LE PROCESSIONI A VENEZIA, momenti di gran gioia per popolo e nobili uniti.

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Un prezioso volume di Lina Urban  descrive le Feste e i Fasti della Repubblica veneta, che consentivano di compattare la popolazione della capitale (ma anche in terraferma con la festività solenne di san Marco) con la classe nobiliare e burocratica che reggeva lo stato. Facciamo un utile paragone con le smorte festività nazionali italiane odierne, e capiremo la differenza enorme tra quei tempi felici, interrotti drammaticamente nel 1797,  e il triste quotidiano odierno. La presentazione ci aiuta a capire meglio quanto ho accennato. 

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La millenaria Repubblica di San Marco ebbe, più che qualsiasi altro stato europeo, il maggior numero di processioni, un intreccio inscindibile che abbinava il culto civico alle celebrazioni religiose.
Proprio per questa costante esse svanirono, più che altrove, insieme alla perdita della libertà politica, al glorioso passato sui mari, all’intraprendenza mercantile in quel fatale 1797.

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Venezia appariva in tutto il suo splendore sia che i cittadini partecipassero coralmente col doge allo Sposalizio del mare, sia che lo seguissero nelle innumerevoli andate (visite) a chiese e monasteri. Molteplici celebrazioni traevano origine da fatti storici o erano in ringraziamento per cessazioni di calamità naturali, altre solennizzavano l’elezione dogale, il trionfo della dogaressa, l’ingresso in Palazzo Ducale di un procuratore di San Marco, del Cancellier Grande, di ambasciatori, l’entrata in San Pietro di Castello del patriarca, la consegna del vessillo e del bastone di comando a un capitano generale.

Alcune erano singolari e uniche: se il Serenissimo, per ribadire il suo jus patronato sul convento delle vergini, sposava simbolicamente la badessa lo Stato indiceva in onore dell’arrivo da Roma del cappello cardinalizio, destinato ad un patrizio veneziano, un solenne corteo.

La maggior parte delle cerimonie trovava conclusione in piazza, in Palazzo Ducale e in basilica di San Marco, spazi teatrali, in cui si esaltavano la giustizia del Governo, la tutela dell’evangelista sulla sua città, la concordia delle classi sociali, la potenza e la ricchezza della Serenissima.

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L’ufficialità era rappresentata dal corteo dogale. Il Serenissimo vi doveva partecipare in prima persona, preceduto dalle insegne del potere, sui cui simboli, secondo la tradizione, poggiava ab antiquo il mito di Venezia. Se i più antichi percorsi processionali furono indetti per i ludi mariani, nel Rinascimento e nell’età barocca Venezia si presentava in tutto il suo splendore con la festa del Corpus Domini, su cui si esemplavano tutte le altre processioni, in specie quelle di carattere laico nazionalistico, allestite dal Governo per informare icittadini su fatti ed episodi di estrema importanza per lo Stato veneziano.

Una presenza imponente erano le Scuole Grandi, in specie per i soleri (palchi mobili) su cui erano collocate, accanto ad oggetti preziosi, anche allegorie, che Marin Sanudo chiama demonstrationi, in legno e stucco, rivestite con abiti preziosi.

Non di rado si collocavano sui palchi anche persone vive che col supporto di simboli, cartigli con iscrizioni, elementari dialoghi – rappresentavano episodi dell’Antico e Nuovo Testamento, vite di santi, Virtù cardinali e teologali, ma anche allegorie profane complesse e articolate: potenti alleati e mortali nemici di Venezia, il doge, san Marco, la Giustizia, il papa, cardinali, re, ambasciatori.

Per informazioni
e-mail: ufficio.editoriale@cini.it

I VENETI “STRANI MIGRANTI” IN PUGLIA

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E’ UNA DELLE TANTE STORIE legate alla migrazione della nostra gente, che ha saputo fare con le proprie braccia e sudore (ma anche con la Fede che le era propria a quei tempi, come sottolinea un monaco che fu il loro padre spirituale) un Paradiso in terra in una landa deserta, di un angolo di Puglia.

