I MILLE ANNI DEGLI ANTICHI VENETI

Università degli Studi di Padova

cavallookVenetkens: così, quattro secoli prima di Cristo, scrivevano il proprio nome i popoli che vivevano nelle terre racchiuse fra Po, Mincio, Garda, Adige e Alpi. Usavano una scrittura spigolosa, derivata dai simboli etruschi e adattata alla loro lingua; quelle lettere ricoprono lastre e cippi in pietra, foglie di metallo, ossa, vasi. Ritornano incise sugli aklon, grossi ciottoli fluviali di porfido, enigmatici testimoni di un popolo che abitava un territorio vasto ed eterogeneo, ma unito da una matrice culturale comune, declinata secondo moduli diversi nella piana centrale, nelle valli del Delta, nei boschi del Cadore. Un popolo, quello dei Veneti antichi, che abitava queste terre già un millennio prima di Cristo, e al quale la mitologia classica attribuiva un’origine eroica, legata all’eredità dei guerrieri approdati qui dopo la caduta di Troia.

Staccandosi dal mito e basandosi su evidenze archeologiche consolidate, la mostra Venetkens. Viaggio nella terra dei Veneti antichi sottolinea anche il contributo degli apporti culturali esterni  nella definizione delle radici più remote della civiltà veneta. Ispirazione greca, apporto etrusco, influssi egizi e affinità col mondo celtico si sovrappongono a un distintivo processo di formazione locale della civiltà paleoveneta, nucleo centrale della mostra di Padova. L’obiettivo è quello di presentare un quadro completo e aggiornato attraverso un viaggio cronogeografico per oggetti, un percorso dagli albori della civiltà all’arrivo dei Romani, dal Po alle Alpi, narrato attraverso la testimonianza di quasi duemila manufatti provenienti da oltre cinquanta musei prestatori.urna_bambina

Collane d’ambra, monili; un uomo e una donna abbracciati a formare un pendaglio. E poi scodelle, boccali, olle, bicchieri, coppe e un vaso dall’imprevista linea a stivale. Armi e strumenti di lavoro emersi dalle acque del Piave e del Sile, che hanno restituito oggi doni rituali di tremila anni fa. Luoghi sacri, i fiumi erano anche elementi di confine e di collegamento, acque solcate dalle imbarcazioni, convogliate, sfruttate, temute, dalle quali dipendeva la vita dei campi e del bestiame, il lavoro nelle fornaci. Lungo le loro rive si svolgevano i riti di morte, simboleggiati dall’urna di bambina contenuta nella situla Benvenuti. Un grande vaso coperto, capolavoro di artigiani poeti che sulla lamina di bronzo cantano gli uomini e la loro vita: prigionieri, atleti, un uomo col cane al guinzaglio, libagioni, il principe sul trono, il cavallo sacrificato. Accanto, altre situle raccontano storie diverse, diventando testi su cui leggere un mondo lontano e assieme quotidiano, fatto di cortei, banchetti, battaglie, amplessi nuziali, agoni sportivi, cerimonie sacre.

tomba_cavalloQuella descritta dall’iconografia veneta è una realtà indissolubilmente legata al sacro, nel quale il santuario è tutt’uno con la natura; luogo di preghiera, d’invocazione di un pantheon di  divinità, ma anche luogo di commercio e scambio, sede delle scuole di scrittura frequentate da donne e uomini. In questo spazio, gli uomini donavano se stessi, o i loro simulacri: bronzetti raffiguranti donne, bambini, guerrieri, artigiani, ma anche cavalli, dotati di un ruolo di primo piano nella cultura paleoveneta. Famosi per l’abilità nella corsa, a essi venivano riservati spazi di sepoltura privilegiati, talora affiancati a quelli delle famiglie più importanti. Così accade nel grande tumulo funerario padovano del VI secolo a.C: in una tomba, un cavallo coricato sul fianco accoglie nel proprio ventre lo scheletro di un giovane uomo rannicchiato, forse vittima di un sacrificio rituale. Uomo e cavallo, accomunati e resi pari, abitano una città dei morti che, illuminata dalle pire funebri, si stacca dalla città: poderosi cippi lapidei indicano il confine fra necropoli e centro abitato. Spazi diversi e non invertibili sono assegnati alle case di terra e pietra, ai laboratori e ai campi, rispetto alle zone in cui raggruppamenti di tombe formano tumuli recintati. In essi sono deposti fratelli e sorelle, coppie, genitori e figli, assieme ai propri ornamenti, insegne di rango che descrivevano la loro vita passata e insieme raccontavano il mondo che li circondava.

