LA STOLA D’ORO PER IL’EROE DI SAN MARCO FLANGINI

Lodovico Flangini, col nome scalpellato, ancora ignoto ai Feltrini

 

Abbiamo detto che il Cavalierato di San Marco fu l’unica onorificenza concessa per atti di eroismo o per meriti comunque speciali, ai Veneti. Ma per i Nobili il Cavalierato aveva una forma particolare. Pochissimi, solo 20, furono riconosciuti degni, e tra questi Lodovico Flangini che, appena preso il comando della sua squadra navale, fu colpito dal nemico. Era agli ordini del grande Andrea Pisani.
Il mio cruccio grande è che le loro statue, uniche nella terraferma veneta, ospitate nel loggiato dei Rettori a Feltre, malgrado la mia segnalazione, siano rimaste senza una targa identitaria, dopo i vandalismo dei francesi. Nessuno mi ha voluto dar retta, malgrado le prove evidenti portate: due stampe d’epoca che li ritraggono, in un libro del Molmenti, che parla della flotta veneta.

Gualtiero Scapini Flangini ha scritto:

Dal mio libro “FLANGINI”: Flangini voleva rimanere sul ponte di comando per dare ordini fino al suo ultimo respiro, ma la sua mortale ferita frenò l’offensiva e si lasciò alla flotta ottomana il tempo di rifugiarsi nel porto di Stalimene. L’ammiraglio morente formò una linea di battaglia ma gli ottomani si ritirarono. Poi Lodovico Flangini, ormai morente, ordinò che lo portassero in coperta, a poppa della sua nave, e lì, incitando i suoi a continuare a combattere: “ Vardè, San Marco ne aiuta!”, come Epaminonda, spirò. Per la sua morte eroica suo fratello Costantino, per decisione del Senato Veneto, ricevette l’ambita Stola d’oro dell’Ordine di San Marco e fu ordinato Cavaliere di San Marco. L’Ordine della Stola d’Oro di San Marco fu creato per distinguere i patrizi da tutti gli altri cavalieri decorati con l’Ordine di San Marco.

La Stola d’oro consisteva in una fascia in broccato d’oro a fiori, passante dalla spalla destra sul fianco a sinistra. Era completata da una medaglia, come una spilla da infilare sull’abito. Il Senato Veneto la utilizzava per distinguere i suoi membri degni di portarla per meriti militari. Il numero dei personaggi premiati fu approssimativamente di 20 e la decorazione era ereditaria e poteva essere concessa anche ai discendenti fino a ché la Serenissima Repubblica non ne revocasse l’uso.

Flangini e Pisani due grandi Eroi veneti “innominati”

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I CAVALIERI DI SAN MARCO, QUELLI VERI.

Croce di cavaliere di San Marco concessa al capitano Giovanni Bronza di Perasto (1730), esposta alla Mostra sui tesori del Montenegro.

 

I CAVALIERI DI SAN MARCO. le origini dell’antica onorificenza militare. l’unica rilasciata dalla nostra Repubblica, assai avara nella concessione di onori, dato che quando un personaggio anche eminente moriva in difesa dello stato l’idea era che “el gaveva fato el dover suo”. Trascrivo qui quanto ha riportato Dan Morel in una sua ricerca unendolo a quanto ho invece trovato personalmente:

“Si dispensino ancora quelle grazie, e beneficio del soldo, agli individui e famiglie del popolo; alle persone di estrazione più civile si promettano in premio cariche, privilegi, titoli d’onor. Si istituisca qualche ordine di cavalleria, si prometta reggimenti e altri avanzamenti onorevoli” così il Magistrato alla Milizia, conforme ai decreti del Senato del 1539 e del 1595 premiava gli atti al valor militare.

