IL NETTARE DI-VINO CARO AI VENETI (antichi e di oggi!) –

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320478_4627753622523_1005159327_nNon poteva mancare in territorio veneto, anche in epoca antica, la bevanda ancor oggi più apprezzata: il vino. Alcuni autori hanno avanzato l’idea che proprio il vino, detto in lingua greca ènos, abbia dato il nome alla popolazione veneta (come sappiamo, i Veneti erano chiamati, in greco, Enetoi o Hènetoi).
Alcuni tra i vini prodotti nella regione veneta divennero famosi presso i Romani e ricercati per il loro sapore. Tra i vini più apprezzati vi era, ad esempio, quello chiamato «acinaticum», un vino denso, liquoroso, simile forse al nostro «vin santo». Nella zona di Fregona, presso Vittorio Veneto, si produce ancor oggi un vino simile, detto appunto «torchiato di Fregona».
Sempre in zone montane venete veniva lavorato il vino «retico»: lo preferiva e desiderava trovarlo sulla propria tavola la consorte dell’imperatore Augusto.Una testimonianza dell’abbondanza di produzione dei vini in terra veneta ci è stata lasciata dallo storico greco Strabone (Geografia, Libro II). Egli riferisce come i Veneti avessero l’abitudine di intonacare le loro botti con la pece, per cui il vino veniva ad assumere un sapore asprigno. Ci dice poi che la quantità di vino era così abbondante che si rendeva necessario usare delle botti tanto grandi da sembrare delle case (Filiasi, I, Pag. 169). E’ interessante notare che, fino a non molti anni fa, nei paesi lungo le grave deI Piave ancora era diffusa l’usanza di conservare il vino raboso non nelle cantine, ma in botti, robuste e molto alte, tenute all’aperto.
Nelle immagini che adornano situle, anfore ed altri oggetti sono molto frequenti scene che mostrano quanto volentieri e con quanta abbondanza« il vino venisse consumato e come esso venisse offerto, assieme al dono di cibi, all’ospite. Cibi e vino venivano poi offerti alle divinità nelle sacre cerimonie.
Questo valore sacro attribuito al cibo è proprio di tutte le religioni; basta pensare alla consumazione rituale delle carni degli animali sacrificati agli dei presso le popolazioni più primitive o all’offerta del pane e del vino nei riti cristiani. È, a questo proposito, eloquente ed interessante l’immagine della dea Reizia, e che è tratta da una placca bronzea, ornamento di un cinturone, ora conservato presso il Museo Nazionale Atestino.
La scena ha tutta la tranquilla dolcezza di un episodio familiare ed intimo. La dea compie l’atto di accoglienza identico a quello tradizionale nelle case venete:
all’ospite si offrono appunto cibo e vino. Il cibo è offerto su di un piatto o piccolo vassoio provvisto di manici; il vino, contenuto in una grande anfora, andrà versato nelle coppe poggiate su un tavolinetto ad altezza adatta. L’anima del defunto è rappresentata distesa sul «triclinio», il divano usato per la consumazione dei pasti (si pranzava distesi, così come era in uso presso molti antichi popoli). In alto splende il disco solare, a completare la sacralità della scena, esemplare per semplicità ed efficacia della raffigurazione.(Impressionante la somiglianza tra la forma del corno dogale e il cappello del veneto ospite ndr.)

Abbiamo già citato lo scrittore latino Plinio; è lui che ci lascia testimonianza. di un tipo di cibo consumato da genti venete, e precisamente nella zona di Verona, e che non siamo in condizione di sapere che cosa fosse in realtà; era chiamato il «tubero lanato» (Filiasi, I, pag. 240), una pianta a noi sconosciuta (forse il tartufo?).
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