Chiara Mezzalira

 

STATO ITALIANO E CHIESA ROMANA IN CHIAVE ANTI INDIPENDENTISTA

5-venezia-basilica-di-san-marcoI VESCOVI COME I PREFETTI GARANTISCONO LO STATUS QUO. Col concordato mi pare chiaro quello che è successo e succede. Lo stato garantisce privilegi e l’otto per mille in cambio la chiesa controlla il nord est e reprime la memoria marciana indissolubilmente legata alla nostra indipendenza.
Il 25 aprile da veneto mi aspetterei gonfaloni dappertutto, almeno come a Siena per il palio con le chiese imbandierate nelle contrade, invece nulla o quasi. Non solo.. ci hanno pure mandato un prefetto, pardon.. un Patriarca di Genova e pochi, pochissimi veneti hanno capito il messaggio.
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Poi i segnali forti, in questi anni… quando morì Bepin Segato , l’ambasciatore dei Serenissimi, il prete officiante, probabilmente in ossequio a direttive superiori, ci ha fatto togliere pure il gonfalone dalla bara. Più chiaro di così… in pratica la chiesa veneta ha cessato di esistere e l’apparato ecclesiale vigila perché non rinasca in senso nazionale. I vescovi come prefetti romani, appunto, e purtroppo di un altro Paolo Sarpi cattolico, nessuna traccia.
Li troviamo di nuovo alleati nella scellerata politica mondialista immigrazionista, ma questo è un quadro più ampio e forse ancora più grave.

IL DIO BELENO, CARO AI CELTI, MA ANCHE AI VENETI DI AQUILEIA E DI BELLUNO

vieille-religion-belenos_med_hrBeleno ha avuto una grande influenza anche tra i Veneti che, nel sincretismo proprio al mondo pagano, lo avevano adottato e riverito, tanto che ne troviamo il riflesso nel toponimo della città, e di conseguenza in val Belluna e Montebelluna.  Il nome si riferiva al concetto di “lucente” e per conseguenza, richiamava all’idea del fiorire delle messi, e alla fertilità.

Altra traccia la troviamo nella lingua ligure, in cui il termine “belìn” si riferisce a “coglione” in senso scherzoso o spregiativo.  E’ anche l’equivalente del Dio Apollo, dio solare, e veniva rappresentato con la testa incoronata da raggi.

La festa di Beleno, Beltane.

belenus_med_hrÈ una delle quattro feste dell’anno celtico e si tiene il primo di maggio. Significa letteralmente “fuoco di Bel”,  è una festa ricca di simbolismi solari e ignei, segna l’inizio del ciclo diurno e solare, il momento in cui il bestiame si avvia al pascolo. È anche un rito sacerdotale della massima importanza, in cui il re supremo d’Irlanda riaccendeva il fuoco sacro insieme ai suoi druidi e che veniva festeggiata con giochi e banchetti.

