SAN VALENTINO PARLA ANCHE VENETO, VI SPIEGO COME MAI

la basilica di Vicenza SS Felice e Fortunato a Vicenza con la reliquia di Valentino

 

San Valentino è conosciuto in tutto il mondo; il luogo dove sono raccolte le sue spoglie è Terni, ma … alcune reliquie sono finite a Vicenza, accanto a quelle dei Santi Felice  e Fortunato, altre a Venezia, città degli innamorati per antonomasia.

La reliquia di San Valentino nella basilica SS Felice e Fortunato a Vicenza e a Venezia nella chiesa di San Samuele, vicino a palazzo Grassi.

Quando entrate in questa chiesa di S. Samuele, poco conosciuta anche dagli stessi veneziani, e vi avvicinate al primo altare sulla sinistra, vedrete chiaramente l’urna in cui c’è scritto: CORPUS SANCTI VALENTINI.
E’ vero che la città di Terni si vanta di possedere le spoglie di questo famoso santo, ma è bello mantenere l’alone di mistero e pensare che a Venezia, la città degli innamorati per eccellenza, ci siano alcune reliquie di San Valentino, il protettore degli innamorati. (Redazione di Inside.com)

La festa del vescovo e martire Valentino si riallaccia agli antichi festeggiamenti di Greci, Italici e Romani che si tenevano il 15 febbraio in onore del dio Pan. Questi festeggiamenti erano legati alla purificazione dei campi e ai riti di fecondità. Divenuti troppo licenziosi, furono proibiti da Augusto e poi soppressi da papa Gelasio nel 494. La Chiesa cristianizzò quel rito pagano della fecondità anticipandolo al giorno 14 di febbraio, attribuendo al Santo martire la capacità di proteggere i fidanzati e gli innamorati indirizzati al matrimonio e ad un’unione allietata dai figli.

Da questa vicenda sorsero alcune leggende. Le più interessanti sono quelle che dicono il santo martire amante delle rose, fiori profumati che regalava alle coppie di fidanzati per augurare loro un’unione felice.

Per la reliquia del santo presente a Vicenza nella chiesa dedicata ai martiri Felice e Fortunato, abbiamo trovato quanto segue:

Secondo la tradizione, Felice e Fortunato furono due fratelli originari di Vicenza, forse soldati, che alla fine del III secolo si trovavano ad Aquileia, il centro amministrativo e culturale della X Regio Venetia et Histria, posta al termine della via Postumia, che stava diventando il luogo principale della predicazione della nuova religione cristiana. Il loro martirio avvenne ad Aquileia nel 303-304, durante la persecuzione dei cristiani sotto Diocleziano: i due, interrogati, non vollero rinnegare la propria fede e vennero decapitati.

A Vicenza si sviluppò ben presto la devozione ai due martiri e fu loro dedicata la basilica, identificata come il più antico luogo di culto paleocristiano della città. All’interno della basilica, nel sacello del martirio, sono conservate le reliquie dei Santi Felice e Fortunato contese con Aquileia. È qui conservata anche una reliquia di San Valentino, patrono degli innamorati, esposta ogni anno il 14 febbraio.

La tradizione della Festa di S. Valentino a Vicenza si ripete da 500 anni ed è stata spostata nella Basilica a seguito della sconsacrazione della Chiesa di S.Valentino della quale si può apprezzare la facciata al civico 54 di Corso San Felice. Sono trascorsi oltre 1.730 anni da quel 14 febbraio, giorno dalla morte, e il culto di San Valentino, il vescovo guaritore di Terni, è sempre vivo.

Nacque nel 170 dopo Cristo e morì, sul patibolo, quasi centenario nel 269. Venerato in tutto il mondo come il santo della pace e dell’amore, proclamato a furor di popolo come protettore degli innamorati gode di una enorme popolarità in tutto il mondo dal Giappone, agli Stati Uniti, all’Inghilterra e persino in Australia.

Peraltro furono proprio gli anglicani d’Inghilterra e i protestanti degli Stati Uniti i primi a proclamarlo protettore degli innamorati e dove la ricorrenza del 14 febbraio, ufficializzata nel secolo scorso, è particolarmente sentita.