Per quanto si sia cercato negli archivi non vi è traccia della data di nascita dell’onorificenza, che pare antica. Vi è tuttavia un documento della concessione di tale onore. Una descrizione dei documenti tratti dal Museo Correr, in uno dei quali riguardanti la relazione di un combattimento, si legge quanto segue:

Il 17 Aprile il capitano Marco Jvanovich con la sua tartana Santissimo Crocefisso e Madonna del Rosario, navigava verso il Regno di Morea. Giunto nelle acque di Patrasso si imbatté in un legno barbaresco che, avendo invano inseguito i due grosso battelli, coperti di bandiera veneta dirigeva a vele spiegate la prora verso la sua tartana. Tenta l’Jvanovich di proseguire celermente la rotta, ma visto inutile ogni sforzo contro la velocità della nave nemica, s’apparecchiava coraggiosamente all’assalto ed innalza l’insegna gloriosa di San Marco, mentre per il legno avversario veniva issata la bandiera di Tripoli.

La disparità delle forze apparve subito evidente.

La nave tripolitana molto più grande avea un equipaggiamento di 200 marinai e 16 cannoni. Che doveva fare il Capitano veneto con i suoi 19 uomini e con solo 8 pezzi di artiglieria? Lo scontro tuttavia era inevitabile e l’Jvanovich risoluto a morire piuttosto che cadere preda nemica, si disponeva a far pagar cara la corsaro la audace impresa.

Un colpo di cannone a salve, quasi gli intima la resa ed egli risponde con una nutrita scarica di artiglieria che fa impegnare vivace e accanita la pugna. Si combatte per ore ed ore continuamente, la tartana veneta respinge per tre volte l’assalto nemico, finché calata la notte, il corsaro, danneggiato nell’equipaggio e nella nave, abbandona l’impresa.

Nella chiesa dei Ss. Giorgio e Trifone degli Schiavoni, a Venezia, esiste un quadro rappresentante l’azione navale che valse a Marco Jvanovich il Cavalierato di San Marco, nel centro al basso del quadro, vi è un medaglione con il ritratto dell’Jvanovich stesso, che con la mano mostra sollevandola, la croce di Cavaliere che gli pende dal lato del petto. E’ quello nella foto sopra.

Al Civico Museo Correr di Venezia si trovano due Croci di “Cavaliere di San Marco” e una collana d’oro con medaglia pure della Repubblica veneta.

Ad una di esse è inoltre unita la relativa fettuccia di sostegno di stoffa, mentre l’altra ha pezzi di catenella veneziana “Manin” riunita all’ estremità da fermagli lavorati a fregi.

Il Serenissimo Doge Alvise Mocenigo conferì nel 1769 il titolo equestre in perpetuo ai Canonici della Cattedrale di Treviso del quale ancor oggi si fregiano.

fonte: www.cavalieridisanmarco.it/storia

 All’inizio furono solo di due forge, d’oro e d’argento, ed erano da considerarsi come “pubblico e onorifico contrassegno per le azioni di segnalato valore”. La decorazione poteva esser concessa esclusivamente ai “Bassi uffiziali e soldati” in conformità ai decreti del Senato “li premi in denaro dovranno essere riservati par gente misera e bisognosa”. All’assegnatario comportava un soprassoldo annuo pari a un mese di paga, se medaglia d’oro e mezza mesata, se medaglia d’argento. Il conferimento della decorazione doveva avvenire con una cerimonia pubblica ed alla presenza dei reparti in armi..

DI COSA FU TESTIMONE LA BASILICA DI S. MARCO. STRAORDINARI EVENTI.

