PERCHE’ NON POSSIAMO NON DIRCI VENEZIANI

.. E DOBBIAMO COLLEGARCI ALLA STORIA DELLA CAPITALE DEI VENETI.
Ieri ho letto una grande corbelleria (volevo usare un altro termine ma resto nel soft) da parte di un signore, il quale affermava in maniera decisa che il Doge regnava sul nulla, dato che i veneti (e quindi a maggior ragione, tutto il commonwealth veneto, pardon, veneziano) non avevano alcuna voce in capitolo sul modo di reggere lo stato, essendo diretti come “res nullius”, cose insignificanti, dagli aristocratici della capitale.
Curiosa teoria, che ignora del tutto il sentimento di appartenenza alla Nazione veneta diffuso tra le masse già solo dopo pochi decenni dall’aggregazione, che registrò persino un personaggio del calibro di Macchiavelli, il quale annotò stupito (inviato come osservatore durante la guerra di Cambrai dai fiorentini) le rivolte armate contro le truppe di Massimiliano II e la scena di un rivoltoso impiccato a Verona. Salendo sul patibolo davanti agli alleati dell’imperatore che gli offrivano la vita salva se rinunciava a san Marco, egli rispose: Mi sonti marchesco, marchesco voj morir! (traduco in veronese, spero bene) .. E si fece impiccare.
CON QUESTI SUDDITI, CONCLUSE IL FIORENTINO, VENEZIA NON AVEVA NULLA DA TEMERE DAI SUOI NEMICI. 
Ebbene noi non avemmo un solo Brave Heart, ne avemmo tanti, a migliaia… per tutto il corso della storia che ci legò a Venezia, fino all’ultimo giorno, basta ricordare i “marcolini” che nel 1796 e ’97 sfidando il piombo dell’invasore francese con una Venezia ormai piegata, contrastarono le truppe occupanti.
Ma come mai questo sentimento diffuso di appartenenza? Venezia e il Leone rappresentavano per tutti la libertà di autogoverno locale, la garanzia di una legge uguale per tutti, che castigava nobili e popolani ma più chi governava male o approfittava della propria posizione per i suoi interessi particolari.  E infatti il popolino era il maggior tifoso di certe magistrature severe, quale il temibile Consejo dei X  con i suoi inquisitori.
La buona giustizia era una della carte vincenti, come la libertà delle comunità libere di conservare leggi e tradizioni, ma a Venezia dobbiamo una cosa enorme: aver ridato dignità di Nazione a un popolo che dopo la caduta dell’impero romano rischiava di perdere la propria memoria storica.Infatti, Marin Sanudo, all’inizio della nascita dello stato veneto (non più solo dogado) ci chiamava “lombardi” essendo noi stati governati prima delle signorie locali, dai longobardi.
Ebbene, un secolo dopo, eravamo ridiventati “Veneti” e Venezia occupò la Terraferma solo fino ai confini di quello che era la X regio chiamata appunto Venetia et Histria.  I veneti erano risorti. Tremila anni di storia si eran ricollegati a un popolo.  E si uniformarono, parlo non solo della regione Veneto, ma ben oltre, anche nelle parlate locali, in maniera spontanea, tanto che oggi, grazie all’enorme influsso del veneziano, si può parlare di “lengua veneta” e non solo di dialetti.
Se oggi qualcuno tenta di scrivere delle regole comuni tra le varie parlate, spero voglia tener conto dell’apporto del veneziano. Cito ad esempio il passaggio dal “pavan” del Ruzante, al dolce padovano odierno.
In conclusione, col Leone marciano sulla nostra bandiera, dichiariamo al mondo di esser noi gli eredi dei valori universali di Venezia, che fu un pilastro di tutta l’Europa cristiana.
 
Senza quel Leone, rischiamo di tornare ad  esser veramente il nulla, ma non quello che tu, caro signore “negazionista” , non capendo la Storia, affermi essere stata la Nazione veneta. 
 
W San Marco, per sempre ! 

LA MORALITA’ DEL DOGE E IL SUO CONTROLLO

il Doge Loredan ritratto da Vittor Carpaccio

Il futuro Doge, prima di essere eletto, doveva depositare l’intera documentazione del suo stato patrimoniale. Doveva giurare di non agevolare né direttamente né indirettamente se stesso, nessun parente o amico. (Quasi come ai giorni nostri sic!)