Esiste un profondo legame tra Aquileia (Veneta) e il culto di Beleno, tanto che si può affermare che questa doveva essere la principale divinità aquileiese. Tra l’altro Aquileia non era nuova a sincretismi culturali, data la sua posizione chiave – fin dall’epoca preistorica – nel crocevia tra l’area altoadriatica ed il mondo norico, retico, pannonico, danubiano. 964a6faa1a7f5b1cd8b4e92f077f6b3b

Beleno si schiera con gli aquileiesi e promette vittoria

Nel 238 d.C. i soldati dell’imperatore Massimino cingono d’assedio Aquileia: la città è stremata ma non cede, ecco il racconto di Erodiano: “Questo si diceva del resto all’inizio della guerra: che [gli aquileiesi] erano rimasti fedeli perché dentro la città c’erano molti che si occupavano dell’altare del sacrificio ed erano esperti di lettura del fegato, e annunciavano i sacri auspici; gli italiani infatti credono moltissimo in questo tipo di indagine. E diversi responsi dicevano che il dio protettore della terra prometteva la vittoria. Chiamano questo [dio] Beleno, e lo venerano grandemente; pretendendo che sia Apollo. Dicevano alcuni dei soldati di Massimino che la sua immagine era apparsa spesso nell’aria combattendo sopra la città”.

Un’altra fonte riporta una versione simile: “Assediando dunque Aquileia, Massimino mandò ambasciatori in quella città: ai quali il popolo forse avrebbe dato retta, se non si fossero opposti Menofilio e l’altro console, dicendo anche che il dio Beleno per bocca degli aruspici aveva risposto che Massimino doveva essere sconfitto. Per cui si dice che anche dopo i soldati di Massimino si vantavano che Apollo doveva aver preso le armi contro di loro, e che quella non era stata la vittoria di Massimo o del senato, ma la vittoria degli dèi”.

Il culto di Beleno pare attestato sino al VI d.C. in area aquileiese. E’ un dio legato all’acqua e al tema della rinascita: e il culto in area aquileiese di San Giovanni Battista, attestato anteriormente all’anno 390, può forse essere considerato una derivazione sincretistica di quello del dio celtico.

Il culto del dio Beleno era da secoli il fulcro della religiosità dei Karni, assieme ad un nutrito pantheon di divinità che sempre hanno contraddistinto la vita mistica dei popoli celtici.

Nel 297 d.C. Diocleziano e Massimiano, soggiornarono ad Aquileia ed offrirono dediche al dio Beleno: la presenza degli Augusti segna l’ultimo atto di venerazione a Beleno, in antitesi al cristianesimo ed in omaggio al culto tradizionale. Il dio solare Beleno diventa BeliBelenus_3ugustus, il nume tutelare di Aquileia. (Non si tratta di un caso raro: nell’olimpo di Roma trovarono posto gli dei egiziani ed etruschi).

Chiesa di San Martino alla Beligna

A quasi due chilometri a sud di Aquileia, sul lato sinistro della strada che porta a Grado, su di una leggera ma vasta altura ritenuta antico cordone litoraneo (ma da recenti indagini è risultata duna sabbiosa di origine fluviale – probabilmente afferente all’antico Isonzo-Torre-Natisone) denominata Alt di Beligna, sorgeva l’abbazia di S.Martino.  Il toponimo Beligna è in evidente relazione alla nota divinità indigena celtica .

 

LA SANITA’ ERA UN PREZIOSO BENE E I CORROTTI ANDAVANO PUNITI, ALLORA.

L’ASSISTENZA ai malati era un dovere degli stati cristiani, perciò, per individuare e colpire i profittatori e i ladri di risorse pubbliche si ricorreva anche alla delazione tramite le apposite bocche delle denunce, come quella che si trova alle Zattere, vicino alla chiesa di Santa Maria della Visitazione.

Anche chi rubava o lucrava su beni donati per la carità o il mutuo soccorso rientrava nella categoria degli infami. Per questo nell’androne di Scuola Grande di San Marco,  oggi ingresso dell’Ospedale Civile, una lapide immortala il reo comportamento del Guardian Grando che sottrasse risorse finanziarie e depauperò il patrimonio dei confratelli:

ZUAN DOMENICO RIZZO FU GUARDIAN / DELLA SCOLA  DI SAN MARCO BANDITO / DALL’ECCELSO CONSEGLIO DI DIECI PER / L’INFEDELTA’ DEL SUO MANEGGIO ET PER / HAVER INTACCATI E VENDUTI LI CAPITALI / DELLA MEDESIMA CON INIQUE FORME E / FRAUDI ENORMI.