Fonte Across Veneto e Vicenza è
http://www.facebook.com/pages/VicenzaToday/212021655498004


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IL SANTO PATRONO DI BOLZANO ERA MEZZO TREVIGIANO

Antonella Todesco

Nel Duomo di Bolzano riposano, in una teca, i resti del Santo Patrono della città: Heinrich von Bozen. Egli nasce a Bozen (Bolzano) attorno al 1250. Operaio analfabeta lavorò nel suo luogo d origine e, di ritorno da un pellegrinaggio a Roma con la moglie e il figlio Lorenzo, si stabilí vicino a Treviso.

Aveva preso dimora a Biancade; nei pressi della strada chiamata a quel tempo Lagozzo vecchia sede della via Augusta e per decenni vi svolse il mestiere di boscaiolo.
Oramai anziano, alla morte della moglie si recò a Treviso dove visse in una catapecchia situata nei pressi dell attuale chiesa a lui dedicata e mendicando non per sé ma per i poveri della città premurandosi di strappare ai nobili e ai ricchi importanti contributi per i più bisognosi.

Il Vescovo di quel tempo e il signore di Treviso non gli lesinarono mai il loro aiuto.
Pare inoltre che visitasse quotidianamente tutte le chiese della città, che portasse un saio cencioso e che fosse dedito ad estenuanti veglie di preghiera.
Morí il dieci giugno del 1415 a Treviso.
La tradizione attribuisce ad Arrigo (così era chiamato in Veneto) numerosi miracoli già da vivo ma soprattutto da morto e per questo divenne presto molto popolare in tutta l Italia settentrionale.
Nel 1759 due costole di Arrigo furono solennemente traslate dal Duomo di Treviso a quello di Bolzano con grande partecipazione di fedeli.

Nel 1750 il culto del Beato protettore dei boscaioli fu approvato da Benedetto XIV per la diocesi di Treviso e da Pio VII agli inizi del 1800 per quella di Trento da cui dipendeva Bolzano.
Nello stesso periodo fu portato il suo reliquiario nel Duomo di Bolzano.
Un tempietto in stile neoclassico si trova a Treviso poco lontano dalla casa in cui morí e un oratorio a lui dedicato sorge anche a Biancade nel luogo ove, secondo la tradizione, sorgeva la sua capanna.

In foto Bolzano, duomo di Santa Maria Assunta in Piazza Walther

 


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LA VANDEA E LE STRAGI. il massacro dei Lumi.

Fu, quella di Robespierre, pura guerra di sterminio con l’intento di far sparire una popolazione intera (specialmente le donne e i bambini, furono le vittime preferite) che osava rifiutare in massa uno stato rivelatosi ateo e  anti cristiano. 

Colpisce che tante caratteristiche dei vandeani fossero comuni al Veneto rurale della mia infanzia: la prima era la fede di impronta quasi calvinista (che fu caratteristica delle Chiesa patriarcale veneziana e non romana) e gli antenati comuni, quei Veneti che furono civiltà europea prima dell’arrivo dei Celti. Non a caso la capitale della piccola Vandea è Vannes, come Venezia quella dei Veneti di tutti i tempi . Eccovi un  anticipo del bellissimo articolo del Foglio pubblicato tempo fa. 

Il massacro dei lumi
La Vandea è nomen omen del massacro di innocenti, al pari della notte di San Bartolomeo, di Guernica, di Srebrenica. Eppure in Francia, a distanza di oltre due secoli, la Vandea resta uno scandalo difficile da maneggiare. La parola “Vandea” fino a pochi anni fa era sinonimo di cattolico reazionario. Sono i “chouans”, gufi maledetti. Baciapile, nemici della Rivoluzione, servi dei nobili, sanguinari. Di Vandea si è tornati a parlare in Francia, in Parlamento, sui giornali e sugli schermi televisivi. L’Ump, il partito di opposizione, ha presentato in Assemblea nazionale un disegno di legge che ha lo scopo di riconoscere il “genocidio vandeano”.

