SAN VALENTINO PARLA ANCHE VENETO, VI SPIEGO COME MAI

la basilica di Vicenza SS Felice e Fortunato a Vicenza con la reliquia di Valentino

 

San Valentino è conosciuto in tutto il mondo; il luogo dove sono raccolte le sue spoglie è Terni, ma … alcune reliquie sono finite a Vicenza, accanto a quelle dei Santi Felice  e Fortunato, altre a Venezia, città degli innamorati per antonomasia.

La reliquia di San Valentino nella basilica SS Felice e Fortunato a Vicenza e a Venezia nella chiesa di San Samuele, vicino a palazzo Grassi.

Quando entrate in questa chiesa di S. Samuele, poco conosciuta anche dagli stessi veneziani, e vi avvicinate al primo altare sulla sinistra, vedrete chiaramente l’urna in cui c’è scritto: CORPUS SANCTI VALENTINI.
E’ vero che la città di Terni si vanta di possedere le spoglie di questo famoso santo, ma è bello mantenere l’alone di mistero e pensare che a Venezia, la città degli innamorati per eccellenza, ci siano alcune reliquie di San Valentino, il protettore degli innamorati. (Redazione di Inside.com)

La festa del vescovo e martire Valentino si riallaccia agli antichi festeggiamenti di Greci, Italici e Romani che si tenevano il 15 febbraio in onore del dio Pan. Questi festeggiamenti erano legati alla purificazione dei campi e ai riti di fecondità. Divenuti troppo licenziosi, furono proibiti da Augusto e poi soppressi da papa Gelasio nel 494. La Chiesa cristianizzò quel rito pagano della fecondità anticipandolo al giorno 14 di febbraio, attribuendo al Santo martire la capacità di proteggere i fidanzati e gli innamorati indirizzati al matrimonio e ad un’unione allietata dai figli.

Da questa vicenda sorsero alcune leggende. Le più interessanti sono quelle che dicono il santo martire amante delle rose, fiori profumati che regalava alle coppie di fidanzati per augurare loro un’unione felice.

Per la reliquia del santo presente a Vicenza nella chiesa dedicata ai martiri Felice e Fortunato, abbiamo trovato quanto segue:

Secondo la tradizione, Felice e Fortunato furono due fratelli originari di Vicenza, forse soldati, che alla fine del III secolo si trovavano ad Aquileia, il centro amministrativo e culturale della X Regio Venetia et Histria, posta al termine della via Postumia, che stava diventando il luogo principale della predicazione della nuova religione cristiana. Il loro martirio avvenne ad Aquileia nel 303-304, durante la persecuzione dei cristiani sotto Diocleziano: i due, interrogati, non vollero rinnegare la propria fede e vennero decapitati.

A Vicenza si sviluppò ben presto la devozione ai due martiri e fu loro dedicata la basilica, identificata come il più antico luogo di culto paleocristiano della città. All’interno della basilica, nel sacello del martirio, sono conservate le reliquie dei Santi Felice e Fortunato contese con Aquileia. È qui conservata anche una reliquia di San Valentino, patrono degli innamorati, esposta ogni anno il 14 febbraio.

La tradizione della Festa di S. Valentino a Vicenza si ripete da 500 anni ed è stata spostata nella Basilica a seguito della sconsacrazione della Chiesa di S.Valentino della quale si può apprezzare la facciata al civico 54 di Corso San Felice. Sono trascorsi oltre 1.730 anni da quel 14 febbraio, giorno dalla morte, e il culto di San Valentino, il vescovo guaritore di Terni, è sempre vivo.

Nacque nel 170 dopo Cristo e morì, sul patibolo, quasi centenario nel 269. Venerato in tutto il mondo come il santo della pace e dell’amore, proclamato a furor di popolo come protettore degli innamorati gode di una enorme popolarità in tutto il mondo dal Giappone, agli Stati Uniti, all’Inghilterra e persino in Australia.

Peraltro furono proprio gli anglicani d’Inghilterra e i protestanti degli Stati Uniti i primi a proclamarlo protettore degli innamorati e dove la ricorrenza del 14 febbraio, ufficializzata nel secolo scorso, è particolarmente sentita.

Fonte Across Veneto e Vicenza è
http://www.facebook.com/pages/VicenzaToday/212021655498004


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DIVISE VENETE ULTIME: ARTIGLIERIA ed esercito.

KODAK Digital Still Camera

RIPROPONGO qualche nota per gli amici che volessero cimentarsi nella ricostruzione delle ultime uniformi dell’esercito veneto (così era chiamato, in genere) partendo dall’uniforme riprodotta in una  stampa d’epoca, visibile un tempo al museo Correr. Oggi, per dar spazio alla ricostruzione dell’appartamento dell’Attila dei Veneti, anche questa testimonianza è stata nascosta, a quanto mi riferiscono.

Si tratta di un allievo ufficiale di artiglieria, o cadetto, della scuola militare di Verona (l’altra era a Zara,per uffiziali oltremarini e cavalleria). La divisa nella stampa è blu scuro e il taglio è quello comune a tutti gli ufficiali  della fanteria veneta. Noterete un caschetto particolare, che (confrontato con altre stampe) sulla cresta, forse per le parate, era adornato con piume . Nel servizio comune, per motivi di praticità ne era invece privo.