Alla sua morte era effettuata, a partire dal 1501, un’accurata verifica dagli Inquisitori sopra il Doge defunto sui comportamenti adottati e, nel caso fossero stati riscontrati arricchimenti rispetto allo stato patrimoniale al momento dell’elezione, erano tutti senza nessuna esclusione considerati illeciti.

Questa verifica aveva inizio subito dopo l’avvenuta morte del doge e generalmente si concludeva prima dell’elezione del successore. In caso di riscontri positivi gli eredi erano tenuti a rimborsare lo Stato, come è avvenuto, tra gli altri, agli eredi del doge Leonardo Loredan.

Malgrado quest’ultimo avesse fatto dono di un’enorme ricchezza alla Serenissima (alcuni dicono 100.000 ducati) gli inquisitori riscontrarono un arricchimento illecito per 2700 ducati, di gran lunga inferiore alla donazione fatta dal doge; gli eredi furono quindi obbligati a rimborsarli allo stato.

Questo accertamento durò circa due anni.

Almeno una volta l’anno, generalmente il primo giorno dopo la convocazione del Consiglio dei X, dopo la festa di San Gerolamo (30 settembre), al doge era ricordato, onde evitare scappatoie quali sono anziano, non ci vedo bene, non ricordo ecc. da un ragazzino che gli leggeva in integrale il testo della Promissione a cui aveva giurato di essere osservante.

Il nome del doge era impresso sulle monete mentre era tassativamente proibito effigiarne il volto.

FIILIPPI EDITORE VENEZIA

UN MERCANTE VENETO DIETRO IL DOLCE NATALIZIO INGLESE

Ce ne parla lo storico Alessandro Alberto Magno in un intervento sul “Sole 24 ore”.

 

L’ASPETTO NON PARE INVITANTE, MA, CREDO DOLCISSIMO

Natale, tempo di Christmas pudding. Il dolce che al di là della Manica ricopre il ruolo che da noi ha il panettone è un composto carico di frutta secca in generale e di uvetta in particolare. Proprio per questo, così come anche il plum cake, ha un papà tutto italiano, di nome Giacomo Ragazzoni, un mercante – occorre aggiungere ricchissimo? – veneziano che nella seconda metà del Cinquecento deteneva il monopolio del commercio dell’uvetta passa, tra l’impero ottomano e l’Inghilterra. Insomma, è stato Ragazzoni a rendere l’uvetta un bene di (quasi) largo consumo nel regno dei Tudor e senza di lui i dolci inglesi a base di questo ingrediente o non sarebbero nati o sarebbero arrivati solo più tardi. Non è affatto un caso se i primi accenni al Christmas pudding risalgono al XVI secolo.

il paese di Valtorta da cui proveniva la famiglia di mercanti. Venezia era anche questo: una grande opportunità per tutti.

Ragazzoni apparteneva a una famiglia di mercanti originaria di Valtorta, nell’alta val Brembana. A Venezia possedevano parecchi immobili, tra i quali un palazzo a Cannaregio. Nel 1542, quattordicenne, viene mandato a Londra per imparare l’arte della mercatura e seguire gli affari della famiglia. Lì tesse buone relazioni con gli ambasciatori veneziani che lo presentano a corte: conosce Enrico VIII, Edoardo VI e partecipa alle cerimonie di incoronazione (1533) e di nozze di Maria Tudor con Filippo d’Asburgo (1554). Gli viene concesso l’onore di inserire la rosa dei Tudor nel proprio stemma araldico.
Nel 1558, alla morte del padre, rientra a Venezia. Si dedica ad accrescere le capacità commerciali dell’impresa di famiglia e fa varare tre grandi navi in grado di raggiungere Londra e Anversa partendo da Costantinopoli. È in questi anni che diventa il monopolista del commercio dell’uvetta passa, detta anche, non casualmente, «sultanina».