di Giulio Meotti

 Il massacro dei lumi

La Vandea è nomen omen del massacro di innocenti, al pari della notte di San Bartolomeo, di Guernica, di Srebrenica. Eppure in Francia, a distanza di oltre due secoli, la Vandea resta uno scandalo difficile da maneggiare. La parola “Vandea” fino a pochi anni fa era sinonimo di cattolico reazionario. Sono i “chouans”, gufi maledetti. Baciapile, nemici della Rivoluzione, servi dei nobili, sanguinari. Di Vandea si è tornati a parlare in Francia, in Parlamento, sui giornali e sugli schermi televisivi. L’Ump, il partito di opposizione, ha presentato in Assemblea nazionale un disegno di legge che ha lo scopo di riconoscere il “genocidio vandeano”, che ebbe luogo, a più riprese, tra il 1793 e il 1796 per opera delle truppe rivoluzionarie di Robespierre nei confronti degli abitanti della regione contadina della Vandea. I sostenitori della tesi del genocidio parlano di una “congiura del silenzio”, in cui la politica e la storiografia avrebbero cospirato perché cadesse nell’oblio il grande sacrificio dei vandeani, colpevoli di aver difeso le loro convinzioni religiose contro il nuovo potere ateo e giacobino. Le “colonne infami” repubblicane compirono spietati massacri contro i vandeani, lasciando sul terreno dai duecentocinquanta ai trecentomila morti.

“Se approvasse la proposta sul genocidio, la Repubblica accetterebbe per la prima volta di guardarsi allo specchio”, ha scritto sulla rivista Causeur lo storico Frédéric Rouvillois. “Per la prima volta riconoscerebbe il terribile delitto che ha segnato l’inizio della propria storia”. Di parere opposto lo storico della Rivoluzione francese, Jean-Clément Martin: “I crimini sono crimini, ma manca la logica”. Significa che i vandeani non furono sterminati in quanto tali, ma sono stati vittime di una guerra civile. Lo spiega così Alain Gerard: “La Rivoluzione non poteva ammettere che il popolo si ribellasse contro di lei. Per questo la Vandea doveva scomparire”.
La tesi del genocidio è stata portata avanti da Reynald Secher, uno dei maggiori storici delle guerre vandeane, secondo il quale “quelle rappresaglie non corrispondono agli atti orribili, ma inevitabili, che si verificano nell’accanimento dei combattimenti di una lunga e atroce guerra, ma proprio a massacri premeditati, organizzati, pianificati, commessi a sangue freddo, massicci e sistematici, con la volontà cosciente e proclamata di distruggere una regione ben definita e di sterminare tutto un popolo, di preferenza donne e bambini” (“Il genocidio vandeano”, Effedieffe Edizioni, Milano 1989).
La Vandea oggi è mito e tabù, tanto che il massacro alla chiesa di Petit Luc a Roche sur Yon viene accostato a quello nazista di Oradour nel 1944. Il leader della gauche militante Jean-Luc Mélenchon ha protestato vivacemente per un programma televisivo andato in onda su France 3, dove Robespierre viene chiamato “il boia della Vandea” (le bourreau de la Vendée). Anche il settimanale Nouvel Obs attacca il documentario di Franck Ferrand, in cui le armate giacobine vengono accostate alle Einsatzgruppen naziste. I preti che insorgono in Vandea erano chiamati “corvi neri”. Scortate da gendarmi mal vestiti, con la coccarda tricolore sui cappellacci, le carrette della Rivoluzione erano cariche di questi preti refrattari detti “insermentés”, quelli che non hanno giurato, che hanno mantenuto fedeltà all’autorità del Pontefice, cancellata per decreto. Georges Jacques Danton avrebbe voluto fare un mazzetto di tutti i preti refrattari su cui si riusciva a mettere le mani, imbarcarli a Marsiglia e scaricarli da qualche parte sulle coste dello stato della chiesa, come una trentina di anni prima Sebastião José de Carvalho y Melo, marchese di Pombal, illuminato primo ministro dell’illuminato re Giuseppe I, aveva tentato di fare con i gesuiti espulsi dal Portogallo.