Noterete la “velada” o marsina, a code, tipo frack, le cui punte NON SI TOCCAVANO ma eran discoste dietro. I risvolti erano presenti,  e variavano nel colore a seconda del corpo (fanteria blu, artiglieria rosse). La marsina arrivava sul dietrro all’incavo del ginocchio. Presenti le ghette nere (in tela robusta, detta all’epoca “di salonicchio” che negli uffiziali eran sostituite da stivaloni fin sopra il ginocchio.

La stampa risale al 1785, se ricordo bene.  E conferma che ormai i colore anche per gli artiglieri era il blu scuro, dopo esser stato prima rosso (quando nacque il reggimento sperimentale) poi “gris de fer”. (Fonti Favaloro Esercito veneziano del ‘700).

offizial,  un alfiere della Fanteria

 

Sopra la versione che ci propone il capitano Paravia, di stanza a Verona nel 1797, all’arrivo di Napoleone. La marsina o velada mi pare la stessa dell’allievo ufficiale di Verona. Bordi ripiegati all’indietro e code separate, come si nota anche nella prima uniforme proposta dell’allievo ufficiale.


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IL SANTO PATRONO DI BOLZANO ERA MEZZO TREVIGIANO

Antonella Todesco

Nel Duomo di Bolzano riposano, in una teca, i resti del Santo Patrono della città: Heinrich von Bozen. Egli nasce a Bozen (Bolzano) attorno al 1250. Operaio analfabeta lavorò nel suo luogo d origine e, di ritorno da un pellegrinaggio a Roma con la moglie e il figlio Lorenzo, si stabilí vicino a Treviso.

Aveva preso dimora a Biancade; nei pressi della strada chiamata a quel tempo Lagozzo vecchia sede della via Augusta e per decenni vi svolse il mestiere di boscaiolo.
Oramai anziano, alla morte della moglie si recò a Treviso dove visse in una catapecchia situata nei pressi dell attuale chiesa a lui dedicata e mendicando non per sé ma per i poveri della città premurandosi di strappare ai nobili e ai ricchi importanti contributi per i più bisognosi.

Il Vescovo di quel tempo e il signore di Treviso non gli lesinarono mai il loro aiuto.
Pare inoltre che visitasse quotidianamente tutte le chiese della città, che portasse un saio cencioso e che fosse dedito ad estenuanti veglie di preghiera.
Morí il dieci giugno del 1415 a Treviso.
La tradizione attribuisce ad Arrigo (così era chiamato in Veneto) numerosi miracoli già da vivo ma soprattutto da morto e per questo divenne presto molto popolare in tutta l Italia settentrionale.
Nel 1759 due costole di Arrigo furono solennemente traslate dal Duomo di Treviso a quello di Bolzano con grande partecipazione di fedeli.

Nel 1750 il culto del Beato protettore dei boscaioli fu approvato da Benedetto XIV per la diocesi di Treviso e da Pio VII agli inizi del 1800 per quella di Trento da cui dipendeva Bolzano.
Nello stesso periodo fu portato il suo reliquiario nel Duomo di Bolzano.
Un tempietto in stile neoclassico si trova a Treviso poco lontano dalla casa in cui morí e un oratorio a lui dedicato sorge anche a Biancade nel luogo ove, secondo la tradizione, sorgeva la sua capanna.

In foto Bolzano, duomo di Santa Maria Assunta in Piazza Walther

 


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“EL MAZAROL” UN FOLLETTO CONTRO ATTILA

La leggenda del “Mazariol”, il folletto che sconfisse Attila e liberò Opitergium
Brando Fioravanzi ci narra la leggendaria storia (da raccontare ai piccoli veneti).

C’era una volta, nei boschi più fitti e inaccessibili lungo la Sinistra Piave e nelle vallate più impervie come quella della Val Canzoi, un omino piccolo come un folletto, chiamato “Mazariol”. Era una creatura di rosso vestita, come il cappuccio e le scarpette a punta, aveva poi barba e capelli lunghi e ricci ed un viso grinzoso e dispettoso. Il Mazariol all’epoca abitava però anche nelle grotte più buie ed era talmente schivo e silenzioso che si teneva lontano da ogni contatto con l’uomo. Una brutta avventura correva poi colui che inavvertitamente posava il piede dove il folletto aveva lasciato le sue pèche (orme): il malcapitato era costretto infatti, quasi per magia, a seguirle e a perdersi per qualche giorno nei luoghi più remoti tra il trevigiano e il bellunese. Il Mazariol possedeva inoltre straordinarie conoscenze come pastore e come malgaro, tanto che si prendeva cura in completa autonomia delle capre, delle pecore e dei bovini che trovava a pascolare sui monti, nutrendole, portandole a foraggiarsi nei campi e facendole crescere in mezzo alla natura.