Antonella Todesco

Avvenimenti di straordinaria importanza furono celebrati nella Basilica di San Marco nei lunghi secoli della sua storia.
Nel 959 un sinodo ivi radunatosi proibí il commercio degli schiavi.
Il 24 luglio del 1177, davanti al portale maggiore si riconciliarono, con la mediazione del Doge Ziani, Papa Alessandro III e Federico Barbarossa.
Dal pulpito di San Marco fu bandita nel 1201 la IV crociata; il Doge Enrico Dandolo e i legati francesi, dopo la Messa, sguainarono le spade al cospetto del popolo e sul Vangelo giurarono di condurre la crociata in Oriente.
Sulle sacre spoglie dell’ Evangelista fu giurata la pace con gli Scaligeri nel 1339.
Accanto alla storia fiorisce anche la leggenda.
Quattro colonne di serpentino poste nell’ atrio proverrebbero dal tempio di Salomone.
Dalla lastra marmorea che copre l altare del battistero Gesú avrebbe predicato a Tiro e a Sidone. Nella stessa cappella, a sinistra dell’ altare, due lapidi avrebbero fatto parte della prigione in cui fu giustiziato il Battista.
Quattro colonne del coro trarrebbero origine dal pretorio di Pilato.
Un pezzo di legno della croce, alcune gocce del sangue di Cristo, uno dei chiodi del Crocifisso, un frammento della colonna della flagellazione, una spina della sacra corona, un ampolla col sangue di Gesú fanno della Basilica il reliquiario dei sacri cimeli della Passione.
Si annoverano poi molte altre reliquie tra cui il braccio di San Pantaleone, la gamba di San Giorgio e una parte del cranio di San Giovanni Battista.

BARTOLOMEO D’ALVIANO E IL PRIMO REGOLAMENTO DEL FANTE

Propongo un breve estratto del regolamento che per primo, tra i comandanti supremi dell’armata veneta, il grande Bartolomeo d’Alviano impose per cercare di frenare la pittoresca e mercenaria armata dell’epoca. Rende bene l’idea di quanto fosse difficile “il mestiere delle armi” con una truppa così poco affidabile. Ed anche per questo motivo, il grande andrea Gritti, volle regolamentare le “cerne” o cernide, considerate moralmente più affidabili (specie dopo la guerra di Cambrai) dell’esercito professionale. Una strada seguita fino ad oggi, dalla vicina Svizzera.

Il primo regolamento aveva più che altro il valore di un codice d’onore:

<< In primis jurino i capi di esser fideli alla illustrissima signoria, et de non mancare maxime a l’honere e debito suo (l’impegno preso con l’arruolamento) in alcuna fatione..

di non tenire in le compagnie sue alcun baratiero, mariuolo, rufiano scandaloso et che venda carte et dadi …

..jurino de far star in ordine de arme e vestimenta li compgni soi et de exercitarli de continuo  aportar e a manezar la lanza, aa camminar (marciare) e a faril manipolo.

non abandonar mai la bandiera: evitar li scandali e risse…

a colui che metterà mano a l’arme, ragione o torto, sarà tagliata la mano destra, e chi ferirà saràappiccato per la gola…

de non tegnir puttane né girare fora dele compagnie…né derobar gli amici ..né di brusare o altramente far dano ne li alozamenti>>

Vista la “ciurma” che si imbarcava, per tutti gli eserciti dell’epoca, i problemi più grossi erano le diserzioni, specie quando si profilava un impegno militare.

Bartolomeo d’Alviano, detto anche “Liviano” (Todi probabilmente, 1455[1] – Ghedi, 7 ottobre 1515), diede anche  lo stimolo alla ricostruzione delle mura di Padova  e porta Pontecorvo ha anche il suo nome: porta Liviana.

IL DOGE CHE MANDO’ UN MANICHINO AL SUO “FUNERAL”

Gabriel Bella i funerali del Doge

ANTONELLA TODESCO ci parla dell’uso negli ultimi secoli della storia millenaria della Repubblica di Venezia, di sostituire la salma del “Doze” con un suo manichino. Ci fu un precedente che poi diventò regola anche per i Dogi successivi. Se pensiamo poi che il tempo dedicato  alle  cerimonie funebri si allungò sempre più, con rischio di putrefazione della augusta salma, qualche cosa era necessario fare, anche per il decoro delle istituzioni.  