Tutti i libri in latino, fossero pure i “Colloqui” di Erasmo da Rotterdam, finirono nel fuoco. I preti nella trappola di Rochefort furono più di quattrocento. Nelle loro ciotole di legno la Rivoluzione versò solo carne putrida, merluzzo andato a male, malsane fave di palude. L’acqua era infetta. A chi ne chiedeva di più, i fidati seguaci della Dea Ragione rispondevano di servirsi pure, mostrando a dito l’oceano. Vi furono presto casi di delirium tremens, di follia. In poche settimane fu un’ecatombe di sacerdoti. I guardiani abbandonarono la nave. I morti venivano scaraventati in mare o seppelliti nella palude. Per non sbagliare qualcuno venne sepolto mentre ancora respirava.
In Vandea la guerra non ebbe un centro, ma era dappertutto, perché ovunque vi fosse un vandeano, fanciullo o adulto, uomo o donna che fosse, là per la Repubblica si trovava un “soldato nemico”. Nessuna delle regole dell’antica arte militare fu rispettata in quella guerra, perché fu la “prima guerra moderna”, in cui dei civili si fece carne da macello. In Vandea le armi principali furono le preghiere nelle chiese solitarie, le corone di rosario agli occhielli, i “sacri cuori” cuciti agli abiti, le processioni e le riunioni nei boschi, i giuramenti di rifiutarsi al reclutamento, i racconti dei miracoli, fu la rivolta di tutto un popolo, in cui le congiure erano nascoste dietro l’altare di ogni borgo contadino. I sacerdoti officiarono nelle brughiere e nelle paludi. Per primi s’armano i contadini. Mentre altrove in Francia sono state le classi superiori ad avere spinto il popolo, nella Vandea cristianissima è il popolo a incitare le classi superiori. A dispetto di certa storiografia, i contadini della Vandea non erano monarchici più di altri, non furono supini sostenitori dell’Ancien Régime. Erano profondamente cattolici. L’origine di questa fedeltà vandeana alla chiesa ebbe radici antiche, affonda in un passato di simpatie calviniste e nell’opera di catechizzazione dei missionari della Compagnia di Maria e delle Figlie della Saggezza.

Il generale vandeano era un venditore ambulante. Si chiamava Jean Cathelineu, per tutti “il santo d’Anjou”. E’ intento a impastare il pane, quando sente la voce che gli comanda di alzarsi e mettersi a capo di questa guerra santa. Guida una folla armata di falci, bastoni e pochi fucili, in cui le donne, nei campi e nei boschi, pregano in ginocchio per la vittoria dei loro mariti e figli. Da ogni angolo della regione si leva un augurio che è un grido di odio verso i giacobini e il loro ateismo. I vandeani conquistano le città e poi le abbandonano. La facoltà di dissolversi e ricomporsi è la loro forza e la loro debolezza. Guidati dal santo di Anjou attraversano a decine di migliaia la Loira per liberare Nantes, per coinvolgere nella loro guerra i fieri “chouans” realisti della Bretagna.
Papa Karol Wojtyla ha beatificato, durante il suo pontificato, 164 di questi “martiri” della Rivoluzione francese. Nel corso di una controversa visita in Vandea, pronunciò un discorso ben lontano dal revanchismo. Nel rendere onore ai vandeani caduti nell’impari lotta contro le armate illuministe, Giovanni Paolo II sottolineò la loro testimonianza di fede, ma trascurò, se non addirittura condannò, il senso politico della controrivoluzione. Forzando un po’ la storia, il Papa affermò che anche i vandeani “desideravano sinceramente il necessario rinnovamento della società”, circoscrisse alla difesa della libertà religiosa la loro ribellione, non tacque i “peccati” di cui anch’essi si erano macchiati nell’asprezza della lotta (sanguinose furono le rappresaglie vandeane contro i rivoluzionari).
Anche nella chiesa cattolica ci sono opinioni differenti sulla Vandea. Padre Giuseppe De Rosa sulla Civiltà Cattolica ad esempio ha scritto che la guerra di Vandea di due secoli fa andrebbe guardata con maggiore “spirito critico”, senza farne una “bandiera” e, tanto meno, il “simbolo dell’autentico cristianesimo”. Di diverso avviso l’arcivescovo di Bologna, cardinale Giacomo Biffi, secondo il quale “in quanto è avvenuto in Vandea trovano le loro premesse le stragi che hanno insanguinato l’intero XX secolo in nome o di un assurdo ideale di giustizia, o di un’aberrante esaltazione di una nazione o di una razza, o di un egoismo mascherato da civile comprensione”.