La piccola creatura era però anche molto affezionata alle grave del Piave, dove spesso si recava per qualche momento di svago e relax. Amava talmente il suo territorio che che era sempre pronto a difenderlo da coloro che lo mettevano in pericolo, come quando la città di Opitergium (l’attuale Oderzo), venne La leggenda del “Mazariol”, il folletto che sconfisse Attila e liberò Opitergium
„messa a rischio dall’invasione degli Unni guidati dal valoroso condottiero barbaro Attila, il “flagello di Dio”. La leggenda vuole infatti che, durante la prima notte del popolo dell’Est Europa nella Marca, il piccolo Mazariol, infastidito dalla loro presenza, cercò in tutti i modi di mettere a punto tutto ciò di cui era a conoscenza per cercare di allontanarli al più presto dal Quartier del Piave. Per prima cosa attizzò il fuoco dei soldati soffiandoci sopra facendo così incendiare le pelli con cui loro si riscaldavano durante la notte, poi rovesciò tutti i paioli contenenti le minestre dei cuochi del campo e infine tirò la barba di tutti i presenti ungendola per di più con del vischio. Tutto questo però al Mazariol non bastò e pensando e ripensando, decise anche di legare tra loro le code e le crini dei cavalli, aspettando poi nei paraggi il farsi del giorno. “

„Fu così che al mattino gli Unni si risvegliarono molto straniti per quanto successo la notte precedente, ma sapevano anche che di li a poco avrebbero dovuto attaccare Opitergium e quindi si misero a cavallo. Purtroppo però, o meglio per fortuna, i soldati di Attila non sapevano che “mai si deve tagliare ciò che il Mazzariol unisce” e quindi, dopo aver liberato i quadrupedi, si ritrovarono con gli animali si al galoppo, ma completamente ad andatura “a zig-zag”! Non riuscendo a spiegarsi l’accaduto, gli Unni scapparono subito lontano a gambe levate, lasciando Attila solo e umiliato. Opitergium, secondo questa leggenda, fu così salvata dal Mazzariol e da allora il folletto è amato e rispettato in tutti i paesi della Sinistra Piave. Si dice poi che nelle notti di luna piena lo si possa ancora vedere a bordo di una zattera lungo il fiume ed egli, a chi gli passa vicino, direbbe: ”Salve, io sono il Mazariol che sconfisse Attila, il flagello di Dio”. Attenzione però a quando passeggiate nei boschi della Marca trevigiane, perchè un saggio detto locale dice: “No cascar entro te le peche (orme) del mazarol!”.“

Potrebbe interessarti: http://www.trevisotoday.it/blog/leggenda-mazariol-attila-

Altra versione su Mazariol nel nostro blog LA LEGGENDA DEL MAZAROL

                     


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ABONDIA… VENEZIA PRIMA DI VENEZIA

Antonella Todesco propone questa interessante riflessione del padre, che ci porta alla fondazione della città, la quale però ebbe diverse antenate. Forse pochi lo sanno. Sempre più affascinante la storia della Capitale dei Veneti (e dei popoli associati ad essi). AB UNDIA… nata dall’onda. <3

Gli uomini tentarono molte Venezie prima di riuscire a formare quella che amiamo (M. Barrés), una di queste fu ABONDIA.
La storia narra che Obelerio, esiliato a Costantinopoli, fu richiamato a Malamocco dai suoi sostenitori che l avevano eletto capo di una insurrezione che come primo atto avrebbe dovuto rovesciare il governo dei Partecipazi. Il Doge in carica però, anticipando le mosse dell’ avversario, lo sorprese prima che il piano venisse attuato e lo fece inseguire dalle milizie.
Si dice che Obelerio, con un seguito di sbandati, al fine di opporre una estrema resistenza si barricò in “Vigilia Civitate”, altro nome di ABONDIA che alcuni studiosi hanno immaginato come vera e propria città fortificata.
La scoperta del luogo dove la cittadella sorgeva non è stato difficile perché alcuni toponimi rimasti ce la ricordano; quello della Valle lagunare di Bon e il canale Bondante che dirigeva verso la città…Di Vigilia esisteva un canale Virgilio, visibile ancora su mappe austriache di due secoli fa e che viene denominato Verzilio sulla carta lagunare di Nicolò Cortivo del 1534.
Se il Temanza osserva di non aver mai incontrato nei documenti i “Vigilienses” si dovrà convenire che per vincoli etnografici e storico-politico, ABONDIA era situata tra i Madamauci e uno studio approfondito potrebbe provare che i Madamauci Patavini, incontrastati padroni della laguna meridionale, tendevano ad una politica egemonica o quantomeno all’ autonomia, intenzioni confuse ma non attenuate con il passaggio del potere alla stessa Malamocco.
Perlustrando i luoghi, è possibile rilevare le vestigia della città della quale non si può disconoscere l importanza di avamposto di Patavium.
Nella zona sono evidenti gli avanzi di due massicci torrioni che emergono dall acqua della Laguna e s indovina tra questi la traccia di una cinta muraria che li collegava.
I detriti, accumulatisi sui resti delle torri formano rialzi affioranti da basi quadrate di mattoni. Nella stagione della caccia vengono usate dai cacciatori come postazioni.
Quando l acqua è limpida s intravvedono numerose teste di palo nere e disuguali nella loro consunzione, che segnano antichi passaggi lignei.
Si tratta di povere e deludenti cose ma volendo cogliere dalla città sommersa notizie sulla struttura dell’ insediamento lagunare, è certo che ricognizioni e ricerche appropriate darebbero buoni risultati.
LUCIANO TODESCO da ipotesi lagunari da indagini toponomastiche