Il documentario mi è arrivato per posta dall’autore, che ringrazio di cuore. Racconta di una delle tante bonifiche in cui i Veneti, chiamati dal governo di Mussolini  negli anni ’30 del Novecento per la loro capacità e abilità nei lavori agricoli, si insediarono in un posto incolto, dove nessun pugliese voleva andarci ad abitare. Infatti, nella loro tradizione, i braccianti pugliesi, finiti i lavori nei campi, ritornavano nel loro paese, nella loro comunità e non volevano allontanarsi  per andare ad abitare in un posto incolto.

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I veneti invece, che fuggivano da una terra ridotta alla fame nera, con i campi a volte ancora devastati dall’ultimo conflitto mondiale, videro una grande opportunità nel contratto di mezzadria che veniva loro offerto dai direttori della bonifica, una volta completati i lavori. “Partono col treno dal trevigiano e dal padovano, dietro si portano un po’ di masserizie, lasciandosi alle spalle un Veneto di fame e miseria, ma senza sapere cosa li aspettasse, ne a cosa andassero  incontro.”     l’enclave veneta in Puglia

Così dopo pochi anni, si creò un piccolo paradiso, grazie anche al clima mite e alla terra fertilissima non mancava loro nulla e arrivarono in maniera costante altri parenti in fuga dalla fame. Accolti bene dalla gente del posto, pur nelle rispettive diverse culture e nella diversa lingua madre, che i coloni continuarono a parlare fino all’ultima generazione, aiutati dal fatto che la comunità era autosufficiente e per loro solo recarsi a Taranto, era andare in un altro mondo, come sottolinea uno degli ultimi superstiti.

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Ma quando i contratti a mezzadria furono aboliti per legge, con un diritto di prelazione sui terreni per i coloni, i direttori del consorzio di bonifica, approfittarono della fiducia che veniva loro accordata e all’inizio del 2000 fecero firmare a tutti gli eredi dei primi pionieri, delle carte in bianco. E li mandarono fuori dal Paradiso che loro stessi avevano costruito.

Molti ritornarono in Veneto, dove il boom degli  anni precedenti aveva trasformato una terra agricola in una regione ai primi posti in Europa nell’export manifatturiero, ma una decina di discendenti rimase, e sono quelli intervistati dal regista. Che malgrado il triste epilogo, sono felici di aver vissuto in quella specie di Eden creato con la loro fatica, la loro e dei  nonni pionieri.

Vi metto il link del bel documentario, che è anche un grande riconoscimento della Regione Puglia e dei pugliesi, nei confronti dei nostri avi e della loro cultura del fare, e del loro spirito di sacrificio. Sono 25 minuti emozionanti,  da non perdere.  strani migranti

 

Esposizione temporanea di codici e incunaboli requisiti dai francesi nel 1797.

codice di Ursicino

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Sabato 17 novembre alle 17 e alle 18, il pubblico potrà ammirare alcuni dei codici e degli incunaboli che furono requisiti dai francesi nel 1797 nel corso dell’esposizione temporanea Le Ruberie napoleoniche in Biblioteca Capitolare. Dall’idea di formare a Parigi un polo culturale che potesse radunare tutto il meglio della produzione artistica europea al burrascoso recupero delle opere, irrimediabilmente marchiate dal timbro della Bibliothèque Nationale de France, i visitatori potranno ripercorrere un pezzo di storia universale declinata nella sua dimensione locale. La politica di spoliazione del patrimonio culturale delle nazioni vinte da parte di Napoleone passò, infatti, anche attraverso la città di Verona e la Biblioteca Capitolare.

