LODOVICO MANIN, l’ultimo Doge, la sofferenza quotidiana per la Patria perduta.

Una risposta

  1. Marco D'Aviano ha detto:

    Pagine dolorosissime, ma piene di significato, per chi sa intenderle. L’atteggiamento del Patriziato di Venezia, dopo lo sfacelo del 12 maggio 1797, fu di costernato rammarico e grande amarezza, espressi per lo più in un cupo silenzio. Tuttavia, in testa il Doge N.H. Lodovigo Manin, tutti loro vissero questi tragici avvenimenti come una sciagura alla quale era impossibile far fronte con efficacia. L’ex Doge ha ragione a dire che nessun calcolo o interesse motivò l’incapacità di mobilitare e gestire una vera difesa militare all’orda napoleonica. Di oltre 1.200 nobiluominim solo 10 traditori, cioè lo 0.8% del Patriziato maschile adulto, accettò di entrare nella Municipalità provisoria. C’è chi sostiene che la nobiltà di origine lombarda avesse voluto svendere all’invasore francese la Patria, in cambio della conservazione dei loro possedimenti. Ma che sciocchezza è questa! E’ vero l’esatto contrario – perdendo la Patria, i Veneti Patrizi perdettero tutto, nè mai emerse che qualcuno avesse barattato alcunchè. In pochi decenni le casate nobileri veneziane si estinsero quasi tutte, erano vissuti per 14 secoli in funzione dello Stato e con esso morivano. I traditori vi furono, certo, ma erano pochissimi. La verità è che quella classe dirigente non capiva davvero il nemico che aveva di fronte. I Veneziani non capivano le trame massoniche, non capivano la Rivoluzine Francese, consideravano l’Illuminismo [lo chiamavano ‘le nuove idee di Francia’] una follia distruttiva, che non avrebbe mai consentito di formare Stati e Governi stabili. E su questo, dopo due secoli, dobbiamo pure dare loro ragione. Davvero incredibile l’atteggiamento [se non eroico, davvero forte e motivato] del N.H. Lodovigo Manin dopo il 1797, quando dice di preferire prendersi le parolacce del popolo veneto che lui ha sempre amato, piuttosto che avvicinarsi ai luoghi del potere… una lezione per noi Veneti di oggi, ormai assuefatti alla mentalità del servitore, sempre pronti al rancore contro chi è venuto prima di noi. Invece, per noi questa è una lezione importante, che ci sprona a combattere e a mostrarci degni di chi ci ha preceduti, soprattutto mettendo riparo con la nostra azione costruttiva [e non con ciarle e lagne] ai colpi del destino subiti quella volta.

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