LA BRENTA (FEMMINILE). ORIGINE DEL NOME.

i laghi di Levico e Caldonazzo

 

LA BRENTA…femminile per i Veneti fino a quando anche la Piave, parendo allo stato maggiore dell’esercito italiano, poco  consono il genere ai “virili combattenti” (in realtà poveri disgraziati) mandati al macello sulle sue sponde, cambiò sesso senza il nostro permesso (rima). Per assonanza anche la nostra Brenta dovette adeguarsi. E così  fu fatto strame di un altro pezzo importante della nostra tradizione e cultura. Sta  a noi riprenderla.

(Medoacus maior, poi Brinta in latino, Brandau in tedesco, Brint in cimbro)

Il toponimo Brenta trae origine, secondo la versione più accreditata tra gli studiosi, dal ceppo germanico Brint (fontana) o Brunnen (scorrere dell’acqua); il diminutivo è Brentella.
Brenta voleva anche significare il bastone ricurvo con cui i contadini veneti o lombardi portavano i cesti, carichi di uva. O era una misura per i liquidi, e ancora oggi si dice in veneto : “go bevù na brenta de bira” per indicare una gran bevuta. Era equivalente a circa 50 litri.

Le popolazioni dei territori attraversati dal fiume lo hanno sempre nominato al femminile: “la Brenta”.
Questo nome indica, nel dialetto trentino e soprattutto in Valsugana, per estensione, le riserve di acqua che i paesi tenevano in caso di incendi.
La storia e i ricordi ancestrali delle terribili alluvioni subite dalle popolazioni del Veneto centrale hanno coniato il termine Brentana per alluvione. Il suo nome cimbro invece Brintaal.

In epoca romana il fiume era individuato anche come Medoacus¡ (secondo una interessante interpretazione “in mezzo a due laghi” ovvero tra i laghi di origine e la zona lacustre delle foci, la laguna, o più probabilmente in riferimento ai due bacini più settentrionali della laguna di Venezia, quando esso seguiva come letto il corso dell’ attuale Canal Grande ed ai suoi due lati vi erano i due suddetti bacini non ancora uniti in una laguna intera.

Gli studiosi concordano che prima del 589 il fiume transitasse anche per Padova (Patavium, Patavas, ovvero “abitanti di palude”) più o meno in corrispondenza dell’attuale linea ferroviaria, e qui vi confluisse il sistema di canali padovano, ma non tutta la bibliografia concorda che esistesse, nelle attuali valli del Canale di Brenta e di Valsugana, una colonia di Galli chiamati Mediaci.

Di certo durante il Medioevo comparve il termime Brintesis, forse dal latino rumoreggiare, a ricordo delle diverse inondazioni oppure, e sembra essere prevalente, dal ceppo germanico Brint (fontana) o Brunnen (scorrere dell’acqua). Questa interpretazione sembra consolidata dall’uso in tante altre parti del Veneto del diminutivo Brentella per indicare un piccolo corso d’acqua.

NDR. Pare che “brunnen” non trovi corrispondenza nel germanico, magari sarà un germine della lingua dei Celti, o dei Longobardi, chissà…

 



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LA VANDEA E LE STRAGI. il massacro dei Lumi.

Fu, quella di Robespierre, pura guerra di sterminio con l’intento di far sparire una popolazione intera (specialmente le donne e i bambini, furono le vittime preferite) che osava rifiutare in massa uno stato rivelatosi ateo e  anti cristiano. 

Colpisce che tante caratteristiche dei vandeani fossero comuni al Veneto rurale della mia infanzia: la prima era la fede di impronta quasi calvinista (che fu caratteristica delle Chiesa patriarcale veneziana e non romana) e gli antenati comuni, quei Veneti che furono civiltà europea prima dell’arrivo dei Celti. Non a caso la capitale della piccola Vandea è Vannes, come Venezia quella dei Veneti di tutti i tempi . Eccovi un  anticipo del bellissimo articolo del Foglio pubblicato tempo fa. 

Il massacro dei lumi
La Vandea è nomen omen del massacro di innocenti, al pari della notte di San Bartolomeo, di Guernica, di Srebrenica. Eppure in Francia, a distanza di oltre due secoli, la Vandea resta uno scandalo difficile da maneggiare. La parola “Vandea” fino a pochi anni fa era sinonimo di cattolico reazionario. Sono i “chouans”, gufi maledetti. Baciapile, nemici della Rivoluzione, servi dei nobili, sanguinari. Di Vandea si è tornati a parlare in Francia, in Parlamento, sui giornali e sugli schermi televisivi. L’Ump, il partito di opposizione, ha presentato in Assemblea nazionale un disegno di legge che ha lo scopo di riconoscere il “genocidio vandeano”.