Secondo il cronista Agostini, fino a Francesco Foscari il cadavere del Doge era tenuto insepolto il tempo strettamente necessario per potergli fare il funerale. Quello del Foscari però, sarebbe stato il primo a rimanere esposto per due giorni nella Sala del Piovego.
La morte del Doge veniva annunciata dal suono a doppio, per nove volte, dalle campane di San Marco, seguite poi da quelle delle altre chiese di Venezia. Il Doge, appena morto, veniva imbalsamato e vestito col manto d oro, il corno ducale in testa, gli sproni d oro calzati a rovescio ai piedi e lo stocco a lato con l impugnatura verso i piedi. Veniva poi portato nella sala del suo appartamento ed esposto sopra una tavola coperta di tappeti in mezzo a due candelieri accesi. Passati tre giorni dalla morte avevano luogo i funerali sul far della sera.
Il primo Doge che non accettò di farsi imbalsamare pare sia stato Leonardo Donà il quale volle farsi seppellire privatamente. In questa occasione venne creata una figura di stucco per sostituire il cadavere durante il funerale solenne. Non si sa esattamente quando l uso del simulacro divenne definitivo, certo dovette avvenire nel corso del XVII secolo.
Vi erano speciali artefici che si dedicavano alla sua costruzione e nella seconda metà del XVIII divenne particolarmente noto il mascheraio Antonio Luciani
Ecco alcuni versi tratti da una poesia sui funerali di Giovanni Corner II.

Saco de pagia e mascara de cera
El cadavere del Serenissimo
Che avessi zurà certo e certissimo
Ch el fusse là in tel aria e in te la siera

Di Antonella Todesco

NERIO DE CARLO E LA MEDIOCRE VENEZIA

 

UN CERTO professor Nerio De Carlo, che per motivi a me ignoti, continua a collezionare contatti tra gli autonomisti-indipendentisti veneti, prosegue nello sparar cazzate sul lascito culturale veneziano, e credo non esiterebbe tanto a buttare nell’immondizia il nostro gonfalone e tutta la  storia millenaria che porta con sé.

Oggi ha riportato un giudizio “tranchant” del povero Prezzolini (Perugia, 27 gennaio 1882 – Lugano, 14 luglio 1982)  Nato “per caso” (come amava dire) a Perugia da genitori senesi, ma assolutamente toscano nei pregi e .. nei difetti. Ecco cosa scrisse nel 1915 (la data dice molto, secondo me, siamo in piena retorica nazionalistica).

Nerio de Carlo
5 h ·
Venezia occupò le città croate della costa e le isole per favorire i propri traffici e per contrastare la concorrenza. Quando fu necessario ripopolare quei luoghi dopo le pestilenze “vi trasportò popolazioni croate, albanesi, montenegrine. Quando fu costretta a ritirarsi nel 1796, “non formavano tutti insieme 25.000 anime, circondate da un paese povero, malarico, barbaro, senza strade, senza scuole, senza giustizia”.- La missione italiana di Venezia nell’Adriatico è soltanto un artificio retorico, creato dagli intellettuali del Risorgimento per meglio giustificare le rivendicazioni dello Stato unitario (Giuseppe Prezzolini, La Voce, Firenze 1915, Edizioni Biblion 2010).

Cari Prezzolini e De Carlo, Venezia non “occupò” proprio nulla, anzi, mi risulta che una città della costa dalmata, non fu accettata nello stato confederato veneto, malgrado le sua insistenze, perché base dei famosi “pirati narentani” e quando il barone Rukovina, plenipotenziario austriaco, si trovò a prender possesso delle città della costa dalmatina nell’agosto 1797, fu costretto, a furor di popolo (di etnia veneta ma anche serba o albanese) a presentare gli onori militari alla bandiera marciana che veniva ammainata tra lacrime e pianti universali. “Universal, amarissimo pianto”, scrisse un serbo di Perasto, il Conte Viscovich.