La Vandea come preludio di Auschwitz, del Ruanda, del Gulag. Lo storico della Rivoluzione francese Jules Michelet parla così dei vandeani: “Ci imbattiamo in un popolo sì stranamente cieco e sì bizzarramente sviato che si arma contro la Rivoluzione, sua madre. Scoppia nell’ovest la guerra empia dei preti”. Anche un figlio dei Lumi come Andrè Glucksmann ha definito la Vandea “la prima Glasnost dopo i giorni del Terrore”. E’ la rivelazione del male compiuto da Robespierre. E anche Jean Tulard, docente all’Università Paris IV ed esperto di Vandea, paragona le azioni dei giacobini agli eccidi ordinati da Stalin. Gli storici non amano i paragoni con l’Olocausto. Ma della Vandea parlano come di un “popolicidio”, mentre a lungo storici marxisti hanno letto la guerra di Vandea come una guerra della borghesia centralizzatrice delle città contro il popolo contadino.
Varrà la pena di ricordare che i vandeani sono stati sterminati con metodi non dissimili da quelli nazisti. Così si legge sul Bollettino ufficiale della nazione: “Bisogna che i briganti di Vandea siano sterminati prima della fine di ottobre. La salvezza della patria lo richiede”. I vandeani sono considerati degli “ominidi”, delle sottospecie di uomini, e in quanto tali non aventi diritto a un territorio.
Il nome stesso Vandea viene eliminato, deve scomparire. Si assegna un nuovo nome alla Vandea chiamandola “dipartimento Vendicato”, per esprimere appunto questa volontà di ripopolare quella parte di Francia un tempo abitata da “cattivi francesi”.
Quello della Vandea è il primo genocidio della storia ideologica del mondo contemporaneo. Le Colonne infernali, tagliagole al comando del generale Louis Marie Turreau, devastarono la regione con feroce acribia cartesiana. Fucilazioni, annegamenti, falò di parrocchie zeppe di civili, camere a gas. C’era l’onta di un pezzo di Francia che aveva osato levarsi contro la volonté générale, ma anche il diffondersi d’idee malthusiane in una Francia attanagliata dalla fame per colpa della stessa rivoluzione. Così i giacobini concepirono, votarono all’unanimità e realizzarono l’annientamento di un gruppo umano religiosamente identificabile. Con ben due leggi, scritte e conservate negli archivi militari: il 1° agosto si decise la distruzione del territorio, degli abitati, delle foreste e dell’economia locale; il 1° ottobre si ordinò lo sterminio degli abitanti, prima le donne (“solchi riproduttori”) poi i bambini. Leggi in vigore fino alla caduta di Robespierre, nel luglio 1794. Tutto come Hitler prima di Hitler. Si usò in Vandea il termine “race”: un vocabolo che, di conio illuminista (Voltaire, Buffon, l’Encyclopédie), produsse lì subito l’idea di una “race maudite” da estirpare. Bertrand Barère, membro del “Comité de salut public”, gridava dalla tribuna: “Quelle campagne ribelli sono il cancro che divora il cuore della Repubblica francese”.
Quanti furono i morti? Un vandeano su tre? Centoventimila o seicentomila, come sostiene lo storico Pierre Chaunu?

il massacro dei Lumi- il Foglio


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DI COSA FU TESTIMONE LA BASILICA DI S. MARCO. STRAORDINARI EVENTI.

