LE UNIFORMI DEGLI UFFIZIALI VENETI

Trovandomi a far da consulente agli amici del Veneto Real rinato sulla forma delle marsine dell’ufficiale veneto dell’esercito ho precisato e affermo con certezza assoluta che le code dietro erano aperte con i risvolti. L’unico dubbio mi è sorto alla divisa del Sargente (sergente) riprodotto nel’acquerello del Paravia ma solo per l’ampiezza dei  dei risvolti alquanto larghi, forse troppo. E ho pensato che il buon capitano Paravia avendo ricalcato una stampa di soldati inglesi, il cui originale ci è stato mostrato dal Foramitti, a suo tempo, non le abbia riprodotte per quanto riguarda l’ampiezza. Guardando l’alfiere della stampa paiono più ridotte in questo ultimo caso. Dettagli… Per il resto confermo che le uniformi erano con le code a mo’ di frack, non unite dietro, altrimenti sarebbero sembrate più un paltò che una marsina. E avrebbero dato qualche problema all’uffiziale, montato a cavallo.

Metto di seguito alcune illustrazioni del compianto Francesco Favaloro, ricercatore accurato, che suffraga le mie tesi: egli mi aveva precisato che i suoi disegni erano TUTTI ripresi O ISPIRATI da dipinti e quadri originali, che lui aveva visionato in Italia e in Europa.

da Divise dell'esercito veneziano del '700 ed Filippi

KODAK Digital Still Camera

dall’alto a sin. Uff.le dei Croati a Cavallo 1771,

abito da ufficiale dei Croati a cavallo 1771

piccola uniforme da ufficiale come sopra 1778

Corazziere 1755

corazziere

corazziere epoche seguenti

La seconda figura da sinistra mostra un allievo ufficiale della scuola militare di Verona con la marsina con le code APERTE ricavata da una stampa d’epoca.

Dalla stampa del Paravia

 

Ecco la corretta interpretazione dell’uniforme di un ufficiale da parte del Favaloro, sulla sinistra un Sergente (considerato “basso offizial” ) con le code col bordo ripiegato in entrambi i lati, come era consuetudine per tutti gli ufficiali degli eserciti europei.

Vi sono delle marsine chiuse dietro, sia nelle stampe (Angelo Emo ad esempio) o al museo dell’Arsenal ma si tratta di marsina destinata alla marina, i cui ufficiali non montavano certo a cavallo a bordo delle navi.

Spero di esser stato chiaro.

 


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DIVISE VENETE ULTIME: ARTIGLIERIA ed esercito.

KODAK Digital Still Camera

RIPROPONGO qualche nota per gli amici che volessero cimentarsi nella ricostruzione delle ultime uniformi dell’esercito veneto (così era chiamato, in genere) partendo dall’uniforme riprodotta in una  stampa d’epoca, visibile un tempo al museo Correr. Oggi, per dar spazio alla ricostruzione dell’appartamento dell’Attila dei Veneti, anche questa testimonianza è stata nascosta, a quanto mi riferiscono.

Si tratta di un allievo ufficiale di artiglieria, o cadetto, della scuola militare di Verona (l’altra era a Zara,per uffiziali oltremarini e cavalleria). La divisa nella stampa è blu scuro e il taglio è quello comune a tutti gli ufficiali  della fanteria veneta. Noterete un caschetto particolare, che (confrontato con altre stampe) sulla cresta, forse per le parate, era adornato con piume . Nel servizio comune, per motivi di praticità ne era invece privo.

Noterete la “velada” o marsina, a code, tipo frack, le cui punte NON SI TOCCAVANO ma eran discoste dietro. I risvolti erano presenti,  e variavano nel colore a seconda del corpo (fanteria blu, artiglieria rosse). La marsina arrivava sul dietrro all’incavo del ginocchio. Presenti le ghette nere (in tela robusta, detta all’epoca “di salonicchio” che negli uffiziali eran sostituite da stivaloni fin sopra il ginocchio.

La stampa risale al 1785, se ricordo bene.  E conferma che ormai i colore anche per gli artiglieri era il blu scuro, dopo esser stato prima rosso (quando nacque il reggimento sperimentale) poi “gris de fer”. (Fonti Favaloro Esercito veneziano del ‘700).

offizial,  un alfiere della Fanteria

 

Sopra la versione che ci propone il capitano Paravia, di stanza a Verona nel 1797, all’arrivo di Napoleone. La marsina o velada mi pare la stessa dell’allievo ufficiale di Verona. Bordi ripiegati all’indietro e code separate, come si nota anche nella prima uniforme proposta dell’allievo ufficiale.