Il 16 maggio del 1797 una commissione composta dal generale Bertholet e dal pittore Andrea Appiani, integrata dal segretario Lombardo e dal signor Gaetano Cerù della municipalità di Verona, si presentò al bibliotecario della Capitolare Don Antonio Masotti al fine di individuare i codici e i volumi a stampa più preziosi da trasportare a Parigi. La scelta cadde su una trentina di manoscritti e su una quindicina di incunaboli, ossia testi stampati prima del 1500, che, come recita il verbale del prelievo, furono considerati «degni d’essere portati al Museo di Parigi»: tutti particolarmente preziosi per la rarità, l’antichità o per la decorazione miniata. Questo pregiato materiale bibliografico venne restituito alla Biblioteca nel 1816, grazie anche all’intervento dell’imperatore d’Austria Francesco I e al sostegno di Antonio Canova. Dalla restituzione tuttavia rimasero esclusi cinque incunaboli, quattro manoscritti e un papiro del IX secolo.

L’ENCOMIO SOLENNE DI SHULENBURG, AL CAPITANO EROE DI GUERRA, NELL’ASSEDIO DI CORFU’

A volte capita, che nelle ricerche per il 300esimo della vittoria Veneta di Corfù, di imbattersi in scritti rimasti nell’oblio per tutti questi anni… sfogliando un libro in cui pensavo di perdere solo tempo ecco che mi appare all’improvviso il cielo come dopo una tempesta, l’encomio del Felt Marescial Schulemburg, al Capitan Giuseppe Gorini. E allora perché lasciare ancora tutto in una pagina ingiallita di un vecchio e polveroso libro?

Noi Mattia Giovanni del Sacro Romano Impero Conte di Schoulenburg, Felt Marescial, e Generale dell’Armi in Capite, pel la Serenissima repubblica di Venezia.
Il Capitan Giuseppe Gorini del Reggimento Neuroni, pel tutto il corso dell’assedio, posto dalla Potenza Ottomana a questa Real Piazza, diede tale e tanti saggi del suo valore, dell’esperienza militare , e dell’intrepide condotta, che non possiamo negagli il nostro pieno agradimento , e la laude, ch’egli si è conciliata. Nei varj, e importanti Posti cui fu continuo comandato espose sempre egli con zelo, e colla maggiore costanza la propria vita in servizio della nostra Serenissima Repubblica, e in difesa della Fede. Di fatto sostenuto egli un posto al Borgo S.Rocco dopo aver scacciati i Nemici da quel sito nel giorno dell’assalto generale dovette alla fine soccombere, e riportare una onorata ferita da moschetto nemico nel ginocchio dritto con estremo pericolo di sua vita. Pel così onorati, benemeriti dipartimenti, rilevati da Noi a misura che esso Capitan Giuseppe Gorini, li andava prestando, egli rilasciamo la presente nostra verifica attestazione raccomandando alla pubblica giustizia e grazia.
In fede diechè noi li sottoscriviamo e confermiamo con il nostro Sigillo

Corfù, li 15 novembre 1715
Il Conte di Schulenburg
G. Kellaer Segretario

Ora un lettore potrebbe chiedersi… che era il “Capitan” Giuseppe Gorini? Non potevo  lasciarvi con questa lacuna da colmare…

Gorini Giuseppe Giovan-Antonio, naque a Lugano (Svizzera) il 1686 e fin da giovinetto fu avviato alla carriera delle armi. Iniziò come Cadetto in un collegio Spagnolo, quindi con il grado di Alfiere, Sottotenente e successivamente Tenente, servì Casa Savoia nel Reggimento Ghit.
Nel 1715 lo troviamo a Corfù con una sua Compagnia di Oltremontani al servizio delle Serenissima, inquadrato nel Reggimento Neuroni. A seguito della vittoria, agosto 1716, fu imbarcato con il suo Reggimento, fino al 1718, sulle più prestigiose navi dell’Armata, dove riportò nei vari scontri diverse ferite. Nel 1734 viene eletto Sergente Maggiore nel Reggimento Giampicone. Nel 1741 venne promesso al grado di Tenente Colonnello nello stesso reggimento. Nel 1750 diviene Vice Governatore della Piazza di Knin (Dalmazia). Nel 1764, a seguito del suo lungo e fedele servizio militare nella nostra Repubblica, ottenne la propria giubilazione (pensionamento) e il comando della tranquilla Piazza di Bergamo. Si spense all’età di 83 anni nella sua città natale.
Onore e Gloria a Lui

UN SETTE AGOSTO LA FINE DI UN TIRANNO CHE HA SCONVOLTO IL MONDO.