di Giulio Meotti

 Il massacro dei lumi

La Vandea è nomen omen del massacro di innocenti, al pari della notte di San Bartolomeo, di Guernica, di Srebrenica. Eppure in Francia, a distanza di oltre due secoli, la Vandea resta uno scandalo difficile da maneggiare. La parola “Vandea” fino a pochi anni fa era sinonimo di cattolico reazionario. Sono i “chouans”, gufi maledetti. Baciapile, nemici della Rivoluzione, servi dei nobili, sanguinari. Di Vandea si è tornati a parlare in Francia, in Parlamento, sui giornali e sugli schermi televisivi. L’Ump, il partito di opposizione, ha presentato in Assemblea nazionale un disegno di legge che ha lo scopo di riconoscere il “genocidio vandeano”, che ebbe luogo, a più riprese, tra il 1793 e il 1796 per opera delle truppe rivoluzionarie di Robespierre nei confronti degli abitanti della regione contadina della Vandea. I sostenitori della tesi del genocidio parlano di una “congiura del silenzio”, in cui la politica e la storiografia avrebbero cospirato perché cadesse nell’oblio il grande sacrificio dei vandeani, colpevoli di aver difeso le loro convinzioni religiose contro il nuovo potere ateo e giacobino. Le “colonne infami” repubblicane compirono spietati massacri contro i vandeani, lasciando sul terreno dai duecentocinquanta ai trecentomila morti.

“Se approvasse la proposta sul genocidio, la Repubblica accetterebbe per la prima volta di guardarsi allo specchio”, ha scritto sulla rivista Causeur lo storico Frédéric Rouvillois. “Per la prima volta riconoscerebbe il terribile delitto che ha segnato l’inizio della propria storia”. Di parere opposto lo storico della Rivoluzione francese, Jean-Clément Martin: “I crimini sono crimini, ma manca la logica”. Significa che i vandeani non furono sterminati in quanto tali, ma sono stati vittime di una guerra civile. Lo spiega così Alain Gerard: “La Rivoluzione non poteva ammettere che il popolo si ribellasse contro di lei. Per questo la Vandea doveva scomparire”.
La tesi del genocidio è stata portata avanti da Reynald Secher, uno dei maggiori storici delle guerre vandeane, secondo il quale “quelle rappresaglie non corrispondono agli atti orribili, ma inevitabili, che si verificano nell’accanimento dei combattimenti di una lunga e atroce guerra, ma proprio a massacri premeditati, organizzati, pianificati, commessi a sangue freddo, massicci e sistematici, con la volontà cosciente e proclamata di distruggere una regione ben definita e di sterminare tutto un popolo, di preferenza donne e bambini” (“Il genocidio vandeano”, Effedieffe Edizioni, Milano 1989).
La Vandea oggi è mito e tabù, tanto che il massacro alla chiesa di Petit Luc a Roche sur Yon viene accostato a quello nazista di Oradour nel 1944. Il leader della gauche militante Jean-Luc Mélenchon ha protestato vivacemente per un programma televisivo andato in onda su France 3, dove Robespierre viene chiamato “il boia della Vandea” (le bourreau de la Vendée). Anche il settimanale Nouvel Obs attacca il documentario di Franck Ferrand, in cui le armate giacobine vengono accostate alle Einsatzgruppen naziste. I preti che insorgono in Vandea erano chiamati “corvi neri”. Scortate da gendarmi mal vestiti, con la coccarda tricolore sui cappellacci, le carrette della Rivoluzione erano cariche di questi preti refrattari detti “insermentés”, quelli che non hanno giurato, che hanno mantenuto fedeltà all’autorità del Pontefice, cancellata per decreto. Georges Jacques Danton avrebbe voluto fare un mazzetto di tutti i preti refrattari su cui si riusciva a mettere le mani, imbarcarli a Marsiglia e scaricarli da qualche parte sulle coste dello stato della chiesa, come una trentina di anni prima Sebastião José de Carvalho y Melo, marchese di Pombal, illuminato primo ministro dell’illuminato re Giuseppe I, aveva tentato di fare con i gesuiti espulsi dal Portogallo.


Tutti i libri in latino, fossero pure i “Colloqui” di Erasmo da Rotterdam, finirono nel fuoco. I preti nella trappola di Rochefort furono più di quattrocento. Nelle loro ciotole di legno la Rivoluzione versò solo carne putrida, merluzzo andato a male, malsane fave di palude. L’acqua era infetta. A chi ne chiedeva di più, i fidati seguaci della Dea Ragione rispondevano di servirsi pure, mostrando a dito l’oceano. Vi furono presto casi di delirium tremens, di follia. In poche settimane fu un’ecatombe di sacerdoti. I guardiani abbandonarono la nave. I morti venivano scaraventati in mare o seppelliti nella palude. Per non sbagliare qualcuno venne sepolto mentre ancora respirava.
In Vandea la guerra non ebbe un centro, ma era dappertutto, perché ovunque vi fosse un vandeano, fanciullo o adulto, uomo o donna che fosse, là per la Repubblica si trovava un “soldato nemico”. Nessuna delle regole dell’antica arte militare fu rispettata in quella guerra, perché fu la “prima guerra moderna”, in cui dei civili si fece carne da macello. In Vandea le armi principali furono le preghiere nelle chiese solitarie, le corone di rosario agli occhielli, i “sacri cuori” cuciti agli abiti, le processioni e le riunioni nei boschi, i giuramenti di rifiutarsi al reclutamento, i racconti dei miracoli, fu la rivolta di tutto un popolo, in cui le congiure erano nascoste dietro l’altare di ogni borgo contadino. I sacerdoti officiarono nelle brughiere e nelle paludi. Per primi s’armano i contadini. Mentre altrove in Francia sono state le classi superiori ad avere spinto il popolo, nella Vandea cristianissima è il popolo a incitare le classi superiori. A dispetto di certa storiografia, i contadini della Vandea non erano monarchici più di altri, non furono supini sostenitori dell’Ancien Régime. Erano profondamente cattolici. L’origine di questa fedeltà vandeana alla chiesa ebbe radici antiche, affonda in un passato di simpatie calviniste e nell’opera di catechizzazione dei missionari della Compagnia di Maria e delle Figlie della Saggezza.

