Il monastero dei Ss. Ilario e Benedetto, il primo Pantheon dei Dogi

1880, la riscoperta del complesso di sant’Ilario a Fusina

 

Nel IX secolo l’isola veneziana di San Servolo non garantiva più le condizioni minime di vivibilità e così i monaci Benedettini che vi risiedevano furono trasferiti, per volontà del Doge Agnello Partecipazio, sulla terraferma lungo la laguna dove un tempo sorgeva l’antico villaggio romano.
Agnello, il decimo Doge, fu sepolto nella Chiesa di S. Benedetto, vicino al complesso di Sant’Ilario, che lui stesso aveva fatto costruire come Cappella Ducale. La Chiesa di S. Benedetto diventò il primo pantheon della Repubblica perché vi trovarono sepoltura cinque dogi, molti Procuratori di San Marco e altri illustri membri del patriziato veneziano. Il doge è celebrato nel Pantheon Veneto con un busto dello scultore Pietro Lorandini conservato a Palazzo Ducale. Agnello volle fortemente quel monastero come centro i sbocco commerciale e anche presidio militare, assieme ad altri sulla Laguna.

il monastero in una antica mappa, vicino ad un “castrum” una torre difensiva

Con l’atto di donazione firmato da Carlo Magno nell’819, i monaci ricevettero l’uso perpetuo della Cappella Ducale di S. Ilario e i diritti su un gran numero di terreni esenti dalle “gabelle”. Nell’829 il Doge Giustiniano stese il suo testamento, nel quale dichiarò la volontà di lasciare i marmi e le pietre provenienti da Equilio per la costruzione del nuovo monastero e di ben 15 masserie. Da quel momento il nuovo monastero sarà intitolato ai Ss. Ilario e Benedetto. Gli abati acquistarono subito forza e potere lungo il territorio lagunare, al punto di essere considerati dei “principi feudali”. In breve tempo il monastero divenne il fulcro della vita sociale ed economica, favorendo lo scalo merci lungo i canali navigabili e agevolando le comunicazioni via terra. Ad accrescere ulteriormente il potere furono anche i lasciti di alcune famiglie nobili di cui i monaci benedettini beneficiarono. La scelta del ducato di trasferire il monastero sulla terraferma si rivelò strategica per consolidare il controllo politico ed economico.
Tuttavia, la vita del monastero fu sempre condizionata da quella del dogado, e per questo travagliata a causa delle lotte di potere fra le città di Venezia, Padova e Treviso. Inoltre le invasioni dei popoli barbarici lasciarono scie di distruzione anche lungo la laguna: in più di un’occasione il monastero fu preso d’assalto, distrutto e riedificato.
Anche le trasformazioni ambientali non favorirono la vita dei monaci; determinanti furono i tagli del fiume Brenta, effettuati in primo luogo dai padovani alla ricerca di una via navigabile che permettesse loro di arrivare in laguna, evitando di passare sui territori veneziani e pagare i dazi. Quando nel XIII secolo i padovani rafforzarono il loro controllo sui territori del ducato veneziano, i monaci, che in un primo momento accettarono la loro protezione, scelsero di lasciare definitivamente la terraferma, troppo paludosa e inospitale, per trasferirsi nella nuova sede di San Gregorio a Venezia.

Tommaso Temanza documentò per primo, nella sua Dissertazione sopra l’antichissimo territorio di Sant’Ilario, i ritrovamenti di Dogaletto riguardanti la zona vicino alla quale sorgeva il monastero. Dal sito emersero per lo più elementi di epoca romana: frammenti di mosaico, laterizi e ceramiche.

 

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