Suggerirei di reintrodurre l'usanza di affiggere una lapide sulla casa dei pubblici ufficiali condannati per corruzione, a perenne memoria delle malefatte compiute. Visto che le pene non sono un deterrente almeno un po' di gogna mediatica non farebbe male... Ci sarebbe solo un problema, i muri potrebbero essere insufficienti.

Suggerirei di reintrodurre l’usanza di affiggere una lapide sulla casa dei pubblici ufficiali condannati per corruzione, a perenne memoria delle malefatte compiute.
Ci sarebbe solo un problema, i muri potrebbero essere insufficienti.

Lo stato veneziano era inflessibile quando giudicava gli amministratori disonesti delle istituzioni che dovevano assistere i bisognosi. fede e Carità, Religione e Ragion di Stato avevano fondato ospizi ed ospedali, garantendo che nei secoli i loro patrimoni non venissero intaccati da amministratori disonesti.

Per questa secolare continuità nell’impegno della fede e della politica per la salute e il mutuo soccorso, la lapide della Scuola Grande di San Marco affida ai posteri la condanna dell’amministrazione fraudolenta a danno dei poveri e degli indifesi come una preziosa lezione di civiltà-

POSSIAMO ACCOGLIERE TUTTI ?? SE LO CHIESE ANCHE VENEZIA, E RISPOSE “NO”.

ospedale dei Mendicanti, riprodotto da Luca Carnevaijs

ospedale dei Mendicanti, riprodotto da Luca Carnevaijs

L’immigrazione di massa aveva portato intorno agli anni 1527-1529 anche la diffusione di malattie epidemiche, quali la sifilide, la peste, il tifo. Se fino al Medio Evo, il povero, l’ammalato, era visto sempre come l’immagine del cristo sofferente, da accogliere e sfamare secondo la volontà divina, ora i nuovi flussi, dovuti a carestie endemiche, rischiavano di mettere in pericolo l’esistenza stessa di una società ordinata-.

Il mendicante chiede la carità, ma varcando le frontiere e vivendo senza dimora, rischia di seminare la morte e l’insicurezza, di perturbare l’ordine. Alla carità come pratica indiscriminata di cristianesimo, si va sostituendo un concetto nuovo, quello della carità secondo giustizia e merito.  I nuovi elementi di giudizio inducono a distinguere tra poveri meritevoli di assistenza ed occupazione, e poveri oggetto di repressione. (G. Scarabello)

Nel  Cinquecento si pongono le basi di una carità articolata secondo cui prevale l’appartenenza al territorio come discriminante prima, infatti il povero conosciuto e residente fa parte della comunità che deve farsene carico, come in una famiglia, e in cambio, assicura la perpetuazione degli equilibri sociali.

Le nuove leggi della Repubblica, nel 1528-29 prevedono una nuova etica della carità: agli “impotenti”, cioè a quanti erano incapaci di mantenersi, si reputa di dover provvedere con priorità assoluta.  (B. Pullan) I “poveri vergognosi”, lavoratori o artigiani caduti nella miseria, viene concesso anche di potersi coprire con un saio e una maschera, per poter fare la questua in modo da celare la loro identità.

I poveri provenienti da altre località dovevano invece essere frustati e rimandati ai luoghi di origine che dovevano provvedere ad assisterli mentre gli abili, sani e sfaccendati autoctoni dovevano essere avviati forzatamente ad attività che li inserissero nel mondo del lavoro.

Perciò i giovani robusti venivano imbarcati come mozzi nelle navi dove erano affidati ai capitani, gli altri, alla fine del Cinquecento furono collocati nell’Ospedale dei mendicanti.

Sunto da ” VENEZIA LA SALUTE E LA FEDE” di Elena Vanzan – Marchini.