L’AUTOGESTIONE DEI CARCERATI, SOLO A VENEZIA POTEVA ACCADERE.

EL  LEON DE TRAU'. siano puniti gli ingiusti, il seme degli empi perirà, portava  scritto.

EL LEON DE TRAU’. siano puniti gli ingiusti, il seme degli empi perirà, portava scritto.

LO STRAORDINARIO ESEMPIO DI AUTOGOVERNO DEI CARCERATI DELLA GIUSTINIANA, A VENEZIA (non poteva che succedere lì)

La storia della nostra amata Venezia  offre a chi voglia approfondirla, motivi di continuo stupore e meraviglia, per le leggi, gli usi e le consuetudini nei campi più diversi, a volte così in anticipo sui tempi, che nemmeno al giorno d’oggi possiamo trovare esempi del genere.

Quello di cui vi scrivo è uno di questi casi. Non esite credo, in nessun carcere moderno del mondo, un autogoverno dei detenuti, a meno che non si voglia considerare tale, l’ordine imposto con la violenza e il terrore da qualche caporione o gang.

A Venezia i blocchi che facevano capo a un comando di guardia erano sei, chiamati “Signori di notte”, “Presentati”, “Novissime”, “Civili”, “Forti” e “Cai”. Un altro gruppo (Le Quattro) come i camerotti dei Piombi, era a disposizione degli Inquisitori di Stato. Nelle Nuovissime, oltre il Ponte della Paglia, vi erano due camerotti chiamati blocco della Giustiniana.

Agli occhi d’oggi, colpirebbe l’arredo,  visibile in uno stanzone grande chiamato “Città” e uno più piccolo detto “Castello”. Succubi di certe visioni distorte che principiarono nell’ottocento, ci si aspetterebbe di trovare duri tavolacci e ceppi di ferro; in realtà avremmo visto camere arredate con tavole e panche, quadri alle pareti di soggetto religioso, altarini dedicati alla Beata Vergine e a Sant’Antonio, con appesi ex voto d’argento, un altare per le messe, con addobbi relativi, pentole mestoli, il “fogher” per cucinare i viveri, un mastello un catino di ottone per far la barba e persino uno specchietto con la sua bella cornice. Poi vi era tutto il necessario per lavorare il tabacco, la cui vendita era assegnata in appalto a un “fratello”.

Chi vi fosse destinato (ma a volte erano i detenuti stessi di altre prigioni che chiedevano il trasferimento) veniva a far parte di una vera e propria confraternita o “scuola”, del tutto simile a quelle del mondo esterno, con scopi di regolazione dell’attività dei “soci” (in questo caso i carcerati), assistenza, promozione della devozione, e pratica dei buoni costumi. Tale associazione era tenuta per statuto a conservare i libri mastri gestiti da due cassieri,  con le entrate e le uscite, il regolamento (le regole) con l’elencazione e la definizione dell’attività da svolgere. Essa faceva capo agli “avogadori de Comun” sorta di avvocati di stato, che curavano e tutelavano l’interesse pubblico nel giudiziario.

Al momento dell’ingresso, poiché valeva il principio che se eri carcerato dovevi pagarti le spese di mantenimento se non si era dichiarati indigenti, si doveva sborsare un ducato d’argento (un tributo alla “Beata Vergine”) per l’uso del materasso e di un armadio, e si era tenuti a sottostare alle regole di comportamento che vietavano ad esempio la bestemmia (sanzione) o l’attaccar brigar briga con chi passava all’esterno, dal “pergoletto” sorta di balcone rialzato, a cui si accedeva a turno. Se vi erano più di due detenuti a colloquio con le loro donne, e una di queste due fosse stata “di facili costumi”,  si doveva cedere il passo alla coppia maritata. Quindi il detenuto era tuttaltro che isolato, ma partecipava alla vita della società esterna, sia pure diviso da sbarre.

La confraternita concedeva anche le privative come quella di “tener caneva” (vendere vino) produrre e smerciare tabacco o fare piccoli lavori per l’esterno (fabbricare e vendere “balle o ballini” non meglio identificati). I proventi (questi e gli altri) servivano alla vita della prigione, al mantenimento degli arredi, all’acquisto di legna da ardere, al mantenimento dell’illuminazione e dei lumini davanti alle immagini sacre e a qualche piccola sovvenzione ai più indigenti.

Poi venivano assunti, a volte anche da altri blocchi dei servitori, detti “libadori”, che si incaricavano di tener in ordine tutto, far le pulizie, vuotare i pitali di orina, rifornire di acqua le camere, fare e disfare i letti dei soci, lavare le stoviglie. Esentati da tante incombenze, i soci della confraternita, si dedicavano a qualche passatempo, il gioco delle carte fu ammesso fino a che non si produssero troppi alterchi e discussioni, o ricevevano visite, o “ciacolavano” con conoscenti e passanti dal balconcino a loro disposizione. Ma molto tempo era dedicato alla preghiera: alla sera al suono della campanella si radunavano per recitare un’Ave Maria, le litanie della Beata Vergine, un Salve Regina,  il Si quaeris Miracula, il De Profundis, un Pater Noster, un’Ave all’angelo custode, a Sant’Antonio da Padova, a San Rocco. Poi per i benefattori, per gli agonizzanti, per la più povera anima del Purgatorio. Ma non era finita: da una scatola si estraeva il nome di chi avrebbe recitato le successive preghiere per tutti. Una per Santa Madre Chiesa, una per l’unione della cristianità, una per i bisogni presenti e, alla fine, una prece “per il mantenimento della nostra Serenissima Repubblica”.