Pino Santarsiere 

10301432_10203728637968728_7947840092849042726_nOggi 7 agosto di tanti anni fa. il 15 luglio 1815 Napoleone si arrese agli inglesi e il 7 agosto salì a bordo della nave HMS Bellerofont. Condizione della consegna era la deportazione in Inghilterra o negli Stati Uniti, ove intendeva vivere soggetto al diritto comune e con lo status di privato cittadino.
Il capitano Maitland, in rappresentanza del principe reggente, venne meno alla parola data, e Napoleone venne tratto in arresto imbarcato sulla nave di linea il Northumberland (HMS Northumberland was a 74-gun third rate ship of the line of the Royal Navy, built at the yards of Barnard) e condotto a Sant’Elena, piccola isola nel mezzo dell’Oceano Atlantico.

Il 16 ottobre 1815 la nave da battaglia inglese HMS Northumberland giunse a Sant’Elena, un’isola nell’Oceano Atlantico, col prezioso carico. Ove, con un piccolo seguito di fedelissimi,fu trasferito nel villaggio interno di Longwood, ove rimase fino al decesso.
Napoleone dettò le sue memorie ed espresse il suo disprezzo per gli inglesi, personificati nell’odiosa figura del “carceriere” di Napoleone sir Hudson Lowe (che dal trattamento duro riservato a Napoleone non trasse alcun vantaggio per la sua carriera, anzi fu accusato di essere stato troppo severo nei confronti dell’imperatore francese). Sulla base dei suoi ricordi, espressi in lunghe conversazioni quasi quotidiane, il conte de Las Cases scrisse Il Memoriale di Sant’Elena e nella seconda metà dell’aprile 1821 redasse egli stesso le sue ultime volontà, e molte note a margine (per un totale di 40 pagine).

VENEZIA “robalegne e vandala” NEL BELLUNESE?

castello di Pieve di Cadore

castello di Pieve di Cadore

Si sa che se a scriver la storia di una Nazione sconfitta è chi ha sposato i princìpi dell’Attila che la distrusse, mal che vada di verità ne resta ben poca, specie a livello popolare. E non è che le cose cambino più di tanto, nell’epoca del wi-fi e della connessione veloce, magari si impiega lo smart phone per dar al caccia ai pokemon, invece che leggere note come le mie o (sarebbe molto meglio) qualche pagina di grandi divulgatori storici, come Alvise Zorzi, Frederic C. Lane e tanti altri.

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castello di Botestagno

Ad Esempio, nel bellunese è convinzione diffusa che Venezia “rubasse la legna” (sic) per usi propri spogliando i boschi. E’ provato storicamente il contrario, invece. il bosco del Cansiglio è un testimone eloquente. Regole severe per un taglio che fu sempre selettivo, e dove i boschi erano di proprietà delle comunità locali, la legna veniva venduta dalle stesse, come anche la pece ricavata incidendo la corteccia degli abeti (pez, chiamati appunto così in dialetto perché fornivano la preziosa ambra).WIN_20160805_17_42_52_Pro

Altro rimprovero riguarda la demolizione di bellissimi castelli: e questo ha qualche fondamento. Solo che i castelli erano quelli dei feudatari, i quali, fino all’arrivo di San Marco, avevano tiranneggiato il popolo più umile, che vide in Venezia una difesa contro le prepotenze dei signorotti locali.