Il generale vandeano era un venditore ambulante. Si chiamava Jean Cathelineu, per tutti “il santo d’Anjou”. E’ intento a impastare il pane, quando sente la voce che gli comanda di alzarsi e mettersi a capo di questa guerra santa. Guida una folla armata di falci, bastoni e pochi fucili, in cui le donne, nei campi e nei boschi, pregano in ginocchio per la vittoria dei loro mariti e figli. Da ogni angolo della regione si leva un augurio che è un grido di odio verso i giacobini e il loro ateismo. I vandeani conquistano le città e poi le abbandonano. La facoltà di dissolversi e ricomporsi è la loro forza e la loro debolezza. Guidati dal santo di Anjou attraversano a decine di migliaia la Loira per liberare Nantes, per coinvolgere nella loro guerra i fieri “chouans” realisti della Bretagna.
Papa Karol Wojtyla ha beatificato, durante il suo pontificato, 164 di questi “martiri” della Rivoluzione francese. Nel corso di una controversa visita in Vandea, pronunciò un discorso ben lontano dal revanchismo. Nel rendere onore ai vandeani caduti nell’impari lotta contro le armate illuministe, Giovanni Paolo II sottolineò la loro testimonianza di fede, ma trascurò, se non addirittura condannò, il senso politico della controrivoluzione. Forzando un po’ la storia, il Papa affermò che anche i vandeani “desideravano sinceramente il necessario rinnovamento della società”, circoscrisse alla difesa della libertà religiosa la loro ribellione, non tacque i “peccati” di cui anch’essi si erano macchiati nell’asprezza della lotta (sanguinose furono le rappresaglie vandeane contro i rivoluzionari).
Anche nella chiesa cattolica ci sono opinioni differenti sulla Vandea. Padre Giuseppe De Rosa sulla Civiltà Cattolica ad esempio ha scritto che la guerra di Vandea di due secoli fa andrebbe guardata con maggiore “spirito critico”, senza farne una “bandiera” e, tanto meno, il “simbolo dell’autentico cristianesimo”. Di diverso avviso l’arcivescovo di Bologna, cardinale Giacomo Biffi, secondo il quale “in quanto è avvenuto in Vandea trovano le loro premesse le stragi che hanno insanguinato l’intero XX secolo in nome o di un assurdo ideale di giustizia, o di un’aberrante esaltazione di una nazione o di una razza, o di un egoismo mascherato da civile comprensione”.

La Vandea come preludio di Auschwitz, del Ruanda, del Gulag. Lo storico della Rivoluzione francese Jules Michelet parla così dei vandeani: “Ci imbattiamo in un popolo sì stranamente cieco e sì bizzarramente sviato che si arma contro la Rivoluzione, sua madre. Scoppia nell’ovest la guerra empia dei preti”. Anche un figlio dei Lumi come Andrè Glucksmann ha definito la Vandea “la prima Glasnost dopo i giorni del Terrore”. E’ la rivelazione del male compiuto da Robespierre. E anche Jean Tulard, docente all’Università Paris IV ed esperto di Vandea, paragona le azioni dei giacobini agli eccidi ordinati da Stalin. Gli storici non amano i paragoni con l’Olocausto. Ma della Vandea parlano come di un “popolicidio”, mentre a lungo storici marxisti hanno letto la guerra di Vandea come una guerra della borghesia centralizzatrice delle città contro il popolo contadino.
Varrà la pena di ricordare che i vandeani sono stati sterminati con metodi non dissimili da quelli nazisti. Così si legge sul Bollettino ufficiale della nazione: “Bisogna che i briganti di Vandea siano sterminati prima della fine di ottobre. La salvezza della patria lo richiede”. I vandeani sono considerati degli “ominidi”, delle sottospecie di uomini, e in quanto tali non aventi diritto a un territorio.
Il nome stesso Vandea viene eliminato, deve scomparire. Si assegna un nuovo nome alla Vandea chiamandola “dipartimento Vendicato”, per esprimere appunto questa volontà di ripopolare quella parte di Francia un tempo abitata da “cattivi francesi”.
Quello della Vandea è il primo genocidio della storia ideologica del mondo contemporaneo. Le Colonne infernali, tagliagole al comando del generale Louis Marie Turreau, devastarono la regione con feroce acribia cartesiana. Fucilazioni, annegamenti, falò di parrocchie zeppe di civili, camere a gas. C’era l’onta di un pezzo di Francia che aveva osato levarsi contro la volonté générale, ma anche il diffondersi d’idee malthusiane in una Francia attanagliata dalla fame per colpa della stessa rivoluzione. Così i giacobini concepirono, votarono all’unanimità e realizzarono l’annientamento di un gruppo umano religiosamente identificabile. Con ben due leggi, scritte e conservate negli archivi militari: il 1° agosto si decise la distruzione del territorio, degli abitati, delle foreste e dell’economia locale; il 1° ottobre si ordinò lo sterminio degli abitanti, prima le donne (“solchi riproduttori”) poi i bambini. Leggi in vigore fino alla caduta di Robespierre, nel luglio 1794. Tutto come Hitler prima di Hitler. Si usò in Vandea il termine “race”: un vocabolo che, di conio illuminista (Voltaire, Buffon, l’Encyclopédie), produsse lì subito l’idea di una “race maudite” da estirpare. Bertrand Barère, membro del “Comité de salut public”, gridava dalla tribuna: “Quelle campagne ribelli sono il cancro che divora il cuore della Repubblica francese”.
Quanti furono i morti? Un vandeano su tre? Centoventimila o seicentomila, come sostiene lo storico Pierre Chaunu?

