LA SAGEZZA DEI NOSTRI NONI, IN POCHE RIGHE IN LENGUA NOSTRANA (SIGNOR Fé CHE NO SIA BECO… ) :D

getmediai siori more da la fame
se i poareti no sua.
it.
i signori muoiono di fame
se i poveretti non sudano.

I omeni ga i ani che i se sente,
le done quei che le mostra.
it.
gli uomini hanno gli anni che si sentono,
le donne quelli che mostrano.

chi massa se tira indrio, finisse col culo in rio.
it. chi troppo si tira indietro, finisce col culo nel canale.

a pagar, fate pregar
por nasser l’acidente
che te paghi co un gnente.

Signore, fé che no sia beco,
se lo son, che no lo sapia…
se ‘l so, fé che no ghe bada…
it.
Signora fate che non sia cornuto, se lo sono fate che non lo sappia, se lo so, fate che non ci badi…

Caval, putana e persegar, trent’ani no i pol durar.
it. cavallo, puttana pesco trent’anni non possono durare.

Meditè, zente.. meditè  se un de questi ze par vu.  😀

PARLAR VENETO. I parla tuti in cicara, adesso ‘sti putei….

hqdefault (1)Da noi, negli anni 60, sotto lo stimolo dei nuovi modelli di vita, della tv, e nel tentativo di emulare le nuove classi alte (ben diverse da quelle di poco tempo prima che usavano benissimo il veneto anche in pubblico oltre che in famiglia) potevano accadere siparietti come questi in una casa qualunque di un popolano qualunque. E noi che dal popolo veniamo, possiamo testimoniare l’uso di un italiano maccheronico da parte dei papà e delle mamme di allora, che diventava a sua volta strumento ghettizzante, anziché divenire strumento di riscatto.  Spero che il nuovo orgoglio del “Parlar veneto” (come titola l’opera di Gianna Marcato da cui ho tratto la poesia) eviti a molta gente che ancora si esprime quasi esclusivamente nella nostra lingua, situazioni come questa.hqdefault (2)

I parla tuti in cicara, adesso ‘sti putei

Ma, spesso, co le mame…i casca nei piatei…

Quando da scola, torna el fioleto beato

La mama là lo apostrofa: – dimmi, cos’hai ciapato? –

–         mama lo sai…dificile…è stato quel problema!…

ho preso pure quatro sul detato e sul tema!…

–         Aseno, cossa serve parlarti l’italiano?

Ti s-gnacco in collejo se non mi passi l’ano!…-

Intanto torna a casa il pare, manovale…

Za da un pesso avventissio ne l’azienda stradale.

In fameja el fa sfojo de tuto el so saere,

perché, là sul laoro, el conosse l’ingegnere.

Sentindo ste notissie el lassa là la çena.

El volea de so fiolo, far un omo de pena…

El pensa “sforsi inutili”. Ghe fa spissa la man…

El sventola sul toso…sberloti in padovan…hqdefault

 

Di L. Oliosi in “la Congrega” dei poeti dialettali padovani.

ESSER SECO INCANDìO, l’origine di un modo di dire veneto. Il misterioso ‘biscoto’ venezian.

12994559_1052090808199116_994237614529641538_n(Marco Boschini, Incisione in rame tratta da “Il regno tutto di Candia delineato” – Venezia,1651. Da: libreriaperini)

dalla pagina “Venezia a tavola” la spiegazion de na maniera de dire de la lengua veneta, partia dala Capital nostra.