Comunque, la leggenda nera ha riguardato anche i due castelli del Cadore che compaiono nello stemma araldico della comunità. uniti da una catena. Quello di Pieve del Cadore e quello di Botestagno. Almeno per il primo, la fortezza era presente, sia pure trascurata per mancanza di mezzi, con i suoi cannoni fino al 1797; fu poi demolita dagli austriaci e le pietre riciclate per la costruzione della chiesa locale. Nel 1882 l’esercito italiano “sparecchiò” il resto perla costruzione delle fortificazioni.

L’altro castello, il Botestagno, fu messo all’asta dal governo bavarese nel 1808 e venne poi demolito parzialmente per usarne i materiali; nel 1867 il governo austriaco ordinò la demolizione dei resti. Fonte: breve storia del Cadore, di Giovanni Fabbiani edito dalla Magnifica Comunità Del Cadore

Pigafetta, un vicentino intorno al mondo.

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Ad Antonio Pigafetta Vicenza ha dedicato il Liceo classico cittadino, una delle più antiche istituzioni scolastiche. E un monumento sul viale che dalla stazione ferroviaria porta al centro della città, chi arriva viene accolto dall’illustre vicentino alto su una prua  di nave marmorea.La sua fama deriva dall’aver circumnavigato per primo il globo terrestre con Ferdinando Magellano e di averlo descritto.

Eppure della biografia di Pigafetta non si conosce molto, pochi documenti originali e qualche lettera autografa, rare le testimonianze di contemporanei, solo qualche notizia riportata, posteriore al famoso viaggio. Rampollo di una famiglia nobiliare di Vicenza, nato intorno al 1492, solo nel ‘900 si è riusciti a stabilire la paternità, della madre non c’è certezza, visto che il padre, Giovanni Antonino Pigafetta,  si era sposato tre volte. Antonio aveva un carattere portato alla curiosità e alla conoscenza,  era  studioso di scienze, matematica e astronomia.  Trovandosi nel 1519 a Barcellona al seguito del nunzio vicentino Francesco Chiericati  e avendo sentito parlare della spedizione di Magellano, Pigafetta volle intraprendere il viaggio come passeggero pagante, spinto dalla sua curiosità di visitare terre lontane.
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Imbarcatosi sull’ammiraglia Trinidad, non fu subito bene accetto da Ferdinando Magellano, ma ne conquistò  gradualmente la stima, tanto da diventare il suo uomo di fiducia.
Nello scontro con gli indigeni dell’isola di Mactan, nelle isole Filippine,  che vide la morte di Magellano, anche Pigafetta rimase ferito. Dopo la scomparsa di Magellano, Pigafetta assunse un ruolo di maggiore responsabilità nell’equipaggio, in particolare gestendo le relazioni con le popolazioni autoctone. pig4
Fu uno pochi dei superstiti della spedizione, che il 6 settembre 1522 rientrarono in Spagna con la nave Victoria, unica nave rimasta. Nel 1524 Pigafetta  scrisse la Relazione del primo viaggio intorno al mondo, dettagliato resoconto della spedizione,  oggi ritenuto uno dei più preziosi documenti sulle grandi scoperte geografiche del Cinquecento. Il 5 agosto1524 il Senato  della Serenissima gli accordò il privilegio della stampa del suo Diario.
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Inizialmente donato all’imperatore Carlo V°, il diario fu fatto sparire, ritenuto dagli spagnoli una poco gradita testimonianza dell’impresa leggendaria del portoghese  Magellano. Anche Pigafetta fu dall’imperatore frettolosamente congedato. Andato perduto, l’importante diario fu rinvenuto nel 1797 dallo scienziato e letterato  ligure Carlo Amoretti.
Poco si sa anche della morte di Pigafetta, avvenuta forse per una pestilenza, nel 1527 anno del sacco di Roma, vicino a Viterbo.  Altra ipotesi è che sia caduto  in combattimento al largo dell’isola di Modone nel 1531.