il massacro dei Lumi- il Foglio


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LA STOLA D’ORO PER IL’EROE DI SAN MARCO FLANGINI

Lodovico Flangini, col nome scalpellato, ancora ignoto ai Feltrini

 

Abbiamo detto che il Cavalierato di San Marco fu l’unica onorificenza concessa per atti di eroismo o per meriti comunque speciali, ai Veneti. Ma per i Nobili il Cavalierato aveva una forma particolare. Pochissimi, solo 20, furono riconosciuti degni, e tra questi Lodovico Flangini che, appena preso il comando della sua squadra navale, fu colpito dal nemico. Era agli ordini del grande Andrea Pisani.
Il mio cruccio grande è che le loro statue, uniche nella terraferma veneta, ospitate nel loggiato dei Rettori a Feltre, malgrado la mia segnalazione, siano rimaste senza una targa identitaria, dopo i vandalismo dei francesi. Nessuno mi ha voluto dar retta, malgrado le prove evidenti portate: due stampe d’epoca che li ritraggono, in un libro del Molmenti, che parla della flotta veneta.

Gualtiero Scapini Flangini ha scritto:

Dal mio libro “FLANGINI”: Flangini voleva rimanere sul ponte di comando per dare ordini fino al suo ultimo respiro, ma la sua mortale ferita frenò l’offensiva e si lasciò alla flotta ottomana il tempo di rifugiarsi nel porto di Stalimene. L’ammiraglio morente formò una linea di battaglia ma gli ottomani si ritirarono. Poi Lodovico Flangini, ormai morente, ordinò che lo portassero in coperta, a poppa della sua nave, e lì, incitando i suoi a continuare a combattere: “ Vardè, San Marco ne aiuta!”, come Epaminonda, spirò. Per la sua morte eroica suo fratello Costantino, per decisione del Senato Veneto, ricevette l’ambita Stola d’oro dell’Ordine di San Marco e fu ordinato Cavaliere di San Marco. L’Ordine della Stola d’Oro di San Marco fu creato per distinguere i patrizi da tutti gli altri cavalieri decorati con l’Ordine di San Marco.

La Stola d’oro consisteva in una fascia in broccato d’oro a fiori, passante dalla spalla destra sul fianco a sinistra. Era completata da una medaglia, come una spilla da infilare sull’abito. Il Senato Veneto la utilizzava per distinguere i suoi membri degni di portarla per meriti militari. Il numero dei personaggi premiati fu approssimativamente di 20 e la decorazione era ereditaria e poteva essere concessa anche ai discendenti fino a ché la Serenissima Repubblica non ne revocasse l’uso.

Flangini e Pisani due grandi Eroi veneti “innominati”

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I CAVALIERI DI SAN MARCO, QUELLI VERI.

Croce di cavaliere di San Marco concessa al capitano Giovanni Bronza di Perasto (1730), esposta alla Mostra sui tesori del Montenegro.

 

I CAVALIERI DI SAN MARCO. le origini dell’antica onorificenza militare. l’unica rilasciata dalla nostra Repubblica, assai avara nella concessione di onori, dato che quando un personaggio anche eminente moriva in difesa dello stato l’idea era che “el gaveva fato el dover suo”. Trascrivo qui quanto ha riportato Dan Morel in una sua ricerca unendolo a quanto ho invece trovato personalmente:

“Si dispensino ancora quelle grazie, e beneficio del soldo, agli individui e famiglie del popolo; alle persone di estrazione più civile si promettano in premio cariche, privilegi, titoli d’onor. Si istituisca qualche ordine di cavalleria, si prometta reggimenti e altri avanzamenti onorevoli” così il Magistrato alla Milizia, conforme ai decreti del Senato del 1539 e del 1595 premiava gli atti al valor militare.