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UN PO’ DI STORIA SUL LEONE DI SAN MARCO DI FILIPPI EDITORE

Filippi editore nel 2012 ha pubblicato su facebook una ottima ricerca sulla iconografia del Leone marciano, che vi ripubblico in due sezioni. Mi lascia un poco perplesso però l’ostilità da parte dell’autore di accettare  la storicità del Leone con spada, quando basta recarsi ancor oggi in qualche posto di confine “turbolento” per trovarne degli esemplari superstiti. Mi riferisco al Leone in val Sugana e  a qualche altro ai confini friulani dopo la guerra di Gradisca.  Anche se certamente questo tipo fu senz’altro una variazione “moderna” rispetto a quello con il libro (che non è il vangelo). Ma ve ne furono molte altre. 

SUL LEONE DI SAN MARCO SONO STATE SPESE E, PURTROPPO ANCHE DI RECENTE, SCRITTE PAROLE NON SUFFRAGATE DA RICERCHE STORICHE DOCUMENTATE.
Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.
Tutti i santi sono riconoscibili non solo per i volti, abiti, azioni, ambientazioni ma e soprattutto per l’emblema ovvero San Lorenzo deve avere la graticola, Santa Lucia gli occhi, Sant’Orsola la freccia ecc. Quali santi hanno il volto di leone? L’unico è l’evangelista Marco. Ne diviene pertanto inutile al fine di un riconoscimento attribuire una spada come emblema aggiuntivo. Ricordando che Venezia era sotto l’impero romano d’oriente, non si può sottovalutare che non aveva accettato la schiavitù a differenza dell’impero romano. Se fosse come molti affermano la rappresentazione del leone con la spada la bandiera di guerra, cosa peraltro da dimostrare, mi chiedo perché non venne utilizzata neppure per la Guerra di Lepanto, forse che si può sostenere che è stata una dimenticanza?
In piazza San Marco vengono poste sopra le due colonne “Marco e Todaro” nel XV secolo le due rappresentazioni scultoree di San Marco e di San Teodoro. Anche i recenti studi e restauri hanno appurato che il Leone è ottenuto tramite un assemblamento di vari parti, perché non è stata inserita la spada? È da ritenerla una dimenticanza?
Le prime fonti a cui possiamo e dobbiamo fare riferimento per ricostruire la storia del leone marciano sono costituite dalla visione di Ezechiele che descrive la volta celeste sostenuta dalle ali di “quattro esseri viventi”, seguita poi dalla visione dell’Apocalisse di Giovanni .
Il primo “vivente” era simile a un leone, il secondo aveva l’aspetto di un vitello, il terzo l’aspetto di un uomo, il quarto l’aspetto di un’aquila in volo.
Ed ecco spiegato perché il leone ha le ali.
La simbologia dei quattro evangelisti, divulgatori della parola di Dio, assume questi significati: a San Giovanni l’aquila per l’acutezza teologica del linguaggio, a San Matteo il volto umano perché inizia il Vangelo con la genealogia di Gesù Cristo, a San Luca il vitello perché il Vangelo inizia con il sacrificio al Tempio di Zaccaria, padre del Battista ed a San Marco il leone perché inizia il Vangelo con le tentazioni di Gesù nel deserto.
È doveroso ricordare che per gli uomini del medioevo il santo patrono e soprattutto la presenza del suo corpo costituiva l’unico punto di contatto tra i servi di Dio ed i fedeli.
In questo contesto storico, anche la più piccola delle comunità vuole avere un Patrono con le relative reliquie.
Le prime memorie del leone alato che garriva nei vessilli e negli stendardi risalgono al 1177.

EX CINERIBUS FELTRIS, DALLE CENERI DI FELTRE DISTRUTTA DAGLI IMPERIALI

Feltre veneta con il castello nello sfondo

Quello che accadde a Feltre tra il 1509  e l’anno seguente, sembra una cronaca della II guerra mondiale, con civili e truppe massacrate per rappresaglia senza alcuna pietà (pietà l’è morta diceva una canzone). Ne avevo accennato in un altro articolo, in questo più completo, parto dall’inizio, con l’arrivo della bandiera imperiale a Feltre, contro la volontà dei suoi cittadini, grazie al tradimento di alcuni nobili filo imperiali. Quanto avvenne dopo è un vero film dell’orrore. 

