_Veneta

 

LA GIUSTIZIA VENETA CALUNNIATA E IL FORANETO DI VENEZIA

Di Edoardo Rubini

imagesSul Fornaretto e sui Piombi si sono dette cose fuori dal mondo, che non corrispondono alla verità storica, ma che si sono innestate nella memoria collettiva.

Un cosiddetto storico francese di fine ‘700, che va ancora per la maggiore nell’università italiana, di nome Darù, lavorava per Napoleone e scrisse una storia di Venezia per diffamarla. Così definì i Piombi fournaises ardentes , cioè fornaci ardenti, mentre queste celle erano collocate nel sottotetto di palazzo ducale dove si stava discretamente bene, poi scrisse che i Pozzi erano gallerie sotterranee: naturalmente non aveva mai visto ciò che descriveva, dimenticando che nel sottosuolo di Venezia c’è… l’acqua!download (1)

Quanto al cosiddetto Fornaretto, la leggenda ebbe una fortuna incredibile, dal dopoguerra in poi è divenuta l’unica nozione di giustizia veneta assimilata a livello di massa.  La vicenda fu montata nell’Ottocento, nel tempo in cui, per esempio, la letteratura romantica ribattezzò il ponte delle prigioni in “Ponte dei Sospiri” (altro nome inventato per i turisti).  Il Fornaretto, dicevo, sarebbe stato un popolano messo a morte ingiustamente, accusato di un omicidio altrimenti commesso da un nobile.  Un aneddoto partorito apposta per colpire la fantasia popolare: dai documenti originali non risulta tutto questo: solo in alcuni registri di condannati a morte ci è rimasto il nome di un tale Pietro Faciòl, ma in realtà non conosciamo l’identità di questo tizio. Il fatto è che del processo narrato dalla leggenda non si trova alcuna traccia in nessun documento di inizio ‘500, quando si sarebbe consumato l’omicidio in questione.

Nel 1507, anno trattato nei minuziosi Diari di Marin Sanudo, non si fa cenno a nessun giovane garzone impiccato per errore giudiziario.  Eppure, sull’onda del suggestivo Fornaretto, è fiorita una prolifica divulgazione: dall’omonimo dramma teatrale messo in scena da Francesco Dall’Ongaro nel 1846, al famoso giallo Il Fornaretto di Venezia di Franco Zagato edito dalla Newton Compton nel 1985, passando addirittura per il cinema, con l’omonimo film del 1963 diretto dal regista Duccio Tessari.  images

 possibile che nessuno senta puzza di bruciato?

No, nessuno si rende conto del bluff di una storia manipolata, peraltro attraverso avvenimenti di una gravità enorme.  La demolizione della nostra storia nazionale va fatta risalire al 1767, quando fu pubblicata in italiano la traduzione della Historie de la république de Venise depuis sa fondation jusqu’à présent par monsieur l’abbé Laugier del 1759.

Colmo della beffa, si trattava di un clamoroso plagio, rilevato già dai contemporanei, deiPrincipj di Storia Civile di Vettor Sandi.  Laugier scopiazzò l’opera dell’insigne patrizio veneto senza citarlo e v’introdusse l’impostazione ideologica illuminista.  Fu egli per primo ad affermare la pretesa soggezione veneziana a Bisanzio durante l’Alto Medioevo, sicché oggi tutti i professori italiani imitano pedissequamente la sua impostazione.  Tali falsità preconcette irritarono a tal punto Sandi da indurlo a pubblicare nel 1769 un testo anonimo per confutare quell’insano, reo, o leggiero francese, come lui chiamava Laugier.

Sandi scrisse così gli Estratti della storia veneziana del signor abbate Laugier ed osservazioni sopra gli stessi, ma gli Inquisitori di Stato invece di dargli man forte fecero togliere dalla circolazione le copie del saggio, per paura di complicazioni diplomatiche.  Ma consoliamoci: le falsificazioni dei francesi Laugier e Darù si sarebbero trasformate in un danno irreversibile se non si fosse riusciti ad ottenere la restituzione dell’Archivio di Stato sottratto da Napoleone e portato a Parigi, durante l’invasione della Repubblica nel 1797.  Una volta fatti sparire i documenti originali, sarebbe divenuto facile a qualunque storico prezzolato far passare ogni fandonia come verità.