Per quanto si sia cercato negli archivi non vi è traccia della data di nascita dell’onorificenza, che pare antica. Vi è tuttavia un documento della concessione di tale onore. Una descrizione dei documenti tratti dal Museo Correr, in uno dei quali riguardanti la relazione di un combattimento, si legge quanto segue:

Il 17 Aprile il capitano Marco Jvanovich con la sua tartana Santissimo Crocefisso e Madonna del Rosario, navigava verso il Regno di Morea. Giunto nelle acque di Patrasso si imbatté in un legno barbaresco che, avendo invano inseguito i due grosso battelli, coperti di bandiera veneta dirigeva a vele spiegate la prora verso la sua tartana. Tenta l’Jvanovich di proseguire celermente la rotta, ma visto inutile ogni sforzo contro la velocità della nave nemica, s’apparecchiava coraggiosamente all’assalto ed innalza l’insegna gloriosa di San Marco, mentre per il legno avversario veniva issata la bandiera di Tripoli.

La disparità delle forze apparve subito evidente.

La nave tripolitana molto più grande avea un equipaggiamento di 200 marinai e 16 cannoni. Che doveva fare il Capitano veneto con i suoi 19 uomini e con solo 8 pezzi di artiglieria? Lo scontro tuttavia era inevitabile e l’Jvanovich risoluto a morire piuttosto che cadere preda nemica, si disponeva a far pagar cara la corsaro la audace impresa.

Un colpo di cannone a salve, quasi gli intima la resa ed egli risponde con una nutrita scarica di artiglieria che fa impegnare vivace e accanita la pugna. Si combatte per ore ed ore continuamente, la tartana veneta respinge per tre volte l’assalto nemico, finché calata la notte, il corsaro, danneggiato nell’equipaggio e nella nave, abbandona l’impresa.

Nella chiesa dei Ss. Giorgio e Trifone degli Schiavoni, a Venezia, esiste un quadro rappresentante l’azione navale che valse a Marco Jvanovich il Cavalierato di San Marco, nel centro al basso del quadro, vi è un medaglione con il ritratto dell’Jvanovich stesso, che con la mano mostra sollevandola, la croce di Cavaliere che gli pende dal lato del petto. E’ quello nella foto sopra.

Al Civico Museo Correr di Venezia si trovano due Croci di “Cavaliere di San Marco” e una collana d’oro con medaglia pure della Repubblica veneta.

Ad una di esse è inoltre unita la relativa fettuccia di sostegno di stoffa, mentre l’altra ha pezzi di catenella veneziana “Manin” riunita all’ estremità da fermagli lavorati a fregi.

Il Serenissimo Doge Alvise Mocenigo conferì nel 1769 il titolo equestre in perpetuo ai Canonici della Cattedrale di Treviso del quale ancor oggi si fregiano.

fonte: www.cavalieridisanmarco.it/storia

 All’inizio furono solo di due forge, d’oro e d’argento, ed erano da considerarsi come “pubblico e onorifico contrassegno per le azioni di segnalato valore”. La decorazione poteva esser concessa esclusivamente ai “Bassi uffiziali e soldati” in conformità ai decreti del Senato “li premi in denaro dovranno essere riservati par gente misera e bisognosa”. All’assegnatario comportava un soprassoldo annuo pari a un mese di paga, se medaglia d’oro e mezza mesata, se medaglia d’argento. Il conferimento della decorazione doveva avvenire con una cerimonia pubblica ed alla presenza dei reparti in armi..

DI COSA FU TESTIMONE LA BASILICA DI S. MARCO. STRAORDINARI EVENTI.

Antonella Todesco

Avvenimenti di straordinaria importanza furono celebrati nella Basilica di San Marco nei lunghi secoli della sua storia.
Nel 959 un sinodo ivi radunatosi proibí il commercio degli schiavi.
Il 24 luglio del 1177, davanti al portale maggiore si riconciliarono, con la mediazione del Doge Ziani, Papa Alessandro III e Federico Barbarossa.
Dal pulpito di San Marco fu bandita nel 1201 la IV crociata; il Doge Enrico Dandolo e i legati francesi, dopo la Messa, sguainarono le spade al cospetto del popolo e sul Vangelo giurarono di condurre la crociata in Oriente.
Sulle sacre spoglie dell’ Evangelista fu giurata la pace con gli Scaligeri nel 1339.
Accanto alla storia fiorisce anche la leggenda.
Quattro colonne di serpentino poste nell’ atrio proverrebbero dal tempio di Salomone.
Dalla lastra marmorea che copre l altare del battistero Gesú avrebbe predicato a Tiro e a Sidone. Nella stessa cappella, a sinistra dell’ altare, due lapidi avrebbero fatto parte della prigione in cui fu giustiziato il Battista.
Quattro colonne del coro trarrebbero origine dal pretorio di Pilato.
Un pezzo di legno della croce, alcune gocce del sangue di Cristo, uno dei chiodi del Crocifisso, un frammento della colonna della flagellazione, una spina della sacra corona, un ampolla col sangue di Gesú fanno della Basilica il reliquiario dei sacri cimeli della Passione.
Si annoverano poi molte altre reliquie tra cui il braccio di San Pantaleone, la gamba di San Giorgio e una parte del cranio di San Giovanni Battista.