IL COMANDANTE DELLA MARINAREZZA DI PERASTO

divisa da comandante della Marinarezza e ritratto di Viscovich, ammiraglio che pronunciò il celebre discorso di addio algonfalone.

divisa da comandante della Marinarezza e ritratto di Viscovich, ammiraglio che pronunciò il celebre discorso di addio algonfalone.

DIVISA AMMIRAGLIO COMANDANTE LA FLOTTA DI PERASTO, MONTENEGRO. colore nero e non blu come di solito usava, caratteristica delle uniformi della marinarezza di Catttaro.

Ritratto del Viscovich. è più probabile che questi alamari (quellia del ritratto) corrispondano al grado di ammiraglio-capitan de Perasto. mentre l’uniforme esposta sarò di un alto ufficiale di grado inferiore.

A questa “confraternita” Venezia aveva affidato la custodia del vessillo da guerra della sua flotta. Dodici marinai perastini dovevano difenderla fino alla morte, in caso di arrembaggio della nave. Giò accadde a Lepanto, e otto di essi, su dodici, morirono.

L’uniforme è conservata al museo di Perasto. Ogni anno, ad agosto, si celebra una cerimonia in onore di San Spiridione, protettore della cittadina, la Marinarezza esegue una danza guerriera.

Dalmazia: cerca conchiglie, trova il sigillo del doge

OGGI E’ IL COMPLEANNO DI VENEZIA, UN DONO DEL MARE ALLA SUA REGINA
di Andrea Marsanich
24 marzo 2016

image (1)ZARA. Se ne va a raccogliere conchiglie lungo la spiaggia di Collovare, a Zara, ed estrae dal mare un pezzo di storia della Serenissima, risalente a circa 900 anni fa. È quanto accaduto al portalettere zaratino Marin Odvitovic, che giorni fa si è recato in questa spiaggia – frequentatissima d’estate – situata nelle vicinanze del centro storico della celebre località della Dalmazia. Qui ha rinvenuto casualmente un sigillo del doge Ordelaffo Falier, che giaceva sott’acqua a mezzo metro di profondità.

L’uomo non si è accorto da principio di avere in mano un’antica testimonianza di Zara e della Repubblica di Venezia, e ha consegnato il piccolo prezioso oggetto all’archeologo e storico zaratino Dejan Filipcic. «Sono rimasto stupefatto quando ho visto il sigillo – ha detto l’esperto – è un ritrovamento di eccezionale importanza, che aggiunge preziose conferme alla storia medievale di queste terre della Dalmazia settentrionale. Sul sigillo è inciso il nome di Ordelaffo Falier (o Ordelafo Falero), che fu il trentaquattresimo doge della Serenissima, nato a Venezia nel 1070 e morto in battaglia a Zara nel 1117».

Su una faccia del marchio è rappresentato Gesù, con il doge veneziano inginocchiato ai suoi piedi nell’atto di ricevere un vessillo. L’altra faccia contiene la scritta “Ordelafo Falerodei Gradux Venecie”. Contattato dai giornalisti, Filipcic ha dichiarato che – in accordo con Odvitovic – intende donare il sigillo al Dipartimento di archeologia dell’Ateneo di Zara. «Lo vogliamo fare – ha rilevato Filipcic – perché queto Dipartimento è impegnato nella creazione di una collezione di reperti archeologici rinvenuti a Zara e nei suoi dintorni».

Il responsabile del Dipartimento, Mato Ilkic, non nasconde la sua gioia per il ritrovamento: «Si tratta di un ritrovamento eccezionale e soprattutto utile, poiché non si sa molto su questi oggetti, nel passato alquanto trascurati dagli storici e dagli archeologi. È una testimonianza della storia di Zara,nella fase del suo passaggio dall’Alto Medioevo al pieno Medioevo. Il sigillo conferma inoltre la presenza di questo doge a Zara, dove morì nel 1117. Alla guida di un forte contingente di soldati veneziani, il Doge Falier trovò la morte sotto le mura della città nel tentativo di recuperare Zara, sottraendola al dominio degli Ungheri. Nonostante la ritirata dei soldati della Serenissima – racconta ancora Ilkic – la salma venne pietosamente trasportata fino alle navi e poi a Venezia dove furono resi gli onori pubblici e dove Ordelaffo venne sepolto nella Basilica di San Marco. È importante dunque che questo sigillo resti a Zara, nella sua Università degli studi».

A detta di Ilkic, non sempre i reperti archeologici rinvenuti nella città e nel suo circondario vengono consegnati alle competenti autorità. In parecchi casi si preferisce vendere gli oggetti antichi e di valore, con grave danno per il patrimonio storico-culturale. Ma per fortuna questo non è stato il caso del postino di Zara.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

1797: L’ADDIO AL GONFALONE DI ZARA, VE COMOVARA’, COME QUEL DE PERASTO, FRADEI VENETI.