 

All’interno dell’epica generale della guerra di Cambrai, la città di Feltre ha una sua epica particolare. Ridotte all’osso le cose andarono nel modo che segue.il primo luglio 1509, l’imperatore Massimiliano entrò a Feltre senza dover combattere perché alcuni patrizi di spirito filoasburgico (in cittè presenti a quel tempo come oggi) avevano predisposto segretamente ogni cosa. L’imperatore ebbe accoglienza calorosa.
Si cantò il TeDeum in cattedrale e fu organizzato un ballo nel palazzo del comune.
Massimiliano prese alloggio nel Vescovado, e dopo pochi giorni ripartì, lasciando un presidio delle proprie truppe.
Poche settimane tuttavia, e un’altra frazione del patriziato urbano organizzò un blitz, che favorì nottetempo il rientro in città delle truppe veneziane. Seguì a quel punto, il massacro a furor di popolo del presidio imperiale.
Quando la notizia raggiunse Massimiliano, si preparò immediatamente la rappresaglia. Il 3 agosto 1509 furono scorti sotto le mura di Feltre alcuni soldati imperiali a cavallo. Ammazzavano chiunque incontrassero. L’esercito vero e proprio attendeva poco distante, e infine diede l’assalto alla città. Riuscì ad entrarvi.
I mercenari tedeschi dell’imperatore saccheggiarono tutto il possibile ed infine si diedero all’eccidio indiscriminato. Passarono a fil di spada tra i 200 e i 400 feltrini.
Ma nel novembre 1509 Feltre tornò in mano ai veneziani. Venne massacrata una seconda guarnigione imperiale, asseragliatasi nel castello della città (ls torre di Alboino ndr). Furono risprmiati il capitano e due soldati. Al capitano vennero cavati gli occhi. Ai due soldati, che ebbero in consegna il capitano accecato, affinché lo consegnassero all’imperatore, vennero invece amputate le mani.
Non passò nemmeno un anno. Ai primi di luglio del 1510 si diresse verso Feltre un grosso contingente di truppe. Cavalli, fanti. Qualche bocca da fuoco. Sventolava l’aquila a due teste di Massimiliano I-
Bastarono poche cannonate contro le mura, più che altro di avvertimento. Le truppe entrarono in ccittà senza colpo ferire. Porte e finestre erano sprangate. Un silenzio irreale. Gran parte dei feltrini si erano dati alla fuga memore dell’eccidio dell’anno precedente. I veneziani, consci del fatto che Feltre non era difendibile, avevano per tempo sguarnito la città e portato via l’artiglieria pesante…

 

Le truppe imperiali saccheggiarono la città liberamente. Ammazzarono i pochi che incontravano… Sfondarono le porte delle chiese a colpi di colubrina. Bevettero il vino delle cantine. Tre giorni di questo carnevale e una voluta di fumo salì nel cielo. E poi le fiamme. Alte e grandi. Fiamme a non finire. Per tre giorni e tre notti. I tetti sfrigolarono. Insieme alle case, ai libri, alle madie, alle cassapanche e a ogni altra vanità.
Infine si levò un giorno grigio che svelava montagne di cenere e rovine. Odore forte di abbrustolito, io immagino, qua e là macerie fumanti.
Feltre venne rasa al suolo. I documenti non lasciano dubbi. il fuoco divorò il 70 % della città, borghi compresi. Per riprendersi da quel cataclisma ci vollero parecchi decenni. Gli studiosi hanno architettato molte spiegazioni di quanto accadde. Si sostiene ad esempio che siano stati i feltrini stessi ad imbandire quella griglia centigrada per arrostire la canaglia tedesca, come gli abitanti di Mosca all’arrivo di Napoleone. Ma non vi sono dubbi sul fatto che la tecnica del “taglia e brucia”, per l’esercito di Massimiliano I, era una strategia militare di prammatica.

-tratto da La via di Schenèr: Un’esplorazione storica nelle Alpi disponibile on line

 

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LA DEVOTA DI CALDEVIGO, UN MONDO PERDUTO?

Statuina erroneamente chiamata la dea di Caldevigo in realtà raffigura una donna orante con le braccia aperte che invoca la divinità la possiamo definire anche: “la devota di Caldevigo”. Il bronzetto e bellissimo colmo di patos e di grande religiosità: raffigura una sacerdotessa, vestita con grande accuratezza con una acconciatura speciale ed elaborata a forma conica che ricorda indubbiamente il famoso e raffinatissimo “Elmo di Oppeano”. Questa sacerdotessa, traboccante di dolcezza, incarna il mondo venetico del IV secolo ante era volgare. Un mondo magico irrepetibile distrutto anche dal cristianesimo. Non conosciamo ormai più la trascendenza, e il vero potere della preghiera.