Antonella Todesco

Avvenimenti di straordinaria importanza furono celebrati nella Basilica di San Marco nei lunghi secoli della sua storia.
Nel 959 un sinodo ivi radunatosi proibí il commercio degli schiavi.
Il 24 luglio del 1177, davanti al portale maggiore si riconciliarono, con la mediazione del Doge Ziani, Papa Alessandro III e Federico Barbarossa.
Dal pulpito di San Marco fu bandita nel 1201 la IV crociata; il Doge Enrico Dandolo e i legati francesi, dopo la Messa, sguainarono le spade al cospetto del popolo e sul Vangelo giurarono di condurre la crociata in Oriente.
Sulle sacre spoglie dell’ Evangelista fu giurata la pace con gli Scaligeri nel 1339.
Accanto alla storia fiorisce anche la leggenda.
Quattro colonne di serpentino poste nell’ atrio proverrebbero dal tempio di Salomone.
Dalla lastra marmorea che copre l altare del battistero Gesú avrebbe predicato a Tiro e a Sidone. Nella stessa cappella, a sinistra dell’ altare, due lapidi avrebbero fatto parte della prigione in cui fu giustiziato il Battista.
Quattro colonne del coro trarrebbero origine dal pretorio di Pilato.
Un pezzo di legno della croce, alcune gocce del sangue di Cristo, uno dei chiodi del Crocifisso, un frammento della colonna della flagellazione, una spina della sacra corona, un ampolla col sangue di Gesú fanno della Basilica il reliquiario dei sacri cimeli della Passione.
Si annoverano poi molte altre reliquie tra cui il braccio di San Pantaleone, la gamba di San Giorgio e una parte del cranio di San Giovanni Battista.

IL DOGE CHE MANDO’ UN MANICHINO AL SUO “FUNERAL”

Gabriel Bella i funerali del Doge

ANTONELLA TODESCO ci parla dell’uso negli ultimi secoli della storia millenaria della Repubblica di Venezia, di sostituire la salma del “Doze” con un suo manichino. Ci fu un precedente che poi diventò regola anche per i Dogi successivi. Se pensiamo poi che il tempo dedicato  alle  cerimonie funebri si allungò sempre più, con rischio di putrefazione della augusta salma, qualche cosa era necessario fare, anche per il decoro delle istituzioni.  

Secondo il cronista Agostini, fino a Francesco Foscari il cadavere del Doge era tenuto insepolto il tempo strettamente necessario per potergli fare il funerale. Quello del Foscari però, sarebbe stato il primo a rimanere esposto per due giorni nella Sala del Piovego.
La morte del Doge veniva annunciata dal suono a doppio, per nove volte, dalle campane di San Marco, seguite poi da quelle delle altre chiese di Venezia. Il Doge, appena morto, veniva imbalsamato e vestito col manto d oro, il corno ducale in testa, gli sproni d oro calzati a rovescio ai piedi e lo stocco a lato con l impugnatura verso i piedi. Veniva poi portato nella sala del suo appartamento ed esposto sopra una tavola coperta di tappeti in mezzo a due candelieri accesi. Passati tre giorni dalla morte avevano luogo i funerali sul far della sera.
Il primo Doge che non accettò di farsi imbalsamare pare sia stato Leonardo Donà il quale volle farsi seppellire privatamente. In questa occasione venne creata una figura di stucco per sostituire il cadavere durante il funerale solenne. Non si sa esattamente quando l uso del simulacro divenne definitivo, certo dovette avvenire nel corso del XVII secolo.
Vi erano speciali artefici che si dedicavano alla sua costruzione e nella seconda metà del XVIII divenne particolarmente noto il mascheraio Antonio Luciani
Ecco alcuni versi tratti da una poesia sui funerali di Giovanni Corner II.

Saco de pagia e mascara de cera
El cadavere del Serenissimo
Che avessi zurà certo e certissimo
Ch el fusse là in tel aria e in te la siera

Di Antonella Todesco

CHI HA FORMATO IL CARATTERE DEI VENETI: PIU’ L’AUSTRIA O VENEZIA?

Di Alvise Zorzi, da San Marco per sempre.

basilica-di-san-marcoL’Austria ha dato al Veneto tante cose, a cominciare dalla ferrovia che tuttora collega Milano con Venezia e dalla sistemazione dell’archivio di stato di Venezia, che è forse il monumento più importante che rimanga alla grandezza della Serenissima,  milioni di documenti, chilometri di scaffali , dei quali, Samuele Romanin nutrirà la sua monumentale Storia documentata di Venezia, a confutazione delle calunnie dei pennaioli faziosi e ignoranti. Ma non ha dato al Veneto, o al Friuli, Dio ne liberi, un carattere i cui elementi formativi vanno cercati altrove, nella storia remota delle etnie, e in quella meno remota e plurisecolare del lungo dominio veneziano.