Tutto questo, annota acutamente Giovanni Scarabello dal cui saggio ho tratto queste righe riassuntive, denota una popolazione abituata ad esercitare una sorta “di democrazia diretta”, per quanto atteneva il proprio vivere quotidiano. Per cui era loro facile, una vota finiti in un carcere che non precludeva i contatti col mondo esterno, ma ne era una emanazione, continuare a volersi sentire “soggetti” capaci e protagonisti, anche nella giusta aspiazione della pena. La vera alienazione del carcerato inizierà nell’ottocento con i metodi dello stato moderno, l’essere umano diverrà un numero all’interno di un sistema che distrugge ed estranea dalla società civile. Del resto anche il carcere è lo specchio e il frutto della società di oggi, come lo era di allora.

 

FONTE

STATO SOCIETA’ E GIUSTIZIA nella Repubblica Veneta

A cura di Gaetano Cozzi

La condizione carceraria alla Giustiniana di Giovanni Scarabello

Ed.ni Jouvence

 

 

COME NACQUE VENEZIA, PRIMA IL LUOGO DI CULTO E POI LE CASE.

Di G. Distefano,10892017_10205757463566493_9002900870312701261_n

il quale scrive... che siano stati i padovani o che sia stato un ricco costruttore, poco importa. cosa davvero importante è che con la fondazione di San Giacometo si incomincia a parlare della storia di Venezia. Nella data del 25 marzo 421 si fondono storia e leggenda. Quanto poi al resoconto storico della fondazione di San Giacometo, bisogna dire che l’insediamento delle isole della laguna, anche in quelle minori, segue lo stesso canovaccio: prima sorge l’edificio religioso, rappresentato da una torre, la Torre di preghiera come luogo privilegiato di una famiglia titolare dell’insediamento, poi segue la costruzione della residenza della stessa famiglia e contestualmente, quello della comunità. In altre parole, dopo la costruzione della chiesa prende corpo l’urbs, la forma urbana. Per esempio, nel contesto della città futura le chiese di San Pietro in Castello e S. Angelo Raffaele segneranno in seguito i due punti estremi dell’insediamento, i confini entro cui essa dovrà prendere forma, il perimetro sacro della città, che un’altra leggenda più tarda dice voluta da Dio, per cui nascerà il mito di Venezia come creazione divina.

IL CONTROLLO DEL LAVORO DEL MINORE A VENEZIA

di Simonetta Dondi Dell’Orologio

1396 Marzo 10, in Consiglio dei Quaranta.

la-signoriaSempre e più frequentemente si presentano molte persone all’Ufficio della Giustizia Vecchia per chiedere di essere autorizzate a collocare fanciulli e fanciulle di ambo i sessi presso artigiani di questa città di vari mestieri ed arti.

Non di rado sono gli stessi fanciulli e fanciulle che si presentano al detto Ufficio, incaricato per legge del controllo dell’avviamento al lavoro, per omologare i patti e gli accordi di lavoro conclusi, con la determinazione del salario e degli obblighi di frequenza della bottega, per poter così conseguire l’iscrizione allo speciale albo degli artigiani ed artieri.

Spesso accade anche che, volendo quel nostro Ufficio introdurre specifiche limitazioni alle prestazioni lavorative troppo pesanti imposte ai predetti fanciulli e fanciulle, che come tali offendono Dio e la Giustizia, i maestri aggirano il controllo legale e si fanno omologare i contratti di istruzione professionale da notai liberi professionisti, ponendo a carico dei predetti fanciulli le imposizioni che loro aggrada, che spessissimo sono contro Dio e la sua Giustizia.

bambiniGli stessi genitori di tali ragazzi spesso non hanno alcun rispetto dei loro figli e nessuna considerazione del loro vero profitto.

Il predetto nostro Ufficio della Giustizia Vecchia a unanimità dei suoi componenti fa voti che il Senato ponga un preciso divieto ai notai di rogare simili atti e patti, a tutela e difesa di quei fanciulli e per amore della Giustizia.
Chiede altresì che sia introdotto nello Statuto dei pubblici notai tale divieto, affinché non abbiano a ripetersi simili disordini.

Così ed in tal senso resta deliberato.

Tale Legge viene perfezionata il 25 settembre 1402 con la seguente dichiarazione:

E per altro nessun notaio, in qualunque modo costituto, sia per incarico imperiale che dei Veneziani, osi o presuma di intraprendere o far intraprendere in qualunque modo o stratagemma Parti o comporre Strumento alcuno tra alcun bambino e bambina, tanto piccolo che grande, famigli, servitori, artigiani, e tra familiari di qualunque grado, con maestri, mercanti, funzionari e quante altre condizioni esistano, abitanti nello Stato di Terra e in Quello di Mare della città di Venezia, che comporti un qualsiasi utilizzo dei bambini e delle bambine in attività lavorative, di servizio o di accompagnamento.

bambini1Affinché nessuna grazia sia concesso al notaio che contravvenga al dominio della Giustizia Vecchia in questo campo, se i notai vorranno stilare simili contratti, si ordina che scrivano i patti secondo i dettami della Giustizia Vecchia e li convalidino presso i Suoi Uffici.

(Napoleone non solo si è fatto ricco con le opere d’arte e con oggetti preziosi, ma anche con la  legislazione veneta che fece come fosse sua…..)