I ‘DOXI’ GENOVESI ? UNA CATTIVA IMITAZIONE DEI DOGI VENEZIANI. TRECCANI DOCET :)

Di Alessandro Lattes

sala del Maggior Consiglio di Genova.

sala del Maggior Consiglio di Genova.

Doge – Nome del primo magistrato nelle Repubbliche di Venezia e Genova, di origine affatto diversa, di evoluzione storica molto simile (?? nelle due città. A Venezia, sul finire del VII secolo, ai tribuni bizantini, fu sostituito per elezione popolare un capo civile unico, DUX, vicino a cui stava un capo militare unico, magister militum .  Paoluccio Anafesto fu il primo doge nel 591.

A Genova, nel 1339, tra i cittadini che attendevano la nomina dell’abate del popolo, una voce gridò : “Fate abate Simon Boccanegra !” e poichè questi presente se ne scherniva, taluno gridò : “Fatelo doge !” Ed egli, acclamato Doge, accettò.  Evidente imitazione degli ordinamenti veneziani,prodotta probabilmente da un movimento preparato dal Boccanegra e dagli amici suoi.

Agostino Doria, col particolare berretto e scettro

Agostino Doria, col particolare berretto e scettro

Il nome del primo doge genovese non mutò più e fu soltanto sospeso negli intervalli in cui le dominazioni straniere erano soltanto rappresentate da governatori.

A Venezia, come a Genova, i modi dell’elezione furono variati più volte, … a Venezia il Doge, che fu sempre di famiglia patrizia,  teneva la carica a vita e non poteva rinunciare, giurava la promissione ducale, un insieme di regole che doveva rispettare nel suo mandato e nel 1501 fu istituito l’ufficio degli inquisitori del Doge defunto.doge_mocenigo

A Genova fino al 1528 il Doge doveva essere di famiglia popolare, dal 1413 anche di parte ghibellina … ma dopo la riforma fatta da Andrea Doria, la carica fu riservata sollo alle famiglie patrizie. Il potere in entrambe le città divenne solo formale e ampie furono le restrizioni .. tanto che si disse per entrambi: rex in purpura, senator in Curia, in urbe captivua (prigioniero nella città), extra urbem privatus (fuori dalla città un privato).

ABBIGLIAMENTO Usavano entrambi vesti scarlatte, mantello di ermellino, ma il copricapo era diverso: il corno dogale il veneziano, il genovese un berretto quadrato ornato di un cerchio dorato nelle occasioni più solenni, e ne ottenne il riconoscimento da Carlo V il quale gli concesse di portar ele insegne dogali (cosa impensabile per i veneziani indipendenti ndR ).

articolo più esteso qua  http://www.treccani.it/enciclopedia/doge_(Enciclopedia-Italiana)/

 

 

LE CORONE DEL REGNO DI CIPRO E DI CANDIA. Mai indossate, ma sempre presenti.

Da Veneziamuseo.it

venezia_san_marco_basilica_illustrazione_di_canaletto_01Simboli del potere ducale, tangibili segni della grandezza dello Stato, erano le Corone dei Regni che vennero aggregati alla Repubblica di Venezia: quello di Cipro e quello di Candia. Continua a leggere

L’ANELLO DEL DOGE. voluntas duci, la volontà del Dose.

Da Veneziamuseo.it

 L’anello.

Consegna dell'anello al Dose, di Paris Bordon

Consegna dell’anello al Dose, di Paris Bordone

Dal momento del suo insediamento il Dose portava al dito un anello d’oro, che recava una complessa incisione formata da San Marco che gli consegnava lo stendardo mentre egli se ne stava inginocchiato, dallo stemma della sua famiglia e dalla scritta Voluntas Ducis (volontà del Dose). Continua a leggere

Il corno dogale . el corno dogal – tutto ma proprio tutto lo trovate qui.

http://www.veneziamuseo.it/REPUBBLICA/repdoge4.htm

Il “Corno ducale” ovvero la Berretta.

-Ceroplasta-Veneziano-effige-funebre-del-doge-Alvise-IV-Mocenigo-1779-Venezia-Scuola-Grande-Arciconfraternita-di-San-Rocco

-Ceroplasta-Veneziano-effige-funebre-del-doge-Alvise-IV-Mocenigo-1779-Venezia-Scuola-Grande-Arciconfraternita-di-San-Rocco

Con il nome di Corno ducale, o talvolta con quello di Berretta, era indicato sia il copricapo personale del Dose, che la pubblica Corona, anche se per quest’ultima si preferiva utilizzare il termine di Zogia(in veneziano gioia, gioiello).

La derivazione più prossima dell’usanza di porre sulla testa la Berretta è da ricercarsi forse nel copricapo conosciuto come skiadion, portato da alcuni dignatari bizantini come il protospatarios, oppure dal kamelavkion berretto imperiale che si iniziò ad usare a Bisanzio a partire dall’inizio del IX secolo.

L’originaria Berretta mutò nella caratteristica forma del Corno ducale almeno fin dai tempi del Dose Jacopo Tiepolo (1229-1249), ma con tutta probabilità già da parecchio tempo il Capo dello Stato utilizzava due copricapo: uno più semplice, a forma di corno, ed un altro più ricco, della stessa forma ma adornato di un cerchio aureo e di pietre preziose per le grandi festività. Dal 1367 ogni qual volta egli comparisse in pubblico, venne fatto obbligo al Dose di indossare sempre il Corno ducale, emblema eloquente della sua preminente dignità.