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IL MISTERO DEL CAPPOTTO DI SALONICCO DELLA FANTERIA VENETA

con la collaborazione di Teresa Davanzo.

cappotti di marina, differisconoda quellidi fanteria solo per le mostre e il colletto (bianchi per la fanteria)

cappotti di marina, differisconoda quellidi fanteria solo per le mostre e il colletto (bianchi per la fanteria)

Quando iniziai a documentarmi sull’abbigliamento dell’esercito veneziano, e in particolare della fanteria, mi imbattei quasi subito in un piccolo mistero, riguardante i cappotti in uso per la stagione fredda. Infatti, in un vetusto quanto prezioso volumetto, scritto da Federico Paleologo Oriundi nel 1912, compare la dettagliata e documentata descrizione delle uniformi in uso nell’ultimo periodo (e anche di quelle precedenti) e riguardo al cappotto trovai scritto:

Il cappotto d’inverno era di panno turchino, con bottoni di ottone”, e fin qui le cose furono subito facili, poiché, recandomi al museo dell’Arsenale a Venezia, potei ammirare proprio due di questi pastrani (il termine in uso allora era “veladoni”) sia pure in uso alla marina. Differivano da quelli della fanteria unicamente per il colore delle mostre, rosse al posto di bianche, ma per il resto dobbiamo credere che fossero della forma propria a tutte le forze armate dell’epoca. Il difficile era capire a cosa si riferiva la descrizione che seguiva poche righe dopo: “Nella stagione invernale, pei servizi notturni di sentinella, ronda ecc, avevano a carico della finanza dello stato, un cappotto di lana, la cui forma era simile a quella dei cappotti dei pescatori Chioggiotti.(Capoti di Salonicchio, così si trovavano elencati nelle note di vestiario sui ruoli delle compagnie)”.

pescatori chioggiotti

pescatori chioggiotti

Orbene, per quanto abbia cercato in questi anni, sembrava che immagini di pescatori chioggiotti con quel cappotto non ve ne fossero, fino a quando non strinsi amicizia con la signora che firma l’articolo, e che considero una chioggiotta “honoris causa”, tanto è l’amore che dimostra per questa città carica di storia e tradizione. Ella  si mise in moto e in poco tempo, con la caparbietà tipica delle signore quando sono animate  da una giusta causa, riuscì a fornirmi la documentazione iconografica necessaria.59855_1578826601253_2243215_n E così, oggi, per la prima volta, possiamo farci un’idea del soldato veneto nei momenti di servizio più gravoso, di guardia sotto le intemperie, o di ronda durante un clima freddo. Nelle illustrazioni vediamo due versioni, una piuttosto corta, a giaccone, e una più ampia, a mantello, ed è credo a questa che dobbiamo pensare come alla più adatta per le esigenze di servizio, La stoffa era di lana grezza tessuta fittamente (questo indica il termine stoffa di Saloniccio o Salonicchio), con fodera, e certamente erano presenti due capaci tasche in cui magari infilare la pipa oltre che a qualche accessorio per il fucile. E’ probabile, come  negli altri eserciti contemporanei, che il caschetto tipico di foggia austriaca, fosse anche sostituito con un più comodo berretto di panno, o magari un tricorno.

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devo aggiungere una postilla: il cappotto di Salonicco oltre che essere usato dalla fanteria veneta e dai pescatori di Chioggia, era in uso nelle antiche galee della Serenissima, come risulta evidenta dalla stampa di Cesare Tiepolo che risale al 1590. una straordinaria continuità, credo unica, di una veste attraverso le cui vicende si ricostruisce tutta la storia dello stato veneto.  (vedi foto ultima)

bibliografia:

i corsi nella Fanteria Italiana della Serenissima Repubblica di Venezia di F. Paleologo Oriundi 1912, Venezia

GLI SCHIAVONI, GRANDI GUERRIERI, MA QUANTO A DISCIPLINA …

download (2)Ne dà un sunto del carattere il Salimbeni, che diresse tra le altre cose, la scuola Militare di Verona che formava gli ufficiali veneti. Ecco come li descrive:

Più robusti per natura gli Oltremarini de gli Italiani (con questo nome si designava la truppa di linea Veneta), ed atti a tollerar la fame e le ingiurie delle intemperie, e fin da fanciulli avezzi a trastullarsi colle pistole e gli archibugi, presentano migliori disposizioni per formar un soldato; ma, o imbarcati, o divisi e suddivisi nei posti di frontiera per in vigilare alla peste, o destinati a scorta di carovane e di forzati, non conoscean propriamente che fosse fila, che fossero soggezione e disciplina, anima della milizia… – dispaccio del 25 ottobre 1785 del Sargente General Salibeni, Dalmazia –download (1)

Furono comunque il nerbo della resistenza, assieme al Reggimento Treviso, dei veronesi contro i francesi durante i moti delle Pasque, e la loro fedeltà era e rimase proverbiale.

Sclavone, derivato dal greco Σλάβος, Slabos, e dal neo-latino Sclabus o Sclavus (da cui il termine “sclavinie” o schiavonie, al singolare schiavonia, per indicare i territori balcanici, già sotto la sovranità bizantina, finiti sotto il controllo dei popoli slavi durante il VI e VII secolo), si indicavano globalmente, al principio dell’età medievale, quelle stirpi di origine e provenienza più o meno diversa tra loro (identificate nella famiglia slava), che, al termine della trasmigrazione dei popoli slavi, avevano compiuto devastazioni (magari sottostando ad altre tribù barbare, come ad esempio gli Avari), in gran parte del Norico, della Pannonia e dell’Illirico.

Il territorio nel quale, alla fine, si insediarono fu sostanzialmente quello compreso tra il fiume Drava o levante ed il Monte Albion (cioè il Nevoso) a ponente esteso poi, a mezzogiorno, dalla Macedonia fin oltre lo spartiacque dinarico giungendo a ridosso delle città dalmate del litorale e delle principali isole, mantenutesi latine.

Col passare del tempo il termine cominciò però ad assumere anche altri significati, sia parzialmente legati ancora all’indicazione dei popoli slavi, sia in maniera indipendente da questo con

Nella Serenissima Repubblica con schiavoni si intendevano gli abitanti non latini dei domini veneti dell’Adriatico orientale e per estensione dell’intero entroterra.

Gli schiavoni erano inquadrati nel dominio veneziano tra i possedimenti oltremarini del cosiddetto Stato da Mar e amministrati in una serie di province facenti capo ad una città e al suo contado, denominate Reggimenti e godenti di ampie autonomie, sotto il controllo dei magistrati inviati da Venezia.

Trattandosi di genti appartenenti ai domini oltremarini, gli Schiavoni servivano nella flotta veneziana, con l’obbligo di fornire un dato numero di galee allo Stato e contingenti di truppe, dette appunto Schiavoni.

UN SOLDATO AUSTRIACO CI MOSTRA ANCHE L’UNIFORME PENULTIMA DELLA FANTERIA VENETA

divisa austriacaNell’arco di tre anni, dal 1790 al ’92 da questa uniforme, di foggia austriaca, i fanti veneti passarono a una divisa più attillata (e più scomoda, riporta il Favaloro nel suo libro) ma forse più elegante. La giacca diventò più corta, aperta sotto in modo da far vedere il gilet, chiamato ‘camisiola ‘ e la placca del cinturone.

Tornando a questa uniforme, gli austriaci avevano i risvolti con colori diversi, a seconda del reggimento, mentre per i fanti veneti, erano sempre blu, colore che probabilmente si rifaceva al colore della Nazione veneta da tempi antichissimi.

fante veneto

fante veneto

Il caschetto era identico, differiva la placca, da noi era un leone “in moeca” che diventò “andante” nell’ultima versione. L’ultimo copricapo aveva anche una piuma, che sormontava un bottone di cotone su coccarda blu, sul lato sinistro. I graduati (tali erano considerati anche gli ufficiali) portavano invece il bicorno.

cappotti originali della marina simili ai cappotti di fanteria, tranne che per i risvolti

cappotti originali della marina simili ai cappotti di fanteria, tranne che per i risvolti

Nella foto, il fante sta caricando il fucile: strappa la cartuccia, un cilindro di carta ” da noi confezionato con ‘carta Real’ ” con i denti. Verserà parte della polvere sul bacinetto, come innesco, la gran parte nella canna, infilando poi la palla di piombo tenero e poi la carta, come stoppaccio, per tenere fermo il tutto.  Mi pare che la polvere nera fosse l’equivalente di 5 grammi attuali.