PUBBLICATO DA LUIGI PELLINI

Pellini ci porta  dentro al mondo della religiosità di paleo veneti, assolutamente diverso da quello dell’uomo moderno: ma la rottura, fu veramente l’avvento del Cristianesimo? Io credo di no, il cristianesimo fu il frutto dell’Ebraismo ma anche del mondo pagano maturo ellenico, e una religiosità profonda continuò almeno fino al Medio Evo e oltre. La vera rottura col mondo religioso, col trascendente, avvenne con l’avvento dei Lumi prima e con la Rivoluzione francese poi, che minò alla radice il rapporto tra l’Uomo e la Religiosità preparando il mondo edonista e materialista odierno, succeduto al tramonto delle ideologie dopo le tragedie immani del Novecento. 
L’Uomo si è illuso di poter escludere l’idea di Dio dalla sua vita, ma pare brancolare nel buio più totale, Venezia stessa, per liberarsi del Papa, si era messa sotto le ali di san Marco,  ritenendo che una società non potesse reggere senza un profondo legame col cristianesimo. La basilica marciana e le tante chiese veneziane questo ci dicono.
 

I CORRIERI DELLA POSTA VENETA, I CAVALLANTI

pagina miniata della mariegola dei cavallanti

Fu grazie a Venezia e alla famiglia Tasso (proprio quella del famoso poeta) bergamasca, se in Europa nacque il primo servizio postale in senso moderno, tramite i “cavallanti”, dei postini ante litteram che distribuivano la corrispondenza prima nel territorio di san Marco poi nello stato pontificio e nell’impero germanico. Ma partiamo dall’inizio:

Lungo le correnti di traffico mercantile troviamo i corrieri veneziani, cioè dei privati corrieri che percorrevano l’Europa dei secoli passati per trasportare le lettere. In periodo già precedente all’anno mille nacque a Venezia, o meglio a Rialto, il sestiere che per tanti secoli fu il punto centrale della vita economica veneziana, la professione del corriere, resa necessaria dal vitale bisogno di scambio delle notizie proprio dell’attività mercantile. Tra i corrieri che esercitavano questa attività, si distinsero alcuni che provenivano dal bergamasco, in particolare dalla Val Brembana e tra questi alcuni della famiglia Tasso, che portarono a Venezia la loro esperienza già acquisita in passato.

Una delle date importanti per i corrieri veneziani fu il 6 gennaio 1305 (secondo il calendario veneziano che faceva iniziare l’anno il 1° marzo, quindi in realtà è da intendersi il 6 gennaio 1306 secondo il nostro calendario), quando il Maggior Consiglio decretò che tutti i corrieri operanti a Venezia fossero sottoposti al controllo dei Provveditori di Comun, la Magistratura preposta al controllo delle tariffe. Questa data è da considerarsi importante per i corrieri perché per la prima volta lo Stato ne riconosceva ufficialmente l’attività e li gratificava di notevoli vantaggi, quali l’esercizio privatistico della loro professione. Nacque così la Compagnia dei Corrieri della Serenissima, la cui attività era regolata da uno statuto e da norme precise che costituivano la Mariegola, un volume che raccoglieva tutte le deliberazioni adottate dai dirigenti della Compagnia.
I corrieri percorrevano tutti i percorsi dell’Europa, in particolare quelli che conducevano ai mercati ed alle fiere dove si concentrava l’attività mercantile. In questi luoghi i mercanti veneziani giungevano portando le loro merci che acquistavano in Oriente, merci molto ricercate da tutti i popoli europei, ed in questi mercati avvenivano gli scambi commerciali. Non poteva mancare, in questi luoghi, la presenza dei corrieri, perché era di grandissima importanza che le notizie di carattere economico, riguardanti i prezzi, le merci, la presenza dei mercanti, giungessero velocemente: prima le notizie arrivavano, e migliore era il risultato economico degli scambi.

(Adriano Cattani, direttore del Museo dei Tasso e della Storia Postale)

LE PROCESSIONI A VENEZIA, momenti di gran gioia per popolo e nobili uniti.