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Non poche furono le modifiche apportate con il tempo alla Berretta, tra le più rilevanti si ricorda quella apportata dal Dose Lorenzo Celsi (1361-1365) al quale pare risalga l’usanza di inserire nella parte anteriore una preziosa croce gemmata. Tale modifica fu dovuta al fatto che, essendo suo padre ancora in vita al momento dell’elezione, l’anziano genitore si sentisse in obbligo di abbassare il capo, se non mai davanti al figlio, almeno innanzi al simbolo della croce posta sul corno.

Un’altra modifica degna di nota, fu senza dubbio quella introdotta pare dal Dose Nicolò Marcello (1473-1474) che a proprie spese fece foderare il Corno ducale con stoffa d’oro e lo adornò riccamente con molte gioie.

Va osservato che il Dose possedeva per suo uso uno svariato numero di Corni ducali, confezionati con stoffa di diverso colore affinché si intonassero con gli abiti, in più egli doveva provvedere personalmente, ciò almeno fino al 1329, alle spese necessarie per la Berretta da usarsi nelle pubbliche cerimonie, che comunque restava di sua privata proprietà.

Sotto il corno, a contatto con i capelli, il Dose portava il camauro, una specie di cuffietta bianca di filatura finissima, allacciato o slacciato dal mento a seconda delle epoche, che egli però aveva il privilegio di poter continuare ad indossare anche durante l’Elevazione nella Santa Messa.

 

la “zogia” ovvero al pubblica corona

la corona con pietre prezioseSull’origine della Corona si hanno notizie piuttosto scarne. Piace normalmente accarezzare l’ipotesi che già a partire dal primo e leggendario Dose, Paoluccio Anafesto (697) venisse posto in uso un diadema quale segno distintivo della sovranità.

Secondo altre opinioni, la Corona sarebbe stata donata da papa Benedetto III alla badessa Agostina Morosini, delle monache del convento di San Zaccaria, che a sua volta nell’864 l’avrebbe offerta alDose Piero Tradonico. Questa sua presunta origine pontificia, se in un primo momento fece gioco ai veneziani perchè di fatto elevò il Dose al rango dell’imperatore, che appunto veniva incoronato dal papa, nei secoli successivi, consolidato il potere della Repubblica, la Corona venne posta sul capo del neo-eletto Dose soltanto nel giorno dell’investitura.

Il primissimo simbolo della regalità ducale viene descritto nel “Liber de obsidione Anconae” di Boncompagno da Signa, compilato nel 1173, come un semplice cerchio d’oro, forse sobriamente gemmato, secondo l’uso tipico del dignatario orientale. Questa cronaca costituisce, al tempo attuale, il primo documento in cui si accenna alla Corona usata dal Dose di Venezia.

Anche se successivamente essa riaffiora, di quando in quando, in alcuni documenti pubblici, tuttavia nelle Promissioni ducali non si fa mai esplicita menzione del Biretum (berretto) o della Corona fino alla compilazione del testo sul quale giurò Francesco Dandolo (1329).

Assurto a simbolo della sovranità della Repubblica, inizialmente il dignitoso confezionamento della Corona era un onere che gravava direttamente sul patrimonio del Dose neo-eletto, finché il MazorConsejo con la Parte presa il 2 gennaio 1328 stabilì che la Zogia venisse ricondotta sotto  la completa proprietà dello Stato, decretando altresì che per il suo abbellimento venisse stabilita di volta in volta un tetto di spesa massimo.

images (1)Con l’occasione venne anche decretato che la Zogia fosse da allora conservata a cura dell’ufficio deiProcuratori de San Marco de supra, i quali dovevano farla pervenire al Dose per tutte quelle cerimonie pubbliche nelle quali fosse prescritto che la stessa sfilasse, portata sopra un cuscino, per rappresentare la sovranità dello Stato.

Nei lunghi secoli di vita della Repubblica, la Zogia visse almeno quattro fasi di trasformazione, l’ultima fu quella del 1557, sotto il dogado di Lorenzo Priuli, quando venne stabilito con il decreto del Consejodei Diese il suo completo rifacimento. Dopo questo intervento la Zogia non subirà più alcuna variazione, se non per brevi interventi di manutenzione straordinaria nel corso del 1790 e nel 1794.

Come già detto, portata dal decano degli scudieri ducali, la Zogia accompagnava sempre il Dose nelle sue “andate”, cioè nelle visite ufficiali che egli annualmente compiva, alcune delle quali per antichissima consuetudine: la processione di Pasqua, quella del Corpus Domini, la visita alla Salute, al Redentore, al monastero di San Zaccaria, alla chiesa di Santa Maria Formosa, alla chiesa di Santa Giustina, alla chiesa di San Vio.

Dopo ogni uso, essa veniva riposta con ogni cura fra il Tesoro di San Marco, dove era custodita nell’armaro de mezo. Previa licenza dei Procuratori di San Marco de supra, con grande orgoglio essa veniva mostrata ai visitatori più ragguardevoli che giungevano in città.

UN QUADRO DEL GUARDI… MAL INTERPRETA’

Di Milo Boz, veneto marciano.

qualchedun ga scritto: bastonano il popolo. no me piaxe.. xe indice però de quanto poco el sa la so storia. el Doxe, come un Pare generoso, el fazeva lanciar a so spese zecchini e altri soldi, e “chi ciapa ciapa’… bisognava tegnerli boni, par la so incolumità. gera i arsenalotti stessi, che fazeva l’atività de servizio de ordine publico.Me piaxe el particolare dei cani.. forse i doparava anca queli.

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