Luigi Tomaz

Racconta il Conte Viscovich, a proposito di Zara:

“Giurarono fede all’imperatore tutti i Magistrati e circa 2000 soldati veneti che si trovavano in quella fortezza per presidio; quindi si vedeva uno spettacolo generoso e lacrimevole: perché allorquando si venne all’atto di consegnarsi dai soldati il vessillo di San Marco in mano al Generale austriaco, prorompevano in dirotto pianto: a loro rispondevano con altrettante lacrime, i circostanti. I Panduri tra gli altri, gente creduta barbara, davano tali segni di dolore, e di disperazione… che i capitani austriaci concedevano loro di potere continuare nell’uso antico, di portarsi i veneziani vessilli”.dalmazia-zara_03

C’è stato a Zara, il tempo per preparare il popolo all’ineluttabilità degli eventi e si è avuta la fantasia di escogitare la cerimonia, civile, militare e religiosa e sopratutto – popolare – del gonfalone.

Il Gonfalone, e il Leone che vi era ricamato non erano per la Repubblica quello che erano le bandiere per gli altri Regni, ma molto di più. Non era l’insegna di una casa regnante che si perpetuava nella Dinastia, nè era l’insegna del Doge. Era San Marco in forma de Lion  e San Marco era il vero capo dello Stato. Mocenigo_1541

I re brandivano il loro vessillo, mentre il Doge si inginocchiava davanti all’asta che reggeva il gonfalone e così veniva scolpito e coniato.

La cerimonia è stata, soprattutto agli occhi del popolo il trionfo dell’antico simbolo celebrato con l’onore delle armi dalle due rappresentanze militari in situazione di parità.

EL GIORNO DE LA MEMORIA … PAR RICORDAR NE LA MANIERA GIUSTA, NA POESIA SCRITA COL CORE.

di Ester Sardoz Barlessi

GENTE ISTRIANA

Mi go i oci velai

e un gropo dentro

ogni volta che penso

a la mia gente

de sempre sparpaiada per el mondo

per un giogo del destin,

la mia gente inocente,images

col cuor de fioi, Continua a leggere

RAGUSA, VENEZIANA A GIORNI ALTERNI… IL SUO BEL PALAZZO DEI RETTORI.

Millo Bozzolan

521298_3985086956258_100190055_nIl bel palazzo dei Rettori a Ragusa, in stile veneziano. Venezia se fu vista come antagonista per molta parte della vita della Repubblica ragusea, fu imitata però in molte cose, oltre all’architettura; ad esempio anche nelle forme di governo. Ragusa fu veneta per brevi periodi, alternativamente i suoi governatori venivano richiesti a Venezia, quando le lotte intestine impedivano l’autogoverno, e poi cacciati.

LE SPADE SCHIAVONE CUSTODITE CON AMORE FILIALE A PERASTO

542529_383712251674779_1380548215_nNel museo di Perasto sono custodite le spade della “marinarezza”, una milizia locale ancora esistente, che forniva i dodici gonfalonieri della bandiera da guerra della Marina da guerra serenissima. Non pensate a un compito facile; in caso di assalto  al vascello, i gonfalonieri difendevano fino all’ultimo uomo il vessillo marciano. E così avvenne anche a Lepanto, in cui otti di loro, su un totale di dodici, morirono per difendere quello che è il drappo che ancor oggi, rappresenta i Veneti.  Veneto allora come oggi, non è solo un discorso etnico, ma un discorso di appartenenza, sopra ogni cosa, a certi valori. L’amica Teresa Davanzo, in visita alla cittadina, che ne fece un piccolo reportage.

Aggiungo una cosa: a Perasto affermano che le spade schiavone, in uso agli Oltremarini, e distribuite dalla Repubblica di San Marco, erano di fabbricazione locale. In realtà erano fabbricate nel bellunese, in migliaia di esemplari. Quarantamila pezzi ne furono spediti, in vari lotti, al Regno di Scozia, nel XVII secolo. E’ comunque probabile che a Belluno avessero riprodotto una spada in uso nei Balcani.

Ma diamo la parola a Teresa:

la schiavona da me usata nelel sfilate storiche era del maestro spadaio Del Tin, replica perfetta

la schiavona da me usata nelel sfilate storiche era del maestro spadaio Del Tin, replica perfetta

la Schiavona, emozionante poter toccare le spade appartenute a uomini tanto fedeli e valorosi .
La Schiavona era una spada d’epoca rinascimentale, sviluppata dagli schiavoni (slavonici), anche noti come oltremarini, dalmati, cimeriotti e montenegrini, gli slavi che vivevano lungo le coste dalmatiche controllate dalla Serenissima Repubblica di Venezia. Sarebbe stata sviluppata dagli schiavoni a partire da un’arma del tipo spadona in uso presso i Serbi prima dell’invasione turca. Questa spadona serba dalla quale la schiavona sarebbe discesa aveva lama larga con doppio filo (93.2 cm×3.4 cm×0.45 cm x 1.1 kg stando ad alcuni reperti archeologici), scanalata.