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Un prezioso volume di Lina Urban  descrive le Feste e i Fasti della Repubblica veneta, che consentivano di compattare la popolazione della capitale (ma anche in terraferma con la festività solenne di san Marco) con la classe nobiliare e burocratica che reggeva lo stato. Facciamo un utile paragone con le smorte festività nazionali italiane odierne, e capiremo la differenza enorme tra quei tempi felici, interrotti drammaticamente nel 1797,  e il triste quotidiano odierno. La presentazione ci aiuta a capire meglio quanto ho accennato. 

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La millenaria Repubblica di San Marco ebbe, più che qualsiasi altro stato europeo, il maggior numero di processioni, un intreccio inscindibile che abbinava il culto civico alle celebrazioni religiose.
Proprio per questa costante esse svanirono, più che altrove, insieme alla perdita della libertà politica, al glorioso passato sui mari, all’intraprendenza mercantile in quel fatale 1797.

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Venezia appariva in tutto il suo splendore sia che i cittadini partecipassero coralmente col doge allo Sposalizio del mare, sia che lo seguissero nelle innumerevoli andate (visite) a chiese e monasteri. Molteplici celebrazioni traevano origine da fatti storici o erano in ringraziamento per cessazioni di calamità naturali, altre solennizzavano l’elezione dogale, il trionfo della dogaressa, l’ingresso in Palazzo Ducale di un procuratore di San Marco, del Cancellier Grande, di ambasciatori, l’entrata in San Pietro di Castello del patriarca, la consegna del vessillo e del bastone di comando a un capitano generale.

Alcune erano singolari e uniche: se il Serenissimo, per ribadire il suo jus patronato sul convento delle vergini, sposava simbolicamente la badessa lo Stato indiceva in onore dell’arrivo da Roma del cappello cardinalizio, destinato ad un patrizio veneziano, un solenne corteo.

La maggior parte delle cerimonie trovava conclusione in piazza, in Palazzo Ducale e in basilica di San Marco, spazi teatrali, in cui si esaltavano la giustizia del Governo, la tutela dell’evangelista sulla sua città, la concordia delle classi sociali, la potenza e la ricchezza della Serenissima.

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L’ufficialità era rappresentata dal corteo dogale. Il Serenissimo vi doveva partecipare in prima persona, preceduto dalle insegne del potere, sui cui simboli, secondo la tradizione, poggiava ab antiquo il mito di Venezia. Se i più antichi percorsi processionali furono indetti per i ludi mariani, nel Rinascimento e nell’età barocca Venezia si presentava in tutto il suo splendore con la festa del Corpus Domini, su cui si esemplavano tutte le altre processioni, in specie quelle di carattere laico nazionalistico, allestite dal Governo per informare icittadini su fatti ed episodi di estrema importanza per lo Stato veneziano.

Una presenza imponente erano le Scuole Grandi, in specie per i soleri (palchi mobili) su cui erano collocate, accanto ad oggetti preziosi, anche allegorie, che Marin Sanudo chiama demonstrationi, in legno e stucco, rivestite con abiti preziosi.

Non di rado si collocavano sui palchi anche persone vive che col supporto di simboli, cartigli con iscrizioni, elementari dialoghi – rappresentavano episodi dell’Antico e Nuovo Testamento, vite di santi, Virtù cardinali e teologali, ma anche allegorie profane complesse e articolate: potenti alleati e mortali nemici di Venezia, il doge, san Marco, la Giustizia, il papa, cardinali, re, ambasciatori.

Per informazioni
e-mail: ufficio.editoriale@cini.it

I VENETI “STRANI MIGRANTI” IN PUGLIA

                                                                 mietitori

E’ UNA DELLE TANTE STORIE legate alla migrazione della nostra gente, che ha saputo fare con le proprie braccia e sudore (ma anche con la Fede che le era propria a quei tempi, come sottolinea un monaco che fu il loro padre spirituale) un Paradiso in terra in una landa deserta, di un angolo di Puglia.

Il documentario mi è arrivato per posta dall’autore, che ringrazio di cuore. Racconta di una delle tante bonifiche in cui i Veneti, chiamati dal governo di Mussolini  negli anni ’30 del Novecento per la loro capacità e abilità nei lavori agricoli, si insediarono in un posto incolto, dove nessun pugliese voleva andarci ad abitare. Infatti, nella loro tradizione, i braccianti pugliesi, finiti i lavori nei campi, ritornavano nel loro paese, nella loro comunità e non volevano allontanarsi  per andare ad abitare in un posto incolto.