Non soltanto ogni ricetta ma anche ogni modo di dire veneziano porta con sé anche un pezzetto di storia. Per esempio, i veneziani sanno che dire a una persona “ti xé seco incandìo!” vuole dire “ti vedo smagrito, un poco patito”. Ma, come mai?
In questo caso dobbiamo fare un salto indietro di oltre 350 anni e immaginarci cosa potesse essere stato l’assedio di Candia (l’attuale Creta) durante la lunga Guerra combattuta tra Venezia e l’Impero Ottomano. Siamo alla metà del ‘600 e Candia era controllata dalla Serenissima, per questo motivo subì un estenuante assedio, forse il più lungo della storia, durato oltre 22 anni, dal 1647 al 1669, ma terminato con la conquista turca. Il 5 settembre 1669, dopo 29.000 caduti tra i difensori e 108.000 tra gli assedianti, il Capitano Generale da Màr Francesco Morosini, comandante delle forze veneziane, firma la resa con l’onore delle armi e la possibilità per tutti i cristiani di lasciare l’isola, ma senza portare nulla con sé.
Così ci racconta quei fatti lo scrittore Alberto Toso Fei, in un’intervista di Veneziani a Tavola di qualche tempo fa…
<< Nel 1669, quando entrarono a Candia, i turchi non vi trovarono i quattromila abitanti superstiti, che approdarono alcune settimane più tardi a Venezia. Dalle condizioni in cui li si vide arrivare presero piede in città i modi di dire “essere in Candia”, cioè “essere agli estremi”, ma anche “esser seco incandìo”, che ancora oggi si usa per indicare una persona particolarmente magra per il fatto che non mangia. Nel 1821 (152 anni dopo l’abbandono dell’isola da parte dei veneziani) furono trovate ancora intatte e sane (anzi, di gradevole sapore!) delle gallette inviate da Venezia per rifocillare le truppe nel corso del lungo assedio. La ricetta del “frisopo” (era questo il nome del particolare pane, noto anche con l’appellativo di biscotto) era segreta, e oggi non se ne trova più traccia. Unico indizio il nome, “bis-cotto” appunto, che lascia intendere come venisse cotto due volte per ridurne al minimo il contenuto d’umidità. Le gallette venivano impastate appena fuori le mura dell’Arsenale, dove ancora oggi c’è Fondamenta dei Forni. >>

Pavano, ossia il dialetto del caos. Tra ’400 e ’600 una galassia culturale unica nel suo genere

Doppi sensi, ambientazioni contadine, immagini surreali: Paccagnella pubblica il vocabolario della lingua di Ruzante.

Cesare vecellio_contadina venetaPare impossibile che generazioni di studiosi continuino a occuparsi assiduamente di autori della nostra letteratura che non pongono alcuna particolare difficoltà di comprensione della lettera del testo (la prima e indispensabile chiave d’accesso a qualsiasi opera letteraria) né alcun particolare sforzo di ricostruzione storica, riducendosi a semplici palestre di elucubrazione per disimpegnati stilisti. Pare impossibile soprattutto pensando che nel bel mezzo della nostra storia culturale vi è almeno un poderoso filone letterario che al vario pregio artistico dei suoi prodotti accompagna una straordinaria sfida linguistica. Parliamo della letteratura pavana: un capitolo a lungo pigramente relegato ai margini, che ha prodotto con Ruzante almeno un colosso della letteratura europea, e con la miriade dei suoi anticipatori e seguaci, tra Quattro e Seicento, una galassia culturale unica nel suo genere.images (1)

La letteratura pavana è tutta imperniata sull’impiego di una varietà linguistica che arieggia il padovano rustico, ma si discosta dalla sua realtà storica per sovraccaricarlo espressivamente: un faelare di villani e di contadine, prodotto però da autori tutt’altro che demotici, che giocano con la lingua come i grandi pittori del Rinascimento veneto giocavano col colore. main600x0_p1835lev9r1r4278rmos1n1jabgcProducendo capolavori: come i teleri delle commedie, dei dialoghi e dei monologhi ruzantiani; come i quadri venezian-padovani di un Andrea Calmo, o la vertiginosa serie dei bozzetti poetici allineati dalla triade Magagnò, Menon e Begotto nelle loro raccolte di rime. Una lingua caotica, che mette a dura prova anche i lettori più esperti (tanto che di solito le edizioni di questi testi rivolte al pubblico si presentano con traduzione a fronte o a margine); ma anche, finalmente, una lingua disvelata fin nelle sue pieghe, grazie al Vocabolario del Pavano che Ivano Paccagnella ha appena pubblicato, per i tipi (padovani, ovviamente) di Esedra.cibo11

Mille pagine per esplorare, parola per parola, tutto l’immenso tesoro della lingua di Ruzante, dei pre-ruzantiani (soprattutto quattrocenteschi) e dei post-ruzantiani, fino al misterioso autore di un Dialogo che in passato fu attribuito nientemeno che a Galileo Galilei, professore allo Studio di Padova. Mille pagine, migliaia di termini su ciascuno dei quali Paccagnella – professore allo stesso ateneo patavino, e allievo di Gianfranco Folena, che un’impresa simile compì sul veneziano di Carlo Goldoni – ha sudato per vent’anni. Tanto ci è voluto per riuscire ad avere edizioni attendibili (sia pur di servizio) del corpus dei testi pavani, ma soprattutto per cercar di spiegarne chiaramente ogni singolo termine ed espressione. Ogni proverbio, ogni irriverente allusione, ogni turpe doppio senso. Di lasciarli nel vago è capace qualsiasi saltimbanco: ma il difficile è inchiodarli, su una pagina di dizionario, a un preciso significato. O almeno formulare un’ipotesi plausibile sul loro significato e sul motivo per cui sono stati impiegati. Giacché, per citare ancora Galileo, «parlare oscuramente lo sa fare ognuno, ma chiaro pochissimi».snyders_frans_503_the_fruit_basket