Del quale, per quanto la classe dirigente veneziana sentisse profondamente la causa religiosa, una caratteristica costante era la separazione della politica dalla chiesa, utilizzata come strumento di governo, diretta e condizionata dal governo, ma tenuta ben lontana da esso.

Non erano troppo dissimili le idee di Giuseppe II, il “despota illuminato” zio di Francesco I.  Sarà solo dopo il 1848 che le cose muteranno radicalmente. nell’impero austriaco, con un concordato che rovescerà radicalmente i rapporti mettendo la chiesa romana al di sopra dello stato austriaco.

Ma alla caduta della Repubblica, il Leone, difensore dei poveri, dei villani, era scomparso. Tra costoro e  i proprietari e le burocrazie locali non c’era più che il sacerdote, detentore del monopolio dell’istruzione popolare, oltre che delle Chiavi del cielo e dell’inferno, e di un brandello di potere meno estraneo e burbero della burocrazia dei tribunali, dei gendarmi.

Sulla religiosità delle popolazioni, nutrita dallo zelo di generazioni di vescovi veneziani, si innesta dunque la funzione protettiva del parroco, solidale col proprio gregge anche nella povertà. Ritorno al Medioevo? Certo un contributo alla formazione di grandi figure ecclesiastiche del secolo futuro e  alla nascita della prima Democrazia Cristiana.

LA PRESA DI COSTANTINOPOLI, COME LA RACCONTA MAOMETTO II. STUPRI, SCHIAVISMO, NEL DNA DELLO STATO TURCO

29922702-Details-of-the-final-assault-and-the-fall-of-Constantinople-in-1453-painting-in-Askeri-Museum-Istanb-Stock-Photo“Quando per il favore divino la fortezza fu espugnata, il nemico perdette ogni forza e fu incapace di reagire. Il popolo fedele non incontrò più ostacoli e pose mano al saccheggio in piena sicurezza. Si potrebbe dire che la vista della possibilità di poter fare bottino di ragazzi e belle donne devastasse i loro cuori e i loro animi. Trassero fuori da tutti i palazzi, che uguagliavano il palazzo di Salomone e si avvicinavano alla sfera del cielo, trassero nelle strade strappandole dai letti d’oro, dalle tende tempestate di pietre preziose, le beltà greche, franche, russe, ungheresi, cinesi, khotanesi, cioè in breve le belle dai morbidi capelli, uguali alle chiome degli idoli, appartenenti alle razze più diverse, e i giovinetti che suscitavano turbamento, incontri paradisiaci.”
Questa è la descrizione della presa di Costantinopoli da parte di Maometto II. Il brano è tratto da “Storia del signore della conquista” di Tarsun Beg Kemal, vale a dire che è il racconto ufficiale, quello su cui i bambini turchi studiano la storia. (vale a dire la storia ufficiale dello Stato ai turchi comincia con abbiamo stuprato le donne e i ragazzini).Caida_13

Sicuramente anche i Crociati hanno commesso atti del genere, però hanno dovuto farlo di nascosto: era vietato. E punito. C’era la castrazione e il taglio del naso per un crociato che si facesse pescare con le mani su una donna araba. Noi giudichiamo sempre i Crociati con standard attuali: a quei tempi la ferocia era la norma, al punto tale che la castrazione e il taglio del naso viene minacciato ai loro stessi soldati. I crociati lo hanno fatto, ma poi non lo hanno scritto e sicuramente dove è vietato viene fatto parecchio di meno.fall-constantinople-istanbul-turkey-october-captured-mehmet-panorama-museum-military-istanbul-turke-62964301

Da la realtà dell’orco
La presa di Costantinopoli, invece comincia ufficialmente con: abbiamo messo le mani sulle donne e sui bambini, che avevano il merito di essere belli. Gli altri sono stati passati a filo di spada mentre i difensori agonizzavano sugli spalti su cui i crocefissi si alternavano agli impalati.