Esistono le cronache dell’epoca, a Zara, in altre località, fino all’addio celebre di Perasto ove fu pronunziata la frase “Ti con nu nu co ti”. Rukovina trovava queste cerimonie “lugubri” m vi si assoggettò per ingrazìarsi le popolazioni fedelissime a San Marco.

Prezzolini aveva così in odio l’italietta mediocrissima nata dal risorgimento massonico, che se la prese persino con l’enorme lascito di civiltà di Venezia (che aspettarsi, del resto, da un certo tipo di toscano? solo invidia 🙂 ) credo per il fatto che l’Italia (unita controvoglia) cercava di impadronirsi del suo retaggio (vedi D’Annunzio, con i suoi aeroplanini e il “Ti con nu nu con ti” preso come motto) spacciandola per civiltà italiana tout court, per aver la scusa di espandersi territorialmente tra gente che molto spesso la detestava.

Per fortuna, Macchiavelli, altro toscano contemporaneo all’epoca d’oro della nostra capitale, era di tutt’altro avviso: si stupì nel vedere (da osservatore inviato dai fiorentini),  un contadino veronese rivoltoso gridare all’imperatore Massimiliano della Lega di Cambrai, ” mi son marchesco e marchesco voj morir!” preferendo farsi impiccare pur di non abiurare la sua Patria veneta e veneziana…  e Montanelli, per continuare la serie dei toscani “giusti” disse che la civiltà veneta non si poteva definire italiana.

Povero prezzolini (minus..): l’italietta unita solo nelle sue mediocrità, come scrisse Dostoewskji, aveva rinunciato per sempre al carattere universale della sua civiltà, che specie con Venezia, aveva formato più l’Europa che la penisola, dove siamo stati sempre specie aliena.. e non amata.

E oggi mi pare che continui ad esser così. Lei è un perfetto esempio di quanto le siamo alieni, con la nostra storia, che confonde con quella genericamente italiota.

Mi stia bene, resti in Germania (dove mi dicono si trovi ora), veda di NON trasferirsi in Veneto.

Il monastero dei Ss. Ilario e Benedetto, il primo Pantheon dei Dogi

1880, la riscoperta del complesso di sant’Ilario a Fusina

 

Nel IX secolo l’isola veneziana di San Servolo non garantiva più le condizioni minime di vivibilità e così i monaci Benedettini che vi risiedevano furono trasferiti, per volontà del Doge Agnello Partecipazio, sulla terraferma lungo la laguna dove un tempo sorgeva l’antico villaggio romano.
Agnello, il decimo Doge, fu sepolto nella Chiesa di S. Benedetto, vicino al complesso di Sant’Ilario, che lui stesso aveva fatto costruire come Cappella Ducale. La Chiesa di S. Benedetto diventò il primo pantheon della Repubblica perché vi trovarono sepoltura cinque dogi, molti Procuratori di San Marco e altri illustri membri del patriziato veneziano. Il doge è celebrato nel Pantheon Veneto con un busto dello scultore Pietro Lorandini conservato a Palazzo Ducale. Agnello volle fortemente quel monastero come centro i sbocco commerciale e anche presidio militare, assieme ad altri sulla Laguna.