Le cartucce erano contenute nella giberna, in genere una dozzina erano la dotazione standard. La giberna aveva lo stesso leone del caschetto.

PROTESTO A DIO, SON SUDITO FEDEL, COME UN SCIAVON !

San Marco dei Veneti, ma non solo…

Ultime uniformi deglo Oltremarini. la rossa era per le occasioni ufficiali, la blu per il servizio quotidiano.

Ultime uniformi deglo Oltremarini. la rossa era per le occasioni ufficiali, la blu per il servizio quotidiano.

Protesto a Dio, son sudito fedel
E gh’ò San Marco in cuor quanto un Schiaon…

Il poeta A. M. Labia (1709-1775) con l’incipit di questa poesia ci dà un’idea di quanto fossero affezionate alla Repubblica le popolazioni “illiriche”, cioè di lingua serba albanese e croata, sottoposte al Dominio veneto. E del resto, anche nella terraferma il sentimento era diffuso, ma proverbiale, secondo lui, era l’amore per il “Principe” degli schiavoni (le truppe d’oltremare), insomma, per San Marco. Fa piacere ricordarlo, ora che la storia, in questi tempi immemori, è ormai una passione di pochi.

I PICCHIERI VENEZIANI DEL SEICENTO. ARMI, TECNICA DI COMBATTIMENTO

385900_2850238025744_1648612147_nIl sergente aveva, come arma distintiva di grado, l’alabarda, alta poco più di due metri.
Il picchiere era armato di lunga picca. Nel 1641 Fabio Gallo, che era stato al servizio di Venezia, pubblicava nella città lagunare “La Fucina di Marte. Disciplina universal dell’arte militare”. Ivi scriveva che “la picha, che si adopera in guerra…deve esser longa piedi 15” (cioè metri 5,20)”
Il legno era di frassino, con due lunghe barre metalliche verso la cima a protezione dei colpi di spada.

Il soldato indossava”il corsaletto” (corazza), petto e schiena protetti, con due prolunghe (scarselloni) per il ventre e le cosce. Ma non tutti li avevano, solo le prime file, e nel 1573 si stabilì che almeno il 20% avesse l’armatura. A protezione del capo usavano il morione o bacinetto (a seconda della forma e della presenza di cresta).Pike_and_shot_model

Il peso di tutto, compresi gli eventuali spallacci raggiungeva i 15 chili a cui si doveva aggiungere la spada. Necessitavano uomini robusti e gagliardi, a differenza dei moschettieri e archibusieri, e infatti anche il Savorgnan scrisse nel 1599: “Il corsaleto, e la picca s’han da dare ai più forti, e possenti”.picca_impugnatura_svizzera-1024x682

I movimenti delle picche richiedevano coordinamento e molto esercizio, dato che erano sincroni, e le principali posizioni erano:
sull’attenti (picca verticale, tenuta sulla destra, la mano sin stesa sul fianco).
In marcia ( picca quasi in veritcale poggiata sulla spalla destra).
Posizione di attacco (picca orizzontale all’altezza della spalla)
Posizione di difesa ( si piantava la picca a terra, poggiando l’interno del piede sinistro sopra, era sostenuta dalla sinistra mano, e la destra poggiava sull’elsa della spada, pronti all’estrazione).

riassunto
da “Esercito veneziano del 600” di Alberto Prelli dis. Di Franco Finco ed. Filippi Venezia 1993

SI PARLA DI… DONNE. LE VIVANDIERE DELLA REPUBBLICA VENETA DEL 1848

227048_1998088962550_1309137_nMi scrisse cose interessanti Diana Nardacchione, storica esperta delle vivandiere dalle origini, e concorda con me sulla probabilissima non esistenza di tale figura nella Repubblica di San Marco, però aggiunge che nel 1848 diverse donne chiesero di svolgere tale ruolo nella difesa di Venezia. lascio a lei la parola:

Caro Millo

sono assolutamente daccordo con te. Credo che la Repubblica di venezia non sia andata oltre quello che io ho classificato come “secondo periodo”. Oltre a tutto la Repubblica di Venezia era uno stato estremamente conservatore. Eì’ possibile, comunque, che l’amministrazione stipulasse dei contratti di lavanderia con alcune mogli di soldati ma senza che questo rappresentarre un rapporto di arruolamento. Escludo che avessero un’uniforme perchè raramente le vivandiere italiane l’avevano. Ci sono diverse immagini di Girolamo Induno sulle vivandiere della Repubblica Romana del 1848. E sono tutte in borghese. Puoi mostrare ai tuoi amici quelle immagini per convincerli. Ti allego delle immagini francesi dell’epoca che mostrano divise piemontesi: due vivandiere hanno l’uiniforme, la terza no (ma ha i pantaloni sotto la gonna!). Durante l’insurrezione del 1848, invece, ti anticipo dal mio testo su “Le Vivandiere”228762_1998089922574_3030681_n

….In molti paesi d’Europa, quando verso la metà del XIX secolo furono concesse le prime costituzione, i liberali pretesero la costituzione di corpi della Guardia Civica a difesa delle nuove istituzioni. Poiché spesso i nuovi statuti riconoscevano diritti molto più ampi alle donne, queste, un po’ dovunque, chiedevano di essere coinvolte nella difesa delle libertà e dei diritti conquistati.230470_1998087002501_5633115_n

Le prime a mobilitarsi furono le donne di Venezia. Il 17 marzo 1848 la città insorse contro gli austriaci e ed un comitato femminile, composto da Elisabetta Michiel, Antonietta dal Cerè, Teresa Mosconi e Maria Graziani formulò una formale istanza di costituire un  battaglione femminile, affiggendo già anche i manifesti con il bando d’arruolamento. La richiesta venne accolta ridimensionandola nella costituzione di una Pia Associazione per supporto ai militari, di fatto un corpo di infermiere militari.

Contemporaneamente insorse Milano e fermenti di manifestarono anche a Napoli. Anche in queste due città vennero inoltrate delle istanze per la costituzione di corpi militari femminili, che, però, vennero cortesemente ma decisamente respinte…

 

Magari tu hai qualche informazioni in più sulle patriote veneziane del 1848.

Diana Nardacchione

I DRAGONI VENETI

DRAGONI INEDITO DI FAVALORO

DRAGONI INEDITO DI FAVALORO

DRAGONI A CAVALLO VENETI
Inizio settecento da un inedito di Francesco Paolo Favaloro

Abbiamo la fortuna di avere in facebook una bella tavola di Favaloro, non pubblicata nella sua opera “L’esercito veneziano del 700, disegni e schizzi”. E’ una delle molte, purtroppo sconosciute, che lui custodiva nel suo archivio e ci sembra giusto presentarla adeguatamente, basandoci su quanto egli ha riportato.
Eccovi un riassunto.

I Dragoni erano dei cavalieri ma in realtà eran considerati dei fanti a cavallo, quindi una truppa di linea che poteva essere spostata con celerità. Furono impiegati da tutti gli eserciti, anche come cavalleria vera e propria. Per queste loro funzioni indossavano le divise della fanteria con adattamenti, tipo gli stivaloni, per il loro impiego equestre.
All’inizio del secolo erano divisi in dragoni italiani e esteri. I primi erano veneti, i rimanenti di varie nazionalità, tra cui la napoletana e altri italini con francesi e tedeschi.

Ogni compagnia per un totale di dieci, comprendeva un comandante, un capitan tenente, una cornetta (alfiere), un sergente, tre caporali e un tamburo più altri militi smontati addetti ai servizi. La compagnia comprendeva una cinquantina di elementi. Diversa era la consistenza dei dragoni esteri, molto più ridotta.

Venendo alla tavola presentata, abbiamo un dragone a cavallo con l’uniforme del primo 700, composta da tricorno (una novità, all’epoca) con coccarda turchina, una “velada” (sopraveste) rosso scarlatto (il cremisi era riservato agli oltremarini) con mostre blu turchino ai risvolti delle maniche. La velada ancora non prevedeva il colletto. Rosse erano anche le brache. Sotto la velada una “camisiola” sempre dello stesso colore.

La buffetteria era in cuoio naturale, composta da un cinturone per la spada dritta di tipo “alemanno o albanese”. L’armamento comprendeva anche un fucile e due pistole da fonda. La gualdrappa del cavallo rossa con bordatura bianca. Idem per le fondine.
Sul davanti vediamo a sin. un ufficiale dello stesso periodo mentre sulla destra un dragone appiedato con la divisa adottata dopo il 1724. la sopravveste diventa turchina e vediamo una tracolla per la spada e la giberna posta sul davanti.