E l’intenzione di Ruzante non era certo quella di non farsi capire: solo che il suo pubblico viveva in un ambiente culturale naturale e insomma in un tempo ormai irrimediabilmente separato dal nostro, del quale si può però tentare di ricostruire luoghi, suoni, piante, animali, abiti, concetti che non fanno più parte delle nostre abitudini. Proprio come nel Vocabolario del veneziano di Carlo Goldoni, con cui Folena vent’anni fa aveva dischiuso il mondo del commediografo veneziano, basta atterrare su un verbo qualsiasi, anche il più familiare – che so, andare – per scoprire modi di dire, e con essi, nozioni antiche, che credevamo di aver dimenticato: andare a mario (a marito), ma prima (sperabilmente solo prima) andare a morose, andar drio (nel senso di «continuare»), andar in bando (per «esser banditi»), andar al bordello o ai bordiegi (nel senso di «in malora»), ma anche andare a ponaro (letteralmente «al pollaio»: significa «a dormire») o andar a versoro (andar nei campi spingendo l’aratro), andar int’un acqua («sciogliersi») o andar in broetto («sdilinquirsi», andare in brodo), fino ad un andare in gluoria che per i villani ha il significato terra- terra di «godere»: «co’ butto gi uocchi in te ’l to sen / a’ vago in gluoria secoloro, amen».

Lorenzo Tomassin

LA SCELTA DELLE LINGUA, PER LA NAZIONE VENETA. “co vol deoni” IV sec. d.C.

di Millo Bozzolan, veneto marciano.

CO VOL DEONI (Veneto del IV secolo d.C.)

venetico del Cadore

venetico del Cadore

Scrivo questo intervento in italiano, per l’evidente motivo che voglio essere capito da tutti i veneti e anche da qualche veneto lombardo che mi legge. Questa mia affermazione di intenti, non esclude che la lingua veneta esista, e non goda di discreta salute. Già nel IV secolo d. C. noi veneti si parlava in veneto, che non era più da diverso tempo il venetico degli antenati,  ma un latino corrotto, filtrato da questa antichissima lingua.

Che a sua volta, doveva comunque avere delle variazioni locali, attestate anche dalla diversa maniera di scrivere certe lettere dell’alfabeto tra le varie città della Nazione. Ad Aquileia esiste una lapide, datata appunto IV sec. d. C. in cui la pietà di una donna, vedova del defunto, fece incidere: “CO VOL DEONI”,  e cioé “quando vuole Dio (bisogna andare)”, e oggi un veneto di Grado  direbbe la stessa cosa nella stessa maniera. Continua a leggere

LA MODA CORRENTE. na poesia in lengua venessiana

di Anzolo Maria Labia

Alla fine del ‘700 no podeva mancar chi criticava l’ecesso ne la moda, riflesso de l decadenza dei costumi de la società venessiana:598781_10200797723496091_415157704_n

LA MODA CORRENTE
Anzolo Maria Labia

Conzier da furie, mate spiritae;
Cavei sul muso sempre sparpagnai,
Colo nuo afato e in colo ben spalae,
E do peti mostrar sempre spacai; Continua a leggere

“el piron”, la forchetta importata per la prima volta a Venezia

di Milo Boz Ve

el piròn, chiamata così la comune forchetta, dai veneti, con un termine greco.

el piròn, chiamata così la comune forchetta, dai veneti, con un termine greco.

… ma non solo, in questa meravigliosa nota, apprenderete con sorpresa che a lavarsi troppo ci si ammala… e si muore di peste. almeno così pensavano i veneziani che usavano detergersi con l’acqua solo nelle grandi occasioni. 

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IL VENEZIANO DEGLI INIZI DEL 1300 (documento del 1312)

di Milo Boz Veneto

San Marco sbarca in laguna-

San Marco sbarca in laguna-

Saraco de Mazorbo zurà li comandamenti de miser la podestà et de dir verità de la dita briga; lo qual dis:
“He digo che eo cum pero Seren eram S.to Antolin et Felipo Musolin era ive co nu.
Et Pero Seren lu dis: Continua a leggere