                                                          Bonifica_Guidonia

I veneti invece, che fuggivano da una terra ridotta alla fame nera, con i campi a volte ancora devastati dall’ultimo conflitto mondiale, videro una grande opportunità nel contratto di mezzadria che veniva loro offerto dai direttori della bonifica, una volta completati i lavori. “Partono col treno dal trevigiano e dal padovano, dietro si portano un po’ di masserizie, lasciandosi alle spalle un Veneto di fame e miseria, ma senza sapere cosa li aspettasse, ne a cosa andassero  incontro.”     l’enclave veneta in Puglia

Così dopo pochi anni, si creò un piccolo paradiso, grazie anche al clima mite e alla terra fertilissima non mancava loro nulla e arrivarono in maniera costante altri parenti in fuga dalla fame. Accolti bene dalla gente del posto, pur nelle rispettive diverse culture e nella diversa lingua madre, che i coloni continuarono a parlare fino all’ultima generazione, aiutati dal fatto che la comunità era autosufficiente e per loro solo recarsi a Taranto, era andare in un altro mondo, come sottolinea uno degli ultimi superstiti.

                                                                   lavori-bonifica

Ma quando i contratti a mezzadria furono aboliti per legge, con un diritto di prelazione sui terreni per i coloni, i direttori del consorzio di bonifica, approfittarono della fiducia che veniva loro accordata e all’inizio del 2000 fecero firmare a tutti gli eredi dei primi pionieri, delle carte in bianco. E li mandarono fuori dal Paradiso che loro stessi avevano costruito.

Molti ritornarono in Veneto, dove il boom degli  anni precedenti aveva trasformato una terra agricola in una regione ai primi posti in Europa nell’export manifatturiero, ma una decina di discendenti rimase, e sono quelli intervistati dal regista. Che malgrado il triste epilogo, sono felici di aver vissuto in quella specie di Eden creato con la loro fatica, la loro e dei  nonni pionieri.

Vi metto il link del bel documentario, che è anche un grande riconoscimento della Regione Puglia e dei pugliesi, nei confronti dei nostri avi e della loro cultura del fare, e del loro spirito di sacrificio. Sono 25 minuti emozionanti,  da non perdere.  strani migranti

 

Esposizione temporanea di codici e incunaboli requisiti dai francesi nel 1797.

codice di Ursicino

codice di Ursicino

Sabato 17 novembre alle 17 e alle 18, il pubblico potrà ammirare alcuni dei codici e degli incunaboli che furono requisiti dai francesi nel 1797 nel corso dell’esposizione temporanea Le Ruberie napoleoniche in Biblioteca Capitolare. Dall’idea di formare a Parigi un polo culturale che potesse radunare tutto il meglio della produzione artistica europea al burrascoso recupero delle opere, irrimediabilmente marchiate dal timbro della Bibliothèque Nationale de France, i visitatori potranno ripercorrere un pezzo di storia universale declinata nella sua dimensione locale. La politica di spoliazione del patrimonio culturale delle nazioni vinte da parte di Napoleone passò, infatti, anche attraverso la città di Verona e la Biblioteca Capitolare.

Il 16 maggio del 1797 una commissione composta dal generale Bertholet e dal pittore Andrea Appiani, integrata dal segretario Lombardo e dal signor Gaetano Cerù della municipalità di Verona, si presentò al bibliotecario della Capitolare Don Antonio Masotti al fine di individuare i codici e i volumi a stampa più preziosi da trasportare a Parigi. La scelta cadde su una trentina di manoscritti e su una quindicina di incunaboli, ossia testi stampati prima del 1500, che, come recita il verbale del prelievo, furono considerati «degni d’essere portati al Museo di Parigi»: tutti particolarmente preziosi per la rarità, l’antichità o per la decorazione miniata. Questo pregiato materiale bibliografico venne restituito alla Biblioteca nel 1816, grazie anche all’intervento dell’imperatore d’Austria Francesco I e al sostegno di Antonio Canova. Dalla restituzione tuttavia rimasero esclusi cinque incunaboli, quattro manoscritti e un papiro del IX secolo.