LA RINUNCIA DELL’IDENTITA’ DELL’OCCIDENTE E L’ISLAM CHE CI UCCIDE

Combatteteli finché non ci sia più politeismo e la religione sia tutta per Allah. Se poi smettono… ebbene, Allah ben osserva quello che fanno.

RICEVO DALL’AMICO DANILO CAZZARO

La cosiddetta guerra contro il terrorismo forse è già persa. Il resto sono chiacchiere che sfioriranno come al solito.Notre_Dame_de_Paris_by_night_time

Il motivo è essenzialmente sociale. Una guerra si vince innanzitutto se c’è, se ci sono cioè delle forze che si contrappongono. Forze che si contrappongono hanno ragione di esistere se c’è qualcosa da difendere. Contro l’ISIS o qualsivoglia gruppo jihadista, non esiste un fronte compatto semplicemente perché non esiste più nulla che abbia deciso di sopravvivere. L’Occidente e l’Europa in particolare hanno gettato la spugna, rinunciando a se stessi e alla loro identità. È avvenuto nemmeno troppo lentamente nell’ultimo mezzo secolo, in un silenzio compreso tra la malizia ideologica e la non curanza diffusa.

Qualcuno dirà che l’identità è un concetto superato, frutto di un mondo obsoleto e che l’unico valore in cui riconoscersi è la mescolanza delle identità stesse. Con queste premesse frutto di cinquant’anni di masochismo, ogni dibattito è inutile.

Le esplosioni e la morte normale nel cuore d’Europa non derivano da armi ma dalla stanchezza di esistere. Sono il suicidio di una società che non riconosce a se stessa un cammino storico, un’evoluzione avvenuta intorno a principi oggettivi e inalienabili. Dall’Editto di Costantino, alla Magna Carta, dalla Rivoluzione Francese alle ideologie del Novecento: per millenni l’Occidente ha proposto formule spesso in contrasto tra loro, ma comunque focalizzate essenzialmente su se stesso e sul suo futuro.

Cosa è rimasto di questo? Cosa siamo stati capaci di costruire negli ultimi decenni pensando alle generazioni che verranno?

Se la cultura occidentale sia morta a Yalta o a Woodstock poco importa. La quinta colonna del nemico che crediamo di combattere (chiamiamolo ISIS per convenienza…) siamo noi stessi, stanchi di sudare per qualcosa, ingrassati all’ombra dei privilegi che abbiamo ereditato dai nostri padri. Non riconoscere nella bozza di Costituzione europea la matrice cristiana è stato l’esempio più lampante di un’abdicazione generale. In un continente costruito fisicamente intorno ai campanili e alle croci il dibattito non sarebbe dovuto nemmeno nascere. Abbiamo reciso il filo col passato, fobici di ogni retaggio e di ogni tradizione.

Siamo una società obesa e virtuale che finge di volere e volersi bene solo per evitare il peso del sacrificio. Non a caso l’ossessione pacifista e terzomondista spesso è più intrisa di odio per le proprie radici che di carità per gli altri. È un cul de sac mentale da cui non si esce.

Combattere per se stessi è un impegno troppo gravoso, soprattutto per chi ha ceduto all’abulia dell’appartenenza e non si riconosce più in niente. Siamo finiti da tempo nel masochismo culturale, esterofoli per sport, critici per emulazione, suicidi per stanchezza. A fronte di culture giovani, affamate, determinate e spietate ci arrovelliamo in parole inutili aspettando la prossima tappa della corsa all’orrore.

Sembra inutile cercare soluzioni. L’Islam radicale è un fenomeno dell’attualità, semplice strumento della Storia. Anche se sconfitto sul campo sarà seguito da altro. Il nostro nemico siamo noi stessi, sempre più simili alla Roma del IV° e V° secolo o, per i veneti, alla Serenissima Repubblica di fine settecento.800px-Canaletto_-_The_Piazza_San_Marco_in_Venice_-_Google_Art_Project

Combinati così siamo destinati a sparire con grande scempio di ciò che nel bene e nel male è stato costruito nei secoli.

Il dato tragicomico è che molte serpi in seno della cultura occidentale gioiscono, credendo di essere fuori dal gioco, di essere diversi, di essere altro. Invece pure loro saranno sommersi da una nera onda islamica.