il monastero in una antica mappa, vicino ad un “castrum” una torre difensiva

Con l’atto di donazione firmato da Carlo Magno nell’819, i monaci ricevettero l’uso perpetuo della Cappella Ducale di S. Ilario e i diritti su un gran numero di terreni esenti dalle “gabelle”. Nell’829 il Doge Giustiniano stese il suo testamento, nel quale dichiarò la volontà di lasciare i marmi e le pietre provenienti da Equilio per la costruzione del nuovo monastero e di ben 15 masserie. Da quel momento il nuovo monastero sarà intitolato ai Ss. Ilario e Benedetto. Gli abati acquistarono subito forza e potere lungo il territorio lagunare, al punto di essere considerati dei “principi feudali”. In breve tempo il monastero divenne il fulcro della vita sociale ed economica, favorendo lo scalo merci lungo i canali navigabili e agevolando le comunicazioni via terra. Ad accrescere ulteriormente il potere furono anche i lasciti di alcune famiglie nobili di cui i monaci benedettini beneficiarono. La scelta del ducato di trasferire il monastero sulla terraferma si rivelò strategica per consolidare il controllo politico ed economico.
Tuttavia, la vita del monastero fu sempre condizionata da quella del dogado, e per questo travagliata a causa delle lotte di potere fra le città di Venezia, Padova e Treviso. Inoltre le invasioni dei popoli barbarici lasciarono scie di distruzione anche lungo la laguna: in più di un’occasione il monastero fu preso d’assalto, distrutto e riedificato.
Anche le trasformazioni ambientali non favorirono la vita dei monaci; determinanti furono i tagli del fiume Brenta, effettuati in primo luogo dai padovani alla ricerca di una via navigabile che permettesse loro di arrivare in laguna, evitando di passare sui territori veneziani e pagare i dazi. Quando nel XIII secolo i padovani rafforzarono il loro controllo sui territori del ducato veneziano, i monaci, che in un primo momento accettarono la loro protezione, scelsero di lasciare definitivamente la terraferma, troppo paludosa e inospitale, per trasferirsi nella nuova sede di San Gregorio a Venezia.

Tommaso Temanza documentò per primo, nella sua Dissertazione sopra l’antichissimo territorio di Sant’Ilario, i ritrovamenti di Dogaletto riguardanti la zona vicino alla quale sorgeva il monastero. Dal sito emersero per lo più elementi di epoca romana: frammenti di mosaico, laterizi e ceramiche.

 

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SAN MARCO PORTA IN CIELO ALESSANDRO MAGNO ?

Furatola Chicco

Sopra. il bassorilievo sulla facciata nord che raffigura Alessandro Magno trainato verso il cielo da due animali mitologici, con testa d’aquila, ali e corpo di Leone.

L’amico Furatola Chicco dà una lettura molto interessante del bassorilievo.

Sono convinto che Chugg (uno studioso che afferma esser due i resti dei corpi inumati ndr)  abbia ragione. I corpi sono due ( San Marco e i resti di Alessandro Magno).
Quanto presente nella Basilica di San Marco sul lato esterno nord è un indizio che i resti in realtà sono due. Venezia ovviamente , nel caso ne fosse stata all’epoca al corrente, tenne tutto nascosto perché il mito di San Marco , diciamo, era in “ costruzione” e la sola presenza di altri resti al di là che fossero o meno del Macedone dava chiaramente fastidio.
E allora, come ho più volte scritto, da dove si potrebbe ricavare il messaggio che questo bassorilievo trasmette , su quali presupposti?
Ho una mia personale interpretazione, questa:
Premesso che l’intenzione è quella di dimostrare una contiguità, una correlazione , tra San Marco e Alessandro Magno( nel senso che ambedue occupano, tutt’ora, il sarcofago ove riposa San Marco) vale dire una prova credo che potrebbe essere questa:
Non tutti sanno che a San Marco sino al 300 circa d.c. Non era attribuita la figura del Leone alato ma bensì quella dell’Aquila. Così all’epoca vollero il Vescovo di Lione Sant’Ireneo e il nostro Sant’Ambrogio.( Alberto Rizzi , “ il Leone di San Marco”primo volume dei tre scritti . Una vera e propria Bibbia in materia). Poi attorno alla metà del 300 San Gregorio “ rimescolo’” il tutto assegnando a San Marco la figura del Leone alato e a San Giovanni, altro evangelista, quella dell’Aquila.
Bene, tornando al bassorilievo in Basilica che indica Alessandro Magno portato in cielo da due Grifi( bestie mitologiche con la testa d’Aquila e il corpo di Leone alato ) appare la connessione tra le due figure( San Marco ed Alessandro) nel senso che i due Grifi non sono altro che San Marco nelle sue due versioni ( prima Aquila e poi Leone alato) che “ accompagna” il condottiero Macedone non in cielo ma nello stesso e comune luogo di sepoltura, la Basilica di San Marco.

 

Eccovi il link del primo articolo sull’argomento chi è sepolto assieme a san Marco? clicca sopra per leggere.

 

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tutto sulla Candelora, che non era una Santa

La parola Candelora deriva dal latino festum candelarum e va messa in relazione con l’usanza di benedire le candele, prima di accenderle e portarle nella processione.
I ceri vengono conservati nelle abitazioni dei fedeli per essere riutilizzati, come accadeva in passato, per ingraziarsi le divinità pagane, durante calamità meteorologiche, oppure nell’assistenza di una persona gravemente malata, o nel caso di epidemie, o nell’attesa del ritorno di qualcuno momentaneamente assente, o infine, come accade attualmente, in segno di devozione cristiana.[1]

Anticamente, i seguaci dei riti magici, nel giorno della Candelora verificavano se una persona era colpita da malocchio seguendo queste modalità: immergevano tre capelli dell’interessato in una bacinella d’acqua seguiti da tre gocce di olio, precedentemente messo a contatto col dito dell’individuo. A questo punto, secondo i seguaci della magia, se le gocce restavano intere e collocate nel centro della bacinella, il soggetto non era stato affetto da malocchio, in tutti gli altri casi invece sì.

 

Il 2 febbraio la Chiesa cattolica celebra la festa della “Presentazione al Tempio di Gesù”,  che viene raccontata nel Vangelo di Luca. La festa ha il nome popolare di “Candelora” a causa dell’antica usanza di far benedire delle candele, simbolo della luce e quindi di Gesù Cristo, il Figlio di Dio che è venuto al mondo per illuminare tutte le genti.

La festa, presente in tutte le nazioni di tradizione cristiana, assume nomi diversi a seconda dei Paesi. Negli Stati Uniti, ad esempio, è famosa come “Groundhog Day”, cioè il “Giorno della marmotta”, divenuto famoso in tutto il mondo grazie al celeberrimo film con Bill Murray “Ricomincio da capo”. Il giorno dopo la Candelora, il 3 febbraio si celebra san Biagio e, in passato, si usava benedire la gola delle persone con le candele.

Nel giorno della Candelora un antico uso vuole che i fedeli portino le proprie candele nelle chiese per farsele benedire da un sacerdote nel corso di una celebrazione eucaristica. L’uso di accendere candele per la celebrazione della festa, tuttavia, risale a prima dell’avvento del cristianesimo: gli antichi romani, infatti, lo facevano già in onore di Giunone Februata, moglie di Giove, più o meno nello stesso periodo dell’anno. I cristiani decisero di non cancellare le feste pagane, ma di sostituirle gradualmente con quelle della nuova religione, dando loro nuovi significati: qualcosa di simile fu fatto con la festa del Sole Invitto, trasformata nel Natale.

Fu papa Gelasio I, alla fine del V secolo dopo Cristo ad istituire la festa della Candelora, che, un secolo dopo, fu fissata alla data del 2 febbraio. Fino al 1963 nel giorno della Candelora si celebrava la “purificazione di Maria”, quaranta giorni dopo la nascita di Gesù. Gli ebrei, infatti, vietavano alle donne di partecipare ai rituali religiosi nei quaranta giorni dopo il parto in quanto erano considerate impure. Passato quel periodo, veniva svolta una vera e propria cerimonia di “riammissione” della donna al tempio, in cui veniva anche presentato il neonato ai sacerdoti. Con il Concilio Vaticano II si decise, invece, che la festa avrebbe riguardato in maniera più stretta la figura di Gesù Cristo.

Michele M. Ippolito

continua su: https://www.fanpage.it/oggi-e-la-candelora-storia-e-significato-di-una-festa-poco-conosciuta/
http://www.fanpage.it/

PERCHE’ NON POSSIAMO NON DIRCI VENEZIANI

.. E DOBBIAMO COLLEGARCI ALLA STORIA DELLA CAPITALE DEI VENETI.
Ieri ho letto una grande corbelleria (volevo usare un altro termine ma resto nel soft) da parte di un signore, il quale affermava in maniera decisa che il Doge regnava sul nulla, dato che i veneti (e quindi a maggior ragione, tutto il commonwealth veneto, pardon, veneziano) non avevano alcuna voce in capitolo sul modo di reggere lo stato, essendo diretti come “res nullius”, cose insignificanti, dagli aristocratici della capitale.
Curiosa teoria, che ignora del tutto il sentimento di appartenenza alla Nazione veneta diffuso tra le masse già solo dopo pochi decenni dall’aggregazione, che registrò persino un personaggio del calibro di Macchiavelli, il quale annotò stupito (inviato come osservatore durante la guerra di Cambrai dai fiorentini) le rivolte armate contro le truppe di Massimiliano II e la scena di un rivoltoso impiccato a Verona. Salendo sul patibolo davanti agli alleati dell’imperatore che gli offrivano la vita salva se rinunciava a san Marco, egli rispose: Mi sonti marchesco, marchesco voj morir! (traduco in veronese, spero bene) .. E si fece impiccare.
CON QUESTI SUDDITI, CONCLUSE IL FIORENTINO, VENEZIA NON AVEVA NULLA DA TEMERE DAI SUOI NEMICI. 
Ebbene noi non avemmo un solo Brave Heart, ne avemmo tanti, a migliaia… per tutto il corso della storia che ci legò a Venezia, fino all’ultimo giorno, basta ricordare i “marcolini” che nel 1796 e ’97 sfidando il piombo dell’invasore francese con una Venezia ormai piegata, contrastarono le truppe occupanti.
Ma come mai questo sentimento diffuso di appartenenza? Venezia e il Leone rappresentavano per tutti la libertà di autogoverno locale, la garanzia di una legge uguale per tutti, che castigava nobili e popolani ma più chi governava male o approfittava della propria posizione per i suoi interessi particolari.  E infatti il popolino era il maggior tifoso di certe magistrature severe, quale il temibile Consejo dei X  con i suoi inquisitori.
La buona giustizia era una della carte vincenti, come la libertà delle comunità libere di conservare leggi e tradizioni, ma a Venezia dobbiamo una cosa enorme: aver ridato dignità di Nazione a un popolo che dopo la caduta dell’impero romano rischiava di perdere la propria memoria storica.Infatti, Marin Sanudo, all’inizio della nascita dello stato veneto (non più solo dogado) ci chiamava “lombardi” essendo noi stati governati prima delle signorie locali, dai longobardi.
Ebbene, un secolo dopo, eravamo ridiventati “Veneti” e Venezia occupò la Terraferma solo fino ai confini di quello che era la X regio chiamata appunto Venetia et Histria.  I veneti erano risorti. Tremila anni di storia si eran ricollegati a un popolo.  E si uniformarono, parlo non solo della regione Veneto, ma ben oltre, anche nelle parlate locali, in maniera spontanea, tanto che oggi, grazie all’enorme influsso del veneziano, si può parlare di “lengua veneta” e non solo di dialetti.
Se oggi qualcuno tenta di scrivere delle regole comuni tra le varie parlate, spero voglia tener conto dell’apporto del veneziano. Cito ad esempio il passaggio dal “pavan” del Ruzante, al dolce padovano odierno.
In conclusione, col Leone marciano sulla nostra bandiera, dichiariamo al mondo di esser noi gli eredi dei valori universali di Venezia, che fu un pilastro di tutta l’Europa cristiana.
 
Senza quel Leone, rischiamo di tornare ad  esser veramente il nulla, ma non quello che tu, caro signore “negazionista” , non capendo la Storia, affermi essere stata la Nazione veneta. 
 
